“La ragazza di Bube”

20180208_204348Il tempo trascorre velocemente. La musica sanremese ha smesso di adare in onda, decretandone nella notte di sabato, i vincitori, rispettando cosi le previsioni. Delle tre canzoni e dei cantanti sul podio, “Lo Stato Sociale” e quella ballerina sono le esibizioni, in quel contesto,  che oggi mi mancano di piu’. Oggi,  invece, “sull’onda” ci sono gli innamorati con la ricorrenza di San Valentino. Festa molto commerciale ma che comunque “apre” i cuori. Ne rivisito qualcuno, da Pinerolo, a Roma passando per il mare. Tutti belli. San Valentino e’ anche cultura congiunta all’amore. Mi piace l’idea di aver ritrovato “La ragazza di Bube”, un libro di Carlo Cassola, consigliatomi un po’ di anni fa dalla mia insegnante di italiano, alla vigilia di una partenza per Grenoble (soggiorno di classe). “Leggilo, non ti annoierai durante il viaggio”. E così, mentre molti compagni si davano da fare a “tessere relazioni” con le ragazzine, avidamente sfogliavo, le pagine del libro, immaginando e invidiando l’amore di Mara per Bube e la vita. Che forza. Questo è quello che mi è rimasto nel cuore e questo e’ quello auguro a ciascuno. Un amore intenso, fatto di attesa e di speranza. Dolce, come Mara.

Torino bianca. “Poco-poco”.

Una “spruzzata” di neve ha leggermente imbiancato la citta’. Appena appena….”Poco-poco”, bianca neve fresca e leggera, light, come il Philadelphia. “Poco poco”, due fi-occhi a mandorla! Era bella, quella pubblicita’. Fa freddo, il tempo passa e marzo lentamente di avvicina. Lasciate alle spalle nell’ordine,  la giornata della memoria, con le letture e le proposte (tiranno è il tempo!Quante ne avrei fatte, di letture!), la festa di don Bosco e l’articolo, su La Stampa,  bello, sul “senso della lezione” , mia, e di Bruno Gambarotta.

Bruno Gambarotta

Realizzo  ora che son trascorsi alcuni giorni dall’ultimo scritto. Distratto dalle notizie che la tv rimanda nelle case, relative alla tragedia del treno dei pendolari nei pressi di Milano e dal caso “”Zhong Zhong e Hua Hua” (scimmie clonate) avevo scordato di raccontare un pochino di scuola. A scuola, nella mia, in una seconda, Bruno Gambarotta è “salito in cattedra”. Magistrale. In una delle ultime giornate di vacanze natalizie, avevo intercettato, tra una pagina e l’altra, tra un libro e l’altro, nei locali della Civica Torinese, il giornalista “ciclista”  Bruno Gambarotta.  Un saluto, veloce, un ricordo dell’incontro precedente (anni fa, di ritorno, io, da Vernante, sul treno), e, “Bruno, pisso chiamarti Bruno, vero?”. E lui. “Certo, mi chiamo cosi. Ma se vuoi chiamarmi Filippo”…Troppo forte! E io: “Senti, ci verresti da me, a scuola, a raccontare qualcosa? Magari nelle seconde…”.E lui, in piemontese .”Esageruma nen…”.Fortissimo!! Bruno e’ stato ospite di una classe dell’Istituto. Avevo accennato, nel corso delle mie lezioni,  alla tragedia di Vermicino, la vicenda di Alfredino Rampi, il ruolo dell’informazione-comunicazione, la diretta televisiva, 72 ore, l’annuncio della vicinanza alla famiglia e la presenza sul luogo dell’evento di Sandro Pertini, scavalcando ogni protocollo, come talvolta era suo modo di fare e procedere; una vicenda, quella e Vermicino e tragedia,  “sfuggita di mano” all’informazione…e da questo punto in poi,  Bruno ha preso “il largo” e ha cominciato a raccontare, il suo punto di vista sulla vicenda, sul suo ruolo in Rai, in quel periodo, del suo  lavoro, di scrittore, del come è perché, …giornalista, studente, lettore, padre, nonno…insomma, grazie a Bruno, è stata una bella mattinata. Ovviamente un sentito grazie per aver accettato l’invito. Bhe’, gia’, come mi faceva notare durante la pausa caffè, altrimenti “avrei potuto tagliare le gomme”. Della sua bicicletta.

