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Referendum popolare: urne aperte

20160417_114720E finalmente il tanto atteso 17 aprile e’ arrivato. Urne aperte dalle 7 alle 11. Referendum popolare. Proposto dalle Regioni.

51 milioni di elettori alle urne tra un si e un no. La consultazione  sara’ valida se si rechera’ alle urne la maggioranza degli aventi diritto,  cioe’ 25 milioni e “tot.” di elettori.

Se vince il si le societa’ petrolifere che hanno “in mano” concessioni per cercare-estrarre petrolio-gas entro le 12 miglia, una volta scaduta la concessione, chiuderanno la piattaforma e riconsegneranno la concessione. Lo stop per la prima trivella sara’ previsto per il 2018. L’ultimo per il 2034. Nel frattempo con il si le piattaforme sottocosta chiuderanno. Sottocosta significa  cioe’ entro le 12 miglia.

Se vince il no tutto resta come e’ con attivita’ di estrazione fino ad esaurimento giacimento.

Ora all’interno delle 12 miglia le piattaforme  sono 92 su un totale di 135 trivelle.

Stamattina  alle 5 e 30 il tempo non volgeva al brutto ne si sentiva odore di pioggia ma verso est il tempo era “decisamente” non bello. Fogli alla mano (designazioni, bolli, atti) in direzione dei seggi verso le scuole. Non avevo ombrello con me ma un pochino mi sentivo “Amerigo Ormea”.  Torino intanto dormiva ancora e in giro si potevano vedere solo Presidenti di seggio, scrutatori, scrutatori dell’ultima ora che andavano a sostituire quelli assenti per malattia o altro. Nella citta’ che era stata della Fiat ora Fca, i nuovi “operai” sono gli addetti ai seggi. Qualche bus strideva nel tratto antecedente la via dei Santi Sociali. I tetti delle case si alzavano e abbassavano a piacimento in un “ronf-ronf”, “zzżz” stile fumetti. Un colpo di vento allontanava dai miei piedi alcune cartacce di un sabato sera consumato da chissa’ chi e chissa’ dove. Non diro’ ora in  quale scuola  sono diretto ma l’obiettivo si. Sentirsi per un giorno proprio Amerigo. Senza ombrello e altro ancora. Ma…ci provo…il cancello, le famiglie, un altro cancello, il cortile, un numero. Suono il campanello. Un visino carino, occhi dolci e chiari mi apre. Ha un berrettino “d’arma” calato sulla fronte e occhi bellissimi. Mi apre e riconosce, dal giorno prima. Entro. Ritrovo il Presidente, un amico, una vecchia conoscenza. Prendo confidenza con i registri, firmo e sento l’organizzazione dei lavori impartita dal Presidente. Le pause…la prima elettrice. Sono le 7: si comincia. Dopo un’ora cerco la macchinetta del caffe’ o il bar. E’ chiuso. Nel salone una tv e’ accesa. La corsa va in onda. In molti vedono ma non guardano. Chissa’ dove sono. Un caffe’ e rientro in sezione.

Il resto lo annoto tra le pieghe di un blocco.

L’affluenza al momento (sono le ore 16:15) non e’ molto alta. 15-20-12 per cento….Da questo mio banco scruto gli elettori che come gocce d’acqua, scheda e carta di identita’ alla mano attendono un gesto da parte degli scrutatori “appollaiati” su di un banchetto “uomini-donne”. Oggi a dire il vero non vi e’ bisogno di un cenno…nessuna attesa, nessuna coda al momento…la giornata in ogni caso e’ ancora lunga. “Amerigo” scruta” in religioso silenzio. Davanti a me solo una lunga fila di banchi accatastati “circondati” da un nastro bianco e rosso. “Magari fosse una coda di elettori” afferma uno scrutatore uscito un attimo dall’aula per una boccata d’aria. In alto a sinistra i numeri delle sezioni a me famigliari. Molto. A ricordo di competizioni elettorali andate nel tempo. ..

Oggi un numero davanti a 58-un sltro 59-e un altro ancora al 61….in quest’ultima sezione  risuonano ancora i complimenti del Presidente. Era il 2006.   Fra un cartello e l’altro, sezioni, sanzioni, convocazione dei comizi e norme resistono attaccati i cartelli….Un carabiniere sale e scende portando documenti mentre un vigile contempla plichi e annuncia numeri. Il “quorum” batte ma e’ lontano.

E  dalle parti di Amerigo? Qui le suore vestite di bianco sono una rarita’. Difficile scovarle. E’ormai calata la sera. E’  buio e un filo volante pende tra una cabina e l’altra. A illuminare il tutto, due occhi bellissimi che incorniciano il viso della “finanziera”…quando li incroci il “quorum” comincia a battere.

E’ mezzanotte.Il referendum non ha ottenuto il quorum. Oserei dire o scrivere un titolo “referendum…impopolare”.

La mia citta’, Torino,  ha concluso con il 36,6per cento dei votanti e la cosa mi rasserena per il lavoro svolto. Al momento unica regione da premiare la Basilicata. Unica citta’ al momento che supera il quorum e’ Potenza.

Non resta che trovare un po’ di luce. Esco sconsolato, saluto seggio e…finanziera e…”buonanotte” agli aventi diritto che il loro diritto non hanno utilizzato.

Rientri

20150830_122851La notte è “squarciata” non da lampi ma continue frenate e soste. Rumori di persone che scendono dalle auto e trolley spinti fino ai portoncini. Ricerca di chiavi riposte in qualche tasca da più  di un mese e difficili ora, da rintracciare nella tasca giusta. Gli ultimi rientri si consumano nella notte. Quanto immagginato nel sonno interrotto nel cuore della notte prende forma al mattino nelle vie adiacenti e quella sotto casa. I parcheggi auto sono tutti occupati. Un posto, neanche a pagarlo. Immagino gli arrivi, stazione dopo stazione.20150826_221146 Intanto, però, il mio sonno è stato interrotto. Oramai. Tarda ad arrivare e mi volto e rivolto nel letto. Dal letto scendo e decido di infilare ai piedi qualcosa di comodo e girare e rigirare il breve perimetro che “incornicia” il mio lettino. Chi invece arriva velocemente senza chiedere il permesso è l’inizio del “servizio” un po’ come succede nelle fresche notti di fine estate che annunciano l’arrivo dell’autunno. Una stagione “corta”, accorciata dalla luce, raccolta come i corpi che l’attraversano. Come e’ diverso dall’estate quando i corpi sudaticci e cosparsi di crema sono esposti al sole, a tempo indeterminato. Ferie quasi ultimate.Vabbe’…così sia. L’importante è essere elastico e disponibili alla vita. E poi, domani si cambia. Più disponibile di così…Decido di stare sempre nel perimetro ma all’interno del lettino. Dentro-dentro. Libro in mano, spero ritorni…la voglia di dormire. Una riga poi l’altra poi la prima prende il posto della seconda e viceversa. Nebbia.Tutto opaco. Sara’ la stanchezza. Tutto salta, tutto si confonde. Ripercorro la bella estate. Un pensiero al dottore del mare, al nostro incontro casuale, la puccia tra le sue mani e il mare di Porto Cesareo davanti ai suoi occhi e sua figlia al suo lato che saluta e un orecchio ai “ricami” di suo padre “chirurgo” in pensione e alle cicatrici…quelle sulle mie ginocchia e quelle che si eternizzano e stentano a “rimarginare”…Vacanze terminate. Ora voglio dormire le ultime ore di questa notte. Di ferie. Domani …domani…”aperti” alla vita…un “Mare” aperto e un sole caldo…Non è ancora settembre. Domani. “Augusto” come lo chiamano i signori del tempo è alle porte. O forse è già entrato.Non iporta. Domani entrerò in servizio io.Così sia.

