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In giro per la citta’

Iniziano i lavori su corso Principe Oddone. “Zitti, zitti, forse la ripresa, allora, e’ davvero vicina”. Torino c.so p.oddone.foto borrelli romanoFinalmente verra’ cicatrizzata, e presto,  la ferita che ormai da anni divide due circoscrizioni.Da queste parti. Questione di mutamenti sociali per mezzo dell’accelerazione sociale. La’ dove un tempo passava il treno..a bassa velocita’, la direttrice Torino Milano Venezia, ora sistemata anche come alta nella pancia -“bassa” almeno fino a Stura;  prima,  un ponte in ferro divideva via don Bosco da via Maria Ausiliatrice,  poco distante da li, la palina del bus, luogo di incontri e di amori e di promesse da mantenere,  una sorta di lampada Osram ( e non solo a Termini, vedi Baglioni) tutta torinese e per pochi intimi.

Cosi le voci da corridoio di corso Principe Oddone. Una macelleria, una tintoria, una pasticceria in una manciata di numeri civici mentre ora, niente. Una farmacia , Ausiliatrice, che resiste, e una  palina dei bus e una cabina dove ci si sentiva e si pensava all’amore infinito e agli infiniti amori trovando talvolta ricovero proprio sotto quel cerchio e la cornetta rossa, in occasione di certe “tempeste”. Da dietro questa recinzione scruto come certe distanze si accorcino: corso Venezia e oltre… Se da una parte della citta’ i lavori vanno a cominciare a due passi da li basterebbe fare solo un po’ di pulizia. Di tanto in tanto qualcuno, armato di bastone e lenza, si dedica alla “pesca”,  complice anche la vicinanza del fiume l’analogia e’ immediata: racchette da tennis,  scarpe,  oggetti di ogni tipo e fattezza…. da pescare,  sul vero senso della parola, oltre le sbarre dopo che alcuni hanno gettato centinaia di oggetti,  oltre,  pensandola come fosse discarica. Siamo a due passi dal fiume Dora,  due da via san Pietro in Vincoli… Ma girando per la citta’ alcune stranezze che potrebbero far sorridere altri si palesano ai nostri occhi confondendo un po’…. dalle parti dell’ex stadio comunale ora Olimpico qualcuno ricerca ma non si sa bene cosa… IMG-20150620-WA0017

Prima pietra “d’inciampo” per Gelindo Augusti. Via Vicenza 23

Torino via Vicenza,  10 gennaio 2015, foto Romano Borrelli

Torino via Vicenza,  10 gennaio 2015, foto, Romano BorrelliDocumento la posa della “pietra d’inciampo”  (o stolpersteine, cosi sono state chiamate da chi le produce, Gunter Demnig) in via Vicenza 23, a Torino,  per ricordare Gelindo Augusti, arrestato in seguito agli scioperi del marzo ’44. Deportato a Mauthausen, assassinato nel 1945. Altre 27 “pietre” ricorderanno, tra oggi e domani,  le vittime della Shoah.

Un vento caldo, un tepore inusuale per Torino, in questi giorni. Esco, diretto verso via Vicenza 23, a due passi dall’ Ipercoop, e altri due da via Don Bosco, corso Umbria, Piazza Umbria, ler assistere alla posa della pietra di inciampo per Gelindo Augusti. Sul selciato, resta, per il momento, il cemento fresco. Per sempre, il ricordo, la memoria, di quanto è stato.

Saranno poste in 5 circoscrizioni di Torino, le “pietre di inciampo” e ricorderanno ogni singola persona vittima della deportazione nazista e fascista.

Una “pietra di inciampo” che aiuti, nell’incontro, a soffermarsi e riflettere a quanto e’ stato. Ancora domani, domenica 11, verranno fissate altre  ” pietre di inciampo”, accompagnate da uno sportello che prenderà in carico le richieste (di altre) al Museo  Diffuso della Resistenza. Basta scrivere una mail, a pietredinciampo@museodiffusotorino.it  oppure servendosi del numero telefonico 346 9646238).  Al tutto si accompagnerà  una ricca attivita’ didattica che sfocera in una giornata ancora più ricca di eventi’ il 27 gennaio, Giornata della Memoria.

Un lettore del blog mi ha segnalato di aver partecipato alla posa dedicata al ragazzo della quarta elettricisti dell’Avogadro (scuola) arrestato per la sua opposizione politica.

Pensiero Acutis. Storia di un ex-internato militare

Sentivo il bisogno di raccontare, meglio, di ascoltare, approfondire, scrivere qualcosa di particolare, una storia nella Storia. Qualcosa di impegnativo. Soprattutto perché poco conosciuta. E scriverla per intero, senza tagliare nulla, così come spesso, nell’ultimo periodo, molti ragazzi mi han chiesto di fare quando scrivo qualcosa di interessante per i loro studi.

Di questa storia, penso sicuramente utile per i ragazzi nelle scuole, magari riproposta  prossimamente per una rivista, come accade da un po’ di tempo per alcuni articoli e con molto piacere e soddisfazione.

