Archivi tag: Via Ravenna

28 febbraio: san Romano

28 febbraio. Il calendario a blocchetto esposto all’interno del negozio “bon bon” annuncia, in rosso, che è  san Romano, santo che fa il paio con l’altro santo, di agosto, quello in cui il mitico “cate” (catechista) del “Primo Oratorio di don Bosco-Valdocco” (come campeggia la scritta in via Salerno 12, in fondo a via Ravenna, a Torino) faceva pervenire, nella buca delle lettere, la cartolina di don Bosco con  i suoi “migliori auguri”. Come caspita facesse, quel “benedetto” cate dei Luigini (associazione oratoriana salesiana), oramai gia anziano e claudicante, a ricordatsi dei quasi mille luigini iscritti e date di onomastici e compleanni, con relativa cartoline da inviare, era per tutti noi ragazzini, un gran mistero. Come le domande dell’altro Salesiano, Robaldo (anche lui, anziano e claudicante), con relativa vincita di francobolli A condizione di rispondere esattamente a domande su geografia e storia. 10 domande, fino a due errori, si poteva vincere la bustina di francobolli. Ma dove caspita era il Madagascar? Il più delle volte, capitava di trovare francobolli dei posti più…Restiamo però  al cate, sig. Mainardi. Senza pc, in quel periodo, dotato di sola tanta memoria. Oggi, dalla collina torinese spira un’aria che annuncia primavera e sembra sussurrarci che l’inverno è  oramai alle spalle o nelle tasche dei nostri cappotti prima di collocarsli nuovamente a riposo, tempo determinato, in armadi, “li, in fondo”. Dalla collina  luci, colori e profumi rimbalzano nella memoria, con un retrogusto di arance edi mare. Una guida telefonica, torinese, molti cognomi, alcuni nomi, Chiara e Paola, “amici come prima”, in copertina, in un festival, in una storia.

Sulla tavola di casa, non la cartolina d’auguri del cate ma una buonissima e graditissima torta di mele.

8 12 2016

torino-porta-nuova-fs-foto-romano-borrelliTorino 8 12 2016. Dalle parti di Valdocco,  un cortile,  un pallone,  allegria e che la festa cominci,  come piu di cento e “fischia” anni fa anni fa quando bastava un  solo. .. fischio. Senza competenze. torino-valdocco-8-12-2016-foto-borrelli-romano. E si: oggi per il mondo salesiano e’ festa. Si ricorda infatti la nascita del primo oratorio di don Bosco,  a Torino,  in via Salerno 12. Che poi realmente è  incastonato fra le vie Cigna,  Sassari,  Maria Ausiliatrice e la perpendicolare,  Ravenna. Sul campo in erba sintetica in molti ci hanno giocato e “palla al centro” incontrati e innamorati. All’oratorio,  il “primo”,  recita una targa entrando in una casa che è  di tutti. Ma proprio tutti. In reata’ non è il primo in assoluto data l’esistenza,  a Torino (1822 circa) di quello di don Cocchi, creato un ventennio prima  dalle parti di quella che oggi e’ Barriera di Milano; le personalita’ dei due fondatori erano differenti e don Bosco come si sa,  lancio’ anche un suo sistema pedagogico. E da qui,  dall’oratorio salesiano,  la nascita di temi quali lavoro,  educazione,  scuola,  “pane”.  (temi descritti nella mia tesi insieme al nuovo “lavoro”. torino-8-12-2016-pzza-s-carlofoto-borrelli-romano Oggi,  in centro è  cominciata la corsa (meglio sarebbe,  la maratona ) o la caccia al regalo. Questo,  in pubblico come nelle case private.  torino-8-12-2016-galleria-s-fed-borrelli-romanoGli alberi di Natale compaiono in ogni dove mentre scompaiono le “casette” con salumi,  provole e dolciumi di ogni tipo da alcune piazze torinesi. Il rispetto dello stile architettonico  delle piazze sabaude è  fondamentale. E mentre compaiono “addobbi” di carta con gli auguri di passeggeri e passanti nel “non luogo” dello scalo ferroviario torinese  (nell’atrio) scompare il mio primo augurio20161206_152050,  in assoluto. Un augurio postato solo due giorni fa su questo blog dopo averlo posizionato su carta stampata “tipografia salesiana”  tra rami ancora “spogli” di carta ed emozioni.  Pazienza. torino-p-ta-nuova-8-12-2016-foto-borrelli-romanoMi godo Porta Nuova che è  bellissima,  con il trucco rifatto a nuovotorino-porta-nuova-8-12-2016-foto-romano-borrelli. E’ una bella signorina,  dal trucco rifatto. Arcate,  due conchiglie e la bandiera italiana. Il suo atrio,  come una bocca,  ingoia e restituisce passegferi e passanti a tutte le ore.

Su al Colle, giù dai colli

 

Torino 30 gennaio 2015, Maria Ausiliatrice. Natale Gherardi in attesa. Foto, Romano Borrelli

Torino 30 gennaio 2015. Neve a Torino. Foto, Romano BorrelliGiornata di neve a Torino. Giornata di sorprese. Mentre a Roma, “su al Colle” a Torino, “giù dai Colli”. Mentre a Roma qualcuno scrive la storia  con un nome tra i candidati,  al Colle,  “Gigino”, a Torino, un incontro fra il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Angel Fernandez Artime,  successore di don Bosco e Natale Gherardi, cooperatore salesiano dal 1938. Torino 30 gennaio 2015. Maria Ausilaitrice. Il Rettor Maggiore, successore di don Bosco incontra Gherardi Natale. Foto, Romano Borrelli.Torino 30 gennaio 2015, Maria Ausiliatrice. Incontro tra Rettor Maggiore, successore di don Bosco, Artime e Gherardi Natale. Foto, Romano Borrelli  Una piacevole sorpresa.  E quanta emozione. Torino, Valdocco, come era, come è e come la vediamo. Torino ieri, Torino oggi. Un Rettor Maggiore famigliare, che si informa su come è Torino, i giovani, la scuola, il lavoro. Torino 30  gennaio 2015, Maria Ausiliatrice. Il Rettor Maggiore, Artime, successore di don Bosco consulta il Vangelo del 1938 regalato da altro successore, don Ricaldone a Gherardi Natale. Foto, Borrelli Romano.Su come la vede Natale e come l’ha vista,  Torino, con le sue trasformazioni. E la scuola, dalla Boncompagni di Torino in avanti. La scuola, le sue riforme, la didattica, la pedagogia, il sistema preventivo e gli esami. Di ieri e di domani. Natale e via Ravenna. L’Oratorio, il primo e i vari direttori. Natale, Torino e la guerra. Gli spezzoni. L’amicizia con il nonno di Elena e Serena, “della Sida”. Natale e la sua fabbrica, il cartone. Il lavoro. Gli incontri.  E come tutti gli incontri, pubblicati e prossimamente da pubblicare  sulla rivista, un altro era in formazione, sotto forma di dolce,  un “dolce incontro” , la pasticceria Sida e l’intuizione delle sorelle Elena e Serena: “una mail a pranzo”.  Incontro reso ancora più piacevole e famigliare dai racconti  di altre  grandi storie del nostro territorio alla vigilia della grande festa del santo sociale torinese, don Bosco. Un invito a Gherardi ma in realtà esteso a tutti, per domani, 31 gennaio 2015.  Una storia che continua.

