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Ma “quale lavoro? ” e “1956”

torino-21-11-2016-foto-borrelli-romanoDalla fermata Lingotto alla scuola di amministrazione aziendale il passo e’ breve.  In via Ventimiglia si accumulano foglie secche e ricordi vecchi,  fuori e dentro la Saa,  scuola di amministrazione aziendale. 20161121_121820Era da un po’ di tempo che non assavo da queste parti,  la metro non c’ra ancora ma M. e M. c’erano.  E c’era pure la neve! E forse pure “Gliz”.  Altri tempi.  Il tema dovrebbe essere il lavoro e l’Europa. A due passi da qui,  il “tempio”,  il Lingotto a 5 piani dove lavoro’ mia madre all’assemblaggio del “fiorino”. L’elica,  la pista,  la cassa,  la ristrutturazione,  il lavoro che migra, il lavoro che manca,  il chiosco dove mio padre comprava le  “super brioches” dopo aver accompagnato mia madre per il primo turno. Profumo di dolce e fatiche. Lingitto,  la “bolla”,  lavoro.  E qui da noi? Dopo Agorà di sabato,  il lavoro.  Saa. C’era una volta una lei,  anche qui,  al corso di economia. Incontri e lezioni. Di vita,  d’amore. Competenze,  conoscenze,  alternanza lavoro. Ci sarebbe da scrivere e forse innescare una dialettica ma… Quel che serve e’ cercare di restituire qualcosa ai maturandi della mia scuola.  Il lavoro,  gli operai… Un’oretta di convegno tra politici,  parlamentari,  funzionari e studenti. Esco,  no pienamente soddisfatto tra studenti e studentesse chini su libri,  appunti,  evidenziatori tra le dita. torino-polo-900-foto-borrelli-romano Nel pomeriggio,  una lezione sul ‘1956 torino-21-11-2016-foto-romano-borrellipresso il polo del ‘900: relatore,  professor Giovanni Carpinelli.  E qui è  tutta un’altra. . . storia.

Agorà 2016

torino-19-11-2016-agora-foto-borrelli-romanoFa un certo effetto Torino avvolta nella nebbia. Al mattino presto. La stazione sonnecchia a bocca aperta e lentamente ingoia e sputa personaggi lenti sprovvisti di orologio,  tanto il tempo è loro e si vede che hanno solo voglia di perdersi. E io pure,  infilandomi in un treno qualsiasi. Reggio Emilia. Vorrei andare da quelle parti. Mi piacerebbe. O piu’ giu’ ancora. Cosi,  tanto per “annusare” ancora una volta il mare. La metro è  a due passi e la città  pure. Il grattacielo strizza l’occhio e l’Agora’ attende.  Avvicinatomi alla porta a vetri si apre. Uns breve rampa di scala,  l’accredito e ci sono. La sala o aula magna o auditorium. Dalle 9. 00 alle 13. 00 si parlerà  di lavoro,  formazione,  welfare,  famiglia,  opportunità e relazioni istituzionali. Silenzio entrano il Vescovo,  la Sindaca e il Presidente della Regione. Silenzio: 4 esperienze  personali,  di riscatto personale e voglia di “restituzione” alla citta’. Si snocciolano  storie di vita e si preparano domande da porre per un futuro diverso. Da predisporre.

