Tutti gli articoli di Romano Borrelli

Dottore in Scienze Politiche e dottore in ISSR polo-teologico piemontese, Teologia (laurea ISSR Polo Teologia Torino).

17 gennaio 2022

Sul tram sale un uomo, con un mazzo di rose, e già penso a quanti tavoli, a coppie sedute, prima o dopo cena, cercherà quell’uomo, dopo aver camminato molto, di ricamare qualcosa pur di venderne almeno una, che poi saranno le loro rose, ricordando Dino Campana, e ai tempi a.c, questo si, che era un lavoro che rendeva, e ai tempi a.c, le coppie si che si sedevano e raccontavano e compravano rose e mangiavano pizze e….a mano mano….rievocando Rino Gaetano, quelle diventavano rose, o tutto o quasi, e i pensieri fuggono e la mano cerca la penna per fantasticare oltre quelle storie, ma ben presto rammento di aver lasciato la moleskine presso la mia pasticceria preferita. Sale una donna, sul tram, che interrompe il flusso dei pensieri, è al telefono, zona ospedali, urla, all’altro capo del telefono e che denuncia, chissà chi per chissà cosa. Sale un gruppo di studenti che spara voti, di una qualche classe di una qualche scuola, aperta ma a ranghi ridotti, con omicron che forse rallenta la corsa mentre per il Quirinale qualcuno l’aumenta. Batti quorum, catafalco, prima chiama e la storia della Repubblica, con Rumor, Parti, Da Gasperi e De Nicola. Qualcuno suona il campanello, insieme a per chi ha suonato la prima campanella, per prenotate la fermata, indossando un guanto, e penso sia una buona idea. Il tram sferraglia e lentamente si avvicina a destinazione. Una manciata di fermate, il tempo giusto per sfogliare una paginetta, prima che sia sera

Palline sparse

Sul suolo, grigio, di una delle tante strade, di una delle tantissime cittadine del nostro Paese, avvolte da una nebbia spessa, giacciono residui di addobbi natalizi, oggetti che impreziosivano la cima di qualche albero natalizio o qualche pensiero. Oggetti che fino a pochi giorni fa illuminavano in qualche modo focolari domestici, rendendoli allegri, gioiosi, o ne contribuivano, almeno per l’atmosfera. Oggi, qualche mano poco accorta, o sconsiderata, o, forse, superficiale, o chissà di altro ancora lì ha tristemente abbandonati. O dimenticati. O persi, da una dimora all’altra, cantina, soffitta o garage che sia. Un giorno di fine vacanze natalizie. Quando alberi, parrucche, loro orecchini e re magi, terminato il viaggio, stanchi ed esausti, vengono riposti. Tralasciate le 2 palline, sparse, ancora non rotte , come un’appendice di capodanno dove per molti “buttare via” significa “Gettare via”, sbarazzarsi, di cose tristi, l’equivalente di un taglio di capelli, tanto per ricominciare. Ricominciare. Si può, si deve. Gettare, no. Tutto si tiene, tutto utile al nostro viaggiare. Un continuo viaggiare.

Gettare via, triste gesto. Fatto che riconduce inoltre a pensare agli enormi sprechi alimentari. Quotidiani.Da produttore a consumatore, nella filiera, in casa. Spero sia stato solo una distrazione, di queste due povere palline, adagiate dl freddo e al gelo, come due povere figli e gialle in una giornata autunnale. “Finita la festa, gabbato lu santu”.

“C’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare….”

Faro Giuseppe, il suo lavoro, la sua storia

Dalle vetrine e dalla porta di uno dei tanti negozi storici (e non solo) incastonati in una delle piazzette più belle di Torino, fuoriescono, suoni, saperi, musiche antiche e attuali, sapori, “testi” che hanno scritto e continuano a farlo, in un lento fluire di eventi, la storia di una famiglia all’interno di altra Storia: quella di Torino e altro ancora. Ognuno di noi è portatore di una storia personale, unica, autentica, originale. Portatore di relazioni, buone, costruttore, anche di pace, a volte basta un sorriso.