Torino 30 gennaio 2015. Maria Ausiliatrice. Il Rettor Maggiore, Artime, incontra Gherardi e Romano. Foto, Romano Borrelli.

Gherardi Natale

Gherardi Natale, foto, Borrelli Romano
Natale Gherardi.

Cerchero’ di essere sintetico. La storia che ho approfondito magari prenderà la strada della carta.

La storia.

Gherardi Natale è nato a Torino il 24 dicembre 1921. Quindi, un uomo di 93 anni. Nel suo nome è inscritta una storia. Di Avvento e dopo Avvento. La data di nascita ne dice il perché.  (Natale sposerà Giulia  il 26 dicembre del 1945).  Ci incontriamo, nel suo appartamento. Il tempo di un caffè e diviene un “fiume” in piena. Di parole. Di ricordi. La sua attività, “cartonificio” così si diceva un tempo era situata là dove era ubicata una “fabbrica” (boita) di automobili, la Temporini, (Natale ha una memoria di ferro, però, mi chiede di verificare, magari per una vocale di troppo, o in meno).

Quante auto sarebbero “uscite” da via Ravenna, via e luogo, al numero uno, di quei locali  in cui la famiglia Gherardi, in seguito (la “boita” Temporini in via Ravenna)  hanno costruito un pezzo di storia torinese e in special modo di Valdocco?

“Probabilmente, da quei locali, poi nostri, uscì una automobile  soltanto. Difatti, mio padre rilevo’ i locali proprio perché i vecchi affittuari subirono uno sfratto per via del rumore che la fabbrichetta, con i suoi battilastrsa, “produceva” disturbandone  il vicinato. Era il luglio del 1931″.
Così Gherardi risponde alla mia domanda, di oggi e di ieri, davanti al Lingotto.

Le origini e le origini qui a Valdocco.

Natale mi racconta le origini dei suoi genitori, emiliani. Di come era Torino, nel quartiere, di quando in via San Pietro in Vincoli, la presenza di due torrenti, vicino la Dora ne “rigavano”  il terreno e loro  due, si che contribuivano a creare la storia, delle persone, del loro lavoro. I mulini, le officine. E mentre rigavano il terreno il territorio, con il lavoro dell’uomo, si modificava.

“C’era il passaggio pedonale, una passerella piccola, in via Salerno e il ponte in via Cigna, dove c’era la conceria Durio. I Durio, che signori. Avevano una carrozza con due cavalli!  Avevano contribuito a costruire il Fortino con il gioco da bocce, il gioco con la palla” e lì dove ora esiste la torre c’era un grande birreria poi divenuto locale cinematografico.

(Mi ricorda che qualcuno gli ha indicato che del Fortino ne ho scritto  sul blog). Mi ricorda il rapporto della città con l’acqua e l’economia di questo quartiere, zona. Ricorda un altro rio, in via San Donato, che “andava a finire” sotto piazza Statuto.

Mi ricorda le sue scuole, alla Boncompagni, Scuola Boncompagni Torino, foto Borrelli RomanoScuola Boncompagni, foto Borrelli Romanoi suoi trascorsi all’oratorio Valdocco, tra i Salesiani, il premio, in qualità di  “ragazzo più buono, di Valdocco, nel 1938” (divenendo Cooperatore Salesiano  proprio in quell’anno), fatto testimoniato da una copia del Vangelo datogli in dono dal Rettor Maggiore, quarto successore di don Bosco, don Ricaldone, in occasione del giovedì Santo e della rispettiva  funzione avvenuta  nella  Basilica di  Maria Ausiliatrice.Torino 2 gennaio 2015, casa di Natale Gherardi, foto di un Vangelo regalato da don Ricaldone, quarto successore di don Bosco, insieme al regolamento dei Cooperatori Salesiani. 4 Rettor Maggiore. Foto, Romano Borrelli.

Scuola e militare.

Dopo la quinta elementare, c’era l’avviamento o altre scuole, con corso sussidiario. Natale frequentò l’avviamento e intanto dava una mano, nello scatolificio di famiglia.

Gli anni passano velocemente. Natale diviene grande e  si ritrova soldato nella “Lancieri di Milano Civitavecchia”.

“Io avevo fatto il pre militare in cavalleria ma la destinazione sarebbe stata Lanceri di Milano Civitavecchia. In sede di commissione ho avuto la forza, e non so come (anche se, in cuor mio, attribuisco ciò a…” e guarda in cielo mentre afferma  questo) di domandare, “guardate, io ho fatto il pre militare al Nizza Cavalleria, se per caso vi è la possibilità di…”.

La commissione guarda e scopre che c’era solo più un posto.  “Nizza Cavalleria, primo squadrone”. Natale venne accontentato, difatti, Nizza cavalleria era a Torino.

“Natale, fu graziato, durante il soldato, ancora un paio di volte. Una prima, grazie alla portinaia della sua abitazione, che ne conosceva il Colonnello e una buona “parolina” non venne dimenticata nel momento più…”idoneo”. Una seconda volta, “dopo l’8 settembre del 1943, e l’armistizio”.

“Il nove settembre, i tedeschi cambiarono idea rispetto a noi militari, portandoci via, tutti. Puoi immaginare dove.” E qui Natale ci introduce nel racconto della “grazia” ulteriore.