Museo della frutta

Torino 2 2 2016 museo della frutta.Borrelli RomanoUn leggero venticello alza foglie e polvere e i ricordi ritornano all’antico splendore. Bellissimi lineamenti un po’offuscati si incrociano tra scale che scendono e scale che salgono. Incontri metropolitani con la “storia” in un viaggio di 7 fermate che diventa ancora piu’ compresso quando e’ piacevole. Un po’ come l’amore, quando chiudi la porta e il mondo fuori. “Esageruma nen” direbbe qualcuno. Pero’ a me onestamente fa piacere incontrare (casualmente) il sapere nella persona di un docente universitario (prof. Carpinelli). Mi piace il modo di indurre alla riflessione. Gia’: quando e’ nata l’adolescenza? E nei quadri, gli adolescenti come erano raffigurati, ammesso lo fossero…Giornate intense. Dal museo della frutta nella sua concezione sociale. E poi, se tutto e’ “per colpa di una mela”, al tempo delle mele cambiano i volti ma i ragazzi restano sempre appartenenti al” tempo dell’amore”. L’amore, questo grande tema. Gia’, su questo tema non si pettinano mica bambole. Il museo della frutta vale la pena essere visto, per le qualita’ e tipi di frutta in esso presenti e catalogati. E poi, con una buona dose di fortuna, entrando da altro corridoio dello stabile, dopo aver attraversato un cortile e aver preso l’ascensore fino al primo piano, notare una lei in coda ad altre, libri e libretto in mano, profumo dolcissimo, capelli neri e lunghi, occhioni scuri un po’arrossati e stiracchiati, segno di notti all’insegna di caffe’, tratti delicati, labbra che picchettano tra loro nomi e date, come una lenta litania, ultimo esame universitario, l’ansia a farla da padrona, su e giu’ per il corridoio, il tutto pochi istanti dopo aver aperto una porta nel mentre del suo su, e ci scontriamo-incontriamo, un attimo, i fogli sparsi, libri a terra e cosi il libretto e i suoi 30. Ci accovacciamo contemporaneamente. I corpi si raccolgono e raccattano l’ordine, meglio, disordine sparso, i pensieri sono agli studenti,  raccolti in altro corridoio (con insegnante!) per uno, all’esame imminente per l’altra, gli occhi invece no….Sempre tutta colpa di una mela.  Dall’aula universitaria rimbomba un nome ed un cognome…”Scusa, devo andare”, mentre le mani si sfiorano. Museo della frutta, dicevo. Lungo i corridoi del museo, in bella vista una macchina da scrivere, old style. Ripenso alla “L28”. Respiro. Inspiro. Vado. Torino 2 2 2016.museo della frutta.Borrelli.Romano, a due passi da scuola, al giardino, al tema del lavoro sul tappeto, meglio, sul blocchetto, la comunita’ scuola a lavoro e al lavoro (visione oggettiva, soggettiva, nella narrazionere-relazionale) lavoro oggettivo, soggettivo, da enciclica, istat, quotidiana. Le donne, nella storia; il Serming, nel presente, il Carnevale, le maschere, il levare qualcosa, il sovvertimento dei rapporti sociali…Il giovin signore, Parini, Campana e Marradi e l’energia elettrica, “l’alternanza scuola-lavoro, troppa, troppa poca, dipende, inutile, chissa’….”. Va ora in onda, “la scuola al lavoro” nella sua alternanza scuola-lavoro. E non solo.

 

Auguri per un buon 2016

Torino 1 1 2016, foto Borrelli RomanoPuntuale come ogni anno l’anno nuovo e’ arrivato. “1.01.2016”. Una puntualita’ svizzera. Anzi. Mondiale. Olimpica. Europea. Il tempo di vedere allontanarsi il 2015 ed ecco il nuovo venuto,  bello e splendente ricco di 20151231_232809promesse. Una fetta di pandoro, un buon bicchiere e “musica” (esterna, prodotta da “bombe” varie) e luci di sottofondo ma in misura ridotta. Un ripasso al discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la ricerca su internet di quelli degli ex in particolar modo, quello di Sandro Pertini.  Discorsi di fine anno. “Discorsi dal caminetto”, lunghi e asciutti, e da tre punti come l’attuale. Uno, quello del lavoro, questo benedetto assente anche nel suo voler segnalarne la sua presenza con  una “timida ripresa”. Poi solidarieta’ e migranti. La piazza centrale e la centralita’ della piazza per una nuova nascita. Fiocchi rosa e azzurri.Torino 1 01 2016 foto Romano BorrelliLa sua nascita e’ stata salutata con minor uso di botti rispetto agli anni passati. Ci vorra’ del tempo per “debellare” quelle “bombe insensate” ma son certo ce la si fara’. Sulle strade le tracce di quelli “sparati” a mezzanotte precisa. Nel pomeriggio vie del centro affollate  tra slalom di giubbotti, borsette e ogni altro oggetto depositati sul selciato della strada pronti per essere venduti da qualche povero Cristo. Una marcia tra via “Gari e Roma” con la speranza di dare una mano alla lenta e…lunga digestione. Cappelli calati sulle orecchie e tutti, a sentire i discorsi, divenuti esperti nel gioco del “tempo che fara’”. Domani piovera’ o nevichera’?  Da poche ore conclusosi quello della “persona schifo” o “persona sorpresa dell’anno” (continuando poi con libri, film, ecc. schifo/sorpresa dell’anno). Intanto tra le mani sfoglio altre buone letture in attesa di nuove e dolci “notti bianche”. Presenti miei e altrui, ben accolti e stretti e “attenzionati”che come diceva Agostino all’attenzione” che e’ la presenza del presente in noi. Accogliere la realta’ resa trasparente da parole selezionate. Chi e’ attento, sta in attesa e  attende di ricevere il suo…presente. Dal cuore, a tutt*, buon anno.Torino 1 1 2016 foto Borrelli Romano