Il negozio e artefice della storia da raccontare, provare a descrivere, è la Macelleria Faro ed il protagonista è il sig. Giuseppe, proprietario di quella, insieme ai figli: la storia di una famiglia prima che di una impresa famigliare. La Storia più grande vede il negozio situato su uno dei lati della piazzetta, un “fazzoletto” di terra che rasenta la rotatoria dove fa capolinea, ora, il 13, rotatoria, attraversata la quale da una parte si raggiunge Villa della Regina e dall’altra verso piazza Vittorio. Po, Piazza Gran Madre, che raccoglie la Chiesa stessa al termine della piazza Vittorio, la “più elegante, grande, bella, d’Europa”. Così si dice. Attraversato il ponte, la “magia” della Chiesa, i Cappuccini con le sue luci da una parte, Superga dall’altra. Insomma, un posto bello, adagiato su alcune grandi bellezze torinesi, dove il lento fluire del fiume Po, la distesa di una lingua di parco, un tempo ex zoo, foltre la lingua e nastro d’asfalto, che divide piazza e piazzetta, fanno da cornice al bel quadretto della macelleria in questione. In questo periodo, poi, luci, atmosfere natalizie, strade pedonalizzate, lento fluire, incedere di ragazze, ragazzi, ora a caccia di qualche capo a buon saldo e gente di ogni età, che curiosando, camminano, fanno pensare, a ben socchiudere gli occhi ma munendosi di una buona dose di immaginazione, di essere catapultati in una piccola Betlemme, città del pane, come nutrimento in tutti i sensi, e della carne. Pane e carne, antico e nuovo per fini teologi, Già, perché il negozietto, una vetrina, una porticina fanno pensare immediatamente ad una boutique della carne, accessibile a tutti. Un luogo, un negozio, che semplicemente e brevemente descritto è la macelleria Faro, “di padre in figli”. Una piccola bomboniera della carne prossima a diventare o entrate nella storia. Il sig.Giuseppe, infatti, il giorno in cui Torino (e non solo) è in festa per il santo sociale, don Bosco, festeggerà i suoi 70 anni e tutta una vita al lavoro.

Difatti, l’entrata nel mondo del lavoro e’ al ritmo di una delle canzoni vincitrice al Festival di Sanremo con “Ragazza del Sud” , di Gilda, e difatti Giuseppe è anche lui, ragazzo del Sud, terra ricca di aranci e oleandri, e dotati, Giuseppe, di grandi speranze nel cuore, distributore di grandi sorrisi a chiunque incontrasse (e incontra) ancora nella sua “storia”. E pure Giuseppe, la vince

Nei suoi occhi di ragazzo, di quegli anni, 1975, dimorava la speranza, con uno sguardo sul futuro appena iniziato e radici ben piantate nel suo presente È un apprendista, in negozio lontano da qui, e sul lavoro è come si diceva allora “un macellaio fatto” (in realtà si diceva “finito” ma il termine suonerebbe male davanti a chi ha contribuito e contribuisce ad erogare storia e dispensare sorrisi). Lontano lavorativamente, ma qui, in questo borgo ha la sua residenza