“Durante il tragitto, l’11 settembre del 1943, da Corso Stupinigi (così si chiamava il corso ove era ubicata la caserma) a Porta Nuova (la stazione, dove il treno ci avrebbe condotto in Germania),  c’era il magazzino della Cooperativa Torinese. Alcuni operai, lì nei pressi ci incitarono a scappare e così fecero alcuni soldati. I soldati tedeschi cominciarono a sparare e cavalli senza cavalieri si ritrovarono allo sbando più totale. Anche il mio, fece le bizze fino a quando  mi scaraventò a terra e restandone schiacciato dal fuggi-fuggi di soldati e cavalli. Una ragazza che non avevo mai visto e conosciuta mi sollevò e mi prestò le prime cure all’interno di un  portone.  Lì aspettò, aspettammo,  che passasse la buriana e poi insieme ad altri mi portarono in ospedale. Fui spogliato dei vestiti da soldato e lì rimasi fino a guarigione. Per una novantina di giorni, al Mauriziano. Poi, fra convalescenze, casa, riposi vari, la mia esperienza si concluse praticamente li. Da quell’esperienza, qualcosa di buono ne uscì, almeno in quel frangente: i cavalli morti divennero ben presto cibo per molti, in un tempo dove la fame era sovrana.”

“Lì, capii che a salvarmi la vita era stato probabilmente un angelo.”

L’azienda e il territorio.

L’azienda Gherardi, intorno al 37-38 aveva un 17 -18 ragazze. Le scatole che ne uscivano dalla fabbrica erano di tutti i tipi e per molte aziende.

Per chi lavoravate?

“C’erano diverse industrie: maglie, calze, dolciarie. L’industria Giordano, il magazzino in via San Domenico e il negozio in via Garibaldi, caramelle Gioberge, fabbrica di caramelle che ora non esiste più. E c’era anche De Coster, “Fabbrica cioccolato, caramelle, pastigliaggi, confetti” che era una fabbrica situata da queste parti, poco distante da via Maria Ausiliatrice.  Ah, quanto sei dolce, Torino. C’era  anche una grande fabbrica di wafer, gallette “mignin e mignon”che con gli anni poi, ma siamo negli anni a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha via via chiuso i battenti (mignin e mignon: gallette le prime e wafer i secondi, probabilmente 4 soldo il costo).  All’angolo di via Cigna, era situato un calzaturificio, bruciato anch’esso,  in seguito agli “spezzoni”.

E qui si apre un capitolo all’interno di un altro capitolo. Dalla storia alla Storia.

“Doveva essere fine 1942, con quei brutti bombardamenti su Torino”. In questo momento si riaprono pagine di storia, di libri, gli anni dell’Università, l’Istoreto, ripercorrole pagine di  Primo Levi,segni sul marciapiede” e le “lastre che conservano le tracce  delle incursioni aeree” (spezzoni incendiari) e ancora, Diego Novelli (“Le bombe di cartapesta“). Torino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino e Romano Borrelli. Foto, Borrelli RomanoDove ho parcheggiato la macchina, “al fondo di via Ravenna, a destra, prima di arrivare in via Salerno, esiste “un’impronta”, di quegli spezzoni”. Uscito da Natale, corro a verificare.Torino, via Ravenna nel racconto di Gherardi Natale Foto, Romano Borrelli, così mi ha raccontato Natale e pur credendogli cerco quel luogo, così “calpestato” da me chissà quante volte.

Continua il suo racconto. “Qui bruciava molto, in seguito alla guerra. Spezzoni al fosforo, con una base di ghisa, pesante ; avevano un innesto, posato sopra un tubo, 60 o 70 centimetri, pieno di quel materiale incendiario che quando cadeva giù, con il contatto, generava  fuoco e incendiava il circostante. Ora, è rimasta la cicatrice, su quella lastra”. In via Ravenna, come ho appena scritto. Poi, Natale mi chiede di uscire un attimo, sul balcone. Mi indica sotto, dove ora si trova un caseggiato. “Vedi, prima c’era una falegnameria, bruciata anch’essa, con la guerra”.

Poi ripercorre gli anni felici di Torino, di un’economia diversa da quella attuale.

“Uno dei miei più grandi clienti, il maglificio Poletti, di Torino,  impiegava più di 700 operai prima di fallire. Ubicata  in via Sant’Ottavio, ci forniva commesse per la produzione di oltre mille scatole al giorno”.

Poi venne il periodo dei cuscinetti a sfera e la concorrenza svedese, insieme alla plastica che aveva il pregio e convenienza per loro, di avvolgere un quantitativo maggiore di cuscinetti. Gherardi e la sua fabbrica utilizzavano una procedura di confezionamento tradizionale, ad uno ad uno e cosi la plastica finì per mangiarsi il cartone. “Abbiamo dovuto reinventarci ancora una volta. Gli operai si ridussero a 11 e ancora a 6. Poi l’innovazione, e le macchine che fustellavano, verso gli anni ’80 fecero il resto. La scatola tradizionale lentamente sparì. Ora sono tutte stampate. Un tempo, era tutto artigianale. Oggi, questo lavoro qui, lo si trova digitando “litografie”.  Ah, quando penso alle scatole da scarpe……..la carta interna…ecc. ecc. Quanto lavoro e quanti operai.”

Gherardi cede lo scatolificio nel 2006 (guarda un po’, la scritta fotografata Lingotto 2006) con due ragazze addette al lavoro. In seguito, lo  “scatolificio” si è trasferito  dalle parti di corso Vigevano. 

Torino 2 gennaio 2015, Sig. Natale Gherardi, cooperatore salesiano con Romano Borrelli. Foto, Romano Borrelli.
Gerardi e Borrelli

La mattinata è stata lunga e dispendiosa, per Natale. Racconti pubblici e privati. Ma ci siamo dati ancora appuntamento, qui, dalle parti di via Ravenna, su questo spicchio di terra dove “insistono” persone che davvero hanno scritto un pezzo di storia.

Ora, Gherardi Natale non ha più il suo grembiule da lavoro, nero, ma allarga continuamente a tutti sorrisi  esattamente come un tempo. In basso foto di Natale Gherardi al tempo del militare in compagnia del padre a Torino e nella foto piccola, Giulia da ragazza.