Una storia di… gofri. Al Massimo

29 dic 2014, Massimo. Foto, Borrelli RomanoL’anno 2014, lentamente, volge alla conclusione. In tantissimi, sui social, rendono pubblico che è stato fantastico. Un cerchio, uno scatto, un faccione. Molto posa. Mi piace. Piace a tanti. Oggi, fermata “Dicembre”, dicono i ragazzi. Piazza. La gente ha fretta, di rientrare, dopo il lavoro, di infilarsi in un bus o nella metro o ancora, di raggiungere la stazione e andare…in dolcezza. Rientrare, in famiglia, ricaricarsi dopo un giornata, una,  nel luogo caldo per definizione, o partire, per staccare, da tutto e da tutti, almeno per un po’, destinazione spensieratezza  all volta di un abbraccio morbido. Un ritorno o un rientro a, da (elogio delle preposizioni semplici). Nell’anno da me  dedicato al “concetto di nuovo lavoro“, una variante nuova,  di lavoro,  si materializza agli occhi miei e di tanti dalle parti di Torino Porta Susa. Il suo compito, del lavoratore itinerante,  e’ quello di preparare gofri, alla nutella o altre dolcezze a chi, oggi, e’ in procinto di dare forma alla sua. 29 dic 2014, Massimo.foto Borrelli RomanoOmbrellone da spiaggia con “logo“, una bici, una sorta di banchetto, vasetti di nutella e marmellata  et voila’ il dolce e’ servito. Massimo Ravarino, torinese (di 59 anni) questo il nome di un lavoratore prima (corriere), disoccupato poi e “artigiano”della dolcezza ora e’ quello che un tempo si sarebbe potuto qualificare con il suo “mezzo” e i suoi mezzi, un gelataio o un caldarrostaio. Un ambulante del dolce, gofri, itinerante.  In tasca porta con se’ l’autorizzazione  di addetto alla ristorazione ambulante.  Categoria b. D’accordo, d’estate, in giro, se ne vedono, di biciclette  con “vaschette” gelato, ma d’inverno? Vuoi  mettere, il generatore, la tanica di benzina per dare energia al tutto per una giornata di lavoro  di 7-8 ore? Un generatore che per quel lavoro costa all’incirca 1500 euro. E quanti kg di dolcezza da distribuire. Un nuovo lavoratore che ha scommesso e si e’ reinventato per necessita’ e un po’ anche per passione. “Stare tra la gente, in mezzo alla gente e’ piacevole”, conferma Massimo. Difatti, tra un gofri e l’altro riesce ad essere loquace e positivo. Massimo cambia sovente piazza, presto potremo trovarlo anche in piazze piu’ illuminate e perche’ no, l’augurio che la stampa e la cronaca cittadina riescano ad illuminare questa storia di …rilancio di una economia. Famigliare, dolce, delicata. Massimo tra un dolce e l’altro racconta di un’altra dolcezza, che lo, aspetta a casa, come tutte le sere: sua figlia Greta! Studentessa del Vittorini, in procinto di sostenere, in estate, la sua maturita’ in una scuola dell’hinterland torinese. A tutti nel porgere dolcemente il gofri augura un…dolce viaggio. La crisi morde ma offre anche esempi di forte resistenza. Di tanto in tanto alza il timbro della voce per invogliare i passanti Ad acciuffare e addentare, con una modica cifra un pezzo di dolcezza da gustare in itinere. La posizione in cui ha parcheggiato la sua “bici”e’ un po’ defilata rispetto alla nuova stazione, cosi illuminata. Alle sue spalle,  ora, oggi, la vecchia entrata della stazione, e le biglietterie all’interno, li, dove per tanti, nel giro di poco, si decise una gita a Parigi, un Capodanno a Roma, un viaggio al mare. Ah, la vecchia cara stazione quanta luce riesce ancora a generare…Gia’ perche’ il motore di tutta questa attività  e’ nel generatore posto appena dietro il suo banchetto.29 dic 2014, Massimo, foto Borrelli Romano Avrebbe bisogno di luce, anche mediatica, capace nel giro di poco tempo, di creare lunghe code come capita dalle parti di via Garibaldi, per un sacchetto di…patatine. Per il momento, in dieci giorni di lavoro, la strada percorsa e’ stata davvero molta e…dolce. Per tantissimi, in viaggio.

Saluto Massimo e gli chiedo cosa fara’ il 31 dicembre. “Al lavoro”, mi risponde? “Per rendere ancora piu’ dolce l’inizio dell’anno ai torinesi”. Il mio augurio e’ che la stampa cittadina possa proiettare un po’ di luce su questa storia. Molto  dolce.Torino 30 dic 2014 foto Borrelli RomanoTorino 30 dicembre 2014 foto Borrelli Romano

ps. Nonostante la maratona del cibo che ha concesso una sola piccola pausa decido di tuffarmi in un “pezzo di nutella”….buon gofri a tutti.29 dic 2014, Massimo. Foto Borrelli Romano

ps. Prossimamente diro’ dove potrere gustare un po’ di…dolcezza. Nel frattempo utile ripassare queste “concessioni” itineranti, chissa’…Torino 30 dicembre 2014, foto Borrelli Romano

ps2. Una storia  di quando il lavoro “svapa” nei fatti, inflaziona nei discorsi politici e in tali termini, un augurio a Massimo…:”yolo”.

ps. Ovviamente, essendo itinerante, non ha un luogo fisso, pero’….se proprio lo volete sapere…