Tazzina di caffe’

In fondo al caffè l’esito del Referendum a Mirafiori. Era freddo ma si vestiva di passione. Un soffio, tra un si è un no. Le tv riprendevano…i tram 10 e 91 si riempivano e svuotavano, di operai. Il fondo del caffe’ ricorda tanti eventi, dal Belice all’inaugurazione di Porta Susa a Emanuela Orlandi…Ancora…. un goccio…di caffè.

C’era un caffè, prima della fabbrica

Le tre auto convergevano simultaneamente verso parcheggi ampiamente disponibili, nella notte ancora fonda, con l’alba distante  da noi, chiusi, nei nostri pensieri, mentalmente, e nelle “scatole” di latta, fisicamente. Avevamo da poco lasciato le calde case e comodi letti, per sorbirci “otto ore di turno”  (da leggere rigorosamente in maniera fantozziana!). Alle nostre spalle, e delle auto, la collina, Chieri e compagnia, bella, “e brutta”. L’unica, rada, luce che illuminava pochi metri d’asfalto,  era quella  gialla,  con la scritta “BAR”, in orizzontale. Tutte e tre le auto, si disputavano il posto in prima fila. Metalmeccanici contro tessili. Arrivare prima significava non aspettare. Ma il risvolto, poteva anche essere negativo: poche “battute” della Bialetti e caffe’ non proprio al massimo. Capitava, delle volte. Poche battute delle nostre, “come stai?”. Avremmo voluto essere a casa, in quell’istante, cosi vicina e  distante, da noi, distesi, ancora, sotto le coperte, liberi “da catene”.  E invece, nasini all’insu’, ma non cin la classica posa da turista. Cosa acremmo potuto osservare? La scritta Bar? E invece quelle catene, ci attendevano per 8 lunghissime ore ( da leggere fantozzianamente). Ogni auto, davanti al bar, ne scaricava quattro, di passeggeri. Mani in tasca,  ed il primo che allungava il braccio, apriva la porta del locale. Per tutti. Come i caffè.  Dodici accessi in una porta non girevole ma girevolissima. Tutti avvolti nei nostri giubbotti, qualcuno per fare in fretta, con la tuta da lavoro  addosso ed il logo. Della fabbrica. Scarpe anti-infortunistiche incorporate. Il barista aveva acceso la sua macchina del caffè da poco, e ci dava le spalle. Dalla bocca del fornetto a micro onde, aperto nello stesso istante in cui entravamo noi, nel locale, minuto, si perdeva  un buon profumo: croissant appena sfornati; una parte di quello (il ptofumo) era sequestrato nel locale, un altro ricercava velocemente la via d’uscita, come un gatto che non sognava altro che il ritorno alla sua liberta’, precaria. Dalle nostre bocche, sbadigli, occhi stropicciati, e tanta stanchezza nelle ossa. Caffè per tutti, due parole, il contratto, lo stipendio, i toc. I saluti, l’arrivederci, al mattino dopo e i 12, in macchina, ancora una volta, verso la loro “bolla”. Entro le 6. Poi, chi al tessile, chi al frigo, chi al meccanico. Da questa sera, in tv sento che  a fare il ” frigo”,  cioe’ il suo mototino, all’ Embraco, forse, non ci andranno piu’. E cosi al caffè. Prima del turno.  Anche il Vescovo Nosiglia ha promesso il suo interessamento e vicinanza. Ha detto che scrivera’ al Papa. Intanto, chi comanda, dice “Amen”

7 gennaio

20171231_115339Le luci natalizie si sono spente. Alle finestre, balconi, e in ogni dove tacciono e riposano (dopo un mese continuo di luci), oramai da qualche ora, alberi e presepi, sulla via delle cantine, ripostigli o sgabuzzini. Scatoloni, pennarello, pazienza, tanta, “palline”, “albero”, “statuine”, “capanna”…par gia’ di vedere il tutto nei movimenti resi ancora più lenti dalla bruttezza del tempo. Già, perche’ dal cielo sta piovendo tutta l’acqua possibile richiesta l’estate scorsa. Alle scatole, quindi, da maneggiare con cura, l’arrivederci a dicembre 2018. Per quanto mi riguarda, termina la preparazione di alcuni testi da presentare a scuola.La campanella, domani, suonera’ due volte: quella della sveglia di casa e quella della scuola.