Ps. Il tg ci fornirà i dati sui rientri e sui cancelli di Mirafiori, gli operai del primo turno ecc.ecc.

Pasquetta a Torino (2015)

Torino capitale dello sport 2015 Torino, 14 febbraio 2015. Foto, Romano Borrelli(tante vie cittadine lo rammentano).  Pasquetta 2015 a Torino. Quali luoghi migliori dove passare la giornata se non al LingottoTorino 6 4 2015 Lingotto.Foto Romano Borrelli (un ritorno, dopo Capodanno, quando dopo un caffe’ dal profumo di Salento, bar pasticceria Elba, provai a raggiungere questa passerella) e al Parco DoraTorino Parco Dora 6 4 2015.foto, Borrelli Romano? Il primo per i ricordi olimpici e delle ” notti bianche” (quelle letterarie, migliori. Russe, ancora meglio. “Dosto” dice!). Una corsa in metro (letteralmente) dal centro all’ex-industria delle campagnole e della Lancia. Ora, altro centro. Commerciale, servito dalla metro, Lingotto. Ma il “metro” per raggiungere lo scalo ferroviario, Lingotto, ancora non c’è. Come Laura, cantava il secondo di  Sanremo. “Il piu’ grande spettacolo dopo il big bang…” . Scale mobili,  appena fuori dalla metro qualcuno in attesa di appuntamento, il piazzale, le bandiere, la palazzina delle fiere, un’altra scala mobile e orecchie che odono non il frastuono  delle presse dei tempi andati  ma dei giochi, dei trenini, e di qualche attività sempre  “open”. Poi,  la passerella che dal centro commerciale “proietta” verso gli ex-mercati generali (Moi) con un futuro da universitari e la stazione Lingotto. Sotto questa “ruota” di bicicletta olimpica qualche treno sbuffa e altri si riposano e si “ricaricano” russando come avessero l’asma (Eurostar in attesa). In lontananza riconosco dietro la grata di questo balconcino olimpico il grigio della Mole Antonelliana, sulla collina, superba, Superga e più’ vicino a noi,  la famosa “bolla” nota per qualche G europeo di qualcosa. Già, questo è un luogo ideale per le bolle da…fotografare. Per quelle da raccontare, un posto vale l’altro. Dalla bolla alle…bolle di sapone.  L’atrio di Porta Nuova  visibile sullo sfondo, oltre i binari,  vicino la “torre rossa” della piazza su via Roma (immaginando al gioco dell’affaccio tra una colonna e l’altra scendendo sulla strada, libera dalle auto). Giochiamo, invece, da qui su, un po’ a “indovina dove si trova” un qualche pezzo della città come si fa quando sei in gita, per esempio a Roma, dal Gianicolo o dal Pincio, carta o mappa alla mano, “ante app” da scaricare. Mio padre indica la bolla e la pista. Ricorda le cronache dei torinesi e dei centomila in coda per un saluto all’Avvocato in una notte gelida di gennaio. Ovviamente mio padre passa in rassegna i turni degli anni andati e della vita consumata a “fabbricare” inanellando nomi, soprannomi di operai addetti alle presse, ai cruscotti, alle porte, alle ruote….scambiando nomi, tradito di tanto in tanto dalla memoria. “Franco, Pacifico, Luigi, Nereo, Pinna…No, forse Pinna era agli stampi, ma a Mirafiori“. Lo lascio parlare, raccontare. Mi infilza “squadre di calcio”, ogni anno coi rispettivi “ricambi”.  Mio padre.  Una vita al lavoro di fabbrica. Un’immagine che stenta ad andare in pensione.Da qui, dalla passerella, raggiungo la stazione del Lingotto. Piazzale saturo di auto per chi ha scelto per l’outdoor il treno in un viaggio combinato gomma-rotaia verso il mare o le valli. Il mare, Genova e Savona sono vicine (cosa avranno fatto registrare i treni della Riviera quest’anno?) cosi le montagne. Biglietteria Lingotto. “Quanto costa il biglietto fino a Porta Susa?” 1 euro e cinquanta” mi risponde. “Due, per favore”. Pago e raggiungiamo con mio padre il binario 3. E’ in arrivo il treno smf o giù di li da Pinerolo e diretto a Torino. Tempo quasi zero e siamo nella pancia di Torino. Immagino “il corpo della città” sopra di noi. E corpi di uomini e donne. Che visitano, osservano, camminano, amano. Incrocio lo sguardo del bigliettaio e allungo i biglietti. Una manciata di minuti e siamo a destinazione. Porta Susa. Il treno prosegue, noi, scale mobili raggiunte, conquistiamo l’uscita. Alcuni treni arrivano dal mare e rilasciano profumo di salsedine. Da quanto tempo non ne sento più il profumo del mare e dell’attesa? Bhò’, chi lo sa. Poi, Porta Susa in treno e da qui, a piedi, Parco Dora, rivisto piacevolmente dopo un lungo inverno. Rivisto recentemente in tv, con il, film “Pulce non c’e’“.  Corsa, basket, calcio, e ogni tipo di gioco di squadra e di  coppie in ogni fazzoletto libero e liberato dalla natura. Rispuntano fiori, plaid e coperte a fiori (ma anche di fiori, che andava bene ugualmente). Un pallone lentamente si dirige verso i miei piedi. Lo raccolgo e lo porgo a mio padre. Il nastro della memoria si riavvolge velocemente. “Papà, tira un calcio al pallone e fallo volare in cielo”.

Per restare in tema di sport e capitale europea dello sport, di qui a poco i mondiali di calcio balilla. Quegli omini rossi e blu attaccati alle stecche che fanno rollare una pallina bianca da una parte all’altra dove quel suono evoca ricordi da bar e da oratorio. Un mondo dello sport che non conosce confini, a partire dall’ accessibilita’ a tutti. Ps. Bellissime le ragazze impegnate in questo gioco.

Verso sera, con cura e pulizia si restutuiva lentamente il parco alla città .Non prima di una birra. Ps.  Un pensiero all’Aquila e ai suoi cittadini, a sei anni dal terremotoTorino 6 4 2014.Parco Dora.Foto Borrelli RomanoTorino Parco Dora.6 4 2015, foto Borrelli Romano20150406_19150520150406_191521Torino.Parco Dora 6 4 2015.foto Borrelli RomanoTorino Parco Dora 6 4 2015.foto Borrelli RomanoTorino 6 4 2015.Foto Borrelli RomanoTorino.6 4 2015.Lingotto.Foto Borrelli RomanoTorino 6 4 2015.da Lingotto.foto Borrelli RomanoTorino Lingotto 6 4 2015.foto Borrelli RomanoTorino Lingotto.6 4 2015.foto Borrelli Romano

