Archivi tag: via Cigna

Social Media e Cyberbullismo

Torino, palina bus.foto Borrelli RomanoTorino. Dalla palina del bus, dove un tempo il concessionario di auto svolgeva la sua parte, luccicando ora qua’ ora la’, piovono ricordi e cambiamenti. Cambiamento. Un “festival” nella comunicazione.  Mi rammento che “Quel che c’era da fare  e richiesto e’ stato svolto”, mi ripeto, in attesa del bus. Compito portato a termine. Lunedi si comincia, dalla cattedra, non piu’ e non solo tra i banchi. Pagina di storia scrutta e descritta. La strada da fare sara’ lunga ed e’ appena cominciata. Con la laurea di luglio sembrava tutto terminato, e invece.. “Quanto manca alla vetta? Tu sali e non pensarci”. Corso Principe Oddone, in via di assestamento,  Via Cigna, piazza Rebaudengo, Istituto Rebaudengo. La Biblioteca Marchesa e’ alle spalle, Sally di Vasco Rossi, pure. Centri commerciali lungo la strada, aperti, da aprire che apriranno. Una stazione ferroviaria, da queste parti, che non ricordavo e che non c’era. Il futuro. Come cambia il volto Torino. Come cambia la societa’.Sul bus alcune ragazze mi salutano e domandano: “Lunedi sei da noi?” Prima di “scaldare” i motori dell’anno scolastico un convegno merita orecchio e attenzione, dopo il corso universitario, prima della patente della laurea-titolo a sua volta patente necessaria per la cattedra: “Social Media e Cyberbullismo”, presso il centro  Salesiano Rebaudengo. Interventi della senatrice Elena Ferrara20150912_110801 e dell’Assessore all’Istruzione, Regione Puemonte, Giovanna PenteneroTorino 12 9 2015 G.Pentenero. Borrelli Romano foto. Interventi tra altri di avv. M. Alovisio, Dott.W. Bouquie, Avv. M.G. D’Amico, Dott.ssa E. Panto’, Avv. M. A.Senor, Ing. S. Giupponi. Nativi digitali, nuovo disegno di legge in materia di bullismo e cyberbullismo. Considerazioni, problematiche, positivita’, criticita’ e senso delle relazioni. Gia’, le relazioni…e poi ancira Facebook, “comunita’” da un miliardo di persone, utenti, virtuale e reale, cio’ che e’ vero e cio’ che e’ falso, responsabilita’, consapevolezza, attori e ruoli tra famiglia, personale della scuola, gruppi di pari, expertise, forma breve, forma lunga. Sono le 17. Il convegno  va a terminare e la prima campanella per 500 mila si avvicina. Anche per me. Una cattedra, sotto il cappello.

Gherardi Natale

Gherardi Natale, foto, Borrelli Romano
Natale Gherardi.

Cerchero’ di essere sintetico. La storia che ho approfondito magari prenderà la strada della carta.

La storia.

Gherardi Natale è nato a Torino il 24 dicembre 1921. Quindi, un uomo di 93 anni. Nel suo nome è inscritta una storia. Di Avvento e dopo Avvento. La data di nascita ne dice il perché.  (Natale sposerà Giulia  il 26 dicembre del 1945).  Ci incontriamo, nel suo appartamento. Il tempo di un caffè e diviene un “fiume” in piena. Di parole. Di ricordi. La sua attività, “cartonificio” così si diceva un tempo era situata là dove era ubicata una “fabbrica” (boita) di automobili, la Temporini, (Natale ha una memoria di ferro, però, mi chiede di verificare, magari per una vocale di troppo, o in meno).

Quante auto sarebbero “uscite” da via Ravenna, via e luogo, al numero uno, di quei locali  in cui la famiglia Gherardi, in seguito (la “boita” Temporini in via Ravenna)  hanno costruito un pezzo di storia torinese e in special modo di Valdocco?

“Probabilmente, da quei locali, poi nostri, uscì una automobile  soltanto. Difatti, mio padre rilevo’ i locali proprio perché i vecchi affittuari subirono uno sfratto per via del rumore che la fabbrichetta, con i suoi battilastrsa, “produceva” disturbandone  il vicinato. Era il luglio del 1931″.
Così Gherardi risponde alla mia domanda, di oggi e di ieri, davanti al Lingotto.

Le origini e le origini qui a Valdocco.

Natale mi racconta le origini dei suoi genitori, emiliani. Di come era Torino, nel quartiere, di quando in via San Pietro in Vincoli, la presenza di due torrenti, vicino la Dora ne “rigavano”  il terreno e loro  due, si che contribuivano a creare la storia, delle persone, del loro lavoro. I mulini, le officine. E mentre rigavano il terreno il territorio, con il lavoro dell’uomo, si modificava.

“C’era il passaggio pedonale, una passerella piccola, in via Salerno e il ponte in via Cigna, dove c’era la conceria Durio. I Durio, che signori. Avevano una carrozza con due cavalli!  Avevano contribuito a costruire il Fortino con il gioco da bocce, il gioco con la palla” e lì dove ora esiste la torre c’era un grande birreria poi divenuto locale cinematografico.

(Mi ricorda che qualcuno gli ha indicato che del Fortino ne ho scritto  sul blog). Mi ricorda il rapporto della città con l’acqua e l’economia di questo quartiere, zona. Ricorda un altro rio, in via San Donato, che “andava a finire” sotto piazza Statuto.