Intorno alla piazzetta, alla piazza, dentro la città e attorno a Giuseppe, in quegli anni, tutto rumoreggiava. Cortei, scioperi, rivendicazioni salariali di sapere: la richiesta di scuole per gli operai, e di una moltitudine che molto aveva da dire, dare, avere, col proprio lavoro. E Giuseppe, rifletteva, osservava imparava anche lui, da loro, dal suo lavoro, nella fame di sapere, lavorava e contribuiva a scrivere la storia, nel suo piccolo, diventato sempre un po’ più uomo. Ancora oggi ritiene che un apprendista debba imparare o saper “rubare” il lavoro: postura, piede, braccia, mani, taglio, ascolto, sorrisi. Mima il tutto, mentre in uno di questi giorni in cui il negozio è chiuso e lavora, dietro al bancone, per prepararlo al grande rientro, lunedi10 gennaio. Si addobba il negozio, si smontano alberi e presepi. ” Così e cosi”, mima, mi descrive e lavora davvero mentre io scrivo e ammiro un uomo da una vita al lavoro. Il tutto, negli anni in cui Giuseppe cominciò, in una Torino che forse già non cresceva piu ma che vedeva lontano, e forse neanche lo pensava, quel che molti oggi chiamano ” inverno demografico”. E mentre fuori le contestazioni riguardano anche i rapporti padri-figli all’interno delle università, (chissà, forse cosi per Bobbio figlio-padre, Revelli foglio-padre), Giuseppe, “per amore del padre” e assoggettarsi alla sua richiesta, forse poco richiesta ma molto “invitante” ” trasloca” e muta residenza lavorativa; si trasferirà qui, dove lo troviamo ora, alle dipendenze di un “padre-rigido, Alessio-Pietro, ma buon maestro” come si diceva allora. Nel 1981, il sig. Alessio Pietro, si risolse a cedere, a titolo definitivo, dopo 6 mesi di “coadiuvanza” il suo negozio proprio al sig. Faro Giuseppe, che da quel momento in poi, riprenderà a quella “benedetta primavera” che in qualche modo gli cambiò definitivamente la vita. Certo, “tu cosa fai stasera” non poteva essere una canzone adatta a lui, col carico di responsabilità che si apprestava a ” caricarsi sulle spalle”. Ma i risparmi c’erano, la volontà pure e la voglia di lavorare, anche.

Dal 1985, l’amore per il suo negozio, attività è tale che punta tutto sul colore della proprietà anche dei muri. “Se mi innamoro sarà di te”, insomma, o ricchi, o poveri, o entrambi. E così, dal 1985 è anche proprietario di quei muri di quella che è una bella boutique della carne.

Oggi, a sua volta, Giuseppe è coadiuvato, dai 2 figli, Alberico ed Emanuele (Edoardo, il piu grande, anche, prima degli studi universitari) e supportato dalle cure, attenzioni, suggerimenti della moglie, Emanuela, che, guardate un po’, e’un amore nato proprio a due passi da qui. Faccia a faccia. Snocciolare nomi di clienti conosciuto sarebbe ingiusto verso alcuni e ingeneroso verso altri. “Tutti sono uguali e s tutti devo dire grazie in egual modo”. Un pochino come quando si è ospiti di qualcuno. Appena usciti da quella casa che ci ha ospitati, ciechi e muti bisognerebbe diventare, per nobilitare proprio coloro che ci hanno accolto nella loro dimora. Le storie sono tante, originali, uniche, tutte da rispettare.

Caro sig. Giuseppe Faro, per gli auguri, abbiamo tempo.

