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Tirocinio di Passaggio

Torino 15 marzo, foto Romano BorrelliAppena terminato un lunghissimo week-end a rendere più “commestibile” il nutrimento per “la fame di cultura” manifestata dai ragazzi tra un banco e l’altro, tra una classe e l’altra. PassaggiFoto Borrelli Romano.Torino e tirocinio.lTorino.Piazza Castello.marzo 2015.Foto Borrelli R. Libri a confronto, schemi e cartelloni, dai colori carnevaleschi. L’appetito vien mangiando ed anche la forma oltre che il contenuto ha la sua importanza.  E’ ora non resta che aspettare domani e “servire” il pasto. La buona scuola siamo noi, non un sondaggio o una proposta o un decreto. Sono persone in carne ed ossa. Apro una parentesi. Bersani, Vendola, Sinistra-sinistra, battete un colpo, non fatecelo prendere.  Intanto non resta che chiudere, un occhio al mare del Salento, sempre sullo schermo, un altro a “Gli anni al contrario” di Nadia Terranova e un altro a “L’invenzione della madre” di Marco Peano. Nel frattempo, un orecchio alla radio…………….in tema di anni al contrario, non poteva che essere “Don’t You” (forget about me), dei Simple Minds. Intanto su Torino, capitale dello sport 2015, piove e tra una goccia e l’altra mi appresto a fare ritorno. A casa.

ps. Aspirazione mancata, certo ma non negazione dello stato attuale che mi permette di raggiungere l’obiettivo, il traguardo. Non se ne voglia a male nessuno,  ma senza “accompagnamenti”. Per anni.  E’ la condizione di certi “adattabili”. Certi. Molti preferiscono farsi “accompagnare” per anni. La storia di un adattabile, con la valigia in mano solo  er aver girato la provincia di Torino, annualmente. Senza accompagnamento.