Gherardi Natale.Foto, Borrelli Romano

Gherardi Natale. Foto, Borrelli Romano20150102_114623

diego-novelli

Paginette di Primo Levi Segni sulla Pietra
Diego Novelli, Le Bombe di CartapestaTorino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino. Foto, Borrelli Romano

“Librarsi”…su Valdocco

Torino 30 ottobre 2014. Piazza Statuto, un filo di luce, un filo d'acqua. Foto, Romano Borrelli

Eppure….d’accordo, i periodi in italiano, non dovrebbero iniziare con un eppure…pero’…Accarezzo da tempo l’idea di dedicare energie e spazio a nuove iniziative, mettendone tra parentesi altre, eppure, certi oggetti, certi “scatti”, talune intuizioni, personaggi, segni, sono loro, a cercare te, noi,  per essere “formati”, narrati, cooperanti, bisognosi di un qualcosa, di qualcuno che li ascolti e dia loro vita, forma. Talvolta, dopo l’ascolto, capita che si assembli il tutto per diventarne un racconto per molti, per tutti. Un libro, da librare.   Talune passioni proprio non possono essere spente e sicuramente non lo devono. Al più da ravvivare. Hanno necessità di essere illuminate, inquadrate nel modo giusto; ascoltate, ravvivate, messe a fuoco, incontrate. La profondità, la via, la vita, bambin*, ragazz*, uomini, donne, anziani. Le panchine. Storie come piante, bisognose di acqua, per crescere e far crescere, ossigeno, come segno e simbolo, assetate loro  e assetati noi, perché hanno sempre qualcosa da insegnarci e da comunicare. Certe passioni non possono essere spente. E altre, dovrebbero essere  educate ma anche educate per troppo deficit di “ineducazione sentimentale”. Le passioni  hanno bisogno di librarsi,  di dedizione, alla causa, al sentimento, in famiglia, a scuola, in fabbrica, nella lotta per un posto di lavoro, nella società, per la tutela dei diritti. Storie Foto, Romano Borrelli.per essere viste, da tutti.  E devono raccontare e raccontarsi. Devono poter fare luce, su persone, accadimenti, situazioni. Ve ne è bisogno. Come della cultura, dei libri, per spegnere l’ignoranza. Librarsi. Entusiasmarsi. Gioire. Dopo aver fatto rete, le braccia in alto, gli occhi al cielo. L’abbraccio dei compagni.Torino 30 ottobre 2014. Ore 19.00 Pallone in rete, presso Oratorio Valdocco, Torino. Foto, Romano Borrelli.Dopo la rete, si sorride. Anche dopo lo smarrimento, impigliati nella rete, si trova sempre l’occasione di ritrovarsi e sorrideci su. Se dopo una lettura, una parola, o una parola di una lettura, di una lettera o di piu letture o di piu lettere e di un abbraccio caldo, bhe’, ancora meglio.

 

Eppure…Risalire.  Approccio faticoso, fantasioso, mica poi tanto.Torino, casa di ringhiera. Foto, Romano Borrelli

E’ una bella giornata di sole, a Torino. Cammino al fianco di mio padre. Ha il viso roseo, disteso, sereno.  Le rughe sul suo viso  si sono dissolte. Distese. Non sono più il percorso di una vita ma vie di molti e per molti.  Hanno assunto nomi: via Sassari, via Ravenna ( profumo di cartone proveniente dal cartonificio Gherardi”. Ah!quanti presepe abbiamo costruito noi bambini del quartiere con il suo cartone! Un uomo gentile, sabaudo, con il suo grembiule nero, mani dietro la schiena, attento ad osservare le sue maestranze, anche 40, durante la pausa), via Brindisi, via Maria Ausiliatrice, via Salerno, via Cigna, via Pesaro, Corso  Cirie’, e oltre. Altre. Torino, zona Valdocco. Case di ringhiera tra via Ravenna, Biella, corso Principe Oddone. Foto, Romano BorrelliDistese e impregnate di odori e profumi, legname (era Mautino?) e caffe’ (era Eurocaf, oggi a Druento),  pane e Chiese nella citta’ e nel “quartiere” dove “resiste”  Gramsci, in quel che era “Taglione”. Aziende a conduzione famigliare che si danno il cambio nello stesso cortile. Spezie, cibi cotti, cous–cous e the alla menta,  pronti per essere serviti, famiglie intorno alla tavola. Un asilo (Lessona), una elementare (De Amicis), una media (Verga), oltre il fiume, una superiore. Palazzi e case di ringhiera. Ballatoi. Scale vecchie e scale nuove. Una a caso.  Una due, tre rampe. Ringhiera in ferro battuto. Alcuni piani, arranco, il fiato si fa fumo, nonostante la bella giornata e padre al fianco. Scale, in pietra, di quelle che si trovano in antichi palazzi sabaudi, muniti di portineria, guardiola, passo carraio.  Occhio sveglio, di una custode, lettere alla mano. Il loro contenuto di un tempo: “buone referenze. Puo’ esser assunto”.  Oggi come ieri resistono  le comunicazioni del parroco. Se anche le forze dell’ordine davano l’ok, insieme a quello del parroco, il lavoro era assicurato.  Un tempo, occorrevano certe referenze, per ottenere  il lavoro. Oggi, basta un profilo facebook per valutare il profilo e la candidatura. Pero’, continua a funzionare “lo sportello” del parroco. Insieme ad altre evenienze. Guardiola. Al pari di una bidelleria. Dagli appartamenti, lungo il ballatoio ci vengono incontro voci, suoni, talvolta il gracchiare di una tv sempre accesa. Attori che domandano, rispondono, amano, e fingono il tutto, senza saperlo, per chi sta a guardare.  Portineria, guardiola.  C’era mentre ora esiste nei pensieri, o nei ricordi. Qualche grida, di tanto in tanto. Ma sono nei ricordi. E’ di chi il telefono lo aveva che chiamava chi non lo possedeva. Da sopra, qualcuno talvolta rispondeva. Se non dormiva, dopo il turno di notte. Più tardi, quel posto, lo avrebbe lasciato a chi svolgeva il turno di giorno.  Oggi, il cellulare, i messaggi. Uno, due, tre, dieci, venti scalini, in pietra scura. Uno, due, tre, dieci, venti anni fa. Anche più. Scale. Un pensiero a chi le lava, ora, venuto da lontano, e chi le puliva e lavava, venuto dal Sud, nella Torino degli anni ’60, ’70, del boom economico. Fatica e gioia nell’aver raggiunto la vetta, la cima, di questa costruzione priva di ascensore  ma con diritti in costruzione, ieri. Oggi, in bilico. Lo ricorda una scritta: “Finchè la barca va’“, scritto da chissà quando e da chissà chi, ma più che mai attuale.  Presente e passato continuano a salire sotto braccio, un po’ come me, in compagnia di mio padre. “Vietato introdurre biciclette nell’androne” ,  “Il parroco passerà  giovedì pomeriggio per la benedizione delle case” e  “Vietato giocare nel cortile, tranne nelle ore stabilite in assemblea condominiale”: ma noi, nel  passato, presente e futuro, fortunatamente, a Valdocco, un cortile, lo abbiamo sempre avuto, lo abbiamo e lo avremo ancora. Torino 1 novembre 2014. Cortile Valdocco. Foto, Romano Borrelli  Scritte che danno la cifra del tempo, insieme ad un calendario, consumato dal tempo, lasciato in un angolino di questo condominio,  cartone rigido, in origine blu stellato,  con macchie giallastre e “con gli auguri del portalettere” davvero  cimeli. Oggi i calendari li fornisce direttamente il tablet. Alcuni bimbi, per via del regolamento condominiale “giocavano in casa”, e molti continuano, ancora oggi, perché non le graduatorie degli asili si sa, non hanno molti posti in serbo. Bimbi. Alcuni ridono, qualcuna piange. “Marta piange ancora“, forse. Certamente la canterà Vasco.  Appartamenti con i gabinetti sui ballatoi, profumi sprigionati e sparsi lungo le scale da baracchini poco chiusi, ermeticamente , causa guasto guarnizione usurata per i troppi apri e chiudi quotidiani (senza contare le vivande da portare il sabato e la domenica nel garage da custodire. Si sa, i soldi non bastavano mai, e “vi era bisogno del lavoretto”, per far quadrare, ieri, ma anche oggi senza lavoro e senza lavoretto e allora non ci resta che il fazzoletto. Fortunatamente, il padre, non offre solo il braccio al figlio, in questa faticosa salita,  ma anche la mano, “allungandola” nel momento del bisogno). Il porta vivande  che prendeva il via verso uno dei piu’ grandi “scatolifici” mondiali, capaci di assemblare migliaia di pezzi mobili  al giorno oggi è un cimelio, chiuso ermeticamente. Ieri si apriva, la’ dove si incontravano per 8 ore “I compagni”. Oggi, resta chiuso. Mense e ticket restaurant, per chi lavora, fanno la loro parte. Da un ballatoio, osserviamo ancora un momento Torino, avvolta nel passato, presente, futuro. Solo un attimo, anche se pare  passata una vita. Poi, è ora di ridiscendere. Ci viene incontro il profumo del  latte caldo mischiato a quello di sapone di marsiglia,  odori che scendono giù per le scale, dopo averle risalite, tutte d’un fiato, piano dopo piano, o piano piano, profumi che si appiccicano addosso e musica che di sottofondo…Yesterday, all my trobles seemed so far away, now it look as though they ‘re to stay, oh i believe in Yesterday….Domenica. Il riposo, il film, un tango, o “ultimo tango a Parigi..”, le pulizie trascurate in settimana, i libri, il libro, “La donna della domenica”.