Tra il 5 ed il 6, tra saldi e Re Magi

Aspettando i saldi e i Re Magi, giunti da poche ore, i primi nelle vetrine, i secondi nel presepe, questi,con in mano i loro doni, per il Gesù Bambino che si manifesta al mondo intero, mi muovo lungo le strade della città, stando ben attento ad evitare luoghi, piazze, vie, dal mio punto di vista, troppo affollate, dove folla, per me è già formata da tre o 4 persone, e così, tempero per benino il mio punto di vista come fosse una matita, ogni qual volta il mio occhio incrocia, scruta non solo una riunione in movimento simil corteo ma numeri, percentuali, saldi, manifesti di scuole che si offrono per clienti-utenti, gridando al mondo le ultime novità messe in saldo, per una iscrizione, e luci intermittenti che si preparano ad essere inscatolate e riposte in cantina fino al prossimo dicembre. Aguzza la vista in una settimana enigmistica che prende forma dagli eventi snocciolati di questi giorni e quelli che verranno. Con pochi soldi, dicono in molti, tutti possiamo permetterci quel che si potevano permettere pochi, prima dei saldi. Con tanti soldi, invece, potremmo pagare i rincari luce e gas. Forse, per chi li avra’, insieme ad un lavoro. Possibilmente non precario. Escluso poi, il trascinamento inflazione…. ne vogliamo parlare? No, non ne vogliamo, cioè non voglio. Per la scuola, il succo è diverso. Lo volevamo filtrare? Cioè, volevano cambiare aria? Ne vogliamo parlare? No, non ne vogliamo, cioè non ne voglio. A proposito, sempre ben attenti, dal rientro, dall’entrare in discussioni con i ragazzi, su “vaccino si vaccino, no”. Questo, lascamolo fare a chi dovrà controllare, sui bus, metro, tram e magari farli scendere se….e se dovessero, i ragazzi, entrare dopo, in classe, causa distanza-tragitto, casa-scuola, coperta a piedi, ma scoperti della card, occhio nel momento in cui giustificano-giustifichiamo.. Pubblici ufficiali dimezzati e azzoppati.. ,Ne vogliamo parlare? No, non ne vogliamo, cioè non ne voglio. Ho già scritto molto. Cambio argomento. Politica. No, forse meglio di no, perché non sono molto convinto dei bonus a pioggia, per i figli, in tutte le famiglie, ricche anche. Ricordo una campagna elettorale, dove I ” ricchi “non dovevano piangere? E invece visto che ci siamo, ristrutturiamo pure al 110 per cento mentre gli sfratti sono TANTISSIMI, mancano le case popolari, manca e quindi…..ah già ma i “ricchi”pagando le tasse qui….. hanno diritto ad avere il bonus bebè, anche dimezzato, senza isee. Paga direttamente l’Inps. vorrei scrivere ancora su….Ne vogliamo parlare? No, non ne vogliamo, cioè non voglio. No, meglio di no…..ma si invece, dai….i precari della scuola che pagano le tasse, qui,invece non hanno diritto al bonus cultura come gli stabilizzati. Quindi, il pc, stampante, libri, se li comperano! Fatti loro. Cioè, nostri. Il contratto? Fatti loro, cioè nostri. Per tornare alla fonte, guai a scuola fare discriminazioni…..Ne vogliamo parlare? Si, ne voglio, di questi atteggiamenti da giano bifronte, ne voglio parlare. Posso dore la mia? Le discriminazioni?

Cioè no, si possono fare: sulla pelle dei precari.

Vorrei continuare e parlare del rebus elezione Presidente della Repubblica, ma…….meglio chiudere la tastiera. Sennò dovrei dire scrivere….

Buona Epifania. I re Magi sono arrivati, i saldi luccicano le vetrine, S. ieri, ha provato a festeggiare i suoi 19 anni riponendo molte speranze nel domani che verrà. Tanti auguri, cara S.

Si può dare di più…

Molto bello l’effetto ottico delle finestre che si aprono e chiudono su uno dei sontuosi palazzi torinesi. Una finestra aperta, ci vorrebbe, ma priva di un effetto ottico, capace di aprire ad una prospettiva che abbia il gusto di speranza, programmazione, progetto, stabilità, la vita di alcuni, precari, insegnanti, di tutte le discipline, nessuna esclusa. Di quali, di che prospettiva? Della fine, almeno si spera, dell’annoso tema della precarietà della mia disciplina. Parlo della mia ma penso a tutte. Oggi su Avvenire ci sono i dati degli avvalentesi irc e delle motivazioni, e sarebbe bello e interessante che dal succo della penna di qualcuno o dagli interventi alla Camera o commissioni, e so che ve ne sono stati, potesse uscire anche altro, tipo i sacrifici che si fanno, chi insegna, le relazioni che si creano liberando tempo, perché un iscritto non è solo tale ma implica la conoscenza, la storia particolare, unica, irripetibile, cucita addosso, di ciascun frequentante, della sua famiglia, degli anni, della burocrazia……in particolar modo, direbbe don Bosco, di chi è sprovvisto di……. La dignità della disciplina passa anche da altre cose, come prevede la riforma sui professionali, la determina di 33 ore, come per alternativa, per la costruzione delle uda (unita didattiche di apprendimento) e dei pfi, la carta di identità degli studenti. E allora, perché non provare a dare dignitosamente un percorso stabile? Magari con ” Delle cose nuove in tasca”, Remum Novarum, Santa Pazienza! Ora, la scuola è una organizzazione di servizi, e va bene, ma se quella comincia a viaggiare da novembre in poi, tenendo tutti in classe, avvalentesi, non, “uscenti”, “studenti autonomi” e compagnia,( e qua si aprirebbe altro discorso lungo) come fare ad ottemperare, bene, nel seguire le uda, programmate riversate sui siti scolastici, pensando a ciascuno dei ragazzi che ho in classe, “studiando” la situazione contingente, che, come si dice (o diceva, a.c., ante delocalizzazioni) in fabbrica, equivale a conoscere i rapporti, instaurare buone relazioni, rispettando sempre anche chi “alza i muri” perché indifferente al tema e perché ha scelto altro? Inoltre, una cura speciale da dare “alle perle”, le chiamerebbe il nostro santo sociale torinese, Giuseppe Cottolengo, da dedicare in una classe “sold out”. Tengo a specificare che la cosa non mi nuoce, almeno pensando alle scuole di don Bosco, ma certo mi piacerebbe potessero prendere in carico, almeno qualcuno che ha a cuore il tema, e provare a indagarlo, studiarlo, attentamente, come si faceva-dicevain fabbrica, per poter “generare” speranza, prospettiva, stabilità in chi ci crede ancora, nella promozione umana, nello studio, nella trasmissione dei saperi, condivisione, riflessione in un ” inverno “non solo demografico. E magari la stabilizzazione potrà fare primavera, rondine e nido! Magari ….no, perché leggo di assegno unico, a pioggia, (ricchi e poveri)e bene, ma prima bisognerà pur pensare a dove far posare il capo a quella rondine e al sui nido. Oppure no? Mi piacerebbe pormi al servizio della condivisione di questa benedetta riforma professionale ma che conserva il mio stato dal 1 settembre al 31 agosto in apnea appena spunta l’estate. Precario. Forse, si porrebbe generare ancora di piu se…..Si può dare di più…Non solo una canzone ma che lo e’ diventata e lo è, sempre più nel corso degli anni.