In tram con papà

Dal tram storicoTorino Porta Nuova. Foto Borrelli Romano Torino 4 4 2015.foto Borrelli Romano.tram storicouna panoramica veloce su piazza StatutoTorino 4 4 2015.piazza Statuto.foto BorrelliRomano. Con mio padre asserragliato al posto del bigliettaio immagginando, lui, i suoi anni “alla Fiat”. “La vecchina””, luogo di incontro per molti dove si era soliti comprare giornali e biglietti del tram ha lasciato il posto ad altra attivita’ gestita da Federica.Foto Borrelli Romano.Piazza Statuto.Federica Il tempo corre e scorre velocemente nonostante questo tram verde, nonostante il posto del bigliettaio, nonostante quel 7Torino tram a piazza Statuto.Foto Borrelli Romano stampigliato addosso a questo “bel carrozzone” del tempo andato. Mi manca il carrozzone e la sua musica, la sua voce, il suo incedere a volte lento altre veloce altre ancora a strappi. Comunque sia e’ da un anno che non ne ravviva il passaggio.Come che sia la vecchina non ha staccato il dovuto biglietto, Federica e’ al suo posto e con garbo e gentilezza accoglie quanti chiedono informazioni sui prodotti esposti nel duo chiosco per la felicita’e la gioia di tanti bambino.  Opto per un caffè sperando di trovare un tramonto in una tazzaTorino piazzs Statuto.foto Borrelli Romano. L’insegna sostiene che qui “creano emozioni” e le racchiudono in una tazzina. Nel loro fondo, in fonfo,  una poesia. L’arte della parola. La bellezza della parola nel suo cuore. Uno spazio temporale della durata di un battito di ciglia,  una mescolata di zucchero lunga 140 caratteri,  il tempo di un pensiero. Da blog. Da piazza a piazza.  “Basta poco per ritagliarsi un momento di poesia nella giornata. Alzo gli occhi al cielo, lo stesso cielo. Calpesto la stessa terra. E mentre le due mani intrecciate spariscono all’orizzonte in me rimane un retrogusto dolce, di qualcosa che fu, di tutto l’amore divorato, mai assaporato, ….”  Non solo Sunday Poets. Life poets. Basta poco per pensare, fare, ricordare una poesia in una tazza, in una tazzina. Sorseggio comunque il mio caffe’, lentamente, sognando in questo cantuccio altri e dolci cantucci.” Scorro”velocemente il tutto, qui dentro, con gli occhi. Un tempo,  recente,  c’erano postazioni pc ad  ogni tavolino. Domando e rispondono, i baristi,  che presto i pc torneranno al loro posto. Ottimo luogo per sorseggiare un caffe, fare colazione e per giornalisti di cronaca cittadina costretti a scrivere il pezzo sulla nostra citta’.  Poi, riprendo la camminata verso il centro. Prendo stradine con palazzi antichi affacciati su quelle. Dalle finestre giungono voci affaccendate nel far prendere aria a stanze ed oggetti,  coperti e ben curati tenuti a debita distanza da intemperie.  Di casa in casa immaggino il cuore antico di Torino,    salotti oggetti librerie e libri di ogni fattezza,  stanza e corridoi che finalmente mi aprono le porte alla piazza.  Quella reale.  Piazza San Carlo, Torino piazza san Carlo.4 4 2015. RomanoBorrellila fontana (bevo, al  Toret.   Uno degli 859 toret in giro per la città. Ah,  “I love toret”)Torino 4 4 2015.foto Borrelli Romano, la stazione,( Porta Nuova),  il pianoforte, chi lo suona, chi osserva solo e gente che ascolta certe note di certe notti20150404_191639. Un giro da Feltrinelli e qualche libro da comprare. E’ sempre bello notare quanta gente trolley alla mano, “annusa” in continuazione libri per una buona compagnia tra Tortona, Stradella, Fidenza e Falconara. Verso il mare…”Te lo ricordi il mare, vero?” Il mare delle Torrette ha avuto sempre un suo fascino intellettuale. Poi, il rientro e un libro come buona compagnia e bei sogni in tasca… Ho sognato tanto. Tantissimo. In 2 o 3 vite.  Fa freddo. Ma non troppo. I colori sono comunque un nuovo annuncio. Gli alberi ancora scuri si riempiono di nuovi colori ed emanano nuovi profumi. Il tram rientra. Mio padre felice  pensa a come oggi le giornate di lavoro siano più corte delle sue. “Il tram ha fatto in fretta”, considerando solo il tempo del nostro gironzolare “nella storia”.  Peccato mancasse  tutto il resto. Prendo il libro,  i cioccolatini e comincio a sfogliareFoto,Borrelli Romano.  La carta non gira,  il ricordo e il suo,  quelli si:”il carrozzone… “. La musica gira, continua, il carrozzone porta via. Nuovi giri. Aprile è  il mese della poesia.

“Librarsi”…su Valdocco

Torino 30 ottobre 2014. Piazza Statuto, un filo di luce, un filo d'acqua. Foto, Romano Borrelli

Eppure….d’accordo, i periodi in italiano, non dovrebbero iniziare con un eppure…pero’…Accarezzo da tempo l’idea di dedicare energie e spazio a nuove iniziative, mettendone tra parentesi altre, eppure, certi oggetti, certi “scatti”, talune intuizioni, personaggi, segni, sono loro, a cercare te, noi,  per essere “formati”, narrati, cooperanti, bisognosi di un qualcosa, di qualcuno che li ascolti e dia loro vita, forma. Talvolta, dopo l’ascolto, capita che si assembli il tutto per diventarne un racconto per molti, per tutti. Un libro, da librare.   Talune passioni proprio non possono essere spente e sicuramente non lo devono. Al più da ravvivare. Hanno necessità di essere illuminate, inquadrate nel modo giusto; ascoltate, ravvivate, messe a fuoco, incontrate. La profondità, la via, la vita, bambin*, ragazz*, uomini, donne, anziani. Le panchine. Storie come piante, bisognose di acqua, per crescere e far crescere, ossigeno, come segno e simbolo, assetate loro  e assetati noi, perché hanno sempre qualcosa da insegnarci e da comunicare. Certe passioni non possono essere spente. E altre, dovrebbero essere  educate ma anche educate per troppo deficit di “ineducazione sentimentale”. Le passioni  hanno bisogno di librarsi,  di dedizione, alla causa, al sentimento, in famiglia, a scuola, in fabbrica, nella lotta per un posto di lavoro, nella società, per la tutela dei diritti. Storie Foto, Romano Borrelli.per essere viste, da tutti.  E devono raccontare e raccontarsi. Devono poter fare luce, su persone, accadimenti, situazioni. Ve ne è bisogno. Come della cultura, dei libri, per spegnere l’ignoranza. Librarsi. Entusiasmarsi. Gioire. Dopo aver fatto rete, le braccia in alto, gli occhi al cielo. L’abbraccio dei compagni.Torino 30 ottobre 2014. Ore 19.00 Pallone in rete, presso Oratorio Valdocco, Torino. Foto, Romano Borrelli.Dopo la rete, si sorride. Anche dopo lo smarrimento, impigliati nella rete, si trova sempre l’occasione di ritrovarsi e sorrideci su. Se dopo una lettura, una parola, o una parola di una lettura, di una lettera o di piu letture o di piu lettere e di un abbraccio caldo, bhe’, ancora meglio.

