15 8 2018

Diventa quasi  imbarazzante augurare buon ferragosto dopo la sciagura di ieri,  a Genova: il crollo del ponte Morandi. Una sciagura. Ieri pomeriggio alcuni canali tv rimandavano le immagini del disastro con  la pioggia battente,  incessante,  a dirotto, quasi a voler significare che nelle tragedie,  nulla poi viene a mancare, (insomma,  non ci facciamo mancare proprio niente),   le case a ridosso,  sotto quel tratto di ponte,  rimasto in piedi, (sotto quel ponte, che doveva sembrare a molti,  un tetto aggiuntivo),   i soccorsi,  la confusione,  i fasci della ferrovia,  il letto di un fiume,  un furgone a pochi metri dal precipitare, (e molti altri,  caduti,  in seguito al crollo) il viadotto sulla A 10.  Impariamo tutti alcuni nomi e altri ne ripassiamo. Che quel ponte,  simile alla lontana,  a quello americano,  ricordava a molti  “la gomma del ponte”,  che ad inaugurarlo fu un Presidente della Repubblica,  Saragat (1967)  e che le problematiche furono molte,  fin dagli inizi,  anche se,  a detta di molti,  avrebbe aiutato a “decongestionare”  e molto il traffico.  La “camionabile” qualcuno la chiamava. Ancora,  la “Gronda”.  E poi,  i titoli dei giirnali di questa mattina,  più  o meno così : “Come in guerra”,  Genova ferita”,  ” Genova divisa in due”. Il pensiero ovviamente va alle vittime e famigliari e a tutta Genova. Poi sarà  il tempo per accertare responsabilità  e ricostruire,  rispettando la natura,  il suolo,  utilizzando nuovi criteri. Ricordo il ferragosto di anni addietro,  Sandro Curzi,  direttore di un giornale,  scriveva sempre il suo editoriale,  con lo stato del Paese,  augurando un buon ferragosto e sperando in qualcosa di migliore,  a partire da domani.

13 8 2018

Dicono che ferragosto sarà  con l’ombrello.  Dipende dove.  Nel frattempo le stelle son cadute,  chissà  dove e i desideri chissa’ quali e per chi. Tra le mani,  un libro,  appena concluso: “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu.

È un libro storico,  che narra vicende storiche sarde e dell’autore,  Emilio Lussu,  tra il 1922 ed il 1926.

8-8: infinito su infinito

Infinito su infinito. Così si diceva l’8-8 e in quel modo idi intendere l’8-8 del 2008,  in molte coppie,  in Cina,  finirono,  dopo un periodo di fidanzamento,  per convolare a nozze. Era l’anno delle Olimpiadi e dell’amore infinito, concesso da due numeri distesi,  che si piacciono e pronti all’amore: 2 otto…  Così era  e così piaceva. A molti. Ma l’8 agosto lo ricordo per la grande tragedia sul lavoro a Marcinelle. Correva il 1956.  Nel 2006 mi trovavo dalle parti di Bruxelles,  in un bar.  Leggevo i giornali insieme ad altri avventori e dialogando scopri`che erano stati come ogni anno,  il giorno prima,  “proprio li”,  sul luogo della “castrofa”. Comincia i a leggere,  informarmi,  vedere video e canzone “carbone” e ogni volta che posso,  in classe,  ne parlo.  Quest’anno,  alcuni maturandi,  trattando il tema sul lavoro,  il conflitto capitale-lavoro,  lo sfruttamento,  il concetto di nuovo lavoro,  encicliche sociali, globalizzazione ecc.  ecc. ne hanno ampiamente illustrato la storia nelle loro tesine. E una ha preso anche 100. E oggi, due messaggi da loro,  chi al mare e chi in cerca di lavoro:”Prof. oggi abbiamo ricordato la tragedia di Marcinelle. La catastrofa. “