Lecce

20140807_09351020140801_20350620140801_20483720140801_17302220140801_16211820140801_17300320140801_17290020140801_170327Come gia’ scritto, la c20140801_191401osa migliore per conoscere parte del Salento e’ provare a prendere un bus, e andare. Mi dirigo a Porto Cesareo nei pressi delle scuole, dove il bus (Salento in bus)  proveniente da “altri lidi” (Gallipoli)  si dirigera’ nel giro di cinquanta minuti a  Lecce, denominata la Firenze del Sud. Il bus, a dire il vero si fa aspettare un po’, come capita con alcune donne, ma, come gia’ scritto altre volte, in tempo di vacanza siamo tolleranti, pazienti e generosi. (per la cronaca il bus, questo,  parte da Gallipoli alle ore 14 per arrivare, se tutto fila, alle 14.50 a Porto Cesareo).  Il biglietto non e’ caro e lo spettacolo che la natura dona in questo tratto di strada, è garantito. Pago una sovratassa per l’emissione del titolo di viaggio a bordo, come capita altrove. Sarebbe bene munire la femata di una emettitrice automatca, perche’ onestamente non si capiva dove poter comprare il biglietto. Vero e’ che siamo in un inizio di pomeriggio particolarmente caldo e risulta faticoso girare nei pressi dei giardini antistanti la fermata al fine di poter  comprare il biglietto. Dopo la partenza sfilano via alcuni paesi e tra questi, Leverano (dove è in corso la festa della birra) Copertino… Dal bus noto i contrasti tra quella che e’ la  vocazione contadina e quella turistica. La terra con le sue  sue bellezze e i suoi frutti resistono nel temo come se questo non fosse mai passato. Fazzoletti di terra con pomodorini  ricavati in ogni angolo, possibile, rendendo evidente l’alternarsi del tempo: il passato e il presente. Dopo quasi un’ora di strada e bus quasi pieno, si giunge a Lecce. La fermata “Salento in bus” e’ situata proprio davanti un gazebo dove fino a sera sono assicurate le risposte ad ogni tipo di informazioni dei turisti; gazebo poco distante dalla Camera di Commercio e un dieci minuti a piedi, zaini o trolley alla mano, dalla stazione. (Una cortesia a chi di dovere: qualche cartello che ne indichi dalla stazione la strada per arrivare a questo incrocio di bus, stazione di arrivo e di partenze  in un incrocio di culture. Due auspici: un noleggio di biciclette nei pressi del gazebo. Piu’ paline alle fermate degli autobus che ne indichino i passaggi, le ore e fermate, il che vale soprattutto anche per le fermate iniziali del percorso e della zona in cui ho usufruito fino ad ora dei bus). Una breve sosta in stazione, perche’ questa volta, pasticciotto e caffe’ Quarta, saranno gustati con calma, senza il dolcificante delle lacrime, senza la mazzetta dei giornali per lenire almeno le prime ore di una lunga e lenta sofferenza. Oggi sorrisi. Ma lacrime e sorrisi sono emozioni sorelle nella loro friabilità, e allora, le lacrime si offrono. O si ricevono E allora, se così, sono l’ultima cosa che si ha il diritto di sprecare.  Gustare queste bonta’, mentre la voce femminile  ci fa sapere di porgere  “attenzione, allontanarsi dalla linea gialla. E’ in arrivo al binario uno, frecciabianca, proveniente da…”  . Mangiare il pasticciotto, buono ovunque e bere il caffè Quarta. I.c.s.: buono ovunque.  Con la dovuta lentezza e osservare gli altri, intenti alla partenza, o all’ arrivo. Trecce, cappellini e zaini, direzione sud, con la Sud-est e direzione Nord. Oggi il sole spacca anche le pietre. Un via vai continuo con la voce che annuncia treni per posti sperduti, all’inizio o alla fine di questo tacco. Gagliano evoca antichi ricordi, in altro mare, a nord, questa volta. Il trenino e’ pronto. Leggo attentamente la cartina esposta nel bar della stazione, con  le sue meraviglie, del Salento e della citta’ e la sua offerta culturale, davvero notevole, prendendomi il tempo giusto e necessario per individuare e scegliere cosa visitare, come  fosse una tesi di laurea, che non si termina mai di scrivere e di leggere. Percorro il corso antistante la stazione. Un viale alberato con un chiosco. Una via taglia il viale, e anche qui, sembra di essere a casa, a Torino, coi salesiani e don Bosco.  Mi immergo nel centro. I turisti sono tantissimi. Le case, bellissime, in tufo. Negozi di cartapesta e trionfo del barocco. I leccesi sono gentili e particolarmente accoglienti. I negozi aperti dal sorriso leccese per qualsiasi informazione e necessità’ e non per una vendita dei loro prodotti ad ogni costo. Indicano vie e città da scoprire lasciando le loro faccende per mettersi al servizio del turista, con un entusiasmo e una meraviglia fanciullesca, con la consapevolezza di essere loro il primo biglietto da visita per un ritorno da qui al 2019. Anche l’ ufficio informazioni turistiche si e’ mostrato particolarmente attento e gentile nel restituirmi ogni tipo di risposta alle mie domande. Ho notato con piacere che i lavori per quell’appuntamento, fervono. E Vendola, ne è un accanito tifoso. Lecce, la Firenze del Sud. Raggiungo piazza Santo Ronzo, con l’ anfiteatro, piazza Mazzini per fare ritorno verso Santa Croce. Entro. Iniziata nel 1549, con i lavori della facciata di impianto generale, e semplice,   sotto la dominazione spagnola  con l’attiguo convento.  Lavori protrattisi fino al 1695. Una basilica nata come simbolo di fede cristiana in relazione alla battaglia di Lepanto (1571) quando i Turchi furono sconfitti definitivamente. Nel 1549 i lavori iniziarono sotto la direzione dell’Arch. Gabriele Riccardi e il suo impianto ricorda l’influenza del gusto rinascimentale della prima metà del ‘500.  Il portale centrale è del 1606 ed è inserito tra due coppie di colonne. I due portali minori mostrano, a destra, lo stemma dell’ Ordine dei Celestini e a sinistra lo stemma dell’Ordine di Santa Croce.  Si possono notare anche piccoli rosoni sui portali minori. L’interno della Basilica è a croce latina. Uno spazio tripartito da una serie di colonne. Sui capitelli delle colonne è possibile notare la raffigurazione dei volti degli apostoli. Due coppie di colonne introducono al transetto corto  con le figure degli Evangelisti, Luca e Marco sulla destra e Matteo e Giovanni sulla sinistra I capitelli si presentano con foglie d’acanto, figure tratte dalle Sacre Scritture. La cupola risale al 1590. Gli Altari posti all’interno della Basilica sono numerosi.  A destra troviamo l’Altare di S. Antonio con la tela, pare di Oronzo Tiso che ritrae una serie di santi e angeli che osservano il Santo al quale compare il Bambino.20140801_18470320140801_18574320140801_18534420140801_18403920140801_180405 Dopo le bellezze del barocco leccese di Santa Croce, un salto presso la Chiesa Cattedrale e una visita alla sua cripta. Meglio lasciar parlare alcune foto. Una bellezza davvero grande. Sotto la cattedrale una cripta, del XII secolo rimaneggiata nel XVI secolo con aggiunte barocche. E’ davvero  stupenda, composta da 92 colonne con i capitelli decorati da figure umane. E’ presente un corridoio longiutdinale contenente due cappelle barocche. Tra le colonne un dipinto del XVI secolo raffigura San Giovanni e la Madonna ai piedi della Croce.20140801_17031220140801_17001120140801_16414320140801_16542520140801_16483520140801_16515420140801_175752