Mi ricorda le sue scuole, alla Boncompagni, Scuola Boncompagni Torino, foto Borrelli RomanoScuola Boncompagni, foto Borrelli Romanoi suoi trascorsi all’oratorio Valdocco, tra i Salesiani, il premio, in qualità di  “ragazzo più buono, di Valdocco, nel 1938” (divenendo Cooperatore Salesiano  proprio in quell’anno), fatto testimoniato da una copia del Vangelo datogli in dono dal Rettor Maggiore, quarto successore di don Bosco, don Ricaldone, in occasione del giovedì Santo e della rispettiva  funzione avvenuta  nella  Basilica di  Maria Ausiliatrice.Torino 2 gennaio 2015, casa di Natale Gherardi, foto di un Vangelo regalato da don Ricaldone, quarto successore di don Bosco, insieme al regolamento dei Cooperatori Salesiani. 4 Rettor Maggiore. Foto, Romano Borrelli.

Scuola e militare.

Dopo la quinta elementare, c’era l’avviamento o altre scuole, con corso sussidiario. Natale frequentò l’avviamento e intanto dava una mano, nello scatolificio di famiglia.

Gli anni passano velocemente. Natale diviene grande e  si ritrova soldato nella “Lancieri di Milano Civitavecchia”.

“Io avevo fatto il pre militare in cavalleria ma la destinazione sarebbe stata Lanceri di Milano Civitavecchia. In sede di commissione ho avuto la forza, e non so come (anche se, in cuor mio, attribuisco ciò a…” e guarda in cielo mentre afferma  questo) di domandare, “guardate, io ho fatto il pre militare al Nizza Cavalleria, se per caso vi è la possibilità di…”.

La commissione guarda e scopre che c’era solo più un posto.  “Nizza Cavalleria, primo squadrone”. Natale venne accontentato, difatti, Nizza cavalleria era a Torino.

“Natale, fu graziato, durante il soldato, ancora un paio di volte. Una prima, grazie alla portinaia della sua abitazione, che ne conosceva il Colonnello e una buona “parolina” non venne dimenticata nel momento più…”idoneo”. Una seconda volta, “dopo l’8 settembre del 1943, e l’armistizio”.

“Il nove settembre, i tedeschi cambiarono idea rispetto a noi militari, portandoci via, tutti. Puoi immaginare dove.” E qui Natale ci introduce nel racconto della “grazia” ulteriore.

“Durante il tragitto, l’11 settembre del 1943, da Corso Stupinigi (così si chiamava il corso ove era ubicata la caserma) a Porta Nuova (la stazione, dove il treno ci avrebbe condotto in Germania),  c’era il magazzino della Cooperativa Torinese. Alcuni operai, lì nei pressi ci incitarono a scappare e così fecero alcuni soldati. I soldati tedeschi cominciarono a sparare e cavalli senza cavalieri si ritrovarono allo sbando più totale. Anche il mio, fece le bizze fino a quando  mi scaraventò a terra e restandone schiacciato dal fuggi-fuggi di soldati e cavalli. Una ragazza che non avevo mai visto e conosciuta mi sollevò e mi prestò le prime cure all’interno di un  portone.  Lì aspettò, aspettammo,  che passasse la buriana e poi insieme ad altri mi portarono in ospedale. Fui spogliato dei vestiti da soldato e lì rimasi fino a guarigione. Per una novantina di giorni, al Mauriziano. Poi, fra convalescenze, casa, riposi vari, la mia esperienza si concluse praticamente li. Da quell’esperienza, qualcosa di buono ne uscì, almeno in quel frangente: i cavalli morti divennero ben presto cibo per molti, in un tempo dove la fame era sovrana.”

“Lì, capii che a salvarmi la vita era stato probabilmente un angelo.”

L’azienda e il territorio.

L’azienda Gherardi, intorno al 37-38 aveva un 17 -18 ragazze. Le scatole che ne uscivano dalla fabbrica erano di tutti i tipi e per molte aziende.

Per chi lavoravate?

“C’erano diverse industrie: maglie, calze, dolciarie. L’industria Giordano, il magazzino in via San Domenico e il negozio in via Garibaldi, caramelle Gioberge, fabbrica di caramelle che ora non esiste più. E c’era anche De Coster, “Fabbrica cioccolato, caramelle, pastigliaggi, confetti” che era una fabbrica situata da queste parti, poco distante da via Maria Ausiliatrice.  Ah, quanto sei dolce, Torino. C’era  anche una grande fabbrica di wafer, gallette “mignin e mignon”che con gli anni poi, ma siamo negli anni a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 ha via via chiuso i battenti (mignin e mignon: gallette le prime e wafer i secondi, probabilmente 4 soldo il costo).  All’angolo di via Cigna, era situato un calzaturificio, bruciato anch’esso,  in seguito agli “spezzoni”.

E qui si apre un capitolo all’interno di un altro capitolo. Dalla storia alla Storia.

“Doveva essere fine 1942, con quei brutti bombardamenti su Torino”. In questo momento si riaprono pagine di storia, di libri, gli anni dell’Università, l’Istoreto, ripercorrole pagine di  Primo Levi,segni sul marciapiede” e le “lastre che conservano le tracce  delle incursioni aeree” (spezzoni incendiari) e ancora, Diego Novelli (“Le bombe di cartapesta“). Torino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino e Romano Borrelli. Foto, Borrelli RomanoDove ho parcheggiato la macchina, “al fondo di via Ravenna, a destra, prima di arrivare in via Salerno, esiste “un’impronta”, di quegli spezzoni”. Uscito da Natale, corro a verificare.Torino, via Ravenna nel racconto di Gherardi Natale Foto, Romano Borrelli, così mi ha raccontato Natale e pur credendogli cerco quel luogo, così “calpestato” da me chissà quante volte.

