8-12-2019

20191207_154558Fermate dei bus vuote, per aumentare, dicono, la velocita commerciale dei mezzi pubblici. “Che ne faranno, ora, della fermata come struttura, palina, pensilina, cabina telefonica, cestino, mappa stradale e “griglia” e qualche scritta col pennarello indelebile, tipo, “noi e l’amo-re delle nostre vite”? Già,  questa la domanda che insiste nella testa, ad immaginare le migliaia di storie che si potrebbero narrare e che hanno preso vita  qui sotto, in tutte le stagioni della vita di torinesi e non? Che avranno detto gli occhi attenti, dolci, curiosi, di Superga e la stella della mole tra una “spiata” e l’altra a quanti attendevano qui sotto che succedesse qualcosa? Servirà e serviva davvero, a qualche cosa, questa, queste soppressioni delle fermate? O forse servirebbe altro? Intanto, oramai luci, alberi e presepi sono già presenti e fanno la loro parte, nella nostra vita quotidiana, e ci faranno compagnia almeno fino al 6 di gennaio.  Oggi, anche nelle case private, e non solo lungo le strade, tra le varie circoscrizioni torinesi, come da tradizione, alberi e presepi verranno montati. Il panettone ed il pandoro ai piedi ed i primi bigliettini ad incorniciare il tutto.  Manca solo la neve. 20191208_110538A Valdocco si ricorda la nascita dell’oratorio, l’incontro, di don Bosco e Garelli, gli incontri, passati e futuri, e nel presente, è visitabile la mostra sui Presepi.  Bellissimo il primo: un don Bosco con Mamma Margherita ed una culla con un bimbo, nella ricostruzione della casa del Colle.

1 dicembre

20191201_185401Novembre alle spalle, dicembre alle porte, giornate si accorciano, ulteriormente, luci si accendono, precocemente, e con queste, anche il maestoso albero di Natale, posto in piazza San Carlo, a Torino.20191201_185438 Nella stessa piazza, il Presepe, con le 25 caselle, da “abbassare’ fino a Natale. Un tempo, non molto lontano (due anni?), tutto era concentrato in piazza Castello. Ricordo l’attesa, le luci, le autorità,  l’accensione, il rito, le camionette dei vigili del fuoco. Tre, due, uno, selfie a go go. Tutti stipati ammassati come un esercito di mosche, d’estate, davanti a prodotti zuccherino. Poi, per un mese circa, le vasche, su e giu,  ora li, ora qui, tra le bancarelle che fanno tanta montagna. Luci di Natale illuminano la citta’, e l’asfalto, reso ancor piu luccicante dalla pioggia che insiste fin dal mattino. Le bancarelle nei pressidel Comune smobilitano, complice la pioggia. Ci sarà, comunque,  profumo di zucchero, miele,  pace e armonia,  tra l’eterno dilemma “panettone versus pandoro”. Zucchero a velo e canditi. Tutto scivola velocemente come la giornata odierna, con la sua  “zona rossa” istituita per il ritrovamento di una bomba della seconda guerra mondiale, in zona San Salvario. Tram e bus deviati e punti di ritrovo per quanti, nella giornata di oggi, dovranno abbandonare le proprie dimore. A sentire il tg regionale,per gli intervistati, una giornata diversa. Molto.

17 novembre 2019

20191116_141343Qualche nuvola a coprire i pensieri ed il vento a pettinati, qualche surfista a cavalcare le onde del mare e della vita, il mare, rabbioso appena, sputa, schiuma e perdona addosso tutti i pezzi di sughero possibile. L’odore del sughero è  forte el’umidita è  una coperta addosso. Cani  e gatti solitari alla ricerca di qualcosa dopo la grande abbuffata estiva. Palloni e racchettoni raccontano pomeriggi adolescenziali lunghissimi,messi tra  parentesi, al tempo musicale  di tre stagioni. Il quadro però è  bello, con tutti i puntini sulle i e colorati sul, nel, fra, il cielo. Chi lo colora e chi è  il colore.

Verso Sud. Un anno dopo.