2 Dicembre in piazza Castello….tra Albero, Presepe, lavoro e lavoratori

20141202_181355La partita si sta giocando “di schiena”, nella stessa piazza, ma, allo stesso momento, su piazze contrapposte. Il pallone potrebbe essere lo stesso, una lettera, a sinistra, dalla parte della Regione ( a volte l’uso dei termini…), con la speranza che non sia “la lettera” di Capodanno e dall’altra, l'”abbassamento”del numero 2, la casella del Presepe, che accorcia la strada e la distanza, dalla e della letterina verso il Santo Natale20141202_175658. Bimbi e famiglie riunite intorno alla tavola e magia delle magie…letterina sotto il piatto.In piazza, ora,  Spalle contro. A destra si e’appena levato un applauso. La casellina, complice un vigile del fuoco, e’ andata giu’. Un aiutino, di tanto in tanto…ci siamo capiti, no? La partita, da queste parti, e’ terminata. La gente lentamente lascia il catino.A sinistra, il gruppo si fa piu numeroso, ma la partita deve ancora cominciare. Speriamo si formalizzino le proposte per il lavoro e tornare al lavoro.20141202_175538Insomma, che sia un buon Natale, anche senza letterina ma con la continuita’del lavoro. Uno dei lavoratori piu anziani, si vede che ha scritto addosso anni di fabbrica, prende il microfono e dice: ” ma lo sapete che siamo licenziati tutti, vero? Sembra che siamo qui per una passeggiata…” Speriamo escano solo buone notizie, per tutti.

20141202_174626Lavoro, questo “benedetto” lavoro. Questa “questione sociale”….

ps. Dal 2015 entra in vigore quella parte di  legge Fornero,  e  l’Aspi che fa passare (per coloro che hanno 50 anni di eta’) il periodo di mobilita’ da tre anni a due anni creando cosi gravi danni e “obbligando” i lavoratori stessi ad “uscire”pur di non perdere quell’anno.

Mare: “un amore così grande, 2014”

Torre Lapillo, 2 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014, foto Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Tra una visita e l’altra al barocco leccese una passeggiata e buone letture sulla spiaggia, al tramonto e all’alba. Tra le pieghe dei libri, pagina dopo pagina,  immaginare di vivere tante vite. Altre vite, quando la propria pare non essere sufficiente. O all’altezza. E la si vorrebbe migliore, diversa. Con alcuni tratti da cancellare e rifare.  Il sole, all’alba o al tramonto, ci vendemmia. Chiudiamo gli occhi davanti  un’infinita bellezza, senza orizzonti.  Vediamo nuotare in un lago (originariamente, ma qui e’ mare) infinite promesse. Le promesse mancate. Promesse mancanti in questo zaino che ci accompagna sotto cieli diversi.  Mare e cielo che ci sfilano un sorriso. Mare, cielo e sole. Mi piace questa ipotetica figura. Colgo l’attimo esatto in cui un pallone calciato dalla riva giunge quasi sotto la sfera del sole, così ben rappresentato. Così come è stupendo osservare le sfumature dei colori quando il sole si nasconde dietro una pianta di quel che è rimasto di una vecchia duna. Quante, quanti e che belle sfumature in un gioco di nuvole in cielo di questa parte di Salento. Mi siedo sulla sabbia che sembra appena ripulita, una esibizione di bellezze di costruzioni che solo i bambini riescono a comporre. Il ripasso del “taccuino” (ovviamente, quello di Simone Weil) con appunti a matita. Osservazioni, analisi. Dall’attenzione all’osservazione. Bimbi, braccioli alle braccia che giocano senza mai conoscere il senso della stanchezza sotto occhi vigili delle mamme e dei papà, rigorosamente in canottiera.   Osservare i loro giochi  mentre si improvvisano, sabbia tra le mani, architetti del futuro: castelli, case per tutti, senza dimenticare nessuno, con una chiara idea del diritto alla casa  e pesci, moltiplicati in continuazione, insieme al pane, per sfamare tutti coloro che versano in condizione di povertà (disegni che paiono passi del Vangelo). Bambini, costruttori di relazioni sociali e pontieri fra culture differenti. E pensi ad Otranto, Santa Maria di Leuca. Bambini, scrivevo.  E forse, un giorno, pescatori. E mentre giocano a costruire ponti ripassano geografia e divengono ambasciatori di pace e ottimi politici. Bambini, portatori di speranza, di pace, di futuro migliore: “Davanti la Calabria, poco a Nord, Taranto A Sud, l’Africa… e intrecciano discorsi sul lavoro, che manca,  come è quel poco che ancora non è stato colpito come altre cose che terminano in “zione” (delocalizzazione, finanziarizzazione…) sul sindacato, su questioni ambientali, sul cibo, che basterebbe per tanti eppure …,migrazioni, richiedenti asilo, per loro. Per loro, i grandi, per loro, i piccoli. Asili che mancano…Idee in abbondanza. E’bello vederli correre, secchielli alla mano, mentre provano e riprovano a “svuotare” il mare e riempire una buca che assorbe continuamente ogni goccia d’acqua. Costruire e distruggere. Paiono Cartesio. “Se si vuole costruire qualcosa bisogna distruggere le certezze”.Corrono, eccome se corrono.  I miei disegni, le mie scritte, non resistono. Ci pensa il mare. L’ acqua e’ azzurra, chiara, cristallina, pulita. Ma non da bere, anche se dal lido Belvedere, Battisti e anni ’70-’80 vanno che è un piacere.  Qualche barchetta, i pedalo’, a 12 euro l’ora, o una canoa . 7 euro ad un posto, 12 euro per due. Qui tutto qui e’ tranquillo, anche dalle parti di “bassa marea”. Quella alta, che faceva riferimento alle migliorate condizioni economiche che faceva salire tutte le barche, frase celebre del Presidente F. Kennedy, e’ parecchio lontana, ferma al 1947. I bambini continuano i loro giochi. Li osservo pensando se staranno, tra qualche anno, peggio o meglio dei loro genitori. Per ora , meglio lasciarli concentrare sui loro giochi e costruire sogni e speranze.