Quando cammino lungo le strade della circoscrizione così come l’ho conosciuta “Aurora, Rossini, Valdocco” precisamente l’area che insiste in quella fetta di quartiere  definita dei santi sociali, tra via don Bosco, via Maria Ausiliatrice e via Cottolengo, (ma che io ho l’abitudine di allargare fino in corso Valdocco, dove è situato l’Istituto Storico della Resistenza) mi capita spesso di incontrare due poli di quel mondo: la scuola e la saggezza. Nei pomeriggi estivi di questa estate mi è capitato sovente di incontrare un signore, di bell’aspetto, dal giornalaio, in coda in qualche negozio, intento nelle sue compere, talvolta dalle parti della Basilica di Maria Ausiliatrice.  Le brevi battute quotidiane scambiate dal giornalaio su fatti politici ed economici sullo stato del nostro Paese ben presto han lasciato posto alla storia. Scopro che non solo ama leggere ma anche scrivere. Libri. Ne sente il bisogno.

La realtà di un lontano passato sempre presente. Pensiero AcutisTorino. Presso l'abitazione del sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli.

Un giorno provo a chiedergli: “Perché?” Mi risponde:

“Per lasciare traccia, memoria di sé e del proprio vivere, per salvarsi o essere salvati. Per far affiorare dall’oblio e dal nascondimento il passato, anche quello più doloroso”[1]. Vorrei capirne di più, rispetto alla memoria, al vivere, al desiderio, bisogno di scrivere. Gli chiedo se possiamo conoscerci.Torino, abitazione del Sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli

Il suo nome è Pensiero Acutis, nato a Torino nel 1924 da genitori anarchici. La madre, Rosa Giuliano (1886-1947) il papà Anselmo Acutis (1879-1967)) è eclettico, innamorato della vita in tutte le sue forme: pittura, fotografia, arte. Chiaramente avendo questi amori inscritti nella pelle non può che frequentare l’Accademia di Belle Arti. Anselmo è ricordato tra i promotori degli scioperi contro l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale.  Manifestazioni contro la guerra che termineranno solo nel  1917. Verrà arrestato, processato e assolto e costretto ad andar via nel 1925, in epoca fascista, per le sue idee libertarie. “Papà che non è piu tornato.  Andato via a 45 anni e morto poi all’età di 88 anni. Quando lo ha conosciuto aveva 22 anni, la prima volta che lo ha visto.”

Il fratello maggiore, anarchico, Libero, anche lui emigrato in Francia dove rimase vittima in un incidente stradale a 25 anni, all’uscita dal lavoro.

Una sorella, Vera, “cattolica proprio come me” ci tiene a precisare Pensiero,  impiegata presso una fabbrica di sapone, Filippi di Cascine Vica, alle porte di Torino, sarà sindacalista nei chimici della Cisl, segretaria di Carlo Donat Cattin. Darà anche il suo contributo alla Resistenza confezionando pacchi per i prigionieri. Insomma, in tre in famiglia. Mamma, sorella e Pensiero. Ricorda di sua mamma che…

Mamma Rosa praticamente ha condiviso miseria perché quando tutti il padre e il fratello erano andati via,  la sorella era andata in convitto, era una lavoratrice in casa, sarta,  era cravattaia e finì poi per andare a fare le pulizie all’officina Viberti. Morì giovane a causa di una lunga malattia durata quattro anni.”

Pensiero ricorda la sua gioventù, via Pisa, via Catania, “il Borgo dei morti”, come allora lo chiamavano. Poi, la  Borgata Parella, il  Martinetto  con Marie Pallea, la moglie, sposata nel 1961, donna di origini francesi, morta recentemente dopo una lunga malattia. E infine, ora, dalle parti di Maria Ausiliatrice, in questa fetta di circoscrizione.

Nel nostro incontro mi indica la zona dei Salesiani. E ricorda.

“Sono un Ex allievo. Mia sorella frequentava le scuole dai salesiani e tramite loro c’era stato un interessamento anche per me. Mi son ritrovato sui banchi di scuola, o meglio, nei laboratori delle scuole dei Salesiani per diventare un  rilegatore. Dopo cinque anni lo diventai e nel 1943 presi. Dopo la guerra  primi di febbraio  del 1946, entrai a lavorare alla Sei”. Torino, 14 settembre 2014. Pensiero Acutis e Romano davanti la Sei.Foto, Borrelli Romano I suoi occhi si illuminano. Sono certo che si intravede in quell’edificio dietro i macchinari, al lavoro, con i colleghi e amici  di una vita. Ricorda il Direttore Tecnico, il Commendatore Michelotti . “In quel periodo, in corso Regina, tra operai e impiegati eravamo circa quattrocento.  Alla Sei, appena entravi, eri amico di tutti. C’era molto cameratismo tra operai e impiegati. Era una specie di famiglia. C’erano i turni, ma solo per certi tipi di lavori. Ultimamente solo per la legatoria. Così era il clima  lavorativo e non solo in quegli anni, da queste parti.  Si stampavano i  Bollettini Salesiani, dizionari, grammatiche, libri e  anche lettura amena”.

Continua a saltellare tra il passato ed il presente.

“Sono piu di trenta anni che sono in pensione. Esattamente nel 1984”.

Negli ultimi anni, purtroppo, molto era cambiato. Nel suo racconto si trovano altri amori, quelli della montagna, ad esempio, insieme a quello ricordato prima delle letture.

Torino, come la ricorda nei suoi anni giovanili? E come è oggi?