5 Agosto 2018

Madonna Della Neve. Da una delle tante botole,  poste “solennemente” in cima, osservando il soffitto della Basilica di Santa Maria Maggiore,  a Roma il 5 agosto di ogni anno, come per magia,   “scende neve”.  Più  volte mi è  capitato di partecipare a questa funzione;  o perché  stazionavo a Roma o perché “in avanzo di tempo” e in procinto di prendere altro treno,  direzione Salento.  E ogni volta,  con zaino o senza,  sempre sotto una cappa di afa o sole africano,  a “fette”, con la mia bottiglietta dell’acqua  (come tanti altri): “Mangiatorella” era la mia,  tra le mani,  con la “scucchia” protesa verso l’alto ad invidiare quella “neve” anticipatrice di un tempo,  certamente più clemente e  fresco. Non solo l’occhiata al calendario e la giornata dedicata a Santa Maria della Neve (Santa Maria e’ una festa molto sentita in Salento,  con Villa e banda e bancarelle di dolciumi e giocattoli di ogni tipo e nonni in coda alla posta per il ritiro della  “paca”  anche quando nel corso degli anni non è  più paga ma pensione) mi riportano contemporaneamente a Roma (non certo la spiaggia “Tiberis”) e in Salento ma in particolar modo rivivo Roma grazie alla conclusione del libro di P. P. P. “Vita Violenta”.  Questo Tommaso,  protagonista,  nel bene e nel male,  del testo,  con la sua crescita personale,  sociale,  politica e l’amore per Irene mi hanno lasciato davvero il segno. Quando si termina la lettura di un libro è  un po’ come lasciarsi con una persona cara,  che ha instillato qualcosa dentro,  un mix di emozioni alle quali,  per molto tempo,  non si  riesce a dare un nome,  conoscerle,  riconoscerle. Certo non voglio svelare nulla di questo testo ma i personaggi li ho trovati unici, grezzi e delicati allo stesso tempo,  con tratti  psicologici simili  a quelli narrati  da Dostoevskij.  In particolar modo, Tommaso e Irene. La profondità dell’animo umano,  la discesa negli abissi e la voglia di riscatto. Ecco,  Tommaso ha avuto una grandissima  voglia di riscatto. Anche nel congedarsi,  dagli amici: “non state qua con me. È  domenica,  andate a divertirvi… “,  più o meno,  questo è  il senso della frase in uno degli ultimi versi che non descrivero’ (mi piacerebbe invogliare i miei studenti alla sua lettura). E poi l’amore per Irene e quello di questa per Tommaso. Un bellissimo libro. Davvero.

Bologna 2 agosto. 10. 26

2 agosto. Il treno corre,  i momenti di spensieratezza alle spalle e tra poco identica sorte tocchera’ al  mar Adriatico: lasciata Rimini,  sulla destra,  direzione Nord, mentre si allontana sempre più, col suo porticciolo,  il ponte,  l’arco,  e   mentre l’intercity Pescara Milano accelera la sua corsa e rende sempre più  distante ogni cosa. È  sempre triste lasciarsi cosi,  ma è  la vita,  il suo corso,  e la corsa  di questo treno. Poi,  molto sfuma,  “vola” via: alberi,  case,  trattori,  terra appena lavorata. Frutta,  alberi da frutta,  chi la raccoglie,  chi no,  cassette piene e vuote,  lavoro, uno stadio,  sulla sinistra: e’ Cesena,  che “mi ritorna in mente” quando era in serie A,  con un grande giocatore,  passato poi al Torino. E’ Cesena,  che il “notturno”un tempo rasentava la cittadina alle 0.1. 50,  e in tanti a correre al finestrino,  quando l’aria condizionata ancora non c’era e piaceva godersi la notte a molti. Ed erano sicuramente certe notti. E piaceva guardare davanti,  che indietro c’era rimasta la fabbrica e le sue porte e finalmente si era in ferie! E pace alle zanzare e a quel caldo appiccicoso. La tredicesima rendeva un pochino piu ricchi,  e  con quella e lo stato di famiglia si faceva il biglietto per tutti e il Sud era a portata di mano.   Ah, si intende: posti in treno rigorosamente a sedere;  per  le cuccette non sarebbero bastati i soldi di quel premio produzione. Poi,  e’ la volta di Faenza,  con un giro che non so se “di do” ma di memoria “si”, e spunta con il ricordo del treno delle 7. 30,  un cuore di metallo senza l’anima, e  Marco che chissà dove è,   ora,  e se ogni tanto ci pensa ancora,  a Laura.  Laura che nel frattempo e’ cresciuta e divenuta famosa. Quello era il tempo della Laura piccolina,  studentessa  e al Festival,  così che ogni volta che ci passi,  da questa cittadina, ripensi a quel periodo e alle sue nebbia (cittadine)e al suo buon cibo. E a quelle sue canzoni che fecero amare,  innamorare e piangere. Strani amori. Il cibo peto’,  quello si che rende allegri! E poi,  le vacanze di Natale,  il freddo pungente,  le belle ragazze… poi lentamente arrivi a Bologna. La locomotiva tossisce,  rallenta,  non riesce ad espettorare,  neanche dando un colpo con la mano. Un paio di gocce scivolano sul finestrino. Umore acqueo della locomotiva. Sono passate da poco le 10 di mattina. È  il  2 di agosto.  “Io non dimentico”. C’è  il bus 37 in piazza,  oggi,  come nel 1980, che da bus cittadino divenne ben presto una sorta di ambulanza dopo lo scoppio di  quella bomba lanciata propria nella stazione di Bologna. Io non dimentico.  Sono le 10. 26. A Bologna.