In via Ravenna si trovava una fabbrica, di luci, di lampade e lampadine: Osram. Lampada Osram era una canzone. LO è ancora, come questo quartiere. Dolce, romantico. La fabbrica, quella, non esiste più da tempo. Le luci, si. Non sono mai state spente. La Luce, sempre accesa. Chiusa parentesi…eppure era ieri…L’importante, ora, e’ che “Stanno tutti bene”. Ovunque siano stati, ovunque siano, ovunque saranno. Ieri, oggi, domani. Con la speranza nel cuore e un cuore che trabocca di speranza. Un saluto, ciao-ciao.Torino 1 novembre 2014. Cortile di Valdocco, foto, Romano Borrelli

 

Corgiat, quando “il pane va via come il pane” da 50 anni

 

Pantetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone 38. Foto, Romano Borrelli“Siamo venuti a Torino nel luglio del 1965. Mio marito era di Caselle e io, di San Maurizio Canavese…”

Comincia così la storia di quasi cinquant’anni di lavoro (e famigliare) con l’approdo a Torino, nel borgo Valdocco, Maria Ausiliatrice, di Cristina Corgiat e della sua famiglia. Una storia all’ombra della cupola della bellissima Basilica di Maria Ausiliatrice e dove tutto ricorda l’opera di don Bosco e dei Salesiani.

Incontro Cristina, (verso metà maggio) al numero 38 di corso Principe Oddone, a Torino. Fermata bus contrassegnata dal nome della palina “don Bosco”. Una panetteria “incastonata” tra il corso, via Brindisi, via Ravenna, via Biella. Profumo di pane per tuta la Circoscrizione 7. Profumo di pane su molte tavole torinesi. Prima di cominciare questo ricordo, Cristina non ha voluto rilasciare fotografie, ma tutti saranno i benvenuti nel suo negozio. La seconda. Le scuse anticipate per la lunghezza, ma ogni virgola, di questa storia, merita di essere raccontata. 50 anni nella stessa panetteria sono davvero “d’oro” e una medaglia la meritano.
Cristina, occhi azzurri, modi genti, garbati, mani delicate, grembiulino bianco, candido, sempre addosso, nata il sette di agosto del 1929, “anche se mi segnano il sei sulla carta di identità”. A quel tempo, probabilmente, la scuola commise un errore e così, quella piccola imperfezione è rimasta. A dire il vero,  l’errore è rimasto anche perché da parte mia non ho esposto un particolare rilievo di sorta all’anagrafe.” Cristina, già a 21 anni  decise per il grande passo della sua vita, convolando a nozze con Silvio, suo unico primo e grande amore. Silvio, nato il tre novembre del 1927. “Un gran lavoratore, sempre a contatto con farina, acqua, e lievito. Figlio di una famiglia di panettieri, grandissimi  lavoratori  e con ridottissimi tempi di libertà”.  Lei, ne parla come lo avesse incontrato ieri, con una delicatezza e un amore ineguagliabili. Ma quando quella era in agguato, Silvio si dimostrava un ottimo ballerino, non perdendo mai occasione per mettere in mostra la sua abilità.  “Ai balli pubblici, lui era davvero un bravissimo ballerino. Mi ero innamorata di chi sarebbe diventato presto mio marito e lui avrebbe voluto sposarmi anche prima, all’età di diciotto anni.”  Complice della loro conoscenza, come sempre avviene, un’amica. Silvio, in realtà, era ancora molto giovane; un ragazzo di diciannove o venti anni, e con il militare ancora da assolvere. Un ragazzo si giovane  ma deciso e innamorato quanto Cristina. Certo, qualche resistenza da parte del papà di lei, non si fece mancare, ma Silvio, era davvero ostinato:  il militare, altro ostacolo, insieme alle gelosie del padre e fratelli di Cristina  non avrebbero certo creato difficoltà alla forza di un amore.  Quando si vuole, si vuole. Nulla da aggiungere. Così a 21 anni, Silvio e Cristina si avviano a formare una nuova famiglia. 