“Ho avuto modo di rimuginare dopo una caduta dello scorso inverno. Tempo libero per tornare sui passi giovanili”. E così dipana i suoi racconti: “I primi dieci anni di via Pisa, in quel casone dove c’erano centinaia di famiglie, c’era di tutto, impiegati, operai, vagabondi e tanta solidarietà- Non come ora che un pianerottolo divide alcune famiglie senza sapere nulla l’una dell’altra. In via Pisa, si era poveri, ma vicini-vicini in tutti i sensi. Oggi si è vicini ma si è lontani. Questa è la condizione, oggi.”

Dopo la guerra come era Torino?

Tutti ci ci davamo da fare per la ricostruzione. In molti cercavano  lavoro”. La Fiat non era ancora il serbatoio di manodopera come lo si è conosciuto negli anni ‘60”. Nei suoi racconti, tanta ricostruzione, malcontento ma anche tanta speranza. Di una vita migliore. Lentamente, il discorso si avvia al tema della guerra, all’8 settembre 1943, alla sua deportazione, in Germania. Iniziano i suoi ricordi.

La storia di una recluta: Pensiero Acutis.

“Il 10 settembre 1943 ero in Liguria, al centro reclute di Diano Marino. (Naja, che non ho fatto, e neanche il giuramento. Il mio rientro a Torino sarà il 20 agosto del 1945). Un periodo in cui ci hanno tolto molto, quasi tutto. Stenti e fame erano all’ordine del giorno. In due occasioni soltanto, nell’arco di dieci giorni, ci fu dato  un tozzo di pane nero e un pezzo di formaggio. E’ stato un viaggio bestiale, quello dell’andata. (Il ritorno, avvenne sempre per mezzo di tradotte ma ormai era un rimpatrio, del tutto diverso dall’andata. Al rientro, i primi mesi, trovai lavoretti in nero, un po’ qua e un po’ la). Ci fecero prendere la strada che va verso il Colle di Nava e fummo accolti, a metà strada da due camionette di tedeschi,  armati fino ai denti, che han cominciato a sparare, a noi, disarmati. Uno dei nostri che conosceva il tedesco parlo’ con la pattuglia chiedendo spiegazioni sul senso di quanto stava accadendo. L’ordine era di proseguire fino ad Ormea e da li poi una tradotta ci avrebbe condotti ad Alessandria dove li, gli dissero, era  stato allestito un grande campo di smistamento dove l’esercito italiano, sciolto, si sarebbe ritrovato. Abbiamo pensato: e allora,  tutti a casa. Se è  così, allora, va bene. Non era neanche il caso di scappare, poi. Perché farsi fucilare dietro se tanto poi avremmo riacquistato la nostra libertà? Eravamo   più di  duemila militari.  Una volta arrivati ad  Alessandria  (dopo aver lasciato Ormea) ci chiedevamo dove fosse quel  campo “benedetto”. La nostra domanda ottenne una risposta. Il campo non era  ad Alessandria. A Verona ne avremmo trovato uno più capiente. Era una giornata uggiosa. Pioveva. Eravamo chiusi ermeticamente nel vagone. Alcune infermiere ci porsero foglietti di carta e matita dove avremmo dovuto scrivere il nostro indirizzo. Ma quando il portellone si riaprì, eravamo in Austria. Il viaggio continuò così per una decina di giorni e quando era ora di scendere eravamo giunti “al Nord”, nei pressi di una Sandbostel,  cittadina vicino Brema, dove era stato allestito un campo di smistamento. Gli storici dissero che eravamo quattromila. Monaco di Baviera, Augsburg, Norimberga, Bamberg, le città passate durante il viaggio di Pensiero. A Sandbostel trovammo un palco dove si precipitò a parlarci un gerarca fascista.  Il suo discorso fu questo. Il Re e Badoglio erano fuggiti lasciando l’esercito allo sbando e per conservare l’onore della patria era stata costituita una Repubblica Sociale alla quale quanti si trovavano li, nel campo, a Sandbostel, dovevano aderire e ritornare a combattere con l’amico alleato tedesco, diversamente saremmo stati considerati soldati traditori e come tali trattati. Una cosa poco simpatica a mille, millecinquecento km da casa nostra. Ma dove era, casa nostra, in quel momento? Si faccia avanti chi vuole firmare, disse quel gerarca. La condizione: o di qua o di là.  Di quelle migliaia pochi si fecero avanti. A dire il vero, erano piu gli altoatesini, che si fecero avanti. Fummo “sguinzagliati” qua e la in vari campi per lavorare. In più di seicentomila militari finirono da queste parti, e 600 mila furono i no convinti. Venni spedito ad Amburgo ove restai fino al giorno del rimpatrio. Lavoro: scavare macerie prima e finito in un deposito di legname, fino al settembre del 44. Da internato militare militare diventammo internati civili come lavoratori normali, sorvegliati h 24, pagati, pero’, in marchi.”

L’infortunio e i rapporti con i cittadini tedeschi.

Il diciotto settembre del 1944 subì un infortunio al polso. Un ricordo aggiuntivo che mi accompagna da settanta anni. In quel modo non ero più abile.