Senigallia

Le conchiglie che danno corpo ai numeri del mese,  inserite all’interno di un piccolo giardino al centro di una rotatoria cittadina,  sono stati “girati” nella notte: 1 agosto 2018.   Sarebbe interessante conoscere l’addetto a questo lavoro e ugualmente interessante conoscere se quel “datario” è  modificato anche in inverno,  il 25 dicembre,  a mezzanotte, per esempio,  o il primo gennaio,  spumante alla mano. Curiosità.  La fontana è  a due passi,  pronta a disettare la moltitudine dei passanti che rasentano la rotonda per immettersi nelle vie dello struscio in questi giorni e serate tanto anni ’50. La fila degli stabilimenti,  e i loro numeri “civici” comincia ad animarsi, di primo mattino,  tra aroma di caffe’ e brioches,  tra  chi corre e chi suda, e chi non corre e suda ugualmente,   chi passeggia e chi va in bici nell’apposita pista,  chi gioca a pallavolo in minuscoli campetti adiacenti la spiaggia e chi invece semplicemente guarda e attende.  Gli “occhietti” dei numerosi alberghi lentamente si aprono: “cra,  cra,  cra… “,  il rumore delle finestre che si aprono, dopo aver tirato su,  e lasciar passare luce, e riflettere ogni cosa, dopo la notte che ha sigillato e trattenuto il fresco,  grazie ai condizionatori e alle pale dei ventilatori o semplicemente,  grazie alla notte.  Il sole si sta affacciando sul mare,  lato Grecia,  e alle 8 il sole e’ gia alto e fa caldo come fossero le 12. Alla stazione,  a due passi,  i  treni,  a sera si svuotano di tante ragazze e ragazzi “anni ’50” riempiendo  i sortopassaggi della stazione e le vie della cittadina,  tra la Rocca e il centro storico e le vie che danno sul lato mare. E sempre festa,  qui,  a Senigallia. È  l’avvio del Festival Summer Jamboree.

Recanati

Dopo un breve passaggio a Loreto per un ripasso veloce sul significato delle formelle poste sui portali della Basilica  (nascita di Adamo,  Eva,  nascita del lavoro,  teologicamente,  uccisione di Abele,  cacciata dal Paradiso,  caduta,  ecc. ecc. ),  all’interno della Basilica,   sulle sibille e profeti,  sul Pomarancio e sul Lotto,  d’obbligo era il recarmi ancora una volta presso “Casa Leopardi”,  a Recanati,  città  della poesia. C’ero stato un paio di volte ma ad ogni visita aggiungo un pezzetto di conoscenze che per un motivo o un altro non avevo ben recepito nelle passate visite. Solo un dato si è  scolpito bene-bene fin dalla prima visita: la quantità di libri letti dal poeta italiano,  catalogati dalla stessa famiglia ed esposti al pubblico.  Un gioiello,  una biblioteca che il papà di Giacomo  avrebbe voluto a disposizione di molti.  Un’ altra informazione che voglio condividere e ritengo sia utile a quanti si appresteranno in futuro a fare visita.   Nel Palazzo che si  apre al turista si manifesta con tutta la sua imponenza con uno scalone monumentale,  il primo consiglio-obbligo,  utile e’ che non è  ammesso scattare fotografie.  Nel Palazzo infatti (che vede la prima pietra di costruzione,  indietro negli anni,  ben prima dell’insediamento del Conte Monaldo),  al secondo piano,  risiedono ancora i discendenti di Giacomo Leopardi.  Unica concessione,  si possono scattare foto ma fuori dalla finestra della biblioteca, affaccio direzione piazza e casa di “Silvia”. Il caldo è  davvero insopportabile e quel piccolo fazzoletto di ombra prima dell’accesso e inizio percorso con  visita guidata,  ce lo contendiamo in una quindicina di innamorati della cultura e della storia di un grande uomo,  poeta,  letterato, e della sua grande famiglia. Nell’attesa che si faccia l’ora esatta  per la visita, si sconfigge il caldo con tutti gli stumenti a disposizione: ventagli,  acqua e ventilatori portatili,  di quelli a pila. Si,  anche questi,  “ventolatoli” con pile a “mandola”.  Troppo forti e simpatici. Gli orientali non si fanno mancare nulla,  neanche l’autan contro le punture dei “moschito”.

