Referendum

Buongior-no. È. Una settimana che non “scarabocchio”, preso da linee guida, disposizioni, norme, numeri, linee a terra e non mi sono reso conto del tempo che passa, e degli appuntamenti mancati con la storia. Ma oggi, no. Eccomi, puntuale, il primo, davanti a quella che è stata la mia scuola elementare. Un nome “pesante”, da libro Cuore ed il suo autore. Esco, il cielo annuncia cambiodi stagione. Il vento mi accarezza e cosi si accarezzano le foglie degli alberi. Il cielo è  grigio nero ma senza nuvole a scacchiera.  Aria che sa di pioggia. Mancano 10 minuti alle7. Corso Umbria, corso Regina…Il corso, lungo, Regina Margherita,i tram, verso il mercato, da una parte,  gli ospedali  dall’altra.  Entro. Nella mia sezione, anche se un tempo, lo erano quasi tutte, in questo spicchio di circoscrizione che era la 7. Una circoscrizione lunga che attraversa Porta Palazzo, fino in corso Belgio, Sassi e Superga. Quest’anno non farò  il rallresentanre di lista, come capitato per le ultime tornate elettorali .  Tutto, un tempo, le passioni, pure. Dopo aver ripensato velocemente a tutti coloro che mi hanno consegnato qualcosa in questa passione civile, entro. Dimostro a scrutatori giovani e in rodaggio, di conoscere le regole. Identificazione, mascherina giu, gel, urna. Il corteo di chi mi ha passato molto è  veloce nei pensieri, piu di quelle 4 azioni da fare. Sono tanti e affondano le radici negli anni. Volti che passano e che hanno segnato in qualche modo la storia. Mascherina. Carta di identità. Tessera elettorale. La sezione, il seggio. Il segretario mi chiede di abbassare la mascherina per il riconoscimento. Un attimo. Documenti, gel, matita, scheda, voto, urna. Ringrazio, esco. Una giornata lunghissima. Anzi, due. Ci rivediamo-riscriviamo domani sera. Per vedere l’effetto che fa. Per ora, buon caffè  a tutte e tutti.

La prima campanella

La lunga attesa è terminata. E’ tornata a suonare la campanella nelle scuole italiane. 5 milioni e mezzo, oggi, di studenti ed un milione di insegnanti, circa. Molto probabilmente qualcuna, qualcuno, avrà dormito poco, perché il primo giorno è sempre il primo giorno. Ansia, paura, gioia, emozioni contrastanti. Qualcuna non vedeva l’ora di ricominciare perché  la scuola  le è mancata, davvero, molto. La ripartenza più attesa ed emozionante di sempre. “Che temperature”. Compagni di banco, distanziati. Posti assegnati e non scelti. Un tempo si arrivava primi per sedersi in fondo o scegliersi il posto piu strategico. Molte direttive, i ragazzi le conoscevano già, tra mascherine, temperature,accessi: il ruolo delle regole. Strisce, di ogni colore. È bene insistere, sempre. Leggerle, ripeterle, assimilare. Un occhio veloce alla pagina del calendario, lasciata li, sul muro, a raccontare qualcosa, come una pagina di storia. Correva il mese di febbraio. ..C’erano le vacanze di Carnevale e le bugie, o le chiacchiere, ma stava per iniziare una triste realtà. Tre giorni di vacanza, le prime chiusure. Oggi è il giorno in cui si ricomincia, lentamente. Si rimette in moto l’ascensore sociale. Oggi è  ricominciato il tempo delle relazioni, della conoscenza, dello scambio, della comunità,  del viaggiare insieme, dei “compagni” cum panis. Finalmente non devo chiedere se hanno disponibilità  di giga (quanta tristezza nell’averlo chiesto!),  il tablet, il pc, se devono condividerlo con sorelle, fratelli, madri, padri costretti in smart working,  e quale  compagnia telefonica hanno.  Non devo più entrare nelle case altrui  perché  è  la scuola, casa loro… finalmente non sono più le iniziali di un nome su “meet” ma volti, allegri, tristi, assonnati, pensierosi, preoccupati, ….oggi è  ricominciato  il viaggio, e allora, da parte mia, l’augurio più bello, dal cuore, che sia un buon viaggio, per tutte, per tutti, carissime studentesse e  studenti.

