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Sciopero: salviamo l’Italia

La pioggia insistente di questi giorni ricorda quella di alcuni anni fa, insistente che cadde alcuni anni orsono sulla nostra città, a Torino, in Piemonte. Erano gli anni 1994 e 2000. Che stagioni “politiche”. Almeno nel 1994 cadde il governo Berlusconi. La pioggia di oggi cade copiosamente. Le foglie, bagnate, marciscono e si stropicciano ulteriormente al nostro passaggio. La corrente del fiume è veloce; trascina con se di tutto: rami, bottiglie di plastica, ogni genere di masserizia, ricordi personali. Osservo oltre la ringhiera che separa la strada dal fiume. Un ombrello, aperto, è rimasto impigliato sui rami di un albero “sdraiato” sulle sponde del fiume. Un ombrello, un paracadute. Come sempre, anche in questo caso, il “paracadute” non è per tutti. Come gli “ammortizzatori sociali”. Mi soffermo a pensare e mi balenano numerose contraddizioni. “Al di là dell’Atlantico”, ricordava un editoriale del giornale subalpino, c’è una società aggressiva, vitale; da noi, una società ripiegata su se stessa, egoista. Al di là dell’Atlantico si comprano titoli del debito a lungo termine, con lo scopo di mantenere bassi i tassi di interesse e avere così corposi vantaggi: aziende che si ingrandiscono e che creano posti di lavoro con capacità di rifinanziare mutui a tassi convenienti, e tanta, tanta disponibilità di spendere per i consumatori. Tanti dollari, tantissimi dollari. Dollari che prenderanno la strada, nuovamente, della speculazione: dollari per comprare azioni di una stessa azienda in modo tale da aumentarne il suo valore. E le bolle si gonfieranno. Eppure quando si studiava economia ci veniva sempre detto che “non si stampa moneta”, si agisce come “carta assorbente” per limitare il circolante. E da noi, popolo di santi e navigatori? Al di qua dell’Atlantico qualcuno si bea che siamo il Paese con piu’ telefonini, (in realtà sarebbero piu’ sim). Lo steso signore si bea affermando che siamo il Paese con una percentuale altissima di proprietari di case. Ma siamo anche il Paese, e non si spiega la contraddizione, con il 40% di precari. Come stanno insieme le due cose? Abbiamo un salva-precari che conferisce posti di lavoro, a chi lo aveva negli anni passati, un incarico che parte solo ora, a novembre e per pochi mesi. Siamo il Paese in cui lo Stato ti legalizza la precarietà per otto, nove, dieci anni e dove le buonuscite per chi ha occupato posti di rilievo in qualche nota banca fanno inorridire mentre ai precari è precluso, magari dalla stessa banca, qualsiasi prestito. Siamo il Paese in cui la bellezza delle relazioni e dell’accoglienza fra generazioni si rafforza perchè la situazione, di noi precari, di noi di questa generazione, è sostentua dalla solidarietà dei genitori, degli anziani, dei saggi, formatisi alla scuola del conflitto di classe che ora si è assopito solo perchè qualcuno lo fa credere un arnese vecchio per gonfiare ulteriormente la propria borsa; la generazione, quella dei saggi, del sapere tramandato del movimento operaio e non dal sapere del grande fratello, di amici o dei tronisti, proprio queI saggi che