Ecco, all’albero idealediPorta Nuova e di Roma Termini e dove possibile, pongo la mia letterina per guardare fiducioso e speranzoso in mondo che mi tiene in….trappola.

“Lo abbiamo fatto?”

I nostri tanti ieri possiamo solo commentarli, giudicarli, analizzarli, come la lista della spesa, la verifica, l’analisi di un d/d che sa tanto di partita doppia e dove i crediti sarebbero di più ma…a “saldo” è sempre debito. Il futuro, invece possiamo solo costruirlo, scegliendo, i valori piu adatti, accurati, “pettinati” da anni, immaginando di ricercare gli abiti migliori, quelli delladomenica quelli che calzano e aderiscono meglio, da usare però tutti i giorni, investendo in buone relazioni, giorno dopo giorno, per costruire davvero un buon 2022, di pace, speranza. Forse così, non ci sarà bisogno dei botti, del botto, dell’attesa della botta di……fortuna. Costruire, anche quando costa fatica. E allora, potremmo domandarci alla fine dell’anno se la nostra tensione a costruire ci abbia accompagnato davvero ogni giorno dell’anno…..o almeno la tensione e…..”lo abbiamo fatto?”

Buon 2022

Lungo la strada, ogni 1 gennaio giacciono sdraiati rudimenti di botti, petardi, e ogni cosa utile o inutile per far baldoria e impaurire gli amici a 4 zampe. Vane le ordinanze. Come sempre. Lungo la strada anche un rudimento di calendario, un 31 che cede passo e posto ad un corposo blocchetto da 12 foglietti, lungo 365 giorni.

Da parte mia ho sperato che tra le pieghe del maxi emendamento spuntasse un concorso che è rimasto invece solo nella testa dei precari. “Lunga vita ai precari, auguri di cuore come l’anno scorso e cosi via”….deve essere una cosa che continua a generare piacere a qualcuno. Sarà. In una lista delle cose mancate, ieri sera,pensavo all’albero di Porta Nuova, agli auguri sopra e sotto l’albero che causa pandemia è mancato. A molti. Chiedo a La Stampa di provare a immaginarne uno, “in rete”, dove ognuno possa esprimersi e cosi i miei studenti. Lavoro, Amore, salute, pace, viaggi. A che punto siamo con l’analisi della nostra città? Se qualche giornalista “armato”, anzi no, di buona penna, fantasia e animato da buone intenzioni volesse procedere….magari anche quella storia lunga e annosa dei precari della mia disciplina, con gran caos da settembre a novembre, quando va bene potrebbe avere un esito differente. E meno scontato. Al bar lasceranno le chiacchiere e il tema divisivo, col retaggio concordato e posizioni ideologiche.