Tempi…..”moderni”

A Piazza Statuto il tempo pare essersi fermato. Quelli che cantavano “abbiamo vinto il festival ,di Sanremo”, stazionavano, chiacchierando, sorridenti, esattamente dove c’era un botteghino atm. Un paio di motorette, qualche bici, qualcuno che ride e altri “che c.o ridi”. Poco distante il capolinea del 71, si, quello che andava al Palasport, e….un lampo, manifestazioni a go go. Quando contava il lavoro e contavano i lavoratori. Quando il lavoro c’era. Una foto di E.Bosso vigila e abbraccia loro e tutta la piazza. Le loro fisionomie e voci sfumano passo dopo passo.. La piazza si apre a me, come il colonnato del Bernini, in un abbraccio, che prima o poi, vedrai, non lo mollo più. Sotto il colonnato, dietro le mascherine, riconosco “il mio medico” dei tempi della scuola, quando c’era la direzione didattica e il medico.E il medico, era lui. Il mio medico del pomeriggio lo era anche della scuola al mattino. Si, il medico a scuola. In quel periodo c’era anche, una volta la settimana, la piscina, il bus per portarci, perché c’era attenzione a tutti e tutto…..Scambiamo quattro chiacchiere, di quando il medico era una istituzione e lui lo era davvero. Tra una e l’altra, scopro che la moglie legge di tanto in tanto quel che scrivo e pubblico, tra una mostra a Roma e l’altra con “l’arte di appassionarmi” all’arte. Mi fa i complimenti. In un attimo mi passa tutto il corteo dei prof delle medie. Di quelle e quelli che, cari miei….. Per fortuna è stato solo un attimo. Penso ai miei studenti che sono i migliori del mondo e sempre allegri. Ogni giorno una buona dose di entusiasmo, stima e sicurezza. Rifletto però sulle 2 figure istituzionali che ho davanti.. Il figlio era un mio compagno di classe. A casa sua, a casa loro, la società subiva magicamente una fusione. Invitavano tutti, tutte, spesso. Ai compleanni dei figli. C’era una merenda che già
all’epoca era “sinoira” (talmente lunga che diventava cena). C’eravamo tutti: figli di operai, di elettricisti, artigiani, muratori, calabresi, pugliesi, siciliani, campani, bravi e discoli…Altri tempi. Tutti compagni…..di banco.

A proposito di scuola

Sarà che i miei genitori lavoravano in fabbrica e certe cose si intuivano (e ora si intuiscono quelle altrui, per empatia) immediatamente: mettere insieme quanto possibile, (si diceva il pranzo con la cena, una volta, ma fortunatamente, da mangiare, ve ne  era in abbondanza!) dignitosamente, anche con le ristrettezze causate “dal padrone delle ferriere”, (il “capitalista”) il senso del limite, e tutto cio’ che un lavoro “pagato appena appena” (non voglio scrivere in termini marxisti, ma il senso, insomma, è  quello) generava. Ristrettezze, tante e molta dignità. Ma per i miei, l’istruzione, era tutto. Il diploma, la laurea, il riscatto, della laurea e sociale. L’ascensore, sociale. Tornare “al paese” migliori e sempre uguali, con umiltà. Ed ogni anno, al mare, al paese, tra di noi, che anno dopo anno avevamo la pretesa di  confrontare  i sistemi scolastici come fossero stati “toc”, pezzi sfornati da una catena di montaggio (ma del Capitale, del Manifesto né  tanto meno di Encicliche sociali avevamo mai studiato disquisito e piccoli come eravamo, al massimo parlavamo di altre “conquiste” certo non quelle della borgesia e dei suoi mercati) le solite domande erano, “bhe, promosso, rimandato o bocciato?” E ancora “quanti esami hai dato?” “Quanti ne mancano?” e “la tesi?” Per tornare all’oggi e ai ieri miei e altrui, proletari, I libri, il corredo scolastico, non dovevano mancare mai. Mi domando, ora che i banchi non saranno più uniti come faranno gli studenti a condividere un libro,( perché i soldi non ci sono mica in tutte le famiglie, anzi! Un libro ogni 2, con il compagno di banco, io compro questo, tu comperi quello, (insomma, “fifty-fifty”), a condividere tutto quel corredo scolastico, di un certo “peso economico”, quali i dizionari, per esempio, o tutte quelle calcolatrici con certe funzioni, ma anche cose semolici, i fogli protocollo, dimenticati all’ultimo “perche non si poteva e puo mica svegliare per chiederei soldi mamma che aveva-ha terminato il secondo turno e papà la notte”) l’ album da disegno, e, le chiamate da un capo all’altro della classe “mi presti una penna, una gomma pane, un evidenziatore?” Mi domando se sarà ancora  possibile esercitare lo scambio dei libri usati come da sempre famiglie e ragazzi fanno, o se si dovrà rispettare”la quarantena dei libri” come accade nelle biblioteche. (E mi domando i compiti in classe, dopo quanto tempo di “quarantena” si potranno correggere. È quando si dirà, “fine, stop, tempo scaduto, come raccoglierà la mazzetta di quintetto? Con i guanti?). E il prof, potrà dare il gessetto a X interpellandolo con “vieni alla lavagna” e vediamo se abbiamo capito. Cose banali, certo, ma che fanno la scuola, da sempre, comunità, famiglia, relazione, condivisione. Siamo pronti? Non lo so. Mi fido, mi affido. Vediamo. Intanto, meno 2! Intanto, voterò  NO, perché  amo la democrazia e perché,  romantico come sono, mi piacerebbe vedere ancora operai della catena di montaggio o nuovi operai, giungere in Parlamento col gusto di sudore impastato e trangugiato in 20 minuti. Perché  è  l’arte dell’impastare, dello stare insieme, del condividere il pane (compagni di scuola, compagno di banco) che ci rende empatico e capaci di dare risposte, immediate, ai bisogni. La rete, va bene per altre cose.