“Venivo collocato a riposo. Giravo la città di Amburgo, città un po’ anarcoide. Quella città mi raccontava un pochino. Era una città giovane. Erano repubbliche militari con senso di indipendenza. Si sentivano repubbliche marinare. Non tanto tedeschi. Con la popolazione mi son sempre trovato bene. Andavo in giro, facevo commercio con i buoni tessera. Al campo poi, si divideva tutto. Poi, dopo i mesi di disperazione, arrivarono le truppe anglo canadesi a liberarci.”

Ma chi sono “gli internati”?

“La storia degli internati militari è poco conosciuta. Fin dagli inizi, in diversi ambienti, sono stati considerati come imboscati quasi come avessero scelto non come nella realtà tra prigionia o SS, ma come scelta identificata come un quieto vivere, collocandosi in una zona grigia. Tanto è vero che quando sono rientrato in Italia, col treno a Porta Susa, mentre contavo i soldi per salire sul tram zeppo di passeggeri e come mi hanno visto han cominciato a parlottare tra di loro dicendo: noi i bombardamenti,  la tessera e altro mentre loro…e mentre si dicevano queste cose mi guardavano come se io e gli altri fossimo tornati da una villeggiatura. Quanta i indifferenza, ignoranza, sospetto. Gli insegnanti dicevano di sapere poco sugli internati. Era calata la nebbia o così si voleva.  Nei libri di storia non si accenna molto agli internati, p vero. Ferruccio Maruffi,  del 1924, Presidente dei deportati politici, va sempre in giro a testimoniare. Ha scritto diversi libri ed è stato l’unico che ha difeso gli internati militari definendoli eroi. Erano circa 650 mila gli internati: se passavano con la Repubblica sociale in massa, praticamente l’esito della guerra sarebbe stato un altro, si sarebbe prolungata e forse si sarebbero scritta altre e piu copiose pagine. La sua esperienza è diversa dalla nostra, raccapriccia.  Per quanto mi riguarda, in venti mesi, l’ultima comunicazione con la famiglia era riconducibile ad una lettera del novembre del quarantaquattro speditami  dalla sorella attraverso la Croce Rossa. Poi, più nulla. Cosa trovero’? Questa era la domanda che mi accompagnava costantemente.”

 

Libro e la storia. Lo scopo.

“Come associazione pensavano di fare qualcosa che restasse impresso, andare nelle scuole era diventato riduttivo. Ero aggregato con l’archivio cinematografico della Resistenza. Con i dirigenti di quella associazione avevamo deciso di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. La difficoltà non consisteva nello scrivere un libro ma di trovare i fondi. Per un po’ di anni, un Generale di corpo d’armata che era ex comandate regione militare nord che aveva sposato la nostra causa ci diede una mano insieme al vice presidente Roberto Placido che ha sempre sostenuto la causa. E’ stato così pubblicato il volume seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani, kappa edizioni. La volontà è quella di distribuirlo  in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Prima di chiudere i “battenti”. I sopravvissuti non sono poi molti. Per restituire qualcosa alle scuole, per tamponare quei buchi che ci hanno accompagnato per molto tempo. Perché in molti erano all’oscuro sulla faccenda.

Il libro si compone di un dvd o meglio sarebbe dire che è nato prima il dvd e poi il libro 600 mila no. La Resistenza degli internati militari italiani. Anche quella di Pensiero Acutis.

 

Ho cercato di ampliare il raggio della conoscenza recandomi presso l’ANCR, l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, a Torino, in corso Valdocco 4, dove il dottor Corrado Borsa mi ha gentilmente forito ulteriori indicazioni sulla storia degli internati militari.

Il tema ha avuto un certo sviluppo a partire dalla seconda meta anni 80 grazie ad alcuni convegni e lavori di  storici. Grazie a ciò  si sono compiuti  passi avanti e decisivi nel colmare quei buchi, vuoti, accennati precedentemente dal sig. Pensiero Acutis, ma dal punto di vista divulgativo la storia degli internati militari è di fatto rimasta tra parentesi  e perciò largamente sottaciuta. I volumi attualmente in circolazione sono di storici tedeschi aventi come destinatari gli specialisti. Tali pubblicazioni  non sono usufruibili come manuali tra le mani di uno studente liceale o di un semplice curioso che abbia voglia di documentarsi. Il libro di Pensiero è uno dei primi, forse  il primo tentativo di offrire  a chi volesse un testo che pur rigoroso dal punto di vista dell’apparato informativo è  completo dal punto di vista della riproduzione di tutte le tappe che caratterizzano le vicende dell’internato in Italia. E’ un testo di facile lettura accessibile sul piano linguistico suddiviso opportunamente in modo tale che chi lo sfoglia sappia  orientarsi facilmente e trovare risposte specifiche a domande specifiche.

Come mai questo “vuoto”, dottor Borsa?Dottor Corrado Borsa, ANCR, intervistato presso i locali dell'ANCR, foto, Romano Borrelli (1)

“Per quanto riguarda gli internati militari, veniamo da un lungo silenzio non perché dell’internamento militare non si parlasse ma quando lo si faceva, se ne parlava come di una esperienza non iscritta nelle altre che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale per l’Italia in  particolare dopo l’8 settembre del 1943: una cosa è la Resistenza, una cosa è la Repubblica di Salo’, una cosa è l’occupazione tedesca, una cosa è la liberazione da parte degli alleati che lentamente progredisce da Sud verso Nord, una cosa  è la prigionia militare dei tantissimi militari italiani catturati sui fronti di guerra prima dell’otto settembre del 1943, cosa diversa ancora e che è difficile trovare l’addentellato con tutto il resto è l’esperienza dell’internamento militare, cioè quella esperienza di quei tanti militari italiani che dopo  l’8 settembre e lo sbandamento dell’esercito italiano dopo la proclamazione dell’accordo con gli alleati da parte di Badoglio, sono catturati dai tedeschi”.