con le loro lotte e il loro sudore hanno fatto si che i salari potessero incrementare così come accadeva per l’aumento della produttività, senza intaccare i profitti. Lavoratori, quelli, che chiedevano come il pane il sapere, quello vero, quello autentico, frequentando le 150 ore dopo otto ore di fabbrica; quelle 150 ore che hanno insegnato la lettura di una busta paga per “non farsi fregare dal padrone”. Dove è andata a finire la voglia di prendere coscienza? Noi, studiamo, otteniamo una laurea e ben che vada entriamo a far pare di un call-center, o reclutati per qualche mese da una agenzia interinale, o, se va ancora meglio, in qualche profilo basso nell’istruzione, quell’istruzione che ricorda il disastro di Pompei. Conosciamo due o tre lingue, amiamo viaggiare, ma gli Eurostar e tutto il low-cos lo vediamo solo sfrecciare, perchè a noi, non è dato nessun “ombrello”, nessuna protezione. Siamo un problema, noi giovani, ma, “siamo il Paese con il piu’ alto tasso di proprietari di case”, e così, questa frase assume un ritmo ad consesso internazionale” in cui parla il premier. Siamo il Paese in cui una famiglia media di quattro persone spende, in media, 113 euro al mese di spese sanitarie e di questi 37 euro per farmaci. Siamo a Torino, la città in cui si sperimenta l’S.o.s, spesa ortofrutticola solidale, che raccoglie la frutta avanzata nei mercati per darla a chi ne ha bisogno. Siamo il Paese in cui 37 sono i metri quadrati che spetterebbero come spazio vitale a ciascuno di noi, magari a 500 euro al mese. Poco importa se siano 7.800.000 come sostiene l’Istat o 8.370.000 come sostiene la Caritas i poveri, gli invisibili, i nascosti, costretti a “vivere nei 37 metri quadrati” mentre, d’altro canto siamo il Paese in cui il Presidente del consiglio possiede e vive in ville e villette dove potersi rilassare dalle sue fatiche. “Al sindacato spetta negoziare le condizioni di lavoro e la spartizione dei frutti; alla politica far funzionare meglio il sistema produttivo e rendere la torta piu’ grande possibile e che nessuno ne sia escluso”. Questo sosteneva alcuni giorni fa un giuslavorista. Peccato che in trent’anni le disuguaglianze siano aumentate e chi era ricco lo è ancor piu’ e chi era povero lo è ancor piu’. La busta paga è sempre piu’ misera e welfare e fiscalità non hanno piu’ la capacità di essere forze capaci di attenuare le disuguaglianze. E la torta l’han mangiata sempre i soliti noti. E così, neanche la scuola, l’università, riescono a garantire inclusione e ascesa sociale, inoltre, il dodicesimo rapporto annuale “Gli italiani e lo stato” del 2009 (Ilvo Diamanti, consultabile su http://www.demos.it) ci dice quando sia basso il grado di fiducia nelle istituzioni dello stato repubblicano. Cerco di limitare la “mia povertà” con ottime letture: da Dostoevskij a Veronica Tomassini, Lia Tirabeni, Elvira Tonelli, ma nulla sembra cambiare. “Annus Horribilis” direbbe come dice nel suo libro Giorgio Bocca.Ma ogni consesso ha il suo arbitro Moreno che alza il cartellino rosso. Signor Berlusconi, cartellino rosso. Il suo film, venuto davvero male, è terminato. Il tempo delle barzellette è davvero terminato.