Continua il suo racconto. “Qui bruciava molto, in seguito alla guerra. Spezzoni al fosforo, con una base di ghisa, pesante ; avevano un innesto, posato sopra un tubo, 60 o 70 centimetri, pieno di quel materiale incendiario che quando cadeva giù, con il contatto, generava  fuoco e incendiava il circostante. Ora, è rimasta la cicatrice, su quella lastra”. In via Ravenna, come ho appena scritto. Poi, Natale mi chiede di uscire un attimo, sul balcone. Mi indica sotto, dove ora si trova un caseggiato. “Vedi, prima c’era una falegnameria, bruciata anch’essa, con la guerra”.

Poi ripercorre gli anni felici di Torino, di un’economia diversa da quella attuale.

“Uno dei miei più grandi clienti, il maglificio Poletti, di Torino,  impiegava più di 700 operai prima di fallire. Ubicata  in via Sant’Ottavio, ci forniva commesse per la produzione di oltre mille scatole al giorno”.

Poi venne il periodo dei cuscinetti a sfera e la concorrenza svedese, insieme alla plastica che aveva il pregio e convenienza per loro, di avvolgere un quantitativo maggiore di cuscinetti. Gherardi e la sua fabbrica utilizzavano una procedura di confezionamento tradizionale, ad uno ad uno e cosi la plastica finì per mangiarsi il cartone. “Abbiamo dovuto reinventarci ancora una volta. Gli operai si ridussero a 11 e ancora a 6. Poi l’innovazione, e le macchine che fustellavano, verso gli anni ’80 fecero il resto. La scatola tradizionale lentamente sparì. Ora sono tutte stampate. Un tempo, era tutto artigianale. Oggi, questo lavoro qui, lo si trova digitando “litografie”.  Ah, quando penso alle scatole da scarpe……..la carta interna…ecc. ecc. Quanto lavoro e quanti operai.”

Gherardi cede lo scatolificio nel 2006 (guarda un po’, la scritta fotografata Lingotto 2006) con due ragazze addette al lavoro. In seguito, lo  “scatolificio” si è trasferito  dalle parti di corso Vigevano. 

Torino 2 gennaio 2015, Sig. Natale Gherardi, cooperatore salesiano con Romano Borrelli. Foto, Romano Borrelli.
Gerardi e Borrelli

La mattinata è stata lunga e dispendiosa, per Natale. Racconti pubblici e privati. Ma ci siamo dati ancora appuntamento, qui, dalle parti di via Ravenna, su questo spicchio di terra dove “insistono” persone che davvero hanno scritto un pezzo di storia.

Ora, Gherardi Natale non ha più il suo grembiule da lavoro, nero, ma allarga continuamente a tutti sorrisi  esattamente come un tempo. In basso foto di Natale Gherardi al tempo del militare in compagnia del padre a Torino e nella foto piccola, Giulia da ragazza.

Gherardi Natale.Foto, Borrelli Romano

Gherardi Natale. Foto, Borrelli Romano20150102_114623

diego-novelli

Paginette di Primo Levi Segni sulla Pietra
Diego Novelli, Le Bombe di CartapestaTorino, gennaio 2015. Diego Novelli, ex sindaco Torino. Foto, Borrelli Romano

Mercatini: Borgo Dora e Valdocco

Torino 7 dic 2014, il Maglio, Romano BorrelliTorino 7 dic 2014. Il Maglio. Borrelli RomanoTorino, 7 dic 2014,Il Maglio. Romano BorrelliTorino 7 dic 2014, Il Maglio. Borrelli Romano

20141207_123445Torino 7 dic 2014, il Maglio. Romano BorrelliTorino 7 dic 2014. Maria Aus.,  Borrelli RomanoTorino 7 dic 2014, Maria Ausil. Borrelli RomanoTorino 7 dic 2014. M. Ausiliatrice, Borrelli R.In giro tra i mercatini del Maglio a Borgo Dora (zoTorino 7 dic 2014, M.Ausiliatrice, Borrelli RomanoTorino 7 dicembre 2014, Maria Ausiliatrice, Salone Parrocchiale, Bazar, foto, Romano BorrelliTorino 7 dicembre 2014, bazar di Maria Ausiliatrice, foto, Romano Borrellina Serming, Scuola Holden) dove luminarie e profumi di ogni tipo si avvertono gia’ in lontananza. Terre uomini e donne, prodotti agricoli, artigianali e di ogni genere si mischiano a prodotti (del Balon, con un pallone sopra le nostre teste, una mongolfiera) che hanno avuto senso e un posto nel cuore di qualcuno. Prodotti, oggetti, ricordi che si apprestano ad un trasloco forzato dopo aver ricevuto lo sfratto dai legittimi proprietari che un po’ per necessita’ un po’ per spazio hanno deciso di abbandonare, di scambiare, di vendere. Oggetti un po’ come gatti, che, come dice la vulgata si affezionano alle mura domestiche e poco alle persone. Altre mura domestiche si apprestano a contenere questi “scarti”  divenuti presto valore inestimabile per quanti vorranno portarseli a casa. Forse anche per gli oggetti vi e’una equiparazione al “capitale inagito”…si, si, e’ buono ma…. Facce da puntini di sospensione, ci siamo capiti no? Profumi di mare e di Sud ti avvolgono come la nebbia ed e’piacevole restarci e lasciarsi imprigionare al pari di quella vera, che, come “narrano coloro che ricordano”da queste parti, presso le rive del fiume, e’ facile avvistarla in certi periodi dell’anno.  Avere del tempo e perdersi come in un labirinto sarebbe l’ideale, quanto meno restarci fino a sera quando le luci artificiali detteranno il ritmo della magia e dell’atmosfera natalizia.