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (3)Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (2) Un po’ di dolcezza, con un pasticciottoTorre Lapillo, Lecce. Il pasticciotto di primo mattino. Foto, Romano Borrelli da far surfare su questa tavola azzurra,  spicchio di mare che non è solo un nome di Lido, ma che lo è di fatto: “Belvedere”, e quando il sole comincia a farsi alto, e vendemmiarci troppo, un salto nell’entroterra, tra gli ulivi,Salento. Una panchina tra gli ulivi, per una buona lettura. Foto, Romano Borrelli a ricavarsi una panchina, per una buona continuazione di lettura.Salento. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Borrelli Romano

Domani niente scuola

Torino 27 giugno 2014. Maturandi in attesa. Foto, Borrelli RomanoMaturità. Quanta ansia tra le scale della scuola  e quella sedia. Proprio quella, in quell’aula.  L’ultima “seduta”  anche se le domande mai prenderanno riposo. Dopo tanto allenamento, di lunga durata (un lustro) è arrivato il “giudizio finale”. Domande. E’ bene porsele sempre, le domande.

Ansia nella notte prima degli esami, per la prima valutazione da insegnanti esterni, mai visti. Ansia per la prima volta in cui ci si mette in gioco e  si parla in pubblico. Poi, ci si siede, lì, su una sedia che è stata di tanti e tutto svanisce. La Mole Antonelliana e l’Università distano poche fermate di tram, da qui.  L’anno prossimo, in quel Palazzo, o nel nuovo campus, in  molti avranno già sostenuto tantissimi altri esami e quello di oggi, di questi giorni sarà derubricato a ricordo. Per molti, sbiadito, sarà stato un semplice  esamino. Per altri invece si presenterà lungo il corso degli anni e busserà, senza chiederne il permesso, cogliendoci a sorpresa  durante il meritato riposo. Molti si sveglieranno dal terrore di essere a giugno, quando magari nel momento in cui si dorme è dicembre o gennaio, vetri appannati e riscaldamento a tutto andare. Ci si sveglierà sudati, freddi, pensando di  non aver studiato bene, con cura, o di dover ancora cominciare a leggere. Tutto. Molti sogneranno un commissario o un presidente di commissione che domanderà al candidato  quanti grassi contiene un latte intero, uno parzialmente scremato e uno scremato. E in tanti  saranno perseguitati da quel 3,5% davanti ai supermercati o una semplice latteria. “Ma se intero  ha 3,5%  di grassi quanti ne conterrà invece  uno parzialmente scremato?” E poi, dopo aver smaltito questo incubo, questo passaggio a ritroso, porsi la domanda: “Ma non è che per caso merceologia non si studia piu’?” Per non parlare poi della composizione del vino. Chissà in quanti, già maturi da anni, ricorderanno durante qualche cena di famiglia,  o una rimpatriata presso una bocciofila, la composizione del vino. Ne guarderanno l’etichetta, la bottiglia, il grado alcolico. Un’attenzione fissa, una fotografia alla bottiglia e all’annata. Di maturazione. Pardon. Di maturità. E allora, compariranno “in alto, in piedi, gli stangoni, accovacciati e seduti. Ai lati, i ct di classe che li hanno accompagnati alla matura” con il solito ritmo: “mi ci si nota di più se vado o non vado, o se dico di non andare e poi ci vado?” Un incubo o un dolce ricordo che ritornerà quando un sindaco o un prete, o un pubblico ufficiale leggerà articoli del codice civile, del codice canonico e il futuro sposo sospirando chiederà una “sospensiva”: “Qualcuno ha una penna che fa clac, clac? Prima del si e della firma, ho bisogno di allentare la tensione. La firma è un optional. E così il vincolo. Ora, necessito del clac clac”. Un clac clac che perseguita dalla maturità e non ne allenta la tensione e la morsa. E continua a mordere.