Spero in una forte e massiccia partecipazione. Non c’è silenzio che non abbia fine.

Lia Tirabeni, “Solitudine estemporanea”

“Solitudine estemporanea”, questo il libro di Lia Tirabeni, che conclude la lunga “cavalcata” che mi ha visto impegnato nelle lettura di alcuni libri: Elvira Tonelli, Veronica Tomassini, Andrea Bajani e ora, Lia Tirabeni.

Solitudine, improvvisa? In una società così veloce, globalizzata, in un mondo dove tutto è rapido, e i confini azzerati, come si vivono i sentimenti? Li bruciamo o ci bruciano?

Una maratona, oserei dire, per usare un termine caro all’autrice. Una maratona, dicevo, sia per quanto concerne la lettura, del libro di Lia,  sia per quanto riguarda la sua scrittura. Ipotizzando  due finali. A nostra scelta. Il primo, dolce, pur con le difficoltà che conosce  ogni relazione sentimentale, difficoltà evidenziate dai personaggi in quello presenti; un finale dolce per Mahela Vincente e Riccardo (personaggi principali) così come lo era stato per i personaggi di Elvira Tonelli, o, un finale, quasi piu’ aderente a come lo vorremmo noi, nella nostra vita. Un finale dolce, con due io che si fondono in un Noi piu’ ampio.  Un amore in….”carrozzina”. Ma vi è anche un’alternativa, con un finale piu’ accidentato, ma forse piu’ autentico, dove ognuno puo’ trovare un pezzo della propria esperienza e riflettersi in essa. Un libro diviso in due parti, con brevi ma intensi capitoletti, che toccano le esperienze di vita, di tutti: dalla ricerca del lavoro, quello di oggi, sempre in apprendistato, sfruttato, di stage, precario, da “compenso solo buoni pasto”, agli amici, quelli di oggi e quelli di ieri, quelli che ci hanno aiutato a crescere e che li cerchiamo, a quelli vuoti che ci cercano, all’amore, all’incapacità di scegliere, che si connota a sua volta come una scelta (anche la non scelta è una scelta), il mondo reale, quello virtuale, la e le malattie, gli incontri costruttivi in luoghi di cure, le convalescenze, gli amici e il senso di amicizia, che la si riscopre non come un valore, ma come un qualcosa da “tenere”, da “congelare”, come quando, la sera, “non sapendo cosa mangiiare” per via della mancanza di tempo si scongela qualcosa. Come nei tempi di magra:  Alzi la mano chi non ha mai chiamato qualcuna, qualcuno, nei momenti di “solitudine” e che onestamente, di quel qualcuno, non importava assolutamente nulla.

Mahela non è vincente, o lo è solo di cognome. Ma vincente, chi è? Quanti lo sono nella vita reale? In “Solitudine Estemporanea” ognuno potrebbe trovare in Mahela un pezzo di noi stessi e specchiarsi.  Ognuno di noi ha dei lati che combaciano, perfettamente con l’altra, altro, che ci fanno sentire in prigione per non essere in grado di amare questo o quella che si vede, con quello che si sente…, perchè ai lati che combaciano se ne accompagnano altri: caratteri, nevrosi, passato, che impediscono di incontrarsi, liberamente e serenamente. In molti proviamo a cambiarli, quei lati, senza pero’ riuscirci. E il bello è averci provato; veicolo, la prova, per conoscere le parti migliori, degli altri e di noi. Come sostiene Lia, “la vita vale la pena davvero di essere vissuta perchè,anche se prendi mille sentieri diversi e scorciatoie che paiono intriganti, alla fine la strada maestra è sempre la stessa e non sai mai cosa ti puo’ succedere davvero”. E così come accaduto per Mahela, la sofferenza finale, ovvero un capitolo che si chiude, potrebbe avere, come scena, i luoghi piu’ diversi: potrebbe essere la strada, un bar di Piazza Vittorio, della Gran Madre, così come via Marsala a Roma, o altri luoghi infiniti. Una storia si chiude, per stanchezza, o per i lati che non combaciano, ma l’importante è aver sofferto ancora una volta, forse l’ultima ma solo per avviarsi alla felicità. O almeno provarci, ad essere sereni. Le lacrime, “piccole gocce di rugiada” che solcano velocemente il nostro viso, hanno un lato positivo: la fortuna di aver incontrato una persona, che ci ha rivelato qualcosa di grande. “Molto in noi è già presente” e nessuno insegna. Verissimo. Ma si rivela quel che  spesso rimane nascosto “sotto la sabbia” del nostro io, fra le radici della nostra storia, ripiegato fra “l’io genitore”e noi; solo quando viene rivelato, quel molto, nascosto, dimenticato, è merito sovente di una persona che ci ha veramente voluto bene. E dobbiamo considerarci fortunati, nell’averl conosciuta, anche se, la storia, non ha avuto l’epilogo da noi desiderato.

Essere fortunati e felici. La disperazione, sostiene Lia “è un abito che ci tagliamo noi, pezzo dopo pezzo”. Certo sarebbe stato bello terminare la lettura del libro con il finale ” e vissero tutti felici e contenti”, ma, Lia ci offre una possibilità che dobbiamo cogliere; il libro è uno specchio entro il quale rifletterci e ripensare al nostro vissuto. Penso che Lia meriti molto, tanto, a cominciare da un grande abbraccio per aver avuto la forza e il coraggio di dare materialità, fisicità a quei personaggi, che non sono tanto personaggi da autogrill, o da sale d’aspetto di una stazione. I personaggi li trovo autentici. Chi di noi non ha avuto un amore malato? chi non ne ha cercato uno con cui non avevamo rapporti da anni, solo per colmare il vuoto, la noia? chi di noi non ha avuto un amore “sotto ricatto”? chi non ha ricevuto un messaggio telefonico impensabile e da quello riaprire qualcosa che ci pareva chiuso per sempre? chi non ha mai avuto un amico, un’amica che non è piu’ tra noi a cui pensiamo continuamente e grazie a lui, lei siamo cresciuti e ci sentiamo piu’ motivati?