La storia di persone, militari che si trovano senza ordini precisi e che molto spesso con la complicità di alcuni ufficiali che li comandano e che spesso non sanno neanche loro come comportarsi. Mentre  i tedeschi, in quelle condizioni, non hanno nessuna difficoltà a catturarli e caricarli sui vagoni bestiame diretti in Germania rinchiusi poi nei lager  per gli internati, (il loro satus giuridico per scelta della Germania Hitleriana, non è quello degli altri prigionieri di  guerra è uno status particolare tra l’altro toglie loro alcune possibilità che invece usufruiscono altri prigionieri di guerra, ad esempio ricevere i pacchi e il controllo della Croce Rossa Internazionale sulle loro condizioni di salute e vita).

Perché questo status giuridico?

“Per due motivi. Da una parte la vendetta di Hitler verso gli italiani che avevano rotto l’alleanza con la Germania nazista firmando un armistizio con gli alleati e chiudendo così la guerra al fianco del la Germania nazista. Dall’altra la difficoltà di presentarsi alla Repubblica di Salò, la Repubblica fantoccio voluta da Hitler per gestire l’Italia occupata dai tedeschi con centinaia di migliaia di prigionieri italiani. La Repubblica di Salò è la nuova alleata della Germania nazista, continua la guerra a fianco dei nazista e nello stesso tempo la Germania nazista ha centinai di migliaia di prigionieri italiani. Questi non sono più prigionieri ma con magie giuridico formali  diventano internati militari. L’internamento, da una parte, ha spiegazioni politico diplomatiche come status giuridico particolare, dall’altra parte significa un peggioramento per i prigionieri e ancora sottrae  i prigionieri italiani alle convenzioni di Ginevra (del trattato che li tutela), consentendo ai tedeschi di utilizzare i soldati italiani in attività lavorative intense e soprattutto nell’ambito dell’industria bellica quando invece i prigionieri di guerra possono essere utilizzati si in attività di lavoro ma non legate direttamente alla produzione di armi. Percio’ i soldati italiani prigionieri vengono ad essere una manna per l’economia di guerra nazista in quanto come lavoratori vanno a ricoprire  i ruoli che per primi avevano ricoperto in quella economia i sovietici, anche loro, per altre ragioni, al di fuori della Convenzione di  Ginevra (quindi non tutelati).”

 

Perché non si parla di internamento militare a livello pubblico anche se gli internati militari una volta tornati, parlano della loro esperienza, e scrivono anche, come internati militari, come ad esempio è capitato con lo lo scrittore Guareschi? E rispetto alla Resistenza?

 

“Si, in effetti sono tanti i diari che pubblicati. Non se ne parla a livello pubblico perché il tema sugli internati militari costituisce una difficoltà nel suo svolgimento. Se li si pensa come di fatto e tali sono  degli oppositori al nazismo e al fascismo e apparentabili ai partigiani, questi  ultimi, dicono: “ loro sono tantissimi e sommergono quella che è una esperienza importantissima per la conquista della democrazia italiana ma per partecipanti  ridotta”. Seicentomila sono i militari internati italiani che rifiutano la collaborazione con il nazismo e il fascismo  e i partigiani al massimo duecentocinquantamila. Si potrebbe aprire così una sorta di  competizione se vogliamo, anche se oggi, sia gli internati militari da una parte, sia i partigiani dall’altra, riconoscono il denominatore comune che li unisce.  Profondamente convinto che gli internati militari italiani sono dei resistenti. Così non è stato considerato a livello pubblico nella storia, nel passato, almeno fino agli anni 90.”

Rispetto alla domanda: si tratta o meno di una resistenza?

“E’ sicuramente Resistenza anche perché alla base della esperienza terribile degli internati militari italiani più o meno terribile in alcuni casi ma comunque sempre tormentosa ma molto spesso con esiti letali con malattie che insorgono e che poi permangono a  minare  il fisico di chi ha vissuto quell’esperienza, alla base di tutto questo vi è una scelta.  A differenza di tutti gli altri prigionieri di guerra  che quando vengono catturati sono prigionieri di guerra e non possono essere considerati che tali, agli internati militari, i tedeschi, da subito, dal momento della cattura e poi successivamente e poi ancora i fascisti di Salo’, quanto visitano i campi di internamento pongono la domanda ai militari intenrati: perché non passate dalla nostra parte? Perché non continuate la guerra con noi? Dire si avrebbe significato fuoriuscire dalle terribili condizioni che la guerra pone: fame, bombardamenti, oppressione, esclusione da  lavoro forzato a cui molti sono costretti, ritornare casa,usufruire  da subito un’alimentazione che  è quella dei soldati tedeschi, abiti decenti, uniformi. Un certo numero sugli 800.000 aderiscono a queste profferte anche per disperazione. Con il loro si,  passano dall’altra parte, inserendosi così  nella Repubblica di Salo. Altri transitano solo, da qui, per arrivare ai partigiani e inserirsi poi nella Resistenza.  Altri, restano in Germania. 40 mila di loro restano in Germania, morti, per stenti, fucilazioni, bombardamenti che li colpiscono così come colpivano  i tedeschi.”