Maturità. Ultima seduta Un ricordo, bello, piacevole, da coccolare e da sorriderci su o far sorridere anche davanti le macchinette, durante una pausa lavorativa. O, sempre come un incubo, il viso di un ct nazionale che a mo’ di elenco fa risuonare la voce come il tintinnio di una monetina. “Venti centesimi. “Forme uniche della continuità nello spazio. Boccioni. Moma…” E tu, come don Abbondio nei Promessi Sposi, ti trovi sveglio a chiederti: “Boccioni, chi era costui?”…e ricorderai di averlo scambiato per…Botticelli, o, azzardando per…Balotelli.

In conclusione, la maturità, almeno per alcuni, è andata. Si è concluso un lungo viaggio. Stagioni, dell’amore comprese. Alcune si chiudono, altre si aprono.Maturandi torinesi. Torino 27 giugno 2014. Foto, Borrelli Altre resteranno,  per sempre. E’ il viaggio per un amore: la scuola. Il francobollo è stato apposto. Il timbro pure. Un vestito, una giacca. In molti ricorderanno una camicia stirata dalla mamma, una cravatta posta con cura da lei, e in tutte le mattine che verranno, allo specchio ci sarà sempre il suo viso, il ricordo del suo viso. Per altre, la figura del padre, lì, al fianco. Con tutta la sua forza. Per ora, domani, niente scuola.

Dalla scuola. Una passione che…”brucia”

scritta su muro, Torino. Foto Romano BorrelliUscito da scuola, una signora mi avvicina e mi dice: “Buongiorno, l’ho riconosciuta. Lei è blogger. Vorrei raccontarle una storia“. Impietrito. In ogni caso mi fermo e ascolto. E’ sulla scuola. Il tema “La scuola” ha sempre qualcosa di allegro, in sè. Ascolto e annoto.  Penso che la scuola sia un ambiente che “brucia” di passione, di passioni. Tempo fa avevo pensato che le circolari di una scuola potessero essere un modo per “ricostruire” storia e storie. Un archivio, una “biblioteca” in proprio, al pari della civica o di qualsiasi altra. Una biblioteca pubblica, la scuola, senza dover uscire dalla mura dell’edificio,  senza mettere in moto tutta quella burocrazia relativa ai permessi, “declinazioni di responsabilità” del tipo…”Io sottoscritto, genitore di tizio, autorizzo la scuola a…”. In questo modo,  tutto si ritroverebbe all’ interno della scuola. La ricostruzione di una comunità,  di persone, organi collegiali, di un quartiere attraverso le circolari. Fattore economico o culturale? Ad esempio, i mercatini di Natale nei pressi di una scuola. Una scuola per scrivere bene. Ancora. Quanti scioperi, quanti consigli straordinari, attività, manifestazioni. Un mondo. Un’officina culturale. Eppure, complice la signora che mi ha riconosciuto chiamandomi “blogger” ho pensato che in realtà qualcosa in più, oltre, a quella mia idea già pensata, elaborata, proposta in seguito ad un articolo sulle relazioni nella scuola, pubblicata su La Stampa (e proposta alla scuola) poteva e doveva  esserci, all’interno di un edificio scolastico.  Bisognava solo riflettere. Magari era sotto gli occhi e nessuno se ne è mai accorto o mai ci aveva pensato. Mi giravo e rigiravo all’interno di una classe, per vedere se era tutto a posto, in sicurezza, in previsione di una grande mostra che si terrà domani e mi dicevo: qualcosa dovrà pur esserci”.  La mia scuola è davvero d’arte. Qualcosa, di sicuro, la conserva. I suoi studenti, sono artisti. Per un attimo, i miei occhi, guardano verso il basso. Avevo trovato. “Potevano brevettare la più grande invenzione nel mondo della comunicazione”. O forse quello a cui stavo pensando  è un patrimonio comune, alla scuola. Sto parlando di quei “messaggi” con brevi caratteri che si chiamano i “cinguettii”. Il papà di Twitter era sotto i miei occhi. Già. perché davanti o sotto, o nei pressi di una fonte di “calore”, che brucia, perché non esisteva un tempo (forse anche ora in molte scuole) la possibilità di regolare, si trovano micro-temi. Uno, in particolare mi ha incuriosito. “Credo ancora nell’amore, nonostante i cerotti sul mio cuore“. Mi son fermato. Riflettevo. Se erano cerotti sul cuore o nel cuore. Il messaggio era datato. Come tanti. Una storia, datata, nel vero senso della parola. Tante storie, datate.  Passioni che bruciavano ma che bruciano tuttora. In molti, in tanti potrebbero rispecchiarsi in quelle narrazioni. Cambiano i soggetti, restano identici i sentimenti. Mentre dipanavo i miei pensieri quella signora raccontava a “blogger” ma la testa, non era lì. Le mie “orecchie” non erano attive. Pensavo e ripensavo. Un messaggio, un altro, un altro ancora. “Gressoney, 29 maggio”. ” Ancora: “2007” e poi una infinità di “Buco” per via dei numerosi buchi al lobo che lo hanno reso una finestra da cui guardare il mondo, ecc.ecc. Micro temi svolti su muro. Uno dietro l’altro. Anni scolastici lasciati ai posteri. Nomi, in quantità. Aggettivi, a “pennarelli”. Inizi e fine. Anniversari e luoghi. Prime e ultime volte. Caloriferi. Generatori di storie. Vicino la puoooorta. E chi la porta nel cuore. Caloriferi emettitori di storie e calore.  Che bruciano a scuola. E carte di merendine con rispettive calorie. Bruciate.La signora continua a parlare. “Perché quella volta, qualcuno aveva perso all’interno dei fori del calorifero un euro. I ragazzi chiesero il permesso per andare  a chiedere a qualche bidello un bastoncino, qualcosa di affilato, per provvedere al recupero di quell’euro, così necessario, così indispensabile allo studente. Si immagini gli studenti, una seconda. Venti, tutti intorno al termosifone. Il righello o cosa fosse, di mano in mano. Colpo dopo colpo, da sotto il calorifero, insieme all’euro,  finirono sul pavimento a decine di biglietti. Micro temi, cinguetti su carta indirizzati chissà a chi”. Oltre ovviamente, carte in grande quantità di merendine di ogni tipo, tipologia: dalla marmellata alla nutella. Stagnole, carte di pane, pizza e …..molto altro. Uno  di quei micro temi  aveva colpito la signora. “Credo ancora nell’amore, nonostante i cerotti sul mio cuore“.  Di colpo fu come svegliarmi. Un soprassalto. La signora lentamente aveva ripreso la sua strada salutandomi. “Buongiorno, blogger”. Misi la mano sul cuore. Apparentemente, in superficie, non c’erano cerotti. Dentro, si. Mi allontanai, rendendomi conto che il micro-tema calzava a pennello. In più, avevo perso la mia identità. E mentre mi allontanavo, mi scoprivo a ridere, per un “buongiorno blogger”.