Presso i saloni parrocchiali di Maria Ausiliatrice, (La Basilica dopo il rifacimento della facciata lentamente si toglie la maschera per essere restituita ai torinesi bella e ripulitaTorino 7 dicembre 2014, Maria Ausiliatrice, fine lavori. Foto, Romano Borrelli ) a due passi da qui, continuando per via Cigna o via Cottolengo, in zona Valdocco, si puo’ incrociare, ancora per pochi giorni, il bazar, arredato da instancabili volontarie della San Vincenzo che promuovono la vendita di prodotti artigianali realizzati da esse stesse nel corso dell’ anno. Torino 7 dicembre 2014, Bazar Parrocchia Maria Ausiliatrice, Foto, Romano BorrelliTorino 7 dicembre 2014, saloni parrocchiali Maria Ausiliatrice, Bazar, foto, Borrelli RomanoIl ricavato della vendita andrà a sostegno delle famiglie in forte difficolta’ economiche. Numero degli assistiti in incremento causa crisi che ormai da anni investe un po’ tutti (parrocchia Maria Ausiliatrice, Bazar, salone parrocchiale).

Entrando  il raccoglimento e la riflessione, per un attimo, si impongono. Una tavola, imbandita. Tovaglia, piatti, bicchieri. Nessuno come per dire tutti invitati al banchetto. Tavola come dire Altare. Pranzo e cena. Pane e pane quotidiano. Parenti, amici, compagni, invitati. Tutti. Universalità. Una giovane coppia prende le misure per un rito che ripeteranno infinite volte. Lembi della tovaglia da distendere e piegare. In Comunione. Sono attenti in ogni gesto. Provano e riprovano. Si sentono a casa. E’ domenica. Si. Torino 7 dicembre 2014, Bazar Maria Ausiliatrice, Foto Romano BorrelliAlcuni, in giro tra i vari banchetti  domandano come mai una iniziativa del genere non sia stata pubblicizzata su qualche giornale. Forse un modo per risparmiare qualcosa e devolvere tale cifra a qualche bisognoso in piu’,per non lasciare nessuno indietro. Anche queste sono “belle e buone vetrine” . Un suggerimento, se posso, a La Stampa, che da queste parti è un po’ di casa. Dato che la Basilica di Maria Ausiliatrice è ormai prossima a togliersi del tutto “la maschera”, qualche riga di inchiostro, un po’ li e un po’ qua, per questo bel Bazar non dispiacerebbero, magari due righe per far del bene. Le “Vetrine per bene” che aiutano a fare del bene sono anche qui, in Circoscrizione 7. A Maria Ausiliatrice.

Infine chiudo con l’uspicio che siano in tanti a farvi visita che, come sosteneva Simone Weil, “L’attenzione e’ la forma piu’ rara e piu’ pura della generosita’”.

ps. mi piacerebbe sapere se e’ vero il fatto che un “mini pensionato”, solo, senza famiglia, con difficolta’sia economiche sia di salute e  se ha lasciato sul proprio conto qualche euro, poniamo duemila, per…(non diciamolo!!!) se in virtu’ di quell’accantonamento viene escluso dal ricevere la “tredicesima” come contributo, aiuto, che una fondazione elargisce a casi disperati…Cioe’, e’ considerata una persona ricca?

 

Torino Borgo Dora, 7 dic 2014, romano borrelli

“Librarsi”…su Valdocco

Torino 30 ottobre 2014. Piazza Statuto, un filo di luce, un filo d'acqua. Foto, Romano Borrelli

Eppure….d’accordo, i periodi in italiano, non dovrebbero iniziare con un eppure…pero’…Accarezzo da tempo l’idea di dedicare energie e spazio a nuove iniziative, mettendone tra parentesi altre, eppure, certi oggetti, certi “scatti”, talune intuizioni, personaggi, segni, sono loro, a cercare te, noi,  per essere “formati”, narrati, cooperanti, bisognosi di un qualcosa, di qualcuno che li ascolti e dia loro vita, forma. Talvolta, dopo l’ascolto, capita che si assembli il tutto per diventarne un racconto per molti, per tutti. Un libro, da librare.   Talune passioni proprio non possono essere spente e sicuramente non lo devono. Al più da ravvivare. Hanno necessità di essere illuminate, inquadrate nel modo giusto; ascoltate, ravvivate, messe a fuoco, incontrate. La profondità, la via, la vita, bambin*, ragazz*, uomini, donne, anziani. Le panchine. Storie come piante, bisognose di acqua, per crescere e far crescere, ossigeno, come segno e simbolo, assetate loro  e assetati noi, perché hanno sempre qualcosa da insegnarci e da comunicare. Certe passioni non possono essere spente. E altre, dovrebbero essere  educate ma anche educate per troppo deficit di “ineducazione sentimentale”. Le passioni  hanno bisogno di librarsi,  di dedizione, alla causa, al sentimento, in famiglia, a scuola, in fabbrica, nella lotta per un posto di lavoro, nella società, per la tutela dei diritti. Storie Foto, Romano Borrelli.per essere viste, da tutti.  E devono raccontare e raccontarsi. Devono poter fare luce, su persone, accadimenti, situazioni. Ve ne è bisogno. Come della cultura, dei libri, per spegnere l’ignoranza. Librarsi. Entusiasmarsi. Gioire. Dopo aver fatto rete, le braccia in alto, gli occhi al cielo. L’abbraccio dei compagni.Torino 30 ottobre 2014. Ore 19.00 Pallone in rete, presso Oratorio Valdocco, Torino. Foto, Romano Borrelli.Dopo la rete, si sorride. Anche dopo lo smarrimento, impigliati nella rete, si trova sempre l’occasione di ritrovarsi e sorrideci su. Se dopo una lettura, una parola, o una parola di una lettura, di una lettera o di piu letture o di piu lettere e di un abbraccio caldo, bhe’, ancora meglio.