La dislocazione dei campi riservati agli internati, sul territorio della Germania, come era?

“ I campi come nel sistema di prigionia di guerra tedesco sono distribuiti in tutto l’ampio territorio. Questo per due ragioni. Il primo. Gruppi consistenti si controllano meglio di enormi gruppi concentrati in un solo punto. Secondo perché la loro distribuzione consente un utilizzo più acconcio nell’ambito dell’economia di guerra: il campo vicino la fabbrica x o y o legato all’economia agricola sono serbatoi di mano d’opera. Non erano “concentrati” con gli altri prigionieri, ma erano divisi, articolati da altri. Avevano uno status peculiare. 800 mila i prigionieri catturati e portati in Germania”.

I tedeschi catturano dopo l’8 settembre piu di un milione di italiani, poi alcuni riescono a fuggire. L’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale mette in campo circa tre milioni e mezzo di uomini. Molti sono catturati da americani, russi, francesi, inglesi, molti rimangono sul fronte fino all’ultimo, fino al disfacimento totale dell’esercito, l’8 settembre e poi vengono catturati dai tedeschi. Altri fuggono e divengono partigiani e si attestano sulle montagne, ma anche sui balcani. In Grecia accade qualcosa di simile. Anche nei Balcani dove erano collocate le truppe italiane all’otto settembre. Che succede ai soldati italiani in queste regioni?

“I soldati italiani invece di farsi catturare dai tedeschi passano con i partigiani greci, tedeschi, albanesi a combattere in reparti, alcuni coprendosi anche di gloria con riconoscimento ampio. La cattura da parte dei tedeschi di tutti questi soldati italiani ha anche un altro intento che è quello di impedire agli italiani di ripensarci, di riorganizzare l’esercito che possa combattere efficacemente contro i tedeschi. Italiani alleati a questo punto con gli americani e inglesi e con l’esercito italiano spazzato via:  il miglior modo era di catturare l’esercito italiano e portarlo via, in Germania dove sarebbero stati utilissimi all’economia militare tedesca, in quanto i soldati tedeschi erano al fronte.”

Le scelte dei 600 mila e di Pensiero.

Quando parliamo di scelta, parliamo di individui che scelgono da se. Il governo Badoglio che si ricostituisce al Sud, prima in Puglia, poi a Salerno e poi dopo la liberazione a Roma, e, dall’altra parte il CLN costituiranno teste  che dirigeranno o contribuiranno a  organizzare, costituire forme di resistenza. Cosa è l’8 settembre? Cosa rappresenta, cosa è stato?

“L’8 settembre ne fa una pagina particolare drammatica e straordinaria un nuovo inizio per l’Italia, la scelta non avviene perché qualcuno ti dice “fa così”. Pensiero Acutis aveva 19 anni e sceglie a partire da valori che sono interiorizzati nella famiglia, in dimensioni che non sono quelle normali, politico istituzionali e percio’ è una pagina che si scrive in un contesto inimmaginabile  oggi, inseriti come siamo in un contesto in cui il cittadino è continuamente messo a  confronto con autorità democraticamente elette con responsabili, sia pur giustificati nel loro ruolo da tutte una serie di procedure.”

Chi c’era nelle caserme? E cosa succede dopo l’8 settembre ai militari? Quanti ne sono rimasti in vita, oggi?

In Italia come dappertutto, erano piene di soldati. La mancanza di ordini, di coordinamento, per quanto riguarda gli italiani. I tedeschi invece, erano” pronti” in quanto immaginavano il passaggio dell’Italia con gli americani, gli alleati e ciò ha fatto si che le caserme si svuotassero. In un attimo. Alcuni intuiscono i pericoli e riescono a scappare anche se non conoscono i dettagli della trattativa, ma i tedeschi  erano già preparati e pronti a questo passaggio. Erano uomini decisi, sapevano cosa dovevano fare e in pochi, in minoranza, in poco tempo,catturano soldati che non sanno cosa fare.  E così in mancanza di ordini, la resa. Ciascuno è solo sul cuore di quella terra in quel momento e ciascuno trova il coraggio o meno, da solo. Una pagina che fonda la nuova Italia e rende gli internati militari simili ai partigiani.”

Quanti ne sono rimasti?

” A Torino, una stima approssimativa, dice che gli internati militari non sono piu di dieci. Un migliaio erano quanti riusciti a ritornare.”

Il libro e video nasce dall’intento di restituire a quei soggetti, gli internati militari, il posto che hanno effettivamente occupato con la loro scelta drammatica che vivono nella storia dell’Italia in guerra e nella storia della rinascita. Nascita democrazia, della Repubblica che si sviluppa poi nel tempo.

L’interesse si è rivelato enorme e anche nelle scuole, ragazzi e insegnanti hanno mostrato interesse sul tema. Anche per un fatto che sembra banale ma non è marginale. 600 mila. Centinaia di famiglie italiane sono coinvolte nella vicenda degli internati, padri, madri, nonni, parenti e sempre più persone scoprono che un loro congiunto ha avuto quella esperienza e allora hanno cominciato ad interrogarsi.