20191115_195603.jpgMi è sempre piaciuto viaggiare, in ogni tempo, in ogni dove. Col treno però, con più gusto. Di notte poi, ancora meglio, come ai tempi del treno notturno Torino-Napoli per fare colazione sotto la Torre di Pisa. Tempi di libretti universitari e tesi. Poi Roma e prima e poi Adriatica. Certi viaggi sono diversi da altri: alcuni  più lunghi di altri, altri ancora corti ma intensi, di quelli che lasciano il segno. Per sempre. La diretrice Adriatica è  quella che mi piace di più, da sempre, perche il mare di inverno ha qualcosa di particolare. Cosi cantava anche qualcuno. Maestoso, gonfio, impetuoso, con la cornice di case  vuote, sepolte dai ricordi di una estate aspettata col batticuore e benpresto andata. Tutto sembra un sogno mentre il treno sfreccia sui binari lucidi e le luci delle stazioni ne richiamano i posti di città, cuori pulsanti. Le luci di Rimini, e l’eco della gioventu che ancora risuona sui suoi cieli, la Rotonda sul mare ela spiaggia di velluto, la raffineria nei pressi di Falconara, Ancona, il suo Duomo, Pescara, Foggia e giu giu fino al tacco. Una volta giunto a capolinea del viaggio, Lecce, un saluto ed un fiore alle radici, poi, un salto veloce a Torre Lapillo, Porto Cesareo e verificare di persona i lasciti del maltempo dei giorni scorsi. Questo viaggio ha un gusto ed un sapore particolare, un anno dopo…il tempo passa certe ferite si rimarginano ma restano. Come restano per sempre i bei ricordi. Ciao pa.

“I miei martedi col professore” (M.Albom)

Due mesi dagli inizi delle lezioni e dal primo suono della campanella a.s. 2019/2020.  Tutti insieme, con e senza zaini, come immagini di Topolino: Puff puff, pant pant e “Pfi”, Uda, debiti, crediti..Dum dem dum….Non so esattamente cosa stessi facendo trenta anni fa tra un passaggio di tv e l’altro, a vedere ragazzi della nostra eta a cavallo, su di un muro, ad abbattere confini, ma sicuramente nel frattempo ero impegnato in qualche “mastrino” da poter chiudere per il giorno dopo, come una chiusura di partita doppia e dare e avere  e mai pensando di ritrovare alcune cose, oggi. Detto detto. Il muro di Berlino crollava e noi, studenti, ragazzi, ne avremmo parlato per molto tempo, molti anni. Al Ginzburg,  libro di storia contemporanea, economica, sociale, con una ruota su di una pagina bianca,  quella iniziale, ne sarebbero state aggiunte molte altre,  negli anni successivi.  Oggi. Il calendario di “Frate Indovino” rammenta che ricorre la festa   della Dedicazione della Basilica Lateranense.

Oggi. Libro. Lettura. “I miei martedi col professore” di M. Albom. Non conoscevo libro ed autore. L’ho appena terminato. Matita per stenografia, Tirone, di quelle del mio biennio di ragio”, per sottolineare le parti piu importanti. Una conoscenza casuale, un suggerimento, un consiglio e onestamente dalla lettura del titolo pensavo ad altro. Il titolo mi piaceva  e  molto. Rimandava ad una sorta di ricevimento, di quelli, tanto per intenderci riservati alle tesi, alle code in qualche piano di Palazzo Nuovo con la conesgna di un capitolo nuovo e la restituzione di quello vecvhio, corretto dal professore o suo assistente. Quindi, incontri finali, prima della discussione finale. La tesi o tesi, difatti, c’erano nelle pieghe del libro,  di quelle gia discusse. Qui, si parla di una nuova tesi.  16 anni dopo una tesi in sociologia  un ex studente laureato incontra il suo professore.  E quale incontro! Mi è  piaciuto molto e lo consiglio. Nelle pagine del libro ho avuto modo di reincontrare situazioni, luoghi,persone a me care, per esempio, mio padre. Ne consiglio la lettura. Difficile trovarlo, ma si riesce. Ne ho prese alcune copie, da donare a persone care. Un libro, una pista di discussione sulla religione, religioni, valori e temi importanti. Che affrontiamo tutti noi. Prima o poi.