Altra cosa cui ho pensato, se i famosissimi Diego e Marilisa, con la loro storia da notte bianca che fecero discutere tanto la nostra città sulle pagine della Stampa, (e su questo blog) anni fa, son riuscito a fare un giro ancora una volta sulla Mole Antonelliana. Con una rosa da rosa tra le mani di lei. In una notte non più e soltanto bianca ma verde speranza.

Come che sia, protesi verso il futuro, auguri di un buon 2022.

Presepe al Duomo di Torino

Questa mattina, intorno alle 10, mi sono catapultato in uno degli ultimi tram arancioni torinesi alla moda, il 13; destinazione, capolinea, dove si trova la gran Madre e dove si può trattenere in un colpo d’occhio parte della bellezza cittadina. Cappuccini, piazza Vittorio, la Mole, il fiume e tanto altro ancora. È un posto molto bello, con vie pedonali, tanti negozi, alla moda. Vita tranquilla insomma. Da lì, a distanza, si vive la Torino che si muove, che non sta mai ferma. Gli scalini della Basilica ricordano i tempi della patente, della chitarra, di quando ci si poteva sedere e suonare e passare il tempo strimpellando, quattro chiacchiere tra amici, coi tepori primaverili. Il tempo che era e che sarà, di un altro anno trascrso senza concorso, e alla faccia di tanti e mia che avrebbe dovuto essere bandito entro l’anno e mi lascerà ancora precario fino a chissà quando. Il fiume Po scorre velocemente e cosi la gente. Vita frenetica sotto lo sguardo vigile della Mole, di un albero di Natale e il calendario dell’avvento che stazionano al centro della piazza oramai da giorni. Fa freddo, alla faccia di giorni che avrebbero dovuto essere miti, almeno stando agli annunci o “grida manzoniane di rete”. Al capolinea, un tram riparte, stanco, (perché tram avanti, quassù, nonne vanno avanti più), sulla strada del ritorno, un altro è pronto subito dopo. Mi ci infilo, con destinazione piazza Castello, dove scendo e raggiungo il Duomo dove è allestito un bellissimo Presepe, lucano, Matera, direi sullo sfondo e quasi al centro le statuine dei santi sociali torinesi, don Bosco tra i suoi ragazzi e Domenico Savio. Per ammirarlo occorre fare un po’ di coda ma ne vale la pena. La Luce della candela accorcia il tempo. I re Magi stanno arrivando.

Buon Natale

Buon Natale.

Il Verbo si è fatto carne, per noi. Nella notte santa, da Maria Ausiliatrice, si son sentite 2 volte suonare le campane a festa, per Il lieto annuncio. Tu scendi dalle stelle o re del Cielo, e subito la melodia riporta alla mente alla magia del Natale, al suo bianco, all’interrutore e alle luci dell’albero e tra le statuine del Presepe dove posizionavo e tuttora posiziono Gesù Bambino, alla meraviglia, lo stupore, ai grazie per le relazioni, belle, buone, umane avute in dono. E la giornata si farà racconto di tutti i Natale ricevuti con i nostri cari, in una sorta di confronto e ricordi di quanti non sono più con noi.

Buon Natale

19 dicembre 2021

Una colazione incorniciata da fette di panettoni, pandori, fiocchi, nastri, paste di ogni tipo, salatini e spruzzate di zucchero a velo come una sorta di nevicata che rende il tutto ancora più magico e dolce, il tutto mentre spazio i miei occhi ora a destra esinistra e sorseggio il mio cappuccino nel rito domenicale della quarta domenica di Avvento, in una pasticceria a due passi da casa (Sida), dove la tazza è il mare o l’oceano e la fetta di pandoro una barchetta in procinto di esplorare il mondo, come nelle fantasticherie dei piccoli. Un’agenda sulla mensola, pagine bianche, l’inchiostro, i pensieri e le parole, una pagina del calendario, fissa il tempo al 19 dicembre. Prendo la penna, comincio a scrivere:

” Se hai un sogno credici, e fissa una stella…parla meno e fa spazio al silenzio….”