È tornato il 3

Finalmente è ritornato il 3 tram! Arancione no, verde! Come una volta, bei tempi. Ogni volta che lo prendo o lo osservo nel suo lento fluire, andare e ritornare, ciondolando come le borse, anzi, carrelli spesa stile traslochi sopra il metro, penso a tutte le analisi sociologiche e politiche e articoli di giornale che ne hanno fatto sul suo “corpo” metallico. Soprattutto, dopo le elezioni. Avrebbe dovuto essere una metropolitana leggera (c’erano, prima,di queste “scatole” arancioni dei bei tram che sembravano trenini ,con 8 porte e che ora avrebbero contribuito decisamente a stare tranquilli senza alitarci e respirare addosso! E chissà se sono abbastanza distanti e chissà se….Chissà che fine avranno fatto quei jumbo tram!) quando Torino vestiva la 54 ed era piu larga e corposa (ora, dopo la cura dimagrante, sarà
arrivata alla 48 ma veste saio alla francescana, nelle sue tasche, penuria di lavoro) ma non lo è stata: rovinarono con la griglia, un bel capolinea, su una collinetta quando era il “2”, e poi, per non farci mancare nulla, rovinarono lasciandolo al suo destino, pure quello del 3, con le scuole superiori li vicino e una caserma. “Cosi ridevano”, film) raccontava una Torino anni ’60 proprio da queste parti. Negli articoli di giornale ci raccontavano questo lungo tragitto e dei profumi di frutta e verdura che trattiene-tratteneva il 3, passando da porta Palazzo, a cominciare dalle angurie di Brindisi. È tornato il 3, ci sono le macchinette rosse per fare i biglietti, nel qual caso avessi dimenticato il biglietto. Poi, il gazometro che fa tanto Roma Ostiense, il campus universitario e dalla parte opposta, Palazzo Nuovo, che di nuovo aveva poco, in realtà e la Mole si specchiava addosso, e gli studenti si che….come i lavoratori che presenziavano agli ultimi corsi del giorno: diritto del lavoro, sociologia, sociologia del lavoro, economia internazionale, poi, il rondò, un altro rondò, della forca, Valdocco, zona ospedali, il trincerone e poi di corsa verso….dove c’era il Delle Alpi. Così ridevano…il tre, prosegue la sua corsa, verso zona Delle Alpi, ma li non gioca nessuno e nessuno canta…