Primo maggio a Torino

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Torino. Piazza Castello. Corteo primo maggio 2014. “No alle aperture dei negozi e supermercati nei giorni festivi”.

Avrei voluto cimentarmi in una “pseudo-cronaca”, nel racconto di chi c’era e chi no.Sul grande assente di oggi e sul passato lavorativo di quanti hanno nelle mani i segni della fatica del lavoro di una vita, sul viso gli stenti di una vita stretti alla catena, di donne a conciliare lavoro in fabbrica e lavoro in famiglia, e di occhi che hanno visto tutto, nella luce artificiale della fabbrica: mattino, pomeriggio, sera, notte. Compagne e compagni di lavoro, pensionati, amici di scuola, famiglie con bimbi e passeggini al seguito.  Torino, la crisi e il lavoro che manca. La crisi del settimo anno che comunque porta in piazza, a Torino, oggi, migliaia di persone. Aspettavo la giornata di oggi, per incontrare storie, raccontarle, scriverle, provare a svolgere quello che pia e, impedito durante la settimana. Non esistono piu’da un pezzo le catene, ma altre catene impediscono di fare cio’ che si vorrebbe, cio’ per cui abbiam studiato e accontentarci cosi, al ribasso, pur di sopravvivere. Nella festa, il festeggiato, pero’, è assente. Nella festa del lavoro, manca proprio il lavoro. Che paradosso. Un lavoro povero e quel poco riceve poco reddito. Per alcuni, paradosso dei paradossi, è l’alba della mobilità. Associazioni, categorie, partiti.  Amici. Tra gli amici, incontro Marco  Revelli che usa con abilità un cellulare di ultima generazione e filma, filma, filma. Dopo aver tenuto per un bel pezzo lo striscione dell’ Altra sinistra. Filma e  fotografa diventando bravo tanto come quando parla e insegna scienza della politica. E sorrideva, sotto i suoi baffi. Mi sarebbe piaciuto sapere a cosa pensava, a quante feste del primo maggio gli “ronzavano” nella testa.  Recuperi la piazza, Castello, poi Via Po,  dove incontri il gruppo di musica e ti dicono “ci manchi e manchi tanto ai bambini”,  poi, l’altra piazza, Vittorio, testa e coda del corteo. Avanti e indietro a stringere qualche mano e “ciao, come stai?” e così fanno in tanti.  Incontri Armando Petrini, in versione ecologico, bici e bandiera, Simone, ormai, ben inserito e amici incontrati a Roma,  Ferrero, amici incontrati dieci anni fa, in treno o a qualche manifestazione per la pace, a ridosso di un San Valentino. Amici, amiche, compagni, compagne, uniti e poi divisi da qualche documento, qualche parola non limata bene finita nel calderone di un documento. Documenti contrapposti. Mozioni, aree, correnti, come le si voglia chiamare, buone per “dividere” più che unire. Contrapposizioni in ambito congressuale e che continuano in molte riunioni. Eppure, al primo maggio, in piazza, ci devi essere per ritrovare un pezzo della storia, un pezzo di se stessi. Ecco, ci siamo. Ci siamo ancora, nonostante tutto.  La mattina ti alzi presto, metti il vestito buono e vai incontro a loro e loro vengono incontro a te. I lavoratori. Gente con cui mangi pane, sudore e lacrime, mentre gli altri, godono dei profitti accumulati sulla pelle altrui. “Domenica aperti”,  e pensi che non vorresti mai vederlo un cartello così, e invece, ora ci è toccato vedere anche cartelli, come “Primo maggio aperti”.  Il film della memoria corre di chi è in piazza comincia a proiettare scene di cordoni dei militanti che “proteggevano” Bertinotti, Cossutta, Rizzo e altri ancora e tutti insieme che cantavano l’Internazionale. La sinistra, un tempo. Altri ricordano il primo maggio del 1994, a Torino, subito dopo quella grandissima manifestazione del 25 aprile di Milano, sotto la pioggia, ai piedi del Duomo. “Un milione sotto la pioggia.”  “Che liberazione”. Non erano solo titoli di giornali. Era un riporre la speranza ne voler e poter cambiare una politica e una maggioranza fresca di urne.  Tutti  i partecipanti indossavano  quelle magliettine bianche, con il bimbo che dorme e pensa che in fondo, “la rivoluzione non russa”. Il primo maggio, tutti vogliono esserci, in piazza, per ricordare “di quando  suonava la campana della fabbrica e la linea partiva, quando  verso mezzogiorno, quel rumore liberava i lavoratori dalle catene, di montaggio, e si riappropriavano della propria libertà, andando a mangiare, in pausa. E quando la pausa te la concedeva, il padrone, non quando l’organismo, il fisico vorrebbe.

