Torino. Dal monte dei Cappuccini

Da quassu’ (dal Monte dei Cappuccini) la musica è davvero diversa. Dopo aver raggiunto piazza Gran Madre in tram, quello verde, storico,  la metà del mio numero preferito, il 13,  allungo il passo, almeno fino a che riesco, dal momento che questo piccolo sentiero torinese, su per questo piccolo monte, per le mie gambe è pari all’intensità del sentiero numero 4 di Gressoney di lontana memoria quando le cime delle montagne allungavano e stringevano i loro occhi a mo’ delle orientali. Ma erano solo miraggi dopo una lunghissima scarpinata di quattro lunghissime e faticosissime ore. Qui siamo sotto il quarto d’ora di marcia e nessun paio di occhi, tantomeno a mandorla, incrociano i miei,  (fa un caldo pazzesco e a quest’ora, le 13, la metà del mio numero preferito, sono l’unico in giro) a parte un banalissimo cannocchiale per vedere meglio la citta”. Basta una semplice moneta e  Torino è ai miei piedi, distesa ma non addormentata. Torino è tra le mie braccia, si culla o la cullo. O ci culliamo vicendevolmente. Si allunga e mi offre le sue bellezze, i suoi tesori. Allungo le mani e “acciuffo” con il cannocchiale  quanto desidero e dal lato in cui è più desiderabile e propensa a farsi amare. La città. Ti piace, eh, questo modo di procedere? Piazza Vittorio con i suoi 22 locali …li immagino…immagino la gente parlare del più e del meno e parlando e riparlando, girovagare tra tempi passati e presenti e orientare al futuro tra mani che si tendono, protendono e si allacciano. Piazza Gran Madre, una Basilica a cielo aperto solo pochi giorni fa, con le sue saracinesche tirate su, lambita da un venticello appena appena “udibile”. All’orizzonte qualche uccello distende le ali, si gonfia, per prendere “la sua rincorsa” e lasciarsi andare. Allungo lo sguardo oltre la direttrice della metro torinese, con le sue stazioni e le stazioni “bike”: 127, come una macchina di un tempo, quando la si caricava per bene perché la città chiudeva per ferie e si scendeva giù. Al Sud. Allungo ancora lo sguardo, verso la città e vedo il porticato di una facoltà, ragazzi e ragazze ripetersi la lezione, per loro sinonimo di futuro immediato, per me già passato. Che sollievo, nonostante in queste pochissime notti che mi separano da quel traguardo-record, quell’esame e gli amici tornino a farmi visita sotto forma di sogno. E ad essi altri se ne aggiungono, alcuni sbiaditi, altri indelebili. Un bel sogno. Ed è tutta un’altra musica, ora. Musica che sale, dai portici di via Roma, musica che sale, dal cuore. La città, sotto il monte brulica, zigzagando ora di qua’ora di là. La città esprime gesti grandiosi e belli, semplici e resistenti. Alcuni nascosti altri visibi e belli come quello di Cecilia e Riccardo studenti ormai “maturi” all’8 marzo di Settimo,  cittadina alle porte torinesi. Cecilia che prende appunti e li incolonna sul quadernone, per Il suo compagno di classe Riccardo,  impossibilitato a seguire le lezioni, in attesa di un’operazione. Cecilia, alunna più buona d’Italia. Un altro mondo è  possibile. Il tram rumoreggia, riavvia i motori, riprende la sua corsa, in senso inverso, direzione centro. Superga è lì in attesa. Superga, un ghiacciolo al limone in questo “inferno” torrido che brucia e non passa. Superga, all’ombra dei ricordi. Il tram appena partito ha lasciato posto ad uno successivo. È ora. Anche per me è ora di ridiscendere e avviarmi verso casa. Felice. Sì, si può essere felici. Anche quando meno… te lo aspetti o come quando… la felicità l’hai costruita giorno dopo giorno dietro la stanchezza. Felice.

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