6 settembre

Nel giro di poco tempo, si è affacciato settembre scivolando addirittura al 6 settembre. Alle spalle il Collegio docenti (via meet) dipartimento e prime confidenze con un luogo famigliare, la scuola; lentamente il suono della prima campanella del 14 settembre si avvicina. Suinera in modo diverso, probabilmente. Avevamo maniche lunghe, giubbino, maglioni pesanti quando iniziò, o termino’ il tutto , (le chiusure) e ora anche il nostro abbigliamento sarà incerto, a cavallo tra….vedremo. Nel frattempo, ricordandomi quello, e di avere dei libri da restituire ho scoperto che anche i volumi presi in prestito dalla biblioteca devono rispettare la quarantena prima di essere rimessi in circolo. Chissà cosa capiterà per i mercatini (se ci saranno) dei testi usati. E chissà perché se i libri devono rispettare la quarantena perché non dovrebbero farlo anche gli oggetti del mercato delle pulci? Chissà….

31 Agosto 2020

20200828_094544Agosto volge al termine e così, lentamente, giorno dopo giorno,  l’estate pare congedarsi. Almeno, a Nord Ovest. Ti alzi, al mattino, come ieri, e nel giro di pochi istanti “viene giù” di tutto. A sera, tanto per cambiare, idem con grandine. Eh, non ci sono più le stagioni di una volta! E non ci sono più i “recuperi”  ed esami di ripetizione, come accadeva prima del Covid. E in molte zone mare, neanche il falò  e il bagno di fine estste. Una volta, il 31agosto si festeggiava la fine dell’estate. Allora,  allughiamo le maniche, la scuola si prepara e così pure gli studenti. Chiusa una pagina se ne apre un’altra.  Al 14 settembre, saranno 200 giorni da quando la scuola ha chiuso le saracinesche della “carrozzeria”, delle parole,  e di molto altro. Domani ci saranno anche i test di ammissione, l’università infatti riapre i battenti. Lentamente si comincia a riaccogliere studenti. Finalmente. E finalmente, a undici giorni dall’arrivo ho riposto, collocandoli nei giusti settori della libreria personale, parte dei libri letti tra un pomeriggio assolato a 38 gradi e  l’altro e ora posso dire  che qualcosina su Raffaello forse la so. Qualcosina da “raccontare” al momento giusto.

A proposito di caffè (e tazzina)