Santi

Giornata dedicata ai Santi, e nella nostra città, Torino,  in particolar modo a quelli sociali. Sulla loro tradizione (don Bosco) in tutti gli oratori, si cuociono castagne e così, a Valdocco emana ancora , oggi  il profumo delle caldarroste, di ieri e di oggi, niente a che vedere con quelle che si vendono in alcuni punti della nostra città. Care, poche, in cartoccio, da passeggio, che hanno sostituito il gelato, archiviata la stagione estiva con relativa appendice. Qui c’è  qualcosa in più, la  storia, le storie, il cortile, l’attrezzo per cuocere, la carbonella, la scelta del cortile, perché in tutti gli oratori salesiani, i cortili sono sempre piu di uno.  E non resta che la scelta, a seconda del tempo. E poi, la figura indimenticabile, quella di Zagato, salesiano, col viso apparentemente burbero ma buono, maniche corte e castagne a go go. Da molti anni non c’è  più ma tutti lo ricordano con affetto, soprattutto i suoi modi di chiamare  chiunque si trovasse a passare oltre la scritta, “Primo Oratorio Salesiano”, “trumbun”, “badola”, “napuli” distribuiti in quantità industriali a ragazzini un pochino discoli e pronti a distoglierlo dalla sua “impresa sociale”. Dopo l’oratorio, da grandi, poi, tutti noi abbiamo avuto una zia, Mariuccia, nostra o della ragazza o fidanzata, o adottata,  o altro, che davanti ad una stufa in ghisa, tra un mistero del Rosario e l’altro, un che ore sono? e racconti di vita passati, senza tv, internet, smartphone, si sbucciavano castagne bruciandoci polpastrelli, ripetendo il classico rito. Altri tempi.

30 ottobre 2019

20191030_171926Ottobre lentamente volge al termine e là  dove oggi si apre una grande autostrada cittadina, in corso Principe Oddone, ieri c’era il trincerone, il treno (oggi scorre sotto il ventre del corso) e  a pochi passi staziinava  la palina con le fermate dei bus 49, 46, 52) rispettivamente verso Settimo, Mappano Leini e Torino zona corso Grosseto. Il tutto illuminato  dalle luci della storica farmacia “Dell’Ausiliatrice”. C’era il walkman al posto dello smartphone che allietava il ciondolare dei lunghi viaggi, dal centro alla periferia, su quei bus ( che se ti fosse capitata la fortuna di trovare posto sui sedili, sei, tre e tre che obbligavano a guardare i passeggeri, dal vago sentore di un viaggio sulla lavatrice) passando dal Reba, mitico posto salesiano, grande piazza dove convergevano via Cigna, corso Vercelli e Corso Grosseto con un albergo vicino che aveva qualcosa nel nome, vago, di vacanza. Omen nomen? E  una volta scampata via Nino Oxilia e il confluire lento dentro corso Giulio, si apriva la porta poi verso Milano coi suoi due grattacieli visibili da via Ivrea. Oltre, la Falchera coi suoi campi da gioco. Divisa in   nuova e vecchia, raggiungibile  da un bus soltanto, il 50. Come le lire. Campi da gioco illuminati a giorno e sopra i due cavalcavia un odore ancora presente al ricordo. Estate e inverno. Altri tempi. C’era del romanticismo a passare sotto il ponte di ferro, dove tutto questo viaggio aveva inizio, in corso Principe Oddone, quando sopra le teste, il rumore del treno assordava tutto, inghiottiva molto, perdeva alcuni, delle voci, e non si capiva nulla, tanto che da piccoli, ci si perdeva nelle mani, rassicuranti,  di mamma o papà,  da grandi in quelle femminili, di un’amica, o di una storia importante, e a quel rumore il tempo si fermava, tempo di un bacio, dolce, un  pochino bagnato da labbra e acqua proveniente dal ponte maestoso, in ferro.E  quando pioveva e gocciolava addosso ai passanti, in quella striscioline di via, sotto il ponte, non c’era posto per tre o quattro. Ti fermava e lasciavo passare. C’era del romanticismo sotto il ponte, con le luci della ferramenta che giungevano, fioche, impercettibili, nei pressi. Da  piccolo, la filastrocca di papà,  in attesa, “passa il lupo sotto il ponte….”, da adolescente, l’amore. C’era del romanticismo, li sotto e poi nei pressi della  palina, a due passi piu due da Valdocco, quando nell’attesa del bus non ci si ricordava il gusto del bacio di prima e tutto ricominciava. “Poi, quando arrivi a casa, chiama. Sono le 19, a che  ora arrivi?” “E, deve spaccare tutta Torino, la lavatrice. È poi, se trovo la cabina del telefono occupata?” C’era una volta, ma esiste  anche l’oggi  e ora è  tempo di caffè.