 

Eppure…Risalire.  Approccio faticoso, fantasioso, mica poi tanto.Torino, casa di ringhiera. Foto, Romano Borrelli

E’ una bella giornata di sole, a Torino. Cammino al fianco di mio padre. Ha il viso roseo, disteso, sereno.  Le rughe sul suo viso  si sono dissolte. Distese. Non sono più il percorso di una vita ma vie di molti e per molti.  Hanno assunto nomi: via Sassari, via Ravenna ( profumo di cartone proveniente dal cartonificio Gherardi”. Ah!quanti presepe abbiamo costruito noi bambini del quartiere con il suo cartone! Un uomo gentile, sabaudo, con il suo grembiule nero, mani dietro la schiena, attento ad osservare le sue maestranze, anche 40, durante la pausa), via Brindisi, via Maria Ausiliatrice, via Salerno, via Cigna, via Pesaro, Corso  Cirie’, e oltre. Altre. Torino, zona Valdocco. Case di ringhiera tra via Ravenna, Biella, corso Principe Oddone. Foto, Romano BorrelliDistese e impregnate di odori e profumi, legname (era Mautino?) e caffe’ (era Eurocaf, oggi a Druento),  pane e Chiese nella citta’ e nel “quartiere” dove “resiste”  Gramsci, in quel che era “Taglione”. Aziende a conduzione famigliare che si danno il cambio nello stesso cortile. Spezie, cibi cotti, cous–cous e the alla menta,  pronti per essere serviti, famiglie intorno alla tavola. Un asilo (Lessona), una elementare (De Amicis), una media (Verga), oltre il fiume, una superiore. Palazzi e case di ringhiera. Ballatoi. Scale vecchie e scale nuove. Una a caso.  Una due, tre rampe. Ringhiera in ferro battuto. Alcuni piani, arranco, il fiato si fa fumo, nonostante la bella giornata e padre al fianco. Scale, in pietra, di quelle che si trovano in antichi palazzi sabaudi, muniti di portineria, guardiola, passo carraio.  Occhio sveglio, di una custode, lettere alla mano. Il loro contenuto di un tempo: “buone referenze. Puo’ esser assunto”.  Oggi come ieri resistono  le comunicazioni del parroco. Se anche le forze dell’ordine davano l’ok, insieme a quello del parroco, il lavoro era assicurato.  Un tempo, occorrevano certe referenze, per ottenere  il lavoro. Oggi, basta un profilo facebook per valutare il profilo e la candidatura. Pero’, continua a funzionare “lo sportello” del parroco. Insieme ad altre evenienze. Guardiola. Al pari di una bidelleria. Dagli appartamenti, lungo il ballatoio ci vengono incontro voci, suoni, talvolta il gracchiare di una tv sempre accesa. Attori che domandano, rispondono, amano, e fingono il tutto, senza saperlo, per chi sta a guardare.  Portineria, guardiola.  C’era mentre ora esiste nei pensieri, o nei ricordi. Qualche grida, di tanto in tanto. Ma sono nei ricordi. E’ di chi il telefono lo aveva che chiamava chi non lo possedeva. Da sopra, qualcuno talvolta rispondeva. Se non dormiva, dopo il turno di notte. Più tardi, quel posto, lo avrebbe lasciato a chi svolgeva il turno di giorno.  Oggi, il cellulare, i messaggi. Uno, due, tre, dieci, venti scalini, in pietra scura. Uno, due, tre, dieci, venti anni fa. Anche più. Scale. Un pensiero a chi le lava, ora, venuto da lontano, e chi le puliva e lavava, venuto dal Sud, nella Torino degli anni ’60, ’70, del boom economico. Fatica e gioia nell’aver raggiunto la vetta, la cima, di questa costruzione priva di ascensore  ma con diritti in costruzione, ieri. Oggi, in bilico. Lo ricorda una scritta: “Finchè la barca va’“, scritto da chissà quando e da chissà chi, ma più che mai attuale.  Presente e passato continuano a salire sotto braccio, un po’ come me, in compagnia di mio padre. “Vietato introdurre biciclette nell’androne” ,  “Il parroco passerà  giovedì pomeriggio per la benedizione delle case” e  “Vietato giocare nel cortile, tranne nelle ore stabilite in assemblea condominiale”: ma noi, nel  passato, presente e futuro, fortunatamente, a Valdocco, un cortile, lo abbiamo sempre avuto, lo abbiamo e lo avremo ancora. Torino 1 novembre 2014. Cortile Valdocco. Foto, Romano Borrelli  Scritte che danno la cifra del tempo, insieme ad un calendario, consumato dal tempo, lasciato in un angolino di questo condominio,  cartone rigido, in origine blu stellato,  con macchie giallastre e “con gli auguri del portalettere” davvero  cimeli. Oggi i calendari li fornisce direttamente il tablet. Alcuni bimbi, per via del regolamento condominiale “giocavano in casa”, e molti continuano, ancora oggi, perché non le graduatorie degli asili si sa, non hanno molti posti in serbo. Bimbi. Alcuni ridono, qualcuna piange. “Marta piange ancora“, forse. Certamente la canterà Vasco.  Appartamenti con i gabinetti sui ballatoi, profumi sprigionati e sparsi lungo le scale da baracchini poco chiusi, ermeticamente , causa guasto guarnizione usurata per i troppi apri e chiudi quotidiani (senza contare le vivande da portare il sabato e la domenica nel garage da custodire. Si sa, i soldi non bastavano mai, e “vi era bisogno del lavoretto”, per far quadrare, ieri, ma anche oggi senza lavoro e senza lavoretto e allora non ci resta che il fazzoletto. Fortunatamente, il padre, non offre solo il braccio al figlio, in questa faticosa salita,  ma anche la mano, “allungandola” nel momento del bisogno). Il porta vivande  che prendeva il via verso uno dei piu’ grandi “scatolifici” mondiali, capaci di assemblare migliaia di pezzi mobili  al giorno oggi è un cimelio, chiuso ermeticamente. Ieri si apriva, la’ dove si incontravano per 8 ore “I compagni”. Oggi, resta chiuso. Mense e ticket restaurant, per chi lavora, fanno la loro parte. Da un ballatoio, osserviamo ancora un momento Torino, avvolta nel passato, presente, futuro. Solo un attimo, anche se pare  passata una vita. Poi, è ora di ridiscendere. Ci viene incontro il profumo del  latte caldo mischiato a quello di sapone di marsiglia,  odori che scendono giù per le scale, dopo averle risalite, tutte d’un fiato, piano dopo piano, o piano piano, profumi che si appiccicano addosso e musica che di sottofondo…Yesterday, all my trobles seemed so far away, now it look as though they ‘re to stay, oh i believe in Yesterday….Domenica. Il riposo, il film, un tango, o “ultimo tango a Parigi..”, le pulizie trascurate in settimana, i libri, il libro, “La donna della domenica”.

In via Ravenna si trovava una fabbrica, di luci, di lampade e lampadine: Osram. Lampada Osram era una canzone. LO è ancora, come questo quartiere. Dolce, romantico. La fabbrica, quella, non esiste più da tempo. Le luci, si. Non sono mai state spente. La Luce, sempre accesa. Chiusa parentesi…eppure era ieri…L’importante, ora, e’ che “Stanno tutti bene”. Ovunque siano stati, ovunque siano, ovunque saranno. Ieri, oggi, domani. Con la speranza nel cuore e un cuore che trabocca di speranza. Un saluto, ciao-ciao.Torino 1 novembre 2014. Cortile di Valdocco, foto, Romano Borrelli

 