Tra i 12 mila e i 15 mila,  letti dal giovane Giacomo,  la sua biblioteca,  il ruolo dei precettori,  il suo luogo di studio e punto di osservazione per la bella Silvia,  cioè  Teresa Fattorini. “Ah,  Silvia… ” morta così precocemente,  nel fiore degli anni,  quando a quella età,  normalmente si progetta,  si programma.  Ma “a Silvia” era più  che altro la necessità di scrivere,  10 anni dopo la morte di Teresa,  un giudizio sulle speranze disattese dei giovani. Questa volta non mi sono fatto mancare una visita presso la residenza dei Fattorini (il papà  di Giacomo,  Conte Monaldo,  aveva promosso a rango superiore quello di Teresa,  adibendolo a cocchiere di famiglia),   la dimora di Teresa (la Silvia),   la sua cameretta,  i suoi attrezzi da lavoro. “E l’amore? C’era posto per l’amore tra Giacomo e Teresa? ” Chiede qualcuno tra i visitatori.  Certamente i due,  Giacomo e Teresa,  si conoscevano e probabilmente qualche scritto e qualche occhiata ci saranno stati ma… socialmente erano posti su gradini differenti,  quindi,  probabilmente, niente amore. Anche se il dubbio,  a visita conclusa,  a qualcuno,  resta.

Loreto

Tornare a Loreto, guardando l’orologio, e scoprire di essere in ritardo,  di un paio di anni. Un posto,  Loreto,  dove la fede la tocchi davvero con mano. Lungo la scalinata che porta su,  in cima al Santuario,  non si incontra nessuno. Si sente,  e si ascolta(cicale cantare) e l’odore del mare,  qui,  a due passi,  ad una collina d’altezza che,  sale su;  si vede il luccicchio  del mare,  a distanza,  il Conero,  immaginando Numana,  e i bagni fatti,  e Sirolo,  quelli immaginato. Il Conero, che sembra una balena spiaggiata,  l’ A 14 e l’Italia che parte,  o riparte, gli ulivi e molto altro ancora. Le “macchinine” perche’ dall’altro sembrano tanti modellini, vanno,  giu,  verso Sud mentre le “frecce”,  quelle bianche,  “tagliano” l’Italia. Le “pagode” della stazione sono ben visibili e riconoscibilissime dall’alto e danno l’idea della moltitudine dei pellegrini,  inizialmente disorientata ma via via felice e serena. Scalini,  via Crucis,  cimiteto polacco,  ancora un altro sforzo e ci siamo.

In cima e dentro al Santuario, si incontra e si porta la fede. E qualcuno la trova anche.   Un gruppo di Pellegrini, si salutano si danno appuntamento all’anno prossimo.  Più puntuali di me. Hanno appena terminato la loro settimana di ritiro spirituale. Dentro al Santuario mi perdo e lascio raccontare il tutto. E mi accingo ad ascoltare.

29 luglio: santa Marta

L’asfalto è lucido,  sembra bagnato.  Alle 13. 12,  il dislpay oltre la “rotonda” stradale che unisce Settimo Torinese a Torino ci informa che e’ il 29/07/2018 e che in quel “fazzoletto”di cittadina ci sono 37 gradi e  poi 38. La palina del bus 49,  fermata “Centro Sportivo” di Settimo,  direzione Torino,  segna che il bus passerà da qui alle 13. 21. Per non perderlo arrivo prima.  Come molti altri,  in uscita da un ospedale,  chi per trovare parenti,  chi amici,  in una domenica del Signore che ricorda Santa Marta.  Non lo vedremo,  in gruppo, appollaiati come tanti turisti giapponesi sotto la pensilina, un po’ di lamiera e qualche cespuglio, almeno fino alle 14. 06. Nessuna indicazione sul perché del ritardo. Chi ha un dispositivo  “app” sul cellulare informa il gruppo in attesa che l’arrivo “scivola” via dalle 13. 56 alle 14. 05. Uno dietro l’altro,  come tanti vagoncini di un treno,  ci giriamo e avvisiamo il nostro vicino. Quasi un’ora di attesa mentre dall’altra parte,  direzione Settimo,  ne passano due,  di bus. Una volta saliti,  e giunti a Torino,  in via Bologna e fino alla rotonda, un tempo luogo della stazione Dora,  il bus si riempie fino all’inverosimile. Ci vorrebbe un autosnodato per contenerci tutti, con mercanzie varie a corredo. Il bus ad ogni fermata tossisce,  espettora. Nessuno sciroppo potrà rimetterlo in sesto. Almeno nell’immediato. Al suo interno-inferno,  è  un festival di profumi.  Le macchinette azzurre “bip” restano “disoccupate” o “sottoutilizzate”.  Il pensiero corre alle rilevazioni: se ci saranno delle “contabilità” su quanti clienti hanno usufruito (e prendono,  perché  oramai è  un po’ di tempo che uso questo bus,  mentre prima identica sorte,  in alcune fasce orarie, accade per 3-16 tra rondò della forca e ospedale Maria Vittoria) del passaggio- bus,  la macchinetta potrebbe “dirci”: pochissimi! Un brivido caldo  corre lungo la schiena: e se dovessero tagliare le corse ulteriormente perché non giustificate dagli utenti? Gia’…. Un tempo erano gli omini Doxa a segnalare entrate e uscite e contabilità… quando la tecnologia era lontana e vicina da venire.   E quindi corse e passaggi. Oggi dovrebbe essere questo affarino blu a rendicontare. Mi piacerebbe verificare quante persone oggi su quel bus sono state contabilizzate e smentire.  Forse sarebbe il caso di mobilitare il personale gtt… forse… Cosi da cominciare a capire che sono piu adatti i bus doppi. Avere dei bus migliori, senza tosse,  sani e robusti,  costituzionalmente,  tutti,  ognuno come puo’,   paline con orari esatti, aria condizionata…. E pensiline e panchine per anziani,  in attesa.