E gli internati, in prima persona, hanno mai raccontato le vicende di quel periodo?

“Gli internati non parlano della loro esperienza al loro ritorno. Storie di guerra, di sofferenza, di prigionia, non piacciono. Questa è la verità. Edoardo De Filippo,  era solito dire per le storie dolorose, “non ci parlare di  queste cose” e così in  molti han continuato a portare e portano dentro questo dramma e lentamente lo silenziano. Dai diari, ricordi dei parenti escono queste domande. Il dvd e i libro vogliono essere una risposta, anche al discorso pubblico.”

Il libro è stato pubblicato nel gennaio 2014 e nasce da un film che è il prodotto di una quantità notevole di raccolte e testimonianze che l’archivio nazionale cinematografico della Resistenza ha condotto per raccogliere testimonianze di quelli che avevano vissuto  quella esperienza e che non avevano mai raccontato.

Negli archivi mancavano quasi totalmente in quanto archivi dedicati ad altre vicende, come quelle dei partigiani.

Il film nasce sulla base di due anni di lavoro e poi esce in dvd accompagnato da una opera multimediale che ha delle schede che spiegano che cosa è l’internato. Un libro dvd pensato proprio per la scuola

IL titolo del film è lo stesso del libro, “Seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani”.

Tantssimi italiani dicono no come scelta personale al nazifascismo e subiscono conseguenze pesantissime e pagano ogni giorno e per venti mesi questo loro no e poi ulteriormente. Non riconosciuti poi debitamente né dalla Germania che li ha sfruttati brutalmente né dall’Italia se non in alcuni casi con riconoscimenti simbolici con delle medagliette.

Per festeggiare insieme i 90 anni di Pensiero Acutis, presso la Sala Conferenze del Museo Diffuso di Corso Valdocco 4 a Torino, Mercoledì 17 settembre 2014 alle ore 15.30. Con gli interventi del Dottor Corrado Borsa, Gianna Montanari, Nanni Tosco.

 

[1][1] Pensiero Acutis, Stalag XA, Storia di una recluta. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2005.

Torino. Vie e palazzi che parlano

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Sotto i portici della nostra città, in alcuni tratti, si respira ancora aria natalizia. Alcuni neon illuminano la vetrina di un negozio. In via Cernaia. A due passi da Porta Susa.  Neon uniti al vertice. Legati a due piante, riescono a dare l’idea di un albero di Natale. Permanente. Le palline, come per gioco, danzano, sulla sommità del porticato, poco distanti da quell’ albero. L’atmosfera, il clima, a tratti, è del periodo. Ma solo a tratti. Un lunghissimo autunno che cede il passo ad un’entrante primavera.  Una città che lancia segnali, che parla, con le tradizioni, con la religiosità popolare, con i disegni, impressi sulle facciate delle case. In corso Principe Oddone,  meglio, tra le vie Maria Ausiliatrice e don Bosco, una nicchia, al primo piano “conserva” una madonnina. E’  Maria Ausiliatrice, così tanto cara al santo sociale di questo quartiere e della nostra città. Durante il mese di maggio, è davvero uno splendore. Lenzuola bianche, tappeti bellissimi; lumini e candele di ogni tipo evidenziano il palazzo. Piantine e fiori le donano una bellissima cornice. Un tempo, i cognomi e nomi impressi sui citofoni rimandavano al Sud Italia. Nelle mansarde, la luce accesa, fino a notte fonda, indicava la presenza di studenti universitari, intenti nello studio o negli ultimi ripassi. Di tanto in tanto, i libri venivano sfrattati in altra stanza. Ai fornelli ci si dava il cambio nelle “grandi rimpatriate”. Ricordi che ritornano, quando alzi gli occhi al cielo. Oltre la Madonnina.  Il profumo di una pasticceria si spande su questo fazzoletto di quartiere. La pizza sfornata alle tredici, dala solita panetteria, è sempre la migliore. Da anni. Ragazzi all’uscita di scuola, in coda, aspettando il proprio turno, per poterla gustare. E così, anno dopo anno. I cartelli delle case in vendita scarseggiano. Numerosi quelli “affittasi”. “Ampia metratura con doppi servizi” è un’eccezione. Un’oasi nel deserto. Al pomeriggio bambini  da nomi esotici, festanti, escono da scuola.

Sulla facciata di un palazzo, poco distante da corso Principe Oddone,  figure di donne che danzano. Forse a ricordarci che un uomo, nella vita, dovrebbe sempre danzare, pur non essendo ballerino.