Sicuramente questo breve scritto, il mio,  sconta moltissimi limiti e magari “rovina” la bellezza e la fatica del libro di Lia, per questo ne consiglio la lettura.

Per questo consiglio di fare un salto presso la libreria Belgravia Librerie di Torino (via Vicoforte14 e via Monginevro 44) e comprare il libro di Lia. Un libro che aiuta, a fermarsi lungo il nostro cammino, alzare gli occhi al cielo, contemplarlo e porsi delle domande.

Complimenti Lia, per il libro e soprattutto per il coraggio che hai avuto di far parlare il nostro silenzio.

“Ogni promessa”

Dopo la lettura dei libri di Veronica Tomassini e Elvira Tonelli, come ogni promessa che si rispetti, anche questa, anzi, anche quella, di leggere Ogni promessa di Andrea Bajani, editore Einaudi, è stata mantenuta.

Il caso ha voluto che terminassi di leggere “Ogni promessa” sotto una Torino in balia di piogge continue, senza tregua. Una Torino “novembrina” ma bella, affascinante, romantica; una città con colori incredibilmente vari e dalle tonalità piu’ svariate: verde, giallo, rosso, con tantissime sfumature…colori apprezzabili in quello spicchio di Torino, città che fa da cornice nella narrazione: Lungo Po Antonelli insieme a moltissimi e bellissimi altri luoghi.