 

Epifania, tutte le feste si porta via

“L’Epifania, tutte le feste si porta via”, così esordiva mio nonno, al mattino presto del 6 gennaio,  senza dimenticarsi  di noi nipoti,nel  porgerci una calza, corredata al suo interno da qualche mandarino, frutta secca, caramelle, quelle classiche monete al cioccolato, sigarette, rigorosamente di cioccolata e…lire, che ora come ora, non saprei ricordare e quantificare. E insieme alla calza, si ergeva a storico della domenica, inanellando “conditi” racconti privati all’interno della storia pubblica, spaziando da “tessere per lavorare”, orgogliosanente da lui, mai richieste, e anni nella resistenza, sua e dei suoi fratelli. E anni, suoi, di come era la Befana….Ricordo ancora il suo viso, invecchiato precocemente come potevano esserlo quelli di tutte le persone che hanno conosciuto la guerra, gli stenti e le sofferenze imposte dalla ricostruzione di un Paese che usciva da molto, con le “ossa rotte”. Poi era la volta del “manifestarsi” in cucina  di mio padre: “con la festa dell’Epifania, da domani, chi a scuola e chi al lavoro”, forse. “Ma se la fortuna dovesse mai  bussare da queste parti…” nell’atto di mimare che probabilmente non ci sarebbe piu’ andato,  sventolava come una bandiera  i biglietti della Lotteria Italia, abbinati a qualche programma televisivo. Come se la fortuna davvero avesse avuto il compito di bussare da quelle parti. Ma questo, era enunciato con solennita’ più forte  solo dopo il classico dolce, la focaccia del dopo pranzo che aveva oramai  sfrattato e dichiarato chiuse le maratone di pandoro e panettoni. In fondo, a ricordare bene, era proprio l’estrazione finale, la lotteria italia, l’atto conclusivo delle vacanze natalizie, piu’ che della focaccia e la sua fava. A sera, poi, tutti davanti la tv, a sentire il nome di citta’, e serie e numero dei biglietti estratti. A ricordare ancora bene, c’era poi sempre qualcuno che aveva parenti residenti in altre grandi e piccole  citta’, e/o piu’ spesso paesini, che richiedeva un paio di biglietti come regalo natalizio. E nello “scendere” per lo stivale, con il treno, là dove questo sostava un pochino, giu’ di corsa, fiondandosi, con il rischio di perderlo, lasciando famiglia e  bagagli, a fare incetta di biglietti nel giornalaio -edicola “stazione”. A sera poi, nel caldo della cucina, dopo che  qualche foglio, era stato sfrattato dal quaderno, lapis (come amava chiamate le matite il nonno)gomma a corredp e tutti in religioso silenzio. E ovviamente, le trascrizioni dei numeri e serie  e l’immagine di citta’ e potenziali vincitori. In ultimo, tornando al racconto mattutino, l’apparizione piu’ dolce, del 6 gennaio, era quella di mia madre, che ne ricordava, redarguendoci,  il senso religioso, della manifestazione di Gesu’ al mondo.  “Oggi Gesu’ appare ai Re Magi. Ricordate. I re che seguono la stella per rendere omaggio al Re dell’umanita’ fattosi povero”. E difatti, nel Presepe della Basilica di Maria Ausiliatrice, facevano la loro comparsa i Re Magi, amorevolmente posizionati dal sacrista Torre in una stanza della Basilica composta  da giochi di specchi. Quindi, a seguire, messa, oratorio e il “cate” (figura del catechista appartenente al mondo salesiano) che bombardava noi ragazzini, appena usciti da messa, sulla predica del prete,  sul senso della festa, dell’Epifania, il suo significato mentre  tutti noi scalpitavamo per una partita a pallone o calciobalilla. Poi fu il tempo delle “ragazze”fidanzatine, biondine o morette, guarda caso,   “animatrici”, che chiudevano il ciclo delle feste dell’oratorio, vestite, o mascherate, rigorosamente da Befane e che quindi ti  inchiodavano tutto il giorno a diventare spettatore di quello spettacolo senza nemmanco riconoscere la tua  lei. Ovviamente,  per la focaccia e la fava, la dea bendata, aveva deciso diversamente.Poi…e poi…a piazza Navona così come in quelle torinesi le Befane si fanno largo tra ingorghi stradali e code kilometriche direzione saldi e outlet. La gente pare impazzita. Qualcuno ha in mano foglietti di carta, con i prezzi dell’altro giorno, ante saldi e quelli di oggi, “saldati”. Manco fossimo nel 2002, anno dell’entrata in circolazione dell’euro, cartellini esposti, 4: lira prima, lira dopo, euro prima, euro poi. Commercialisti e ragionieri si aggirano per lo “Stivale”.