Un po’di spazio e punti di sospensione per continuare il racconto e tornare in piazza sul far del buio. Molto movimento. Parecchio…. Il Duomo di Lecce è collocato nell’omonima piazza, costruito una prima volta nel 1144 e poi nel 1230. Venne ricostruito per volontà del Vescovo Luigi Pappacoda e dall’Architetto leccese  Giuseppe Zimbalo a partire dal 1659. Il Duomo è dedicato a Maria SS. Assunta. Presenta, nel suo interno, una pianta a croce latina e si presenta a tre navate. Nel Duomo vi sono 12 Altari più quello Maggiore.

Piazza Duomo e il suo complesso architettonico constano anche di un bellissimo Campanile, alto 68 metri. Lo si ammira a sinistra del largo ed è uno tra i più alti d’Europa e domina nel suo slanciarsi verso l’alto l’intero centro storico. La sua costruzione è a base quadrata e consta di cinque piani, decrescenti verso l’alto, ognuno con la sua balaustra decorata. Ogni livello presenta una finestra con arco.

La sera poi, un tripudio di colori rende vivo il centro e la zona dell’anfiteatro. E’ davvero capace di generare grandi emozioni, penso sempre, e non solo in una serata estiva, bella come questa. Monumento di epoca romana  situato appunto nella centrale piazza dedicata a Sant’Oronzo. L’anfiteatro risale all’età augustea. Insieme al teatro è il monumento più espressivo dell’importanza raggiunta da Lupiae, ovvero l’antenata romana di Lecce, tra il I e il II secolo d.C. Vederlo di sera è uno spettacolo. Vi sarà sicuramente una rappresentazione, a vedere il gioco di luci e la musica proveniente. Sono defilato, ma pare esservi una rappresentazione. Provo a chiedere ad alcuni leccesi quante persone poteva contenere. Mi rispondono circa 25 mila spettatori.

Ormai è tarda sera. Con una piccola idea su questa candidata europea alla cultura lentamente ritrovo la strada del ritorno. Piccola perché le bellezze contenute sono davvero tante. Occorre molto tempo per visitare la città.

 

Zero 24. Drogheria automatica

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Torino, via Bellezia 7. Drogheria automatica.