Costo ďi un caffè. All’anno. “Ma mi faccia il piacere”, diceva Totò. Caffè nel thermos. Mi è sempre piaciuto. Conserva sempre un pochino di “casa”, quando questa è lontana da noi, messa tra parentesi,  e versarne un goccio, nel tappo-bicchiere, dopo aver separato il tappo sughero, sprigiona le nostre sicurezze, certezze, agi. Poi, diciamocelo, sembriamo , nell’atto di versare, “La lattaia”,  del famoso olio su tela, di Jan Veermer. Il caffe, nel thermos,  si conserva, caldo, trattiene l’aroma. Mi piaceva sorseggiarlo in treno, quando nello scompartimento si era in 6 o in 8 in un viaggio infinito, Treno “espresso” Torino-Lecce. Buono, sia nei viaggi estivi che invernali. Il viaggio dell’andata, indifferentemente  versione caldo, freddo, era sempre piu dolce, piu “nenia”,  cullato e quando le prime luci dell’alba spegnevano quelle dello scompartimento e accendevano quelle dell’umanità, il sole penetrava nello scompartimento e “allagava” tutto e si appiattiva su di noi che ci stiravamo, con poco sonno alle spalle e schiene a forma di sedili, e con quello “schiaffo” pensavi fossero già le 8 ma in realtà erano le 6, ma eri ad est e non al nord ovest. Ad est, ad est si va. Meglio: Sud, est.  “Il Barletta”, (chiamato cosi perché  originario della cittadina pugliese a pochi km da Bari), chitarrista dell’oratorio Valdocco, incontrato casualmente nello stesso scompartimento del treno che ci avrebbe riportati giu per le vacanze, svegliò  sua sorella, che viaggiava con lui (ma come facesse a dormire, difficile dirlo) dicendole: “sveglia, guarda, guarda, questa alba che  la vedi solo in cartolina. Questo farà  passare tutti gli stress.  Stress era una parola usata spesso in quel periodo, per indicare ogni tipo di stanchezza. E lei e noi invitati da lui a spirgerci oltre il corridoio guardammo fuori e capimmo che era proprio cosi. Sole, terrazze, cani sulle terrazze, anziani in bicicletta. A quell’ora! Quello del ritorno invece era un caffè più forte ma amaro, molto. Mi piaceva anche quello sorseggiato in autostrada, non in autogrill, perché le ristrettezze cominciavano già dalla partenza, bisognava pensare ai 4 pieni di benzina, il casello autostradale, le spese che sarebbero arrivate,ma, era troppo bello andare al mare con le lire, e guardare Vialli e Mancini che sorridevano con le loro sagome di cartone alle pompe della benzina, ma intanto il Mondiale delle notti magiche era terminato e i mondiali li avevamo persi. Ci restavano occhi spiritati e medaglie da terzo posto e stadio Delle Alpi e San Nicola di Bari. Era buono quel caffè, con le auto che andavano verso il mare e qualche zanzara che, finestrini aperti, la faceva franca e, zac! Come erano lontani i condizionatori. Era buono quel caffè oramai, tiepido, divenuto tale dopo ore di viaggio, centellinato nei vari passaggi,  ingoiato quando pensavi di essere giunto a destinazione, ma papà alla guida della vettura, alle 5 del mattino, a 100 km dall’arrivo, si attendeva, annunciando,  “ho sonno, mi fermo”. Era difficile comprendere, per me,che il viaggio, iniziato dopo il loro primo turno in fabbrica, alle 14, sommava la stanchezza cumulata a montare auto in catena di montaggio, a questa del guidare alla chiusura delle fabbriche….per me, che avevo la freschezza degli anni  e la massima stanchezza era lo studio di “ragio”, e mi mancava lo sfruttamento del padrone. Vedevo alberggiare, il mare, la Grecia e l’Albania dall’altra parte del mare, ma noi dovevamo andare dalla parte opposta, lo Jonio. E mi restava un fondo di caffè e la voglia di andare al mare. Ieri e oggi. Buono il caffe del thermos che poi sorseggiai in seguito quando presi il posto, dei miei, in fabbrica e poi quando mi sono “imborghesito” quello della scuola….”caffe….caffè…amico, “quattro e quattro 8….”  per dire che i lavori si fanno. Ora col carrellino, il caffè, in treno è acqua, …ma si è imborghesito anche l’atto o il ritodel caffè…..Poi ho iniziato a pensionare il thermos….e 2, 3, 5 tazzine di caffè e caffè sospesi….E poi con ghiaccio, macchiato, ristretto, lungo, amaro, dolce, espressino…Figuriamoci se risparmio il costo di una tazzina di caffè. All’anno, poi….

Cesare Pavese, stanza 346

“L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia” (Cesare Pavese). Non avevo letto molto di Pavese, quantunque la nostra prof. (Delle medie!!) ce ne parlasse in continuazione, con “Lavorare stanca”, ” I dialoghi con Leuco’”, “Tre donne sole”, “La luna ed i falo’ “, “La bella estate”, ecc.ecc l; fu in seguito, avanti nel tempo che mi introdusse alle sue letture, L. Non so, ci vedeva qualcosa che io non riuscivo, in maniera superficiale, quando le cose, le passioni,  avvengono e maturano prematuramente. Forse perché  anche lei, L,  riusciva a vedere le cose “con un occhio solo”, anticipatamente, con una intelligenza emotiva superiore. Era affascinata di Torino degli anni andati, (con i  suoi tram verdi) e di quelli recenti (con le sue contraddizioni), e di Pavese cosi una volta, passando davanti all’hotel Roma di Torino, durante una passeggiata tra via Roma e Porta Nuova, chiedemmo, in maniera improvvisa,  in portineria, di poter visitare la stanza 346 dove il tempo è  fermo dal 1950. Ogni tanto mi capita ancora di  passarci, davanti l’hotel Roma, lungo il tragitto casa scuola e viceversa,  e mi capita di ricordare quel giorno e  di riportare alla mente alcuni passi delle opere di Pavese. Durante le vacanze di Natale mi è  capitato di passare nell’atrio della stazione di Torino Porta Nuova, e tra i tanti biglietti sopra l’albero uno riportava una brevissimo scritto, dei Dialoghi con Leuco’, “l’uomo mortale non ha che  questo  di immortale, il ricordo che porta ed il ricordo che lascia”, ed era firmato L. a due passi dall’hotel Roma. Stanza 346, dove il tempo si è  fermato.