L’Epifania tutte le feste, con i soldi, si porta via…

Costituzione, Lavoro e buon 2018

Torino 31 12 2017 Romano Borrell fotoE così, lentamente, ci si avvia ad archiviare il 2017. Per le strade del centro, nel pomeriggio, passeggiate, chiome lucide, cappottini e vestitini, rivestono e ornano  strade “pettinate” da torinesi e turisti, nella camminata pre “aperitivo” del cenone. Al fondo di via Garibaldi si apre piazza Castello, col suo albero “elettrico” ed il presepe.Sullo sfondo svetta maestosa la Mole Antonelliana “vestita” a festa, illuminata ed illuminante. Oltrepasso le bancarelle e un paio di “cantanti” al ritmo della musica “Regia”.  Entro nel cortile della Cavallerizza, e lo spettacolo e’ affascinante, oggi come ieri. Mi dirigo sotto la Mole Antonelliana, un paio di foto  e faccio ritorno. Rasento gli uffici Rai e riconosco il cancello, dove Diego un giorno lascio’ in una notte bianca la sua rosa per la sua Marilisa.  E mentre penso a tutto cio’, a Dostoevskij e agli innamorati, alle pagine della Stampa e la storia e le cronache su quella benedetta rosa senza saperne l’epilogo, mi passa vicino il Presidente della Regione Chiamparino.  Penso di augurargli un buon anno ma sabaudamente non dico nulla, taccio, e osservo l’Universita’ e tutti gli esami sostenuti, la Laurea e i trionfi. Da qualche balcone “piove” nonostante il divieto  qualche “petardo”, ma si sa che…In alcune citta’, Torino compresa, piazze blindate e cin cin a casa. Unica “guerra” ammessa, tra Panettone e Pandoro e intanto, nell’attesa, tv e Fantozzi, un classico da sempre. Prima del solito trenino e dell’ormai inflazionato “pepepepepe’….”alla chiusura del 3-2-1….

Alla tv, il  Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha da poco concluso il suo discorso agli italiani, a reti unificate. Nel discorso, i punti fondamentali, sono il riferimento alla Costituzione, carta fondamentale, bussola di una comunita’,  fondata sul lavoro. Proprio 70 anni fa, come in questi giorni, i Padri Costituenti avevano terminato il  loro lavoro, donandoci questa bellissima carta fondamentale,   dalla sovranita’ appartenente al popolo che la esercita nei modi e nelle forme stabilite dalla legge. Il decreto, appena firmato, relativo allo scioglimento delle Camere, e di conseguenza, le elezioni il 4 marzo, rappresentano l’ appuntamento per esercitarla, la sovranita’. Il lavoro: che ve ne sia uno almeno in ogni famiglia. Il ricordo a chi non puo’ o/e non riesce a festeggiare, per poter garantire i servizi essenziali. Devo dire che mi è molto piaciuto il discorso del Presidente. In alcuni frangenti mi ha ricordato quelli bellissimi, di Sandro Pertini.

Per quanto mi riguarda, ho concluso questi momenti di vacanza terminando alcuni libri (per la verità letti a suo tempo): “Cristo si è fermato a Eboli” ( Carlo Levi); “Fontamara” (Ignazio Silone); “Il giardino dei Finzi Contini” (Giorgio Bassani). Di questi libri, parlero’, scrivero’, dato che saranno proposte per le loro tesine.

Che dire? Un augurio di un 2018 migliore con tanta serenità e gioia nel cuore.

Buon Natale

20171225_105313Buon Natale!Con la speranza che il Bambino appena nato, povero tra poveri, al freddo, al gelo,  possa trasmetterci attenzione e ascolto verso il prossimo  auguro un buon Natale a tutt*.