Il libro contiene una storia nella storia. La storia di una coppia, Pietro e Sara, dei loro progetti, delle loro disegni, delle loro ansie, dei loro segreti. Il progetto di una coppia come tante, che disegna il proprio futuro ad un Noi allargato, magari ad un figlio, due, o tre, in un continuo ciclo della vita. Un disegno che non prende forma, non si concretizza ed è pronto a sfaldarsi al minimo soffio. Il Noi, con un bambino desiderato; e quel bambino pero’, “non arrivava”. Un noi che si sfalda, e il noi crolla, come una casa di carta, fino al trasloco di Sara. Un trasloco che priva la casa dei mobili e rende le “stanze come nicchie”, come “una bocca priva di denti”. Un trasloco che termina con un appunto lasciato da Sara per Pietro. “Telefonato tua madre, è morto Mario”. Da qui “nasce” il libro nel libro. Sara esce, fisicamente, anche se la sua presenza sarà assicurata, ma, “diversa”, piu’ “ingombrante”…da quel momento cominciano i ricordi, le memorie. Ricordi di altri protagonisti che entrano nella scena, nelle pagine. Mario, chi è? E’ il nonno di Pietro; Mario è un personaggio particolare, desideroso comunque di essere nonno e padre, nel secondo caso, compito riuscito, nel primo, non piu’ di tanto. Mario, con tante difficoltà fisiche, causate dalla guerra. “Ogni tanto la Russia gli entra ancora in testa” causandogli momenti di lucidità alternati a momenti di follia. Mario, tornato folle dalla campagna di Russia e ora “scheletrico”, finito “nei cassetti”, o meglio, i suoi vestiti, riposti con cura nei cassetti di casa, mentre lui, in clinica. Con Mario si aprono e si chiudono pagine di ricordi di Pietro bambino, di mamma e papà di Pietro, giovani, fidanzati, sposi, genitori. Ricordi. Ricordi e incontri che si sovrappongono. Durezza e delicatezza di Giovanna, la mamma di Pietro, la figlia di Mario. Delicatezza nell’accettare così come è Mario: “E’ mio padre” dirà nel corso del libro. Delicatezza, affetto, amore, e tanto rispetto. Ricordi di Pietro: la sua adolescente, il suo focolare domestico, a pochi isolati dalla casa nuova. Pietro curioso di conoscerne le differenze, i mutamenti che il tempo, e i nuovi inquilini hanno imposto in quella casa. Chi ci abiterà, ora? Pietro che a queste domande troverà risposta: Olmo, un altro personaggio fondamentale. Olmo, tenuto segreto a Giovanna, ma, che diventerà “un ponte”, un riferimento per quel dialogo mancato fra il nonno Mario e Pietro e la mamma Giovanna. Mario sopravvive grazie ad Olmo, e forse, nuove speranze di un dialogo mancato si affacciano. Personaggio fondamentale, Olmo, perchè depositario di ricordi, di storia, affidati a Pietro. La storia di Olmo, la Storia in cui è vissuto Olmo: una piazza, un’esecuzione, un disegno, ovvero la storia con la s minuscola; la Russia, il Don, ovvero la Storia con la s maiuscola. Una piazza, un’esecuzione, lontane nel tempo, nella storia. Come sarà ora quel Paese, quella piazza? Che scarto esiste fra la Russia vissuta da Olmo e la Russia di oggi? E’ Pietro che si farà carico di scoprirne le differenza, di sovrapporre due cartine geografiche, quella del 1942-1943 e quella di oggi. Quella di oggi sarà il suo viaggio, in Russia, alla ricerca dei posti vissuti da Olmo. Pietro farà una mappatura. E forse per una richiesta, di perdono (ma a quanti, a chi? a Sara? a Mario? ad Olmo? ad un popolo?) o di ritrovo di sé che compierà quel lunghissimo viaggio, per scoprirne si le differenze ma per ritrovare fondamentalmente se stesso, il nonno, la mamma, Olmo e forse…Sara. Quale diritto avrà Pietro nell’evidenziare i potenziali mutamenti fra la Russia di Olmo e la Russia di oggi? Quale diritto si ha nello stravolgere i ricordi di una persona anziana comunicando che nulla è piu’ come una volta? E Pietro come si comporterà? Dirà che è tutto cambiato o che nulla è mutato? Le differenze. La stessa differenza che Pietro incontrerà nel ritornare nella propria casa, abitata da piccolo, luogo in cui incontrerà Olmo. Una casa mutata, nella disposizione delle stanze. Coincidenza, mutamenti geografici in tutti i sensi. Un libro di segreti, di cose non dette, di ricordi, non sempre fedeli, sbiaditi dalla memoria. Ricordi affiorati e non piu’ segreti. Quali e quante strade possono prendere i ricordi e le memorie riaffiorate? Un libro che affida una grande responsabilità a Pietro nel dare continuità ai ricordi, alla memoria.

Pietro,così spettatore nella prima parte del libro, diviene, con una lunga cavalcata protagonista effettivo lungo il corso del libro.

Elvira Tonelli e Veronica Tomassini

Come “Ogni promessa” che si mantenga e di Bajani scrittura, ecco un un mio piccolo contributo su due libri appena letti. “In fondo si puo’ sempre essere felici”, di Elvira Tonelli, Statale 11 Editrice (in vendita presso Belgravia Librerie di Torino) e “Sangue di cane” di Veronica Tomassini, Laurana Editore.