Era il 1950, entrambi giovani, molto felici e consapevoli della scelta, grazie ad un grandissimo amore.Panetteria Corgiat, Torino. Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli

La vita, si sa, spesso dà, spesso toglie. E così, Cristina, ben presto in seguito alla morte della mamma  si è trovata a fare, lei,   “da mamma” ai suoi fratelli per tre anni circa . Almeno fino a quando non ha gustato essa stessa la grande e bellissima esperienza di diventare mamma di tre bambini.

 
Ezio, nato il tre dicembre del 1953, a Nole.
Francesco, nato il 15 d’agosto del 1956, a Villanova Canavese, paese “dove abbiamo lavorato”, aggiunge Cristina.Corgiat Francesco. per gentile sua concessione.

Il vecchio proprietario di un forno di quella cittadina “aveva avuto un incidente e in quell’occasione siamo andati a sostituire l’infortunato. Eravamo stati a casa da Nole, e quindi senza lavoro,  perché quei proprietari non avevano rispettato le condizioni del contratto pattuito. Ricordo che era un contratto triennale.” Nel frattempo, Cristina, non si è scoraggiata e  ha dimostrato di essere una grande lavoratrice dimostrando la sua qualità di ottima lavoratrice anche in altro settore. In fabbrica. Continua inoltre l’amore e il rispetto anche per la famiglia di Silvio.  Da Nole infatti, andava a lavorare col treno a Caselle. Da qui, nei fine turno, o ad inizio turno,  andava a trovare i suoceri, che lì avevano il negozio.  Cristina, una volta arrivata a Caselle e dopo aver salutato i suoceri, inforcava la bicicletta per tre  km circa, dove aveva luogo la fabbrica in cui lavorava.  “Era un lanificio. Si chiamava  “Bona”. Ero obbligata a lavorare. Non c’erano neanche i soldi per comprare il latte”.

Ma, nel frattempo, nasce anche il terzo figlio, Fiore.
.
Fiore, nato il 27 ottobre del 1958, a Ciriè.

Cristina e il lavoro. La fabbrica e la panetteria.
“La fase più consistente di questo lavoro, quello del  pane,  è  per me collocabile in una piccola cittadina alle porte di Torino, Druento dove abbiamo lavorato per circa sei anni. Una panetteria con forno a legna.  Eravamo in gestione, nel centro del paese, in via Carlo Casale.”  Prima ancora, una breve esperienza presso una panettiere Cooperativa di Nole Canavese. Una Cooperativa dotata di forno dove annesso era il magazzino dedicato alla vendita di altri prodotti. “Ma noi ci occupavamo solo della panetteria”. La nostra retribuzione era a quintali di pane prodotti e venduti. “Noi lsiamo andati a sostituire un panettiere.”
Nel 1965, Torino era stupenda. Tutto era così diverso e bello rispetto alla realtà di paese. C’era tantissimo lavoro.  C’era una grande bellezza, e lo dicono in molti, anche se, il lavoro, e talune condizioni lavorative, mi riferisco alle condizioni di lavoro di fabbrica,  erano davvero pesanti.  “Si faceva il pane per noi, per il negozio e per i ristoranti, e le trattorie qui intorno.” Era proprio un grande borgo. Con tante attività. Un bellissimo borgo! Ed è vero. Dopo aver ascoltato le sue parole le parole di Cristina le confronto con quelle di altri residenti di quel periodo che mi ribadiscono l’identica affermazione.

Penso, influenzato anche da alcune letture di questo periodo, che occorre coraggio nell’ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare.  Penso a quante cose sono state messe nelle nostre mani e non fare nulla per onorarle equivale ad arrecare danno. In questo negozio, in questo borgo, nel lavoro, nei lavoratori, nei cortili ovunque si volge lo sguardo, ogni frammento di questo mondo, risplende. Di luce forte, che non è questa, artificiale. Altra luce.

Dodici ore di lavoro, nel retro, dove era posizionato il forno, e dove lo e’ancora, e altre  nel negozio, come commessa.

Nel borgo, l’insediamento dei Salesiani, con la Basilica di Maria Ausiliatrice e il primo oratorio di don Bosco, sono stati  determinanti per la scelta del quartiere e l’economia stessa. Fedeli e studenti, passavano in continuazione da qui, chi per il pane, chi per la pizza, che, a dire il vero, era, è, una delle migliori di Torino.

Cristina continua: ” Noi lavoravamo molto per i ristoranti. Le trattorie chiedevano sempre pane e  anche in quelle si lavorava molto. Qui, nei pressi c’era un  ristorante che richiedeva circa 20 kg di pane al giorno. Ogni giorno  quella fornitura  non erano mai sufficiente. Il ristorante era quello in corso Principe Oddone, probabilmente al numero 32, titolare Malanca.
Noi vendevamo il pane alle suore, al patrocinio di via Ravenna.” Nel quartiere era forte l’insediamento di numerose scuole superiori, geometri, chimici, per acconciatori, e quindi, la mattina alle sette c’erano già i ragazzi fuori dal negozio  che passavano a prendere la propria colazione.