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Amori in campo

DSC00090Immag018C’era una volta, un odore di moquette e tappezzerie, nei pressi della fermata dei bus. C’era una volta, il rumore dei treni, che passavano, lentamente, sul ponte, che tagliava in due le circoscrizioni, e una via, unica, ma per la presenza di quel ponte, in ferro, il nome mutava,  restando sempre nell’ambito famigliare. Una Madonna, un sogno, un santo e la sua missione. C’era una volta, metti insieme due cose che insieme non sono mai state, e a volte funziona, a volte no. C’era una volta, ma qualcosa esiste ancora oggi. Due vie unite dalla passione per un medesimo Santo sociale torinese: don Bosco. Di là, via Don Bosco, di qua, via Maria Ausiliatrice. O il contrario. Quel profumo di tappezzeria, che di tanto in tanto emanava non appena si apriva la porta del negozio, rimandava inevitabilmente al tepore della casa, al focolare domestico, mentre, quel rumore di treno, rimandava al senso del viaggiare, anche semplicemente, con gli occhi. Perché si, si viaggia mettendosi in moto, leggendo libri, ma anche osservando una bellissima opera d’arte, un quadro o una scultura. Odori e rumori che aiutavano incorniciare momenti più intimi. L’attesa del bus, giornale o libro alla mano, talvolta la spesa, di ritorno da Porta Palazzo, talvolta l‘abbraccio, o le parole sussurrate di due innamorati era cadenzata dal treno. Alle 18.50, l’interregionale, proveniente da Milano. Alle 19.05, l’interregionale partito appena prima da Porta Susa, per Milano. Rumore che spesso “copriva” a rendere ancora più intimo e silenzioso il rumore di un bacio, che si metteva in moto, e che spesso, riusciva ad essere più rumoroso di quel treno che si apprestava a passare. Come un “colpo di pistola” sparato in aria poco prima della partenza. Era quello il segnale. Rumore che copriva l’esito. Quell’ora, le 19, o altra, non importa, ma, abbinata al passaggio di un treno, sarebbe stato l’evento da ricordare. Dal treno al bacio. O il bacio al passaggio del treno. Insomma, un anticipo del bacio di Diego sulla Mole. Cappellino in testa e labbra incollate. Poi, capo di lei arrovesciato sul capo di lui. Farsi concavo e convesso. E “Shinoi for ever”. O forse no. Comunque, un bacio. Nel bene e nel male.  Spesso, a quella fermata, i ragazzi, appena terminati gli allenamenti di calcio, o pallavolo, tenutisi all’oratorio, il primo dell’era Salesiana,  attendevano. Cosa? Il bus, in molti. Il bacio, i più fortunati.  Era usuale vedere i borsoni  marchiati “Valdocco Pgs”  depositati a terra in attesa per fare ritorno al focolare domestico. Col tempo, quando cominciarono ad andare di moda le partite miste, i ragazzi e le ragazze si “scontravano” in lunghissime partite di calcetto, all’oratorio,  al termine delle quali si  “incontravano” all’ombra di quella palina. Forse, è stato un bene, all’amore, trasformare quel campo di sabbia del primo oratorio; così sempre colmo di buche, pronte a diventare stagni non appena la pioggia cominciava a scendere.  Allora, meglio l’erba sintetica, fu il grido di vendetta. “Calcetto”. Partite miste.  La parola d’ordine dei ragazzi. Prima, tutto era sospeso, quando la pioggia era a catinelle. “Impraticabilità di campo“, e partita rinviata.  I baci, invece, anticipati. Questa la vera ragione per trasformare il campo? Noooooo. Poi, fu l’era dei campetti, da calcetto e così, degli amori in corso, e finalmente praticabili, anche loro, in “un campo” ormai aperto, anche dove, il “rigore” era all’ordine del giorno. Amori da “palina“, un po’ per dirsi, che forse, erano solo in corso, o in corsa, verso qualcosa.  “Se son rose, fioriranno”. (A proposito, Diego e Marilisa?). Talvolta, amori, anche un po’ bugiardi. Ma non importa. A quell’età, si sa, l’attesa…era, ed è da palina. Il passaggio, non è mai esatto. E poi, quegli amori adolescenziali, o adulti, nati all’ombra di quella cupola, su quel campo, per alcuni un po’ contro, era una sfida educativa. Non solo preventiva. In quello scorcio di circoscrizione, tra “due Chiese”, come avrebbe detto Gramsci,  le storie si sedimentavano e continuano a sedimentarsi. Come altrove. Un po’ come succede nelle nostre dimore, dove l’ordine o il disordine rivelano tratti caratteriali.  E in quel tratto, si defilavano coppiette,  che si tenevano in ombra, per non farsi riconoscere.  Qualche anziano, lì nei pressi, in attesa anch’esso, muoveva le labbra, mute. Forse, in preghiera o dissenso per un semplice e casto bacio. Tempi che cambiano, come successo al campo da calcio in calcetto. Ora,  all’ombra della palina non si sente piu’ il rumore del ponte sotto le ruote ferrate non appena il treno vi transitava, e, allo stesso tempo, non si sente più l’odore della moquette. Altri rumori, altri odori. Ora, non appena la porta si apre, da lì, emana un profumo di caffè, cappuccino, brioches appena sfornate. Il ponte in ferro non esiste più, da un po’, e la rotatoria ha modificato appena il corso delle cose, e anche il verso. Gli amori, non si sa, se transitano ancora da quella palina. Tuttavia, la gente, continua a leggere, con soddisfazione, come capita, a tutti, in attesa del bus.  Parafrasando Borges, in molti si vantano del libro che scrivono, altri sono orgogliosi di quelli che leggono.

(A sinistra, il nuovo negozio, bar, nei pressi della palina bus; a destra, il vecchio ponte in ferro sopra Corso Principe Oddone che divideva Via Maria Ausiliatrice da Via Don Bosco, la divisione tra due circoscrizioni. Ora, il ponte non esiste più. Resta solo il ricordo, di quando ci si passava sotto, di quel lento gocciolare tra un bullone e l’altro, nelle giornate di pioggia).