 

Eppure…Risalire.  Approccio faticoso, fantasioso, mica poi tanto.Torino, casa di ringhiera. Foto, Romano Borrelli

E’ una bella giornata di sole, a Torino. Cammino al fianco di mio padre. Ha il viso roseo, disteso, sereno.  Le rughe sul suo viso  si sono dissolte. Distese. Non sono più il percorso di una vita ma vie di molti e per molti.  Hanno assunto nomi: via Sassari, via Ravenna ( profumo di cartone proveniente dal cartonificio Gherardi”. Ah!quanti presepe abbiamo costruito noi bambini del quartiere con il suo cartone! Un uomo gentile, sabaudo, con il suo grembiule nero, mani dietro la schiena, attento ad osservare le sue maestranze, anche 40, durante la pausa), via Brindisi, via Maria Ausiliatrice, via Salerno, via Cigna, via Pesaro, Corso  Cirie’, e oltre. Altre. Torino, zona Valdocco. Case di ringhiera tra via Ravenna, Biella, corso Principe Oddone. Foto, Romano BorrelliDistese e impregnate di odori e profumi, legname (era Mautino?) e caffe’ (era Eurocaf, oggi a Druento),  pane e Chiese nella citta’ e nel “quartiere” dove “resiste”  Gramsci, in quel che era “Taglione”. Aziende a conduzione famigliare che si danno il cambio nello stesso cortile. Spezie, cibi cotti, cous–cous e the alla menta,  pronti per essere serviti, famiglie intorno alla tavola. Un asilo (Lessona), una elementare (De Amicis), una media (Verga), oltre il fiume, una superiore. Palazzi e case di ringhiera. Ballatoi. Scale vecchie e scale nuove. Una a caso.  Una due, tre rampe. Ringhiera in ferro battuto. Alcuni piani, arranco, il fiato si fa fumo, nonostante la bella giornata e padre al fianco. Scale, in pietra, di quelle che si trovano in antichi palazzi sabaudi, muniti di portineria, guardiola, passo carraio.  Occhio sveglio, di una custode, lettere alla mano. Il loro contenuto di un tempo: “buone referenze. Puo’ esser assunto”.  Oggi come ieri resistono  le comunicazioni del parroco. Se anche le forze dell’ordine davano l’ok, insieme a quello del parroco, il lavoro era assicurato.  Un tempo, occorrevano certe referenze, per ottenere  il lavoro. Oggi, basta un profilo facebook per valutare il profilo e la candidatura. Pero’, continua a funzionare “lo sportello” del parroco. Insieme ad altre evenienze. Guardiola. Al pari di una bidelleria. Dagli appartamenti, lungo il ballatoio ci vengono incontro voci, suoni, talvolta il gracchiare di una tv sempre accesa. Attori che domandano, rispondono, amano, e fingono il tutto, senza saperlo, per chi sta a guardare.  Portineria, guardiola.  C’era mentre ora esiste nei pensieri, o nei ricordi. Qualche grida, di tanto in tanto. Ma sono nei ricordi. E’ di chi il telefono lo aveva che chiamava chi non lo possedeva. Da sopra, qualcuno talvolta rispondeva. Se non dormiva, dopo il turno di notte. Più tardi, quel posto, lo avrebbe lasciato a chi svolgeva il turno di giorno.  Oggi, il cellulare, i messaggi. Uno, due, tre, dieci, venti scalini, in pietra scura. Uno, due, tre, dieci, venti anni fa. Anche più. Scale. Un pensiero a chi le lava, ora, venuto da lontano, e chi le puliva e lavava, venuto dal Sud, nella Torino degli anni ’60, ’70, del boom economico. Fatica e gioia nell’aver raggiunto la vetta, la cima, di questa costruzione priva di ascensore  ma con diritti in costruzione, ieri. Oggi, in bilico. Lo ricorda una scritta: “Finchè la barca va’“, scritto da chissà quando e da chissà chi, ma più che mai attuale.  Presente e passato continuano a salire sotto braccio, un po’ come me, in compagnia di mio padre. “Vietato introdurre biciclette nell’androne” ,  “Il parroco passerà  giovedì pomeriggio per la benedizione delle case” e  “Vietato giocare nel cortile, tranne nelle ore stabilite in assemblea condominiale”: ma noi, nel  passato, presente e futuro, fortunatamente, a Valdocco, un cortile, lo abbiamo sempre avuto, lo abbiamo e lo avremo ancora. Torino 1 novembre 2014. Cortile Valdocco. Foto, Romano Borrelli  Scritte che danno la cifra del tempo, insieme ad un calendario, consumato dal tempo, lasciato in un angolino di questo condominio,  cartone rigido, in origine blu stellato,  con macchie giallastre e “con gli auguri del portalettere” davvero  cimeli. Oggi i calendari li fornisce direttamente il tablet. Alcuni bimbi, per via del regolamento condominiale “giocavano in casa”, e molti continuano, ancora oggi, perché non le graduatorie degli asili si sa, non hanno molti posti in serbo. Bimbi. Alcuni ridono, qualcuna piange. “Marta piange ancora“, forse. Certamente la canterà Vasco.  Appartamenti con i gabinetti sui ballatoi, profumi sprigionati e sparsi lungo le scale da baracchini poco chiusi, ermeticamente , causa guasto guarnizione usurata per i troppi apri e chiudi quotidiani (senza contare le vivande da portare il sabato e la domenica nel garage da custodire. Si sa, i soldi non bastavano mai, e “vi era bisogno del lavoretto”, per far quadrare, ieri, ma anche oggi senza lavoro e senza lavoretto e allora non ci resta che il fazzoletto. Fortunatamente, il padre, non offre solo il braccio al figlio, in questa faticosa salita,  ma anche la mano, “allungandola” nel momento del bisogno). Il porta vivande  che prendeva il via verso uno dei piu’ grandi “scatolifici” mondiali, capaci di assemblare migliaia di pezzi mobili  al giorno oggi è un cimelio, chiuso ermeticamente. Ieri si apriva, la’ dove si incontravano per 8 ore “I compagni”. Oggi, resta chiuso. Mense e ticket restaurant, per chi lavora, fanno la loro parte. Da un ballatoio, osserviamo ancora un momento Torino, avvolta nel passato, presente, futuro. Solo un attimo, anche se pare  passata una vita. Poi, è ora di ridiscendere. Ci viene incontro il profumo del  latte caldo mischiato a quello di sapone di marsiglia,  odori che scendono giù per le scale, dopo averle risalite, tutte d’un fiato, piano dopo piano, o piano piano, profumi che si appiccicano addosso e musica che di sottofondo…Yesterday, all my trobles seemed so far away, now it look as though they ‘re to stay, oh i believe in Yesterday….Domenica. Il riposo, il film, un tango, o “ultimo tango a Parigi..”, le pulizie trascurate in settimana, i libri, il libro, “La donna della domenica”.