Nella lettura del libro di Elvira Tonelli, “In fondo si puo’ sempre essere felici”  ho riscontrato, piacevolmente, il trionfo dei valori. Nella società odierna, “decomposta”, frammentata, spesso, quei valori, (nel testo presenti invece presenti), soccombono.  I protagonisti, o meglio, la protagonista, sono, è, così distanti da quelli  che una società globalizzata ci propone e forse ci impone. I due personaggi feminili “volano” alto, idealisti e concreti. La protagonista principale, Rebecca è davvero una figura femminile d’altri tempi: fedele, leale, sognatrice. Fabio, il fidanzato di Rebecca, invece, ci gioca, con i sentimenti, con i valori. E’ il maschio di sempre. Di un tempo e di oggi, capace di parlare, molto, nei primi approcci con Rebecca, incapace di ascoltare, sempre, nei successivi incontri.  Ruoli che si invertono con il “passare delle pagine”: chi pareva sicuro di sè inizialmente,  non lo sarà piu’ nel corso della storia,  e forse perchè inghiottito dal suo presente, dal suo egoismo, dalle occasioni che “l’apparire” concede. L’essere è tutta un’altra cosa. E l’essere coincide con Rebecca. Tutto corre, velocemente, e per Fabio, anche i sentimenti di dilatano. Chi era privo di sicurezza la maturerà, grazie ad altri valori, come l’amicizia. Gli amici, quelli veri, sempre pronti ad esserci e presenti nel consegnare consigli ed esempi di vita. Il libo di Elvira è uno spaccato di due società: quella di ieri e quella di oggi. In quella di oggi si puo’ agevolemente inserire la  “fotografia  del lavoro”. Precario.  Bene Rebecca, cher rappresenta “il tempo indeterminato”, un po’ meno Fabio, così precario anche nei sentimenti. Molto bene anche la figura della donna “mangiatrice di uomini”, pur di fare carriera in ambito lavorativo. Così  da sembrare sempre in procinto di un “rinnovo di contratto”. In quest’ultimo caso, l’esperienza attiverà domande sul proprio passato, generdando, fortunatamente, nella mangiatrice di uomini, una forte presa di coscienza. La richiesta di perdono a coloro che ha generato dolore è una delle pagine piu’ belle. Il riscatto. Anche in questo caso, quanto era schiacciato sul presente, presto svanirà per lasciare posto ad una prospettiva nuova.  Quasi incredibile ai giorni nostri. Un lieto fine per una bella storia che al fondo e in fondo  ti rende comunque  felice.

La lettura di “In fondo si puo’ sempre essere felici” si salda con un’altra lettura, quella di Veronica Tomassini, “Sangue di cane” (Laurana Editore).

Il filo che  mette in connessione i due libri, a mio modo di vedere è la centralità della figura femminile. Donne le autrici, donne i personaggi femminili.  Entrambe danno voce a quante donne vorrebbero ma non possono, per mille motivi, narrare condizioni simili. Idealiste ma pragmatiche. Narrano le difficoltà ma cercano con forza spiragli di luce, prospettive, futuro. Entrambe non restano schiacciate dal peso degli eventi, tristi, pesanti, difficili da gestire e da risolvere. Volano alto e nutrono con tenacia i propri valori. Hanno una forza dirompente, resistono alle occasioni, prendendosi cura, non di sè, ma dell’altro. Schiacciati dal presente, mai. Veronica rappresenta la protagonista con una forza incredibile. Si mette in discussione, si gioca continuamente tutto. Concede e si concede, senza se e senza ma, all’amore. Un amore coniugato al futuro. “Il passato è passato”. Lascia, per amore, le comodità che una le avrebbe concesso. “Macchina nuova ma pagata a rate”. Lavoro a termine. Licenziata, scaduta, Eppure  una grande fede, una grande fiducia la trascina a credere in un futuro diverso, migliore, normale, ordinario. L’io è spesso orientato al Noi, quello che spesso manca, nella società odierna. Valori presenti, come l’amicizia: il dottore nel libro di Elvira,  una “creaturina”, con le sue parole ed il suo esempio, nel libro di Veronica.

Un noi “rassicurante”, “romantico”, “rimettersi insieme ogni volta”, per dare nutrimento ad un futuro senza per forza “resettare il presente”. Un “noi come auspicio”. Noi. così accarezzato nella presentazione dell’ ultimo libro, oggi, a Torino, di Andrea Bajani, “Ogni promessa”.

Ad Elvira e Veronica i miei migliori auguri. A me, buona lettura di “Ogni promessa”.

Io sciopero

 