Per  la panetteria Corgiat e per questo Borgo, l’affermazione “il pane va via come il pane” è davvero la più appropriata.Interno Panetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli
Il quaderno con i conti aperti. Cristina, occhi azzurri, modi di fare garbati e gentili, una grande bontà di cuore, è corredata anche della capacità di “guardare” dentro i sentimenti delle persone. Riuscendo ad anticipare, necessità e bisogni altrui, con risposte immediate,  quando altri non  riescono a manifestare ed esternare le preoccupazioni, per timidezza o per vergogna. In molti manifestavano  difficoltà economiche,  “come facevo io a negare loro il pane quotidiano”? Come potevo se, oltre che leggere i loro sentimenti, ne conoscevo anche le loro storie famigliari? A molti concedevo di fare  la spesa, senza pagare subito, e quando percepivano lo stipendio o  la “quindicina”  avrebbero avuto modo di onorare il dovuto. Se potevano, pagavano altrimenti lo avrebbero saldato successivamente.  Per come potevano. Per quando potevano. Alle necessità,  sono stata abituata a  rispondere immediatamente. E poi, il pane!  Chi negherebbe il pane “ai propri figli?”. E chi lo avrebbe mai negato a chi lo richiedeva? Pagavano due volte al mese perché all’epoca le buste paga erano due. L’acconto e il saldo. Erano diversi clienti che avevano un conto aperto, da noi. “A dire il vero, la rubrica era piena.” Gli occhi di Cristina si inumidiscono. Penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi e spesso facciamo del male. Nella storia, la cattiveria dell’uomo sarebbe riuscita a far piangere una pietra. E ad uccidere ingiusti. Talvolta si aprono occasioni per fare del bene al prossimo, per partecipare anche noi a “rimettere il debito”. Pensieri. Cristina continua. “Era una possibilita’ che avevo, per fare del bene, e cercavo di farne, come potevo. La bontà che emana dalle sue parole, scalda il cuore. E lascia speranza, per i gesti che hanno edificato molto, in molti. In questo quartiere e in molti, a Torino. Penso che cosi come avviene per i credenti, che  il Signore perdona e lava  le colpe cosi  Cristina e altre persone di bontà son riuscite e riescono allo stesso tempo, con genti semplici a togliere “quello sporco dal viso che sovente ci portiamo addosso”. O asciugare qualche lacrima. Con la prontezza delle risposte. Riprende il discorso e dice: “Ancora adesso mi telefonano. Una signora in via Ravenna, conserva  quei ricordi, e non smette mai di ringraziare. Questo è per me un piacere che ha arricchito e continua ad arricchire la vita. Non solo la mia. In quel modo mi è stato possibile far un pochino di bene, e forse guadagnare altro tesoro”.  Alza gli occhi al cielo, direzione Basilica. A Druento, un signore, che desidera restare nell’anonimato, M.T. aveva un conto aperto, di circa diecimila lire. Nel frattempo, M.T. era tornato per alcuni mesi al Sud, e nello stesso periodo, Cristina e famiglia avevano lasciato quel paese per recarsi a Torino. Non si sono più visti. Rivisti. Per saldare un conto. La vita di città è frenteica. Quando ti perdi, difficile ritrovarti. Invece…Dopo qualche anno di distanza, il signor M.T. è riuscito a rintracciare Cristina e la nuova panetteria, grazie al “profumo” del pane,   ma avendo già cestinato quella rubrica, la nostra brava panettiera aveva “rimesso”  quel debito ugualmente. Il sig. M.T, ricorda di essersi recato nella panetteria e di aver allungato una banconota da diecimila lire. Il suo debito, mai dimenticato.  Un gesto ricambiato da altra  bontà ‘. M.T. Ricorda sempre di aver ricevuto in dono cioccolatini, dello stesso valore del debito appena saldato.

Ho pensato molto a questa storia delle rubriche. Onestamente, l’ho vista, in giro. O meglio, la ricordo. Si potrebbe ricostruire l’economia di un quartiere. Ho pensato possa essere uno strumento valido per i ragazzi, per trarne tesine. L’economia famigliare di un borgo. Analizzarne i consumi, i tempi in cui si poteva, riusciva a pagare. Le annotazioni, come a piè di pagina di un libro. Ma Cristina, non finisce mai di stupire. Qui, in questa panetteria non esiste più, nel senso che lo  si “cestina” presto per non lasciarne tracce.  Si “cancella”, si rimettono i debiti. Un gesto molto evangelico.  E ancora, vengono alla luce alcune pagine di un libro, al pensiero di questa gentilezza e bontà. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Siamo davvero dei grandi segreti, gli uni per gli altri e ognuno racchiude una lingua, un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Siamo davvero piccole civiltà erette sulle rovine  di un’infinità di civiltà precedenti, con i propri concetti di quanto e cosa è bello e accettabile. E di cosa non lo è”.

Penso a storie di debiti, crediti, storie di infinita bontà. Una storia di “pane quotidiano“, di debito, di reintegrazione, di remissione dei debiti, nostri e di altri, di grazie, di grazia. Sentire una volontà più grande attuata per nostro tramite.

Cristina, riprende il racconto sul negozio, e sui debiti. “Questo negozio ha conosciuto davvero un esborso di denaro  molto forte. Nel 1965 questo negozio costava sedici milioni. Mio marito riposava lì (e indica un luogo), più lavoravi e più vendevi. Le scadenze erano continue. Questa era la casa. Sedici milioni era l’equivalente di una casa di tre piani.  Abbiamo fatto sacrifici sempre. A Silvio, mio marito, piaceva tantissimo Torino. Da giovane, il papà di Silvio era venuto a lavorare a Torino. Spesso affermava che era meglio un anno di lavoro nella grande citta’  che dieci  in paese.”

Nel frattempo, le campane di Maria Ausiliatrice suonano l’ora. Viene da pensare alla Madre. E qui, l’abbinamento è immediato con la farina madre. L’impasto lo chiamano, in piemontese,  “il levà”, che è quello della sera. Si lascia “depositare”  e alla mattina, si fanno due o tre impasti. Se ne prende un pezzo, lo si rinfresca, e si aggiunge  la farina e quindi un po’ di lievito di birra per “carezzarlo“, ma poco, perché ha già la forza, sotto, che poi, lo farà lievitare. Resta un pane normale, più buono, perché si conserva. Tutte le sere si procede con questa operazione. Ancora oggi. Il pane, in tal modo,  emana il profumo, cosa che oggi non si sente più, né per le strade, nè tantomeno in panetteria, forse perché si mette troppo lievito, che velocizza il processo ma non dona il profumo.