Ricordarndo Pavese

Torino, 22 ottobre 2014. Piazza Statuto. Foto, Romano BorrelliNull’altro chiedo alla vita se  non che si lasci guardare”. Così scriveva Pavese.  Ed è proprio così. Osservare il paesaggio o la bellezza di un monumento o lo spettacolo  della natura nelle sue variopinte forme. A piedi o da un finestrino. Di un tram, o bus  o di un treno. o  All’alba o al tramonto. All’alba, per chi fosse “costretto” ad aspettare un bus, lo vedi spuntare, o li vedi, da quella che un tempo era l’acciaieria Mentre ora, centri commerciali suturano parte di una Torino operaia. Poche persone in attesa del 52 o del 60. Il 40, da qui non passa. Neanche il 59, ma su questo, mancava una intesa.  E non passa nemmanco l’articolo. Aspetto il 60, quello che un tempo era degli operai Fiat, del Lingotto, ora, oggi, terra di  “Terra Madre” di quelli alla catene di montaggio e hanno fatto la storia e la studiavano anche. Quelli delle 150 ore e della licenza di terza media  ottenuta in questo modo, faticando,  e che da tanto mi ispira la voglia di fare una ricerca su di loro, sul mondo della scuola, di quella scuola-lavoro e di come e’ cambiato quel mondo, da una scuola di massa ad altra scuola di massa, liquida, meno forte. Torno ai miei pensieri, nell’attesa e nella salita. Altre sedute sul bus e una manciata in piedi, a guardare oltre, o dentro. Un anota di cronaca: la targa in marmo nei pressi di via Livorno, corso Umbria, non e’ stata ancora riposta. Pochi soldi in circo…lazione, si, anche, In circoscrizione. A piazza  Statuto molto sembra luccicare e cosi  la stazione di Torino Porta Susa. La discesa, dal bus, la discesa, dalle scale mobili, l’attesa. E nell’attesa, nel giro di pochi minuti, la fantasia percorre dorsali adriatiche e tirreniche. La provincia,  nvece, non gusta molto. Sara’perche’ e’una destinazione reale e li la fantasia non trova mai posto. Poi la realta’ dove vorrebbe si scontra con i suoi non si potrebbe….Il treno, trenino, arancione, o minuetto, fischia, e chiede la sua attenzione. In segno di rispetto, tutti in piedi. Lasciare il posto ad anziani, donne e bambini. In realta’, nello scambio di posti tra chi scende e chi sale, a terra, seduto o in piedi, non resta quasi nessuno. Almeno al 5. Quelli che sono appena scesi si disperdono, quelli saliti, si raccolgono e si stringono per trattene quel po’ do tepore del letto.Appena lasciato, rifatto, talvolta disfatto. Le cittadine, osservate dal finestrino minuetto, corrono via, l’una dopo l’altra…velocemente. Nel mio piccolo, viaggio, posto,  Recupero il gusto della lettura, di qualche  grande, di un giornale, di un libro. Poi, l’arrivo, lento, negli ultimi metri che mancano dagli ammortizzatori del binario 2,  la discesa,  la pista ciclabile ch termina o comincia qui, al binario 1 di due, il bar, l’edicola della stazione, il profumo del pane fresco di una panetteria, e altri profumi e odori di campagna. Lo stallo per le bici e la stalla per le mucche, le stelle in cielo e le stelle di qualche mano che le ha disegnate per strada, a ricordo di un amore o qualche amore. La stradina, il bar, la chiesa, la salita, i ragazzi che si avviano, testa china e zaino in spalla. I giardinetti e alcune scritte sull’asfalto. Sulla strada di Chieri (Torino). Foto, Romano Borrelli (2)Alcuni chiacchierano e altri scherzano nella loro funzione, mica matematica, ma di macchina nel tempo. E’ stupendo come i loro discorsi, le loro risate riescano a riportare, lontano nel temp  le lancette della nostra  vita. Indietro, indietro ai nostri “15-“18“.  Poi varchi il cancello, il primo, il secondo, la palestra, l’entrata….poi, centralino, bidelleria, uffici, didattica, i due per tre (l’equivalenza dei tagli del personale) luci da accendere  e scuola che si accende. I ragazzi, pure. Il datario da cambiare, il timbro e il badge da timbrare. Infine, il timbro ad un’altra storia che non e’ tempo, o non ho tempo, di raccontare. Talvolta kafkiana, ma pur sempre ….vita. L’orologio, il badge, l’uscita e…tanti saluti.

Al ritorno, come nulla fosse “ricominciare”, risulta una breve parentesi, un sogno, in parte realizzato. Una tappa. Occhi incollati al tabellone.Sembra una graduatoria, che scorre, va avanti, torna indietro. Una parentesi.  Qualche treno fermo, causa sciopero, alcuni in ritardo. Ma prima o poi, il treno, arrivera’…

Storia di devozione tra fabbrica, edicola e altro. Quando un’ immaginetta sacra va in processione. A Torino

Storia di una immagine di Maria Ausiliatrce del 1973. Ritornata a casa, dopo un furto. Amorosi Teresa. Foto di Romano B.Storia di una immaginetta di Maria Ausiliatrice, del 1973. Amorosi Teresa. Foto di Romano B.Questa è la storia di una donna, Amorosi Teresa, nata a S. Arcangelo di Potenza  il 16 giungo del 1951.

Meglio. Questa e’ la storia di un’ immaginetta che va in processione. A Torino.

Lastoria di una mamma, come tante. La storia di una mamma, alle prese prima, con la crescita di due figlie, in una Torino operaia, forse grigia, negli anni ‘ 70 .Alle presse, poi. Una citta’ grigia ma anche un pochino rossa, come il colore di talune rose, di quelle che si vedono in alcune zone della citta’ il 22 di maggio dalle parti di Santa Rita. La storia di Teresa, una donna operaia prima, edicolante ora. ( a Torino, in via XX Settembre dove fin dalle prime luci dell’alba e’ presente nel suo chiosco a distribuire quotidiani alla nostra citta’).

Sposata con Guarini Luigi, nato a S. Arcangelo di Potenza..

Due figlie, G., e S. M. Una bella famiglia, con una storia importante alle spalle.

Teresa la incontro per caso. Nel cuore della fede della nostra citta’, un pezzo di terra racchiuso tra la Consolata, divenuta Patrona di Torino a partire dal 21 maggio del 1714 con atto ufficiale del Corpo Decurionale cittadino, il Cottolengo e Maria Ausiliatrice in quella che e’ la terra di Valdocco, don Bosco. Senza dimenticare che verso sud della citta’ dove un tempo erano di moda le tute blu, vi e’la presenza di Santa Rita. Venuta a sapere del dipinto di Maria Ausiliatrice, lasciato in dono, (almeno per il momento, dato che saranno in vista opere di ritinteggiaturanello stabile, ler sentito dire) agli occhi dei torinesi e non, che si trovassero a passare sotto quella casa di ringhiera da me ricordata, (opera attribuita ad un tal  Savino, proveniente da Minervino Murge, come riferito da alcu i condo ini dello stabile di via Caselle) ha cercato di trovare analogie e somiglianze in altra storia di forte devozione.  La sua. E la sua immaginetta, datata, rubata, ritrovata, confrontata, amata.Ma torniamo a questo nuovo racconto.

Teresa e Luigi, sposi nel 1972,  si stabiliscono poco fuori Torino, ad Avigliana. La residenza  stabilita in una casa in affitto,   di proprietà di anziane signore andatesi  a stabilire a S. Ambrogio, altro paese a qualche km dal capoluogo. Teresa, una giovane sposina, 21 anni, con tutta la vita davanti. Gioia, felicità e tanti sogni nel cassetto. Il primo, una bella famiglia, coronata possibilmente dalla presenza e dalla gioia di bambini. Bimbe che presto arriveranno.  I tempi degli inizi per la nuova sposina , sono un po’ lenti, a dire il vero, al pari di quelli dei bambini quando si trovano ad assistere a qualche funzione, in una delle tante Chiese sparse nel nostro Bel Paese. Tempi lenti, in attesa di notizie dal paese d’origine, arrivate, per come si usava in quel tempo, nella buca delle lettere. Il telefono era un lusso, almeno in quel periodo. Un paese d’origine lasciato all’inseguimento del grande amore, Luigi.