Ps. Ultima considerazione. Anche  le “pipinare” di Pasolini bell’Italia anni ’50,  Roma, si preoccupavano del biglietto.

Oggi,  Santa Marta…. qualcuno indicava la giornata di oggi come la più indicata per andare alle urne…

Ritorno a Roma

Dopo aver lasciato Spello,  Spoleto e Assisi faccio ritorno velocemente nella capitale. A Spoleto ho respirato aria internazionale, da “due mondi”,  inserito in un contesto da “Festival”non  di canzoni ma di cultura.  A Spello,  profumo di fiori tra vie cittadine ben “infiorate”,  e profumo di arte,  alla ricerca di Baglioni,  (ma nom il cantante! ) Cappella, affrescata dal grande Pinturicchio.  Ad Assisi,  l’aria e’ decisamente spirituale.. ,  da raccoglimento e ricerca.  C’erano un tempo,  dalle parti di Valdocco,  i “gruppi ricerca”.  C’erano,  un sabato e una domenica,  una volta al mese. Erano belli, interessanti. Se non ricordo male… una volta a Valdocco,  una volta da qualche parte,  una volta,  perfino ad Assisi. Una volta,  quando non c’erano smartphone,  facebook e le storie erano diverse da quelle di Instagram. Terminati gli incontri,  ci si scriveva sulla mano il numero di telefono fisso,  la via,  il cap e la scuola. “Cosi una volta ti vengo a prendere”.. “Scrivimi,  ti prego,  ti amo,  yeah… “.  Cosi nascevano le amicizie. Ah, Roma c’e’….! A Roma il Tevere “score” e così l’Aniene. Lentamente fluiscono. E cosi il flusso dei pensieri e della coscienza. Apro e chiudo il libro “Ragazzi di vita” e ne intercetto i luoghi,  il Fontanone,  piazza san Pietro in Montorio,  cosi difficile da raggiungere in bus (nulla da aggiungere nel qual caso uno di quelli si dovesse rompere,  perche’,  mi dicono sia solo uno e uno soltanto a fare il giro del Gianicolo. Sara’ vero?  Quello che avrei dovuto prendere “espettorava” gia’ da  un pezzo, all’ombra della pensilina,   e cosi,  l’uomo con tuta Iveco giunto da qualche officina con l’ossigeno in mano,  ne decretava qualche minuto piu tardi il ricovero coatto)scendendo giù,  per gli scalini,  arrivando a  Trastevere, il palazzo del Ministero dell’Istruzione…

Il “Riccetto”,  pischello di P. P. P.  tuffatosi,  anni prima,  dalla barca, (nel fiume),  che lentamente segnava il fiume,   per salvare la rondinella che rischiava la vita,  ha guardato,  da “grandicello” la lenta agonia di Genesio,  travolto dai mulinelli,  attratto e  respinto dall’acqua.  Genesio,  mentre affonda,  guardato dai fratellini,  panni stretti fra lebraccia.  Lacrime,  che velano la vista mentre svelano chi siamo. Qualche anno in più  e l’individualismo e l’egoismo del Riccetto prendono il sopravvento. Eppure… solo poche pagine prima era impregnato di una tensione ideale,  di solidarietà,  di prossimità,  di vicinanza alle creature piu fragili. Fosse il titolo di una canzone sarebbe “come si cambia”…

Un altro mondo è possibile!

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