Giovedì 15 ottobre. Scuola. Ciao, domani aderisci allo sciopero?, domando ad una collega. “Non so, dipende: se gli amici dell’altra scuola aderiranno, sicuramente”. Rivlgo ad altri l’identica domanda: “Ciao, domani aderite allo sciopero? “No, abbiamo già dato”. Tento ancora. Magari, a volte la fortuna…Ciao, domani, aderisci allo sciopero? “No”, e guardando i suoi allievi, essendo l’insegnante di sostegno, mi risponde: “Impossibile aderire, se pensi a loro”. Eppure, penso: anche gli insegnanti di sostegno, che quotidianamente affrontano difficoltà nel loro lavoro, dovrebbero pensare e formulare una risposta differente. Piu’aderente alle esigenze di chi ha bisogno. Io, invece, aderisco. Rispondo “alla chiamata”. La seconda, di sei ore. Sei piu’ sei, per tenere alta “l’attenzione”. La mia. Non quella di altri. “Le merendine” non saziano mai e non riempiono mai le pance vuote”. Rispondo affermativamente, a questa chiamata, non fosse altro per evidenziare una società “decomposta” che si caratterizza per una regressione culturale ed un attacco alla scuola. Aderisco allo sciopero e non mi importa la contabilità del “quanti eravamo”. Se in piazza eravamo diecimila, o quindicimila o, come sosteneva qualcuno, ventimila. “Esageroma nen”, era solito dire Bobbio. Scendo in piazza perchè decido, scelgo, in maniera adulta, responsabile, perchè questa società, così come è, non mi piace. Scendo in piazza, non per fare compagnia a qualche amico. Manifesto e “continuo a dare” perchè il terzo autunno di crisi economica-finanziaria ha accentuato ulteriormente il fenomeno di cui sono vittima. Insieme a chi ha scelto e deciso di non scioperare. Siamo vittime. Consapevoli e inconsapevoli. Eppure, quel fenomeno,la precarietà, tocca moltissimi. Precarietà: condizione strutturale, esistenziale, generalizzata. L’esasperazione dell’individualismo porta a quelle risposte raccolte, del perchè quei colleghi non hanno manifestato. Anche io osservo i ragazzi diversamente abili, cosa avrebbero bisogno e cosa non hanno; le contraddizioni fra lavoratori di serie a e serie b, all’interno della stessa scuola, strutture mal funzionanti; contratti “stop and go”, eppure mi ripeto sempre che “Il problema degli altri è uguale al mio: sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Ah, come mi manca “quella professoressa”. La vigilia dello sciopero, tre risposte “avare”. Come vive il Cristiano la propria fede? si domandava un don, alcuni giorni fa. “Solo calandosi nella storia e nella sua oscurità con una franchezza di denuncia di tutte le illegalità… a tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa Italia si chiede un gesto di generosità e tenerezza” (don Andrea Gallo, il Manifesto, 10 ottobre 2010). Quelle professoresse di oggi, invece, avrebbero potuto chiamarsi “Tina”: senza alternative. L’alternativa, per loro, “è sortirne da soli, cioè, l’avarizia”.

Scendo in piazza, misurandomi con i numeri di questa città, che spende meno, che perde posti di lavoro. Scendo in piazza, misurandomi con i numeri che indicano disuguaglianze in aumento nel Paese, che tra il 1983 ed il 2005 la percentuale del Pil attribuibile ai profitti d’impresa ha registrato un balzo all’insu’ pari ad otto punti di pil, E i dipendenti Fiat, nel 2009, si accontentavano di 11 mila euro annui. Penso a quelle tre risposte, e a molte altre ancora. A comportamenti di molti che ne “sortiscono soli” e cercano il proprio tornaconto, incapaci di gesti di generosità. La prima cosa che mi viene in mente è urlare un “Kiss the past, goodbye”! E lo penso. Pero’ penso anche ad ex colleghi, ora disoccupati; a Simone, in piazza, perchè preoccupato di rimanere senza borsa di studio. Penso ai senza lavoro, cassintegrati, in mobilità, precari, senza tetto, senza fissi dimora: tutti precipitati nell’emarginazione. Che contraddizioni: internet, i-Pad, i-Pod, google, connessioni continue, esserci, eppure, tutti quelli come se non esistessero. “Ogni città d’Italia, contiene al proprio interno un’altra città, nascosta e quasi invisibile: la città di chi campa di poco o di niente…”. (Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana Editore). E, rifacendomi al suo stupendo libro, di Veronica, scopro che sono qui, anche per Simone, Domenico, Cosimo, F., D., e tanti, molti altri. “Vi ho tutti stretti nel pugno, siete un soffio. Chiudo il pugno e vi fermo tutti, tutti…” così scrive Veronica, così rispondo a chi mi chiede: “Fai sciopero?”