Edicola via XX Settembre, Torino. Foto, Romano Borrelli

Di tanto in tanto, nelle cassette delle lettere,  Teresa ne ritrova alcune, a lei indirizzate, mischiate ad altre, non sue, ai Bollettini Salesiani, riviste collegate al  Santuario. Riviste intestate alle due signore anziane, proprietarie dell’appartamento. Le riviste, in realtà, sono indirizzate alle proprietarie dell’alloggio, che a fine mese, si recano in loco per ritirare i soldi dell’affitto e la posta. Teresa, le apre, le sfoglia.  Comincia ad interessarsi  e approfondire temi teologici. Forse, in queste, è “inscritto” un destino. Intanto, dalla lettura del Bollettino impara  di tutto un po’. E comincia a conoscere paesi lontani, usi, abitudini, costumi diversi e soprattutto  a sapere chi sono  Maria Ausiliatrice, don Bosco,  e cosa fanno le attività missionarie. Inoltre, si appassiona alla lettura delle suppliche, guarigioni,  miracoli,  promesse. Non è suggestione, ma un interesse da approfondire. Un interesse che matura, giorno dopo giorno: dalla religione alla geografia alla storia sociale ai costumi.  Al proprio credo. Per ogni numero di ciascuna rivista , si ritrova sempre più ricca , grazie alle storie altrui. Un Incontro, sempre più ravvicinato. Con l’Altro.  Storie stampate, illustrate, vissute empaticamente.  Al termine di ciascuna storia, di ogni articolo,  si ritrova a ribadire la stessa promessa: appena le sarà possibile, partecipare a quella bella missione cominciata con una Ave Maria. Un abbonamento e un’offerta per le missioni.

Teresa, nel marzo del 1973 rimane incinta. A fine dicembre dicembre nascerà  G. che allieterà la vita di Teresa e Luigi. Il pensiero della futura mamma corre immediatamente ad altre Scritture. Giulia, in realtà, in onore alla Madonna, avrebbe dovuto chiamarsi G.M., ma, si sa, spesso,  tra una corsa e l’altra, all’anagrafe ci si dimentica di qualcosa. In questo caso, di un pezzo di nome.  Una dimenticanza, cosa che non accadrà invece per un’antica promessa pronunciata al termine della lettura di ciascun numero del Bollettino e delle opere salesiane. L’offerta promessa, “s’aveva da fare”.  Saranno  5 mila lire l’equivalente dell’offerta relativa alla promessa. Non molto, ma tanto, se tenuto conto che il solo “portatore”  di reddito famigliare era il solo marito. E con i ringraziamenti del Bollettino Salesiano, nella buca delle lettere è inclusa anche  una bellissima immagine di Maria Ausiliatrice, di quelle di un tempo, con lo sfondo verde. Da quel momento in  poi,  l’immaginetta sarà custodita nel portafogli come una reliquia. E nel cassetto dei sogni e delle promesse ben presto ne aggiungerà un’altra. “Se avro’ la fortuna di avere una seconda bambina, il suo nome sarà anche Maria”. E così,  in agosto del 1976 nascerà la seconda figlia, S.M., in onore della Madonna e col ricordo dell’Ausiliatrice.

Ma Teresa, nel frattempo, oltre che fare la mamma, di cosa si occupa?

Dal 24 maggio del 1979 al 24 maggio del 1989 lavora in Fiat, come operaia,  a Mirafiori, reparto carrozzeria, verniciatura. Forse quanto si dirà successivamente lascerà   in alcuni dello scetticismo, ma  per Teresa, questo non importa. Il credo e’ personale vissuto in maniera ecclesiale. La coscienza non va coartata, e Teresa risponde alla sua . Continuando il racconto della   sua storia,  si comprende che per lei, le date diventano anche un simbolo. Una parentesi con corsi e ricorsi a leggere le cronache. Elezioni europee alle porte, devozione quotidiana.

Il concepimento, la nascita della figlia, il 24 maggio la data di assunzione, il 24 maggio la data di licenziamento.  Molto evangelico, il tutto. Mirafiori, una tappa fondamentale. Per l’inizio e per la fine della storia.  Immaginare il viale alberato torinese, con il tram dieci o novantuno che corrono, su quei binari, carico di lavoratrici e lavoratori. Lavoratrici e lavoratori carichi di pensieri all’andata e  di fatica e stanchezza al ritorno, alleggeriti di ogni forza e di tempo sottratto dalle catene, dalla vernice, dalle carrozzerie.    I tram stancamente raggiungono il capolinea, nel viale alberato di Corso Tazzoli. Donne e uomini si apprestano, in procinto dei cancelli, meglio, le porte,  a mettere mano ai propri portafogli. Il mitico tesserino, un’occhiata a qualche fotografia, che ritrae la famiglia, i figli, il fidanzato, la fidanzata. Teresa, oltre a questo, concede un’ulteriore occhiata alla sua immaginetta dell’ Ausiliatrice.  Un pensiero, una richiesta di aiuto e protezione costante, per sé e la propria famiglia. Una compagnia in ogni movimento, ripetuto all’ossessione. A fine turno, poi, un saluto, alle colleghe, i colleghi, e alla sua Madonnina, riposta all’interno del portafogli.  Un ringraziamento per aver superato indenne quelle otto ore incatenata  ad una fabbrica.  Scorriamo le cronache di quel giorno. Il 24 maggio del 1979, viene  ricordato dalle cronache cittadine perché un detenuto,  andato, insieme ad altri, in  pellegrinaggio a Lourdes, non farà  più  ritorno alle  carceri Nuove di Torino.  Altre notizie da Mirafiori, proprio lo scatolone manifatturiero  in cui Teresa lavora. 24 maggio: le cronache ci raccontano  un gravissimo atto di intimidazione contro militanti e attacchini del Pdup.  Devozione,  luogo di lavoro e ancora devozione si concentrano nella quotidianità di Teresa, che osserva fuori  dal finestrino del tram, dalla catena di montaggio e nel frattempo,  cresce dentro.Sovente in questo periodo ricorda come collghe e colleghi di lavoro, dopo qualche fermata ditram erano soliti scendere, per un saluto veloce, di devozione, a Santa Rita.

Il  24 maggio, festa di Maria Ausiliatrce. La processione è alle porte, proprio come a migliaia, che entravano ed uscivano dalle porte di Mirafiori. E ad ogni entrata e uscita dallo stabilimento, quella Madonnina è la fedele compagna di viaggio e di lavoro di Teresa. Immagine custodita gelosamente all’interno di quel portafogli.  L’immagine sarà fedele compagna della nostra narratrice  fino al  mese di giugno del 1999  quando in seguito ad un furto del portafogli e del suo contenuto, si perderanno notizie della “reliquia”.  Una compagnia durata  26 anni. Una vita.  Le pene  di Teresa per questo fatto sono enormi. Per lei  era come avere, sempre con sé la propria famiglia. A quell’immagine confidava e affidava molto. Quell’immagine era Altro, per Teresa. Era tutto. L’assenza dell’immaginetta dura una decina d’anni.