Sabato santo. Sabato di pioggia sulla nostra città. Piove da alcune ore. A tratti fa anche freddo. Temperatura in “picchiata” di dieci gradi. Voglia di caffè e cappuccino. Vago alla ricerca di un caffè, approfittando di queste ore di libertà, dal lavoro. Scuole ormai chiuse e libri riposti in un cassetto. Passeggiando tra le viuzze del centro di Torino, con grande sorpresa mi imbatto in un paio di distributori automatici. Ma non la solita macchinetta. No. Una drogheria automatica. Quel nome “gratta” il fondo della memoria. Drogheria. Locali di una volta. Il sale, monopolio di Stato. Le buste sorpresa, per i bambini. Palloni, grandi e piccoli.  Biscotti sfusi e buste di latte a lunga conservazione,  e detersivi di ogni tipo. Commessi e commesse piuttosto anziani con grembiule marroncino. Non si trovano piu’ in giro. Quei negozi. Forse in qualche sperduto paesino del Sud. Negozi, bazar, chincaglierie di ogni tipo, buone per far convergere l’attenzione e i desideri dei bambini, prima di dirigerli verso il gelato quotidiano, dopo tanto sole e tanto mare. E qui comincerebbe a partire il nastro della memoria. Nel centro di Torino, (e non solo) ci si puo’ imbattere in una drogheria automatica. Una sorta di “negozio, zero 24″. E mai più’ avrei pensato di trovare la possibilità di scegliere bottiglie di latte. Fresco e lunga conservazione. Insieme ad altri prodotti e quelli consueti. Chissà che fine avranno fatto quei camion di una volta,  che davvero lo distribuivano il latte, all’interno di contenitori metallizzati che facevano tanto alpeggio. Tempi che cambiano. Tutto a portata di un…click, come il suono della monetina inserita nel distributore automatico. (Per la cronaca, latte fresco e latte a lunga conservazione. Un euro e 70 centesimi, oltre a yogurt e succhi di frutta).

 

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Distributore automatico. Drogheria. Via Bellezia 7, Torino. Prodotti della cascina Fontanacervo, Villastellone (To).

Per la cronaca, chi invece prova a ritornare alla origini è Michele Curto.  Dalla bottiglia del Salento, un nuovo messaggio politico. Un forno particolare, appena aperto. Col pane, un nuovo tentativo di comunicazione politica. Oltre che di impegno. A me, personalmente, il, pane e’sempre piaciuto, come simbolo, come segno, di condivisione, di comunione. Pane, anche Eucaristico. Pane che manca, pane come lavoro, pane come fatica, pane come alimento necessario, di sopravvivenza, lotta per il pane e pane per la lotta. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, Padre. E non vorrei sembrare poco rispettoso della persona come delle persone lo sono altri, ma basta con la speculazione sul pane, e su ogni altro genere di necessita’.E la politica, a sinistra, lo aveva gia’ segnalato che il pane lo si poteva vendere ad un euro al kilogrammo e non a tre, quattro….E l’ iniziativa di Michele, devo dire, piace a molti, a guardare in quanti si interessano a questo suo impegno. Altra nota, la voglia di pane, come partecipazione e democrazia di elementi giovani, all’alba della loro maturita’ osservata dall’ottica di una primavera.

Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia, 7. Torino
Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia 7, Torino

 

 

Pane della vita. A ridosso della Pasqua non si puo’ non pensare al pane. Sono le 5 e 36 di sabato, pomeriggio. Sento qualcuno chiamare il nome “Giovanni”. Non e’ un caso.  Quasi ora di andare e restare. Nel nome del pane.

 

Dal fronte della scuola, invece, nell’uovo di Pasqua, una sorpresa per un centinaio di ata: dopo anni di precariato, il contratto.

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“Il forno”. Da Michele Curto. Via Principessa Clotilde 27. Torino.

Bottiglia e messaggio. Vendola

DSCN3346In cosa non si incappa mentre fai quattro passi al mattino presto, sulla spiaggia.