In via Ravenna si trovava una fabbrica, di luci, di lampade e lampadine: Osram. Lampada Osram era una canzone. LO è ancora, come questo quartiere. Dolce, romantico. La fabbrica, quella, non esiste più da tempo. Le luci, si. Non sono mai state spente. La Luce, sempre accesa. Chiusa parentesi…eppure era ieri…L’importante, ora, e’ che “Stanno tutti bene”. Ovunque siano stati, ovunque siano, ovunque saranno. Ieri, oggi, domani. Con la speranza nel cuore e un cuore che trabocca di speranza. Un saluto, ciao-ciao.Torino 1 novembre 2014. Cortile di Valdocco, foto, Romano Borrelli

 

Innamorati di storie

DSC00149Torino. Sabato pomeriggio. Non è solo una canzone, mielosa, molto bella. Non è Claudio Baglioni.  Direzione Barriera Lanzo. Dove c’era l’industria, in via Livorno, ora, dal finestrino del bus, si notano frotte di ragazzi, ragazze, diretti all’assalto di Ipercoop, Bennet, il Gigante,  megacentri commerciali,  e molto altro. Corso Mortara, Via Cigna. La stazione Dora in fondo. Fabbriche andate. Gusci, all’interno dei quali ora si trovano bar, sale giochi, negozi di ogni tipo. Un tempo un cavalcavia, che serviva da parcheggio e da sosta, per giovani amanti. E il sabato diventano punti di aggregazione.  Sulla sinistra, il Parco Dora.  Palazzoni ammassati, quasi schiacciati, l’uno contro l’altro. Il tunnel. Corso Mortara. Riti, rituali, fratture, margini, aggregazioni. Sembrerebbe un libro.  Il bus, prosegue, veloce, in una corsia protetta. Spingendosi verso la periferia torinese. Verso le case Atc, verso capolinea di Piazza Stampalia. Un capolinea del tram, il nove,  la circoscrizione. Cinquantenni e trentenni. Un tempo avrebbero detto,  due generazioni diverse, forse, altri anche “contro”: “garantiti sul lavoro e precari“. Oggi, semplicemente due generazioni che condividono la stessa situazione. Padre e figli. Sembrerebbe il titolo di un libro. Parlano, osservano il tram che lascia il  suo posto per il prossimo arrivo. Un centro di aggregazione per anziani. In molti giocano a carte, nonostante la giornata di sole, tiepida. Una pasticceria addolcisce il tutto. Nei pressi, una Chiesa, dedicata a S. Antonio Abate. Il suo parroco, uno dei primi preti-operai, anni ’70, don Reburdo, intreccia ricordi, snocciola dati. Mi racconta di lavoro e precarietà, del nuovo concetto di lavoro, di Saldarini vescovo. Gli arrivi dal Sud.  Ricorda visi e mani dedite al lavoro in fabbrica.  Storie di amicizia nella Torino anni ’70. Lavoro, città del lavoro. Questa questione così antica. “Era tutto da costruire.” Nella zona superiore, livelli, gradini. Quattro? Cinque? Ha la forma di una scala. La Chiesa è una costruzione di una quarantina di anni fa. Probabilmente, in quel tempo, qui non c’era nulla. Là dove c’era l’erba ora… E anche questa, potrebbe essere una canzone. Un’occhiata alle vetrate, all’interno della Chiesa. Il cantico dei cantici.  Esco. Uno dei primi preti operai, descrive il mutamento storico-sociale di questo spicchio di città.  Il tempo di osservare alcuni “mutamenti” sociali e si è sulla via del ritorno, con cambio bus. La strada, via Venaria,  fiancheggia il “trincerone” dove correva il trenino Torino-Caselle-Ceres. Sulla destra il vecchio cinema Apollo,  ora, solo un guscio. Anche questo. Il ponte, una sopraelevata. Il corso che taglia in più parti la città. Ricordi. Incontri da queste parti, anni orsono, per una partita, una squadra del cuore, ma non la mia. Poi, la vecchia fabbrica di scarpe, Superga e sinistra, la Casa di carità Arti e mestieri, Benedetto Brin. Il corso. Per il resto, una volta entrati col bus nella corsia protetta, l’urbanizzazione torinese è identica a quella che si vedeva nel viaggio dell’andata. Cambiano solo i numeri dei bus. Prima era il 60, ora, l’11. Velocemente recupera la zona semi-centrale.  Si scende. Qualche passo a piedi per bearsi di questi ultimi scampoli di sole. Una libreria e libri.  Zona Piazza Castello, fine via Pietro Micca. Una miniera. “Consigli dei lettori“. Tantissimi post-it sullo scaffale. Lettori o potenziali lettori che lasciano consigli. Sembra  un albero di Natale. Pronto per essere fotografato, dopo aver analizzato ogni singolo bigliettino. Sarebbe bella una pagina de La Stampa e un titolo affidato alla penna di qualche bravo giornalista che di lettere se ne intende: “Ci provate a leggerli?”, e provare a pubblicarla il sabato. Libri consigliati e letti da gente comune. Libri e storie da portare a letto, per farsi compagnia. Libro, virus difficile da debellare. Smarrimento davanti alle pagine, dei libri letti e da leggere. Libri che favoriscono conoscenze e passioni. Che fanno volare e che volano.  Libri un po’ come le prostitute. In prestito, nelle biblioteche. Diceva Benjamin. Consigli e bigliettini che fanno immaginare lettrici, lettori. Compro la mite, di Dostoevskij. Storie raccontate dai libri. Davanti a questi scaffali ci si sente meno soli. Da quelle pagine, un flusso ci investe, e siamo uno, nessuno, e centomila. Insieme. Un libro giusto, al momento giusto, e grazie a quelle pagine, ci sentiamo meno soli nelle pene, d’amore o altro. Da tante penne, meno solitudine, anche nelle giornate in cui quella ci schiaccia. E ci pare che “il cielo ci cada”. E vorremmo che le promesse avessero senso. Fossero realizzabili. Che quelle pene “diventassero” piccole piccole, senza quegli eventi che diventino valanghe. Fortunatamente,  esiste la biblioterapia. Storie racconate dai libri e dai dipinti. Che prendono il “volo” e ti fanno “volare”. Che dopo solitudine e paura, prenda corpo altro. Altro, che infonde il coraggio giusto per cambiare.  Un altro mondo è possibile. “L’anima vola”, canta Elisa.  Preghiere dell’anima. Storie di vita. Che ti fanno innamorare. Delle storie.DSC00147