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Torino. Piazza Castello. Banda musicale. Primo maggio 2014.

La linea, era li, a dettare i tempi e comandare. E  i ricordi si riproducono a  valanga, come fossero accaduti ieri. I pensionati, ricordano quando “volevi andare a pisciare” ma non potevi, perché “la prima pausa era toccata a te“, quando non “avevi bisogno di pisciare”. “Per pisciare, avevi tempo, si, ma dovevi aspettare altre due ore”. Quel gusto così buono della pizza ancora calda e di quelle brioches che forse non erano buone, ma almeno riempivano la pancia e aiutavano a combattere quel “mostro” sempre in cammino, della catena di montaggio. Le mamme, che usavano la pausa per raggiungere la cabina telefonica per telefonare a casa e svegliare i figli. Lasciando ancora raccomandazioni.  “Il caffè è già pronto. La pasta, a mezzogiorno, e il sugo è ancora caldo. L’ho preparato questa mattina. Alle quattro. Mi raccomando.” Cuore di mamma.  E così, i tempi  scivolavano via, lentamente, e oggi, nella giornata di oggi, provi a raccoglievi. O almeno, avresti voluto. E così,  infatti, cercavo di raccoglierli, in una giornata della Festa dei lavoratori tutt’altro che da festeggiare, per i numeri che le cronache sulla disoccupazione ci forniscono.  E che allarme, sul e del lavoro!!

 

Pero’, il primo maggio,  bisogna esserci. Ad ogni costo.  Una festa bella, giovane. Di tutti. Per tutte, tutti. Spiace aver visto le saracinesche  di alcuni negozi e supermercati tirate su. Mentre dovevano restare giù.

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Torino. Via Po. Studentesse e studenti universitari. Primo magio 2014.

Mi sarebbe piaciuto scrivere di piu’, storie di vita, storie importanti, ma, a metà di via Roma, si verificano momenti di alta tensione, davanti. Senza capire il perché, chi è davanti, comincia ad indietreggiare. Allungare il passo e poi a correre. Mamme con bambini piangenti cercano velocemente vie di fuga, laterali. Ci si perde e ci perdiamo. Le parole, insieme alle lacrime dei bambini diventano di ghiaccio. Sono impronunciabili. Si perde molto.  Perdo la forza, le parole, i pensieri, il blocchetto con tante storie che avevo già raccolto.  Pensavo che le perdite fossero più che altro a livello personale. Anche a livello collettivo, certamente. Le parole diventano di ghiaccio e non sono più pronunciabili.  Oggi,  le perdite, sono soprattutto  a livello collettivo. Perdiamo tutti. Doveva essere una giornata di festa. Dei lavoratori. Non una musica così…stonata. Doveva esser un’altra musica, di speranza.  La speranza di seguire un sogno. Musica. Come quella suonata dalla banda che era in corteo.

 

Penso al cassetto dei nonni……….mentalmente lo riapro.

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Torino. Via Po. Ragazza con bandiera “L’altra Europa con Tsipras” in via Po. Primo maggio 2014.

Vorrei sentire il profumo, della speranza…