Il sacrificio e la felicità nel lavoro.
Il tipo di lavoro richiedeva, e richiede,  una grande responsabilità e impegno.  Al servizio per il prossimo. “Cercavamo la gioia nel vedere tutta quella gente, sapendo che quel pane avrebbe raggiunto tantissime case, tante tavole. Quel pane avrebbe parlato anche di noi in case altrui. Era lì, tutti i giorni. Sulla tavola. Questo, conferiva la forza che il lavoro richiedeva. Non ti sentivi mai stanca. Gioventù, gioia, i figli, che volevi che nella semplicità fossero stati  come tutti gli altri. In Comunione. ”

Dopo queste parole, immediato il pensiero al Vangelo di Giovanni.

Racconta  e si racconta ancora. “La malattia di Silvio ha richiesto un dispendio ulteriore di forze. Negli anni ’70 ha cominciato a non stare bene, pero’ si stringeva i denti e si andava avanti, anche nella malattia. Lavorava perché i figli erano giovani. Le forze venivano a mancare, lentamente, giorno dopo giorno,  e così  ho cominciato a fare ” il garzone,” dato uno, come aiutante, non ce lo si poteva permettere . Ho imparato a fare il lavoro quasi come lui. Io mi occupavo della famiglia, ma, al mattino ho sempre aiutato mio marito.” Lavoro, lavoro, lavoro.

I rapporti con il borgo.
C’erano tre panetterie nel borgo  e tutte  possedevano un  forno proprio. C’era Gillone, che in realtà erano tre fratelli, in via Biella, poi c’era Pennone, in via don Bosco e noi, Corgiat. Poi c’erano le rivendite. Maria Teresa era una di quelle. “La gente era bravissima, tutta. Quelli provenienti dal Sud, poi, erano delle bravissime famiglie. Per me erano tutti uguali. Ognuno con la sua famiglia, venuti qui per lavorare. Bella e brava gente. Ragazzi che vengono ancora a trovare. E ringraziare. Ragazzi di un tempo che hanno lasciato crescere i baffetti o la barba, ex ragazzi che non conosco più ma che loro si ricordano di quando vendevo loro la pizza e di tanto in tanto, allungavo un grissino, come capita di fare, quando entra un bambino.”

La crisi degli anni ’80.
La crisi di quegli anni, qui, in panetteria, si è fatta sentire poco, fortunatamente, anche se, in molti cominciavano a spostare  residenza proprio in virtù di quel fatto. Oggi di pane se ne produce molto meno. Il Toscano,  tipo di pane che un tempo si vendeva in grandissima quantità, oramai non ha più mercato. Un tempo le quattro bocche del forno andavano a pieno regime, con il  pane toscano in cottura. Ci andava una giornata per produrre quel   tipo. Aveva una lievitazione molto lunga, pero’. Che pane era quello!”
“Un tempo i grissini si facevano tutti i giorni, poi, han subito un calo. Li produciamo due o tre volte la settimana.”
La pizza, invece, andava tutti i giorni. Usciva più volte al giorno,  forno, pronta per i ragazzi delle scuole.

Cristina e le ferie.
Cristina, non ha mai visto il mare. O meglio, una volta sola.  A parte un ricordo di una giornata- regalo di Ezio, il figlio,  che trovandosi a  Ceriale per lavoro, decide di farle il dono  del mare. Merito suo, infatti, se Cristina è riuscita, per qualche minuto, ad “accarezzare” il suo sogno di vedere il mare. Intorno agli anni ’70, infatti, Ezio, da Ceriale, telefona al fratello, dicendo gioia:  “Prendi mamma e accompagnala qui, di modo che non avrà scuse da accampare sostenendo di non essere mai stata al mare.”

La paura di un eritema solare e un po’ il brutto tempo, contribuirono ad un incontro, tra Cristina e il mare davvero ridotto. A Savona difatti, la colsero tuoni e fulmini. Sicuramente, era il tempo che festeggiava con fuochi d’ artificio questo incontro. Da quella volta, il  mare, Cristina non l’ho mai più visto.
Il marito Silvio è mancato nel 1978.  “Ho tribolato molto per aiutare a  crescere tre figli e sofferto tantissimo la mancanza di mio marito”.  Torino non era un paesino e richiedeva più attenzione e vigilanza dei figli. Una  attenzione costante e continua. Così era per tutte le famiglie con figli adolescenti. In quel periodo l’oratorio era l’unico posto di accoglienza per i ragazzi. Ancora tanti sacrifici, da sola.

Quando sono entrato, Francesco si concedeva un attimo di tregua, su una sedia, Cristina osservava attentamente un macchinario. In una frazione di secondo, è passata vita.

Una vita di lavoro e sacrifici, ma ci sono migliaia e migliaia di ragioni per vivere questa vita, e sono tutte sufficienti, dalla prima all’ultima. Il Borgo è cambiato, in molto. I treni non percorrono più l’ultimo tratto in superfice prima di inabissarsi nella pancia torinese. I negozi che c’erano un tempo,  dall’elettrauto, alla carrozzeria, alla pizzeria al taglio con la farinata, alla polleria,  latteria, al ristorante, alla lavanderia-tintoria, la Ve-gè, le rivendite del pane, alla drogheria, il barbiere, piccoli esercizi che non ci sono più da tempo, ormai.  Resiste, ma resisterà ancora per poco, Teresa, la pettinatrice .Cristina è lì, come sempre. Talvolta, ancora qualcuno, la domenica, preferisce bussare e passare dal retro, così, per farsi dare qualche panino, avendo dimenticato di comprarlo il giorno prima. Talvolta anche il latte. Nonostante ora i negozi siano aperti anche la domenica, si preferisce andare lì. Perché lì, è un po’ come stare a casa. O tornare a casa. Un’accoglienza che è rimasta tale e quale, nonostante il passare del tempo e il mutare dei tempi. Con un po’ di immaginazione, si puo’ pensare che nulla sia cambiato. Che il treno continui a passare, sentire l’odore del fiume, le grida che  ragazzi e ragazze fanno ogni qual volta si sentono giocare a  pallone nei pressi dell’oratorio.

Una lunga storia d’amore, tra Cristina e il borgo, tra la panetteria e il borgo. L’amore è davvero sacro, come la Grazia: il valore del suo oggetto non ha mai una grade importanza.

Una storia d’amore per il lavoro e per le persone che dura da 50 anni.