Il rientro

Insieme alla malinconia e alla tristezza che sempre accompagnano chiunque sulla via del ritorno, questa volta, in treno, a Lecce, sale anche dell’altro: almeno 2 mascherine (da cambiare ogni 4 ore), lo spry igienico, da passare sul sedile, quello sulle mani, guanti plastificati. Per la cronaca: nessuno ha misurato la febbre a qualcuno!Il treno,  ad una delle tante stazioni, (anche se Frecciarossa ne farà  davvero abbastanza) una coppia si saluta, si abbraccia, mentre il treno decelera e si posiziona attestandosi in direzione di parallelepipedi numerati, poi, le porte si aprono, lei sale, lui resta, sulla banchina. La stazione è  una di quelle di mare, ancora Sud, gente che passeggia, infradito ai piedi, e non sai mai se viaggiatori o per un caffè,  al bar della stazione. I due, tra quei 2, tutto il messaggio e la comunicazione passano  dagli occhi,  le dita, un cuore, di quelli tanto cari e postati sui social. Un vetro, quello del finestrino, li divide, e così il treno è così la temperatura: lui al caldo, lei al gelo, nell’aria condizionata della Freccia che non conosce mezze misure. Poi il treno parte, la distanza tra i due aumenta, la forbice si allarga, lui rimpicciolire, fino a scomparire, mentre lei resta,  invia un  messaggio, toglie la mascherina, indossa un golfino, spoglia  il panino dalla sua  stagnola. E mentre lui è  stato inghiottito la città di mare rimpicciolire, sbiadisce e sparisce. Case e alberi volano via, il treno sfreccia. Molto si perde, altro fa la sua comparsa. Il mare si allontana e si avvicina, tutto in pochissimi secondi. E della ragazza, a scacchiera  due posti in là, si scopre che ha delle lentiggini, due occhi chiari,  gli occhialetti capelli rossi, carina.  Ha il suo panino tra le mani e…dopo una rapida occhiata si decide…Anche altri che  indossano le mascherine, la imitano, come avesse dato il la, srotolato la  stagnola e facendo cominciare le danze delle mascelle. Già  perché al bar del treno non ci si potrà andare. Chissà fino a quando. Era un modo per fare una passeggiatina, e  anche di sguardi. La posizione dei sedili è  “a scacchiera”, due posti occupati, due liberi. Zig-zag. Ad un metro e piu da “rime buccali”  viaggia con me una signora anziana, con la mano ingessata. Conosco esattamente la storia di come è  capitato,  da Termoli o giù di lì fino quasi alla stazione d’arrivo, talmente tante le persone cui racconta l’evento. Poverina. Nei vari intervalli fra una chiamata e l’altra sgranocchia e gentilmente vorrebbe offrirmi qualcosa. Il treno sfreccia via, e riconosco Porto Recanati, on le sue casette colorate, sbircio per individuare l’oratorio (ex di don Bosco) Loreto e la sua bellissima Chiesa, Osimo (e un pensiero s san Giuseppe da Copertino che veglia sempre sugli studenti!) e il campo dabasket e le colline de” la stanza del figlio”, la galleria, Ancona, il suo Duomo, Senigallia, la spiaggia di velluto, la Rotonda. Avrei voglia di un caffè e riavvolgere il nastro ma il bar è  chiuso e qui, il treno non si ferma. Il treno corre. Riconosco molti posti e mi piace immaginare la vita in questa estate che lentamente torna a giganteggiare sullo Stivale del Bel Paese. Qui, da queste parti, iniziava sempre la Bella Estate. Son certo sia ancora cosi. Il treno corre d fischia e dei 15 o 18 minuti di ritardo che  aveva tra una stazione e l’altra di Milano (Rogoredo e Garibaldi) scompaiono drl tutto. Alla faccis della velocità cosi alta!. Il tempo di sbirciare fuori e nel giro di 40 minuti si intravedono Settimo e Superga. Il treno infila il tunnel, la voce mettalica ringrazia di aver viaggiato con loro. Il treno si ferma. Scendo e con la coda dell’occhio intravedo la ragazza  con gli occhialetti e le lentiggini. Era torinese anche lei.  Pochi secondi e ci si perde tutti, nelle viscere di Porta Susa A.V., ognuno verso le proprie vite. Verso altre destinazioni.

 

Un altro mondo è possibile!

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