28 ottobre 2019

20191028_092457Dalle parti della fermata Carducci Molinette c’era un giornalaio, un chiosco, proprio a pochi passi dall’ospedale. Oggi, con rammarico, ho scoperto che quel distributore di informazioni  è  chiuso, forse in vendita, da quanto, onestamente, non lo so. Velocemente ho pensato a quante stampe della Torino antica ho comperato proprio li, allegate ad uno dei quotidiani nazionali. Come mai mi dirigeva  fino li, non ne ricordo il vero motivo. Era il periodo della guerra del Golfo, i quotidiani e le informazioni si consumavano come il pane e la lettura, come oggi, era preghiera laica.  E cosi, negli anni successivi, quando sulla via sferragliava il tram, il numero uno, stesso tragitto coperto ora in sotterranea  dalla metro sistema Val mi recavo alla stessa edicola per i quotidiani, per un caffè, prima di un incontro, di una uscita dei “tecnici di laboratorio”. La collina li, a far da sfondo e il Po, il Valentino, tutto così romantico.L’uno era davvero un carrozzone  talmente lento che tra via Genova, via  Nizza e Corso Vittorio Emanuele, imbottigliati due volte, nel traffico e nella pancia di quell’ ammasso di ferro color arancione,  si potevano sperimentare 4 stagioni in una corsa sola! Esagerazione, ovvio, ma solo per rendere efficace la lentezza di quel tram in una Torino caotica. 20191028_165044Eppure c’era qualcosa di romantico, su quel tram, che ricorreva altri bus, i cambi, i sali scendi, della Torino che restituisce quanti l’hanno usata per lavoro, studio, cure, fino all’incrocio con altro bus, al monumento, dove spostava il 50, direzione Falchera e poi 46, direzione Leini. Insomma, si consumava una gita intera, davvero una faccenda romantica. E sprovvisti di cellulari, c’era del romanticismo sui foglietti depositati nei pressi del capolinea, “oggi uscita prima, non mi aspettare”. Sembravano “Anni al contrario”, pagine di libro. C’era del romanticismo.

27 ottobre 2019

La collina torinese si veste di nuovi colori e le “parrucche” di quelle cangianti (rosse,  gialle, arancioni, verdi)che rasentano il corso del lento, caro e vecchio fiume Po si snodano fino a inerpicarsi lungo i Cappuccini e Superga  e ancora non fanno  pensare che è  in atto un cambio radicale di stagione. Anzi. Neanche l’ora, quella solare, subentrata a quella legale ne può qualcosa a questo 88  giorno d’agosto. Chi corre, chi sgambetta, chi passeggia, chi legge sui prati come fosse giugno e chi da quelle pagine comincia e disegna  una storia e chi la termina. I Murazzi sono animati come una volta, quando….Continuo la mia corsa, mi lascio alle spalle piazza Vittorio, scendo, costeggio la targa che ricorda l’eroismo di Soldati, risalgo, corso Vittorio da una parte, coi suoi tram e il caos che tutto inghiotte, il Valentino oltre, svolto a sinistra e ricomincio il mio giro.

Senza parole

La pioggia, oggi, è  davvero incessante, e ogni goccia che cade allarga le pozzanghere e dilata ricordi. Era il ’94, era  il 2000, eravamo a Borgo Dora, e ai giardini Cavour, erano 20 o 30 i centimetri caduti di pioggia  e i Murazzi chissà come stavano e come erano messi. I ponti chiusi, e per Sassi e per via Cigna e per corso Principe Oddone  mentre e le fabbriche annunciavano e ponevano le marstranze in libertà.  Alle macchinette del caffè, tra una pausa e l’altra, un paio di giorni dopo, si discuteva se la messa in liberta sarebbe stata pagata come cassa integrazione dallo Stato o dalla regione. È  la forza dei ricordi. Non ho avuto tempo e modo, e forse voglia, di abbozzare qualcosa, ieri, come ogni 23 di ottobre, “Mi ritorna in mente”, puntuale, come un orologio svizzero, un episodio di vita scolastica. Protagonisti, un bimbo ed una gomma, di quelle blu e rosse, buone non per cancellare ma per creare perugi sul goglio, gomme rigide, che ha rallegrato l’infanzia di quanti non conoscevano ancora  i bianchetti, che per molti oggi non sono altro che  un bel bicchiere pomeridiano e per gli studenti invece, un tratto bianco a copertura dell’errore fatidico. Bene, o forse no, quella gomma si rompe, proprio a metà, e, alzandosi in piedi, prendo le mosse alla ricerca di una colla pastosa, forse vinavil, che, forza dei ricordi dilatati, ricordo quella boccia bianca enorme, come un contenitore di ammorbidente posto sopra la lavatrice. E forse, pure quelle, dilatate dalla forza dei ricordi, come l’urlo, stile Tarzan della maestra, colpevole io, di essermi alzato.  Terrorizzato e impietrito, rimasi senza colla, senza gomma, senza parole. Vasco Rossi, l’avrebbe cantata anni dopo.

Un altro mondo è possibile!

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