Nel 2009,  sul finire dell’estate, durante le pulizie che Teresa svolgeva  in casa,  si  ritrova, inspiegabilmente,  l’immaginetta che rubata  dieci anni prima. Il ritrovamento avviene all’interno di  un cestino di vimini, in una stanza usata un tempo dalle figlie. All’interno di un cestino di vimini più volte movimentato nel corso di quegli anni, di quei mesi, prima del ritrovamento. Nel suo interno  vi erano contenuti oggetti quotidiani utilizzati d’abitudine. Una pinzatrice, ad esempio, utilizzata poco tempo prima di partire per le ferie d’ agosto. “Strano, ho pensato. Ho utilizzato questa pinzatrice ad agosto, prima delle ferie, e non mi sono accorto della sua presenza”. Il ritrovamento dell’immaginetta si accompagna ad episodi particolari, personali, intimi e delicati di Teresa. Episodi che toccano direttamente la salute, racconti di sofferenze e malattie troncate sul nascere, miracolosamente. Guarigioni  che, la stessa interessata attribuisce a qualcosa di grande, misterioso, miracoloso. Una storia di referti e cartelle cliniche, che agli inizi lasciavano presagire qualcosa di cattivo, e che invece, hanno avuto, fortunatamente per Teresa un’altra storia. L’immaginetta è tornata a casa, o forse non l’ha mai lasciata, la casa,  e questo vorrà dire qualcosa.  Teresa non si pronuncia, né pretende che si accetti questa storia per come la intende lei.  E’ una donna che lascia liberi di credere o meno. Era importante per lei, socializzare l’immagine dell’Ausiliatrice e sulle ricorrenze. In definitiva, sul 24 maggio.

Teresa la potete incontrare al mattino, presso la sua edicola, in via XX Settembre, a Torino, dalle cinque del mattino alle tredici. Dopo pausa pranzo, si reca qui, nella Basilica di  Maria Ausiliatrice, dove l’ho incontrata ,  e dove con tanta devozione continua a pregare per sé e per altri. Terminata le preghiere,  è solita accende una candela. Ad osservarla da lontano, nella sua compostezza, davanti a quel treno di candele, viene da  pensare a quanto mistero si trovi in una candela, nella luce, all’interno della Luce.

“La luna è splendida in questa calda luce serale, proprio come la fiamma di una candela è bellissima nella luce mattutina. Luce nella luce. Sembra una metafora di qualche sorta. Mi sembra una metafora dell’anima umana, la luce individuale racchiusa nella grande luce universale dell’esistenza” (tratto dal libro Gilead).

Abbiamo voluto fare luce, nella Luce, su una storia. Di un ritorno a casa. A questo mondo, non abbiamo una casa. Ma quell’immaginetta, ci è voluta tornare. Forse dopo una lunga Processione. La storia di una immaginetta che va in processione per le strace di una citta’.

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Una storia importante

DSC00125Treni, gallerie, stazioni illuminate, città, attese, partenze.  Anche se inflazionati,  è proprio coi treni e dai treni che si è scritta e continua a scriversi la storia. E forse, fin dal principio, è nel sogno di tutti i bambini lavorare nelle stazioni. In molti, da piccoli, almeno una volta, hanno immaginato di fare i facchini alla stazione e sognare, di partire, di vivere le storie altrui. Oppure, il capotreno, a controllare biglietti e scambiare qualche parola, almeno fino all’arrivo della stazione. Fazzoletto verde in mano, fischietto e cipolla nel taschino. O ancora, il macchinista. Ancora, l’addetto alla posta nel vagone postale. Quando le mail non esistevano ancora. E quante volte nella vita, da bambini, con i trenini, non abbiamo immaginato di vivere quelle situazioni? Partire.  E arrivare. Nelle stazioni è possibile raccogliere una umanità che in altri luoghi non trovi. Dai treni, “scivola” via anche gente che “sale” per cercare lavoro e che con questo ha contribuito a scrivere pagine di storia. Onorando la terra natia e quella di adozione. Gallerie. Luce. Vegetazione che cambia. Il ritorno d’estate, qualche giorno al mare. L’uscita dalla Fiat, l’ultimo giorno di luglio. La 850 carica. Poi la 127 e per chi poteva, il 128. La fine del primo turno. Le ferie. Poi Natale, per chi poteva. Lavoro. Torino negli anni ’70, l’arrivo dalla Puglia, dalla  Sicilia, dalla Calabria. Gente che ha fatto la storia, proveniente da cittadine lontanissime. E così ho cominciato a ricordare alcuni amici, provenienti da li, come Domenico, l’ingegnere cimentatosi con la scrittura, rendendo omaggio ad una piccola cittadina della Calabria, o ancora, Greg, con il suo “amico serpentello”, Mimmo Calopresti, il regista, e l’incontro al Circolo dei Lettori, sul tema Tyssen, e altri, piu’ recenti, in un “sali e scendi” Calabria, Torino.

A Torino, nel cuore del cuore della terra dei Santi Sociali, esiste un altro cuore, dove la “residenza” è di “casa”. A due passi dall’anagrafe, luogo di “residenza” o “domicilio”, e talvolta “unione-fusione-nascita” esiste un piccolo laboratorio, dove la creatività non sta mai ferma. Un laboratorio. Di sartoria, pittura, scrittura. Un laboratorio, a due passi da un altro “laboratorio”, il primo, in quella piccola terra chiamata Valdocco. Nel laboratorio, di proprietà del Signor Antonio Corapi si respira aria di mare, di Sud e di Calabria. I suoi dipinti parlano di vita e di storie di vita. Ma la Calabria è grande. Vediamo di precisare dove siamo esattamente in questo laboratorio.

Ci troviamo,  in Via Carlo Ignazio Giulio 27,  a Torino. Un laboratorio all’interno del quale trasuda una storia calabrese,  dalle parti di  Soverato.  Esattamente, quella di Antonio da Gasperina, a voler puntualizzare. Siamo sul Mar Jonio, in provincia di Catanzaro. Antonio descrive il suo paese natio posto “su una collina con circa 2.000 abitanti”.  “Arrivai a Gasperina a tre mesi. Sono nato a Montauro. Nel marzo del 1938“. A tratti, quella collina,  di Gasperina, “ricorda quella di Superga“. Il primo nucleo abitativo risale al VII-VII secolo dopo Cristo, quando le popolazioni rivierasche si spostarono nell’entroterra per sfuggire alle incursioni dei saraceni.  “Quanto dista il mare da casa tua”, gli domando.  “Il mare”, continua Antonio “dista, in linea d’aria, da casa mia, circa cinquecento metri; facendo i tornanti, un pochino di più”.

“Quindi, la Calabria, quella cittadina lì, non è famosa solo per i peperoncini” ,  esordisco facendo il verso a molti non appena sentono “Calabria”.

Osservando questi dipinti, possiamo dire che con la pittura, la  musica, le note e il “taglia e cuci” Antonio ha contribuito ad aprire una finestra ulteriore sulla tua terra. Un uomo che si trova ad osservare i dipinti di Antonio, coglie l’occasione per  ribattere: “Certo,  Antonio per la sua terra è fondamentale, importante; Gasperina  ha contribuito a dare i natali ad un personaggio versatile: pittore, compositore, sarto”. 

Ma qual è la storia del sig. Antonio Corapi, un uomo mite, carattere buono, dolce, versatile, occhi azzurri, capelli bianchi, “impregnato” di storia, proiettato verso gli ottanta?