Il ritorno di Piazza Sassari

DSC00141A ben osservare la vita dei Quartieri, Piazza Sassari, nella Circoscrizione 7, quella vicino il “Pere Lachaise” torinese, san Pietro in Vincoli, è stata riconsegnata ai cittadini. Liberata. Incastonata fra una via, Sassari, e un corso, Ciriè, chiusa da una via, Cigna, a traffico sostenuto, da sempre è stato un piccolo polmone per i residenti della zona denominata Valdocco. Per intenderci, alle spalle della Basilica di Maria Ausiliatrice, o, davanti il teatro don Bosco.  Per festeggiare il ritorno al pieno possesso e la fruibilità di spazio pubblico da parte dei  cittadini, sarebbe valsa la pena farvi un giro, una visita, con “riciclo“, una bici in bella esposizione in centro, a Torino. Fabbricata con materiale da recupero.  Una bici bianca, in piazza Castello.   Davvero carina. Una cartolina. Anzi, due. Perché anche Piazza Sassari truccata a nuovo, ora, non è male. Certo, in Via Cigna non transita la metro, pero’, anche il bus dieci, con un po’ di immaginazione…riuscirebbe nella trasformazione. Non era una chitarra che nei sogni di bambino diventava una spada?

DSC00144Un pezzo di verde che torna ai cittadini. Finalmente. Tra poco, con le giornate che si allungano, torneremo a vedere biciclette, di quelle vere, pero’,  e palloni. Tempi lunghi e spazi dilatati. Talvolta “spuntano” anche quaderni e libri con nonni improvvisati maestri intenti al doposcuola. Nonni multitasking, a dire il vero.  Con un po’ di immaginazione, la “pianta”  della piazza potrebbe rassomigliare ad una conchiglia. Tendendo l’orecchio,  si potrebbe provare a sentire il mare e vociare di bambini e gabbiani in lontananza. A dire il vero, anche senza ricorrere al pensiero del mare, le grida dei bambini  e dei gabbiani, si sentono ugualmente. Piuttosto, la memoria, potrebbe aiutare nel recupero di quanto e come in questa piazza, complessi da oratorio hanno allietato le feste di Carnevale. Sembra di sentire ancora Fulvio intento a cantare qualche canzone di Zucchero. Tempo di Carnevale, un po’ come oggi. Coriandoli e bugie. In gran quantità. Dolci, a volte meno. Zuccherose, a velo o con granuli. Talvolta amare. Difficili da digerire e da scordare, in certi frangenti della vita poco carnevaleschi. Coriandoli a pioggia. Piazza Sassari. Luogo di parcheggio dell’auto. Punto di ritrovo per le gite di Oreste, Davide, verso Sud, direzione lavoro. E che dire delle lezioni ripassate, strada facendo, direzione fermata dieci e poi scuola, con la compagna di banco?  Giacchetta e vestitino buono, per l’interrogazione. Poesie mandate a memoria mentre la “fusione” poteva attendere.  Tempo che va, tempo che viene.