Ps. Tra poco si dispiegheranno le letterine di Natale. Ma a scuole le faranno ancora scrivere?  Con la speranza che si possano esaudire tutti i desideri, pace, serenita’ e gioia nel cuore. Per tutt*.20171223_182930

23 Dicembre

Nel mio breve giro, confuso tra confusi “corridori” o “maratoneti” dello shopping forzato dell’ultimo minuto, ho come meta l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova. Dopo la visita di alcune classi, e delle loro richieste, in formato letterina, con grande rispolvero delle vecchie ma buone abitudini, oggi è il mio turno: sono sotto l’albero, appena catapultato dalle scale mobili della metro torinese. Ho un paio di letterine da depositare su qualche ramo, dell’albero: trovare un piccolo pertugio richiedera’ una gran fatica; faccio il “giro-giro tondo” intorno all’albero, ma senza cascare, non io e non il mondo, dando una rapida occhiata di quel che chiedono cittadini, turisti, viaggiatori. Pensando all’articolo de La Stampa di un anno fa, di cosa saremo “In deficit questo anno che ci lasceremo alle spalle tra pochi giorni?” L’anno scorso eravamo, a dire in punta di penna del cronista, in deficit  di…gioia. Lascio il mio bigliettino, intestato “tipografia salesiana” e due righe di Gianni Rodari, autore capace di riportare sempre ai tempi e ai luoghi dell’infanzia ognuno di noi. Riportarci al come eravamo: Letterina, fiocco che incorniciava il grembiule, viso sorridente e noi sempre, camera e obiettivo davanti, a far finta di scrivere. Alle nostre spalle la vecchia  cartina geografica dai nomi e posti cosi lontani…un albero e un piccolo Presepe al nostro fianco. Ah….le tanto belle scuole elementari…

Lungo il tragitto, tra piazza Carlo Felice e via Roma, proseguendo verso piazza San Carlo e procedendo oltre, verso piazza Castello, è  tutto uno sfavillare di  luci e alberi. Le orecchie, nonostante il cappello calcato bene bene,   raccolgono dagli sportivi delle compere in “area cesarini” menu’ e telefonate fatte e da fare, conti, scontrini, regali fatti, da fare, e se quel parente lo merita oppure no quel tal regalino o anche solo un augurino. Le piu’ belle e simpatiche sono le coppiette che si accompagnano in questo mare di fente e vetrine ch continuamente invitano e richiamano ad entrare. Ah come rileggerei ancora una volta il magnifico “Canto di Natale” di Dickens. Di pensiero in pensiero,  un altro corre a Charlie Chaplin: conservo da qualche parte  un biglietto d’auguri di Natale datomi da una carissima amica con una sua cirazione. Lo ricordo perché era scritto su di un biglietto a forma di cuore e le cose di cuore, si sa, restano per sempre. Nella testa e nell’andamento delle gambe girano e concorrono ad accompagnarmi  musiche e canzoni di De Gregori: fra due giorni è “Natale” e “Gesu’ Bambino”. Testi e musiche bellissimi: strizzo idealmente  l’occhio a chi a suo tempo mi condusse all’ascolto del cantautore anche se, a quel tempo, erano altre le canzoni: “Ti leggo nel pensiero” e “4 cani”.  Il giro si chiude con una “puntata” al Circolo dei Lettori, dove, sia nell’atrio, sia al Circolo fanno bella mostra bellissimi alberi. Quello del primo piano, è bellissimo. Come sempre. Ci sono tante sedie vuote. Staziono un pichino.In una tasca, approfittando dei tempi vuoti, leggo sempre qualcosa, e oggi, in questo periodo, è la volta de “Il giardino dei Finzi Contini”. Un pochino, a dire il veto, sono rimasto con la testa a Ferrara, avvolto tra la sua nebbia e la grande bellezza, sospeso tra il Castello, i palazzi Rinascimentali, Isabella d’Este e Lucrezia Borgia, è tra Micol, che immagino bellissima, biondina, occhi azzurri, ed il giardino. Dei Finzi Contini.

Lascio Il magico Natale di Gianni Rosari.

RODARI, Il magico Natale.

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

Un altro mondo è possibile!

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