Antonio, aDSC00119pprodato a Torino durante i mondiali, Mexico ’70. O forse, qualche mese dopo.  In treno. Tanto per cambiare.  Dopo aver fatto tappa a Milano, per un po’. Prima ancora, il militare, a Pesaro. “Per un po’”.  Il lavoro, il suo, come sempre lo porta a “riparare” abiti. Un buon sarto. Un lavoro che, prima delle delocalizzazioni e del made in china, “andava”. Poi, Torino. Altro lavoro. Un archivio. All’Enel. Tanti documenti. Storie altrui da seguire e  da ricostruire.  Per 35 lunghissimi anni. Documenti e scartoffie.  Quando i computer non si sapeva ancora cosa fossero. Nella sua vita, storie a colori. Giù, perché nel tempo libro, ha la passione per la pittura, per le tavole. E sulle tavole, si sa, molto è apparecchiato e molto è “anticipato” del futuro di un uomo.  Sulla tavola, molto fa comunione. Gallerie di vita illuminanti. Gallerie di corpi, di donne, di uomini. Di Santi. A tratti, in questo laboratorio, posto in Via Carlo Ignazio Giulio, 27, pare di essere in un’ala della Consolata.  “Gallerie” di volti simili ad ex voti, come il quadro raffigurante un terremoto e le sensazioni che esso provoca. E ancora tanti testi. Con “Testa”. Il suo superiore.  “Presidente. Dell’Enel”, ricorda con emozione Antonio. “Mi piacerebbe lo sapesse, che ho il suo dipinto, qui, in laboratorio”.  Intanto, il dito indica i dipinti e legge tra gli spartiti le note dei suoi testi.

Brani, scritti, divenuti canzoni. Alla Mamma, a Maria, (forse aveva già in mente qualcosa del Santo) ai fidanzati che cercano ma non trovano…insomma, “sfigati”. Girando e rigirando in questo microcosmo, scopro, tra i tanti quadri, che due in particolare sono dedicati a due santi, di queste parti: San Giovanni Bosco, che di qui a pochi giorni, una città intera, e non solo, festeggerà, e l’altro santo,  San Domenico Savio.  A Maria Ausiliatrice.

Quando e dove hai incontrato  don Bosco? “Già in Calabria, da ragazzo, sentivo parlare di don Bosco. Se ne parlava molto, giù da noi”. Poi, qui, a due passi dal laboratorio, all’ombra della Basilica,  la domenica è di precetto, andare a messa. “Tutte le domeniche mattine vado a messa”, a Maria Ausiliatrice,  racconta.  Da qui, vicino il Rondo’, la Basilica è a due passi. Col dito, li indica, i quadri. Tutti suoi.  Poi, indica le mani, da buon calabrese quale è che non dimentica mai le radici. La sua terra.  Mani che cuciono, rammendano, riparano.  Le mani suonano e cuciono. Pare di sentire il rumore della macchina da cucire, gli aghi, i manichini, pezzi di stoffe.  I “ginsi”. Mani che suonano. Da li, gli occhi muovono lentamente su altri quadri: a tratti sembrano ex-voti, di quelli che si possono ammirare alla Consolata, per qualche grazia ricevuta.  Un invito, al nostro quotidiano locale, di fare un giro, e provare a raccontarcelo, sulle pagine del giornale, come da un po’ si sta orientando. Tra storie di vita. Il mio intento,  senza presunzione,   è di fare una “pubblicità”.  Della sua storia. Un giro, lo merita. Davvero. Forse non ci saranno fotografie che lo ritraggono il giorno del suo arrivo, in bianco e nero, come pubblica da un po’ La Stampa, ma, merita davvero un riflettore, il signor Antonio.  E anche gli occhi, meritano di vedere tanta bellezza su tela. Portare alla luce insomma,  una storia, importante. La storia di Antonio Corapi è una storia che cuce e dona vita ad altre vite. La vera regina, in questa cornice di quadri è una macchina da cucire.  Quadri e macchina da cucire. Storie d’amore e di vita. Pare esprimano un solo comandamento.  “Uomini amatevi reciprocamente“. E così è stata concepita la vita di Antonio. Una vita intensa. E così, con quell’imperativo ha cercato di allevare ed educare i suoi tre figli: Vincenzo, Elisabetta, Maria Carmen.

Nella foto, il signor Antonio nel suo locale, dove dipinge, suona, scrive….

Antonio Corapi. Via Carlo Ignazio Giulio, 27. Torino.

Con la speranza che anche  negli Usa, che ti tanto in tanto leggono il blog, si accorgano di questi bei quadretti del sig. Antonio.

Alta velocità

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La “bussola” del tempo, posta al centro della stazione, orientava tempo e spazio. Le 13 10. Il tempo del tram, o del bus. Il 13 e il 56 erano i preferiti. Chi non aveva voglia di camminare sotto i portici, aspettava il dieci, appena fuori dalla scuola. Davanti la Questura. Sopra il tram, capitava spesso che per questione di precisa “ragioneria”, i posti fossero già occupati. Per chi si disponeva a marciare, come l’esercito del re, sotto i portici, canticchiava, felice, la ripresa. Della libertà.    Dalla parte opposta, i tram 10, 91, 91 barrato e 92, trasportavano in continuazione coloro che di li a poco, per otto ore, la libertà, l’avrebbero persa. Cartellino alla mano, semaforo a campione, scelta della porta e…..voilà, bolla ed eri nel tempio del lavoro. Presse, scocche, lastroferratura, montaggio…Una “catena” li attendeva. Di montaggio, mentre allo stesso tempo, altro si smontava. Per otto lunghissime ore. Per chi rientrava in possesso della libertà, riposti libri e quaderni, una breve passeggiata, prima del bus. Chi non aveva i guanti, intrecciava dita o al più, un palmo  della mano avviluppato in altro palmo della mano. Coppiette in corso.. Zaino in spalla. Lo spazio. La collinetta a sinistra, con un giardino e qualche panchina. “Un ponte” per, e, sul lato opposto, gli scalini. Da li sopra, il ponte, con delle arcate. Si vedevano entrare o uscire dalla stazione i treni. Quelli rossi. Il regionale Milano Torino, direzione Porta Nuova e il Torino Porta Nuova Milano, direzione Chivasso. Binario 2 e 3. E poi, da sopra, il mitico binario tronco, dove in attesa del trenino ci ricavavi un po’ di spazio interiore, solitudine, intimità. Spazio. Dall’altra parte, Corso Inghilterra. Altro ponte. La bussola, fedele, segnava la sua ora. Era lì, davanti a noi. Ha fatto la sua parte e ancora la fa. Per le partenze, gli arrivi, gli incontri, gli scioperi, i banchetti per i volantini da distribuire. La bussola, come per tutte le stazioni che si rispettano, era al centro della stazione. Tutti noi, buttavamo un occhio. La giornata era cadenzata anche da quella bussola. Ha segnato tanti di quegli eventi e ancora ne segna. La nuova stazione è carina, illuminata, bella. Chissà perché, a tratti ricorda la nuova stazione di Berlino. Ma perché per rispondere alla domanda “che ore sono” ci dobbiamo far venire il torcicollo per guardare l’orologio bussola appeso alla cara e vecchia stazione Porta Susa? Mha…..Forse perché nel tempo dell’alta velocità, tutto è istantaneo. O forse perché, proiettati nel futuro siamo ancorati nel passato.  Dall’altro capo dei fili elettrici, a Reggio Emilia, forse staranno pensando qualcosa di simile…Perché bisogna usare la lima per le porte? Questione di banchina?…..Miracoli dell’alta velocità….Remaniement…Uscendo, Filippo e Marianna chiedono pazienza. Lavoro ed economia, sono in corso nella dialettica ad alta velocità.DSCN3657