Da via Robassomero, un urlo cellophanato alla Circoscrizione 7

DSC00052

DSC00054

Ispirandomi ad una pagina de La Stampa dedicata ai Quartieri, oggi, prendo a prestito la penna del reporter, anzi, la tastiera, per segnalare a qualche cronista del quotidiano una particolare vicenda (con la speranza che possa essere riportata su quelle pagine). In via Robassomero, Torino, circoscrizione 7  (scritta della via, in alto, a sinistra, sia in marmo che “old style”)  si alza un urlo “cellophanato” lungo i muri che fanno da perimetro alla via. Uno, due, tre, quattro cartelli che presentano la via. A destra come a sinistra.  Al termine della via, un tratto molto breve a dire il vero, perpendicolare a Via Cigna e oltrepassata questa, si scorge una piccola piazza in rifacimento: piazza Sassari. Piazza, nel corso degli anni, andati, alternativa valida ad altri giardini, più nobili, reali, per accaparrarsi attimi di frescura nelle torridi estati torinesi. Una sorta di contrapposizione, ricchi contro poveri nell’ usufruire spazio pubblico. Una benzina e un paio di chioschi “l’hanno abitata per decenni”. Uno dei due chioschi era conosciuto molto bene dai lavoratori (e dalle loro famiglie) delle piccole fabbrichette del territorio, (metalmeccaniche, salottifici e altro ancora) una sorta di anticipo del “distretto” quando la grande realtà manifatturiera di Torino era davvero trainante. Dopo le 22, d’estate, gruppi di lavoratori con famiglie al seguito, si contendevano quei pochi tavoli, antistanti il chioschetto, per una buona e fresca fetta d’anguria. Ma per chi voleva, c’era posto anche per un gelato. Confezionato. Poi, col tempo, del chioschetto, non si è saputo più nulla. A dire il vero, anche delle fabbrichette. Per un po’ erano rimasti solo i tavoli, allargati ad altri centimetri della piazza. E così anche gli steccati in legno che  delimitavano la piazza: andati. Là sopra, i quelle “cornicette da giardino, i bambini di quegli anni trascorrevano  interminabili pomeriggi a “facciamo gli indiani e gli americani”. Uno storico vespasiano, troneggia (e tuttora troneggia) da anni, nei pressi di una fontana, che musica da sempre uno dolce zampillio continuo. “Onomatopea“, ci suggeriva quella fontana  (anche se non è mai stata malata come “La fontana malata” di Palazzeschi) al tempo in cui tutti eravamo dei sig. Rossi, Zoff, Gentile, Cabrini, Tardelli, Graziani, non appena posavamo i libri e “Saper leggere e scrivere” insieme a “Palazzeschi Aldo” diventavano due pali per una porta e interminabili partite si disputavano sul campo da pattinaggio. Molto anni ’80, a dire il vero. Giocheranno ancora a pallone, oggi? Se non su quel campo in rifacimento, almeno nel primo oratorio di don Bosco qui nei pressi?  O si gioca con le app? Terminate le partite, prima del  lavaggio  mani,  polsi, e levato e lavato il  sudore dalla fronte, ci stava sempre un passaggio veloce al vespasiano. Oggi, passati i dieci del nuovo millennio, il cartello, “incartato” e “scartato” ricoperto da “un ercole” stile nuovi lavori, cosa starà suggerendo? Qualche monito  ai cani o….ai padroni dei cani? I cani non hanno nessuna colpa…..non consideriamole, le colpe (molto Bajani). Forse le palette pesano più delle colpe. E se facessero dei mini vespasiani? O magari, molto più semplicemente…un invito solo  e soltanto a quei proprietari che si comportano in maniera incivile e maleducata di andare letteralmente a c….re.

Contattato da alcuni residente di quella zona, rendo noto la scarsa illuminazione e la presenza di altri cani preoccupati che, muso a terra, spesso si trovano faccia a faccia, meglio, muso a muso, con altri escrementi.

San Pietro in Vincoli un po’ come Pere Lachaise

DSC00050DSC00053Lasciati alle spalle i giardini, in rifacimento, e attraversata la strada a grande scorrimento, via Cigna,  ci si inoltra in una via, piccolissima. In alto, a lato di una costruzione, all’inizio della via, due insegne, una nuova, in marmo, una datata e ne indicano il nome.  La cifra è identica: Via Robassomero. Da qui, alcune volte, si riesce a sentire il rumore delle campane di una Chiesa poco distante e immaginare “abiti bianchi” al lavoro, affacendati nelle cure del prossimo. In una Piccola Casa. Lentamente, camminando, socchiudendo gli occhi, si puo’ facilmente immaginare un paio di stazioni della metro, due linne che attraversano questo spicchio di città, la 2 e la 3; una salita, appena sbucati fuori dalle viscere della metro e un grande boulevard. Un vialetto, al fondo cinque arcate, una centrale. Illuminazione. Non come un tempo. A sinistra, un altro vialetto con una piazzetta. Qualche vetro e residui “bellici” da capodanno sparsi qua e là; numerosi vetri, a far loro da compagnia. Peccato. Una nota stonata fuori da questo bel coro. Più avanti, verso destra, un altro vialetto, verso il Maglio. L’umidità annuncia acqua, fiume. Una delle due Dora. Continuando a tenere gli occhi chiusi, con un ulteriore sforzo di fantasia, si puo’ immaginare di essere nei pressi del grande Pere Lachaise, ragazze e ragazzi che sciamano, chitarre al collo, anche se fuori stagione, e cappelli vari, sciarpe, guanti, libri aperti, sottolineati, guida turistica, a raggiera e tantissimi numeri. Jim Morrison, uno dei primi nell’affannosa ricerca: qualche bottiglia, un pacchetto di sigarette, poesie, biglietti vergati a mano, pelouche, qualche lumino acceso.  Il freddo gela. Vapore fuoriesce dalle narici. Alcuni gradini, una sosta. Poi, è la volta di Oscar Wilde, Piero Gobetti…Il grande sogno proprio nel momeno in cui fa rivivere una grande bellezza, è interrotto dal rintocco di una campana…uno, due, tre…sette. E’ quasi ora…Pero’, in questo breve tratto torinese, con questa minuscola via e questo altrettanto piccolo cimitero, dove d’estate si tengono concerti, si è avuta davvero la sensazione di vivere “per sottrazione”, (come lsa esserlo  Torino in alcuni frangenti), a Parigi.  A due passi da qui, il Serming e la scuola Holden..Potessi frequentarla! Il sogno prende nuove e diverse forme…anche la nostra città è molto lumiere.