Una bottiglia, portata  dalle onde di questo mare, da chissà dove, buttata da chissà chi.  In chissà quale altro mare. Privata di ogni etichetta, incomprensibile di questi tempi che un oggetto non abbia un logo, diviene difficile dedurne la provenienza. Una bottiglia, in mare. Ai tempi di internet, “simbolo della tradizione” (e anche, nel fatto romantico, una certa disperazione) o della sconfitta della natura? Non provo a scaldarla, come fosse una lampada. Ci mancherebbe. Ad una rapida occhiata scopro che al suo interno è riposto, un biglietto, stropicciato. Mi accingo ad estrarlo. Impresa ardua. Dopo non pochi sforzi ci riesco. Un breve scritto, un pensiero e un auspicio. In esso si narra di stelle cadenti, di un San Lorenzo andato, di chissà quale anno, di chissà quale posto, e di sogni accoppiati ad ognuna di quelle cadenti. Coriandoli di ricordi personali. La bottiglia, effettivamente è piuttosto datata, almeno così appare dal vetro. Alcuni nomi si riescono però a leggere: Tobia, Sara. Vi è anche un disegno, pare un angelo. Molto è sbiadito. Parrebbe una storia verosimile. Peccato. Ci sarebbe molto da narrare. Affidare speranze e desideri ad una bottiglia, buttata in mare. Ritrovata al mattino presto, e non al tramonto, tempo di vita. Una bottiglia, così piccola e capace di racchiudere molto. Forse è davvero un auspicio per qualcuno. Di un ritorno alla vita. I nomi, il percorso, la tradizione, il mare…In questo periodo dove tutto appare così lento, dilatato, vuoto, resta davvero vuoto solo nel momento in cui ci rendiamo incapaci di riempirlo, quel vuoto. Con attenzioni, gentilezze, bontà, letture. Ritorno alla vita. Teatro del mondo.

Nel pomeriggio,  casualmente, sulla stessa spiaggia, incontro il Presidente della Regione Puglia, in vacanza. Quasi un’ora di chiacchierata, sottratta, piacevolmente e molto cordialmente al suo riposo. Attività di giornalismo (gli editoriali del lunedì, letti e riletti, “Il dito nell’occhio”,  e analisi sociale i temi oggetto di discussione. Provo a svuotare il contenuto della bottiglia di molti, gettata nella speranza che alla fine un mondo diverso sia davvero possibile e migliore: fine del precariato, della disoccupazione, scuole migliori con edifici migliori, sanità per tutti e molto altro ancora. In fondo, anche Tobia e Sara, dopo tanto malessere e continuo viaggiare incontrarono davvero un mondo migliore, al termine del loro infinito viaggiare. Mi piace inoltre pensare alla bottiglia come possibilità di incontro, di persone anche diverse, magari agli antipodi, un Nord e un Sud che si incontrano, dialogano, si arricchiscono e crescono………..per esempio………..Un blocco di neve che inserisce alcuni fiocchi di neve nella bottiglia gettandola in mare. L’approdo è all’estremità opposta: sabbia e sole sono la terra della bottiglia. La sabbia apre e trova l’oggetto misterioso, la neve. A sua volta restituisce il regalo e inserisce granelli di sabbia. Lo scambio continua fino a quando i due non decidono di incontrarsi, ovviamente, l’ostacolo è il mare. Decidono comunque di incontrarsi, ma, si sa che  ……..e poi………continuate voi.

Una grande bellezza. Tramonto in Salento

DSCN3338DSCN3336Un tramonto stupendo. Pochi ombrelloni aperti, piu’ per la noia e il fastidio che darebbero nel chiuderli che per la reale necessità nel doverli richiudere perché la giornata volge al termine. Ombrelloni piazzati fin dalle prime luci dell’alba, perché la spiaggia, al mattino presto, ha la capacità di trasformarsi e prendere le sembianze di un’aula universitaria, o di un ufficio, fabbrica, o addirittura di un’area mercatale, dove tutti  vorrebbero accaparrarsi un posto. Arrivare primi vuol dire essere protagonisti per una giornata intera. Sul far della sera, quando il sole pare un’isola infuocata, gli ombrelloni, imprimono un po’ di  tristezza. Lasciati aperti per ore, senza accogliere nessuno al di sotto della sua tela. Al mattino presto come per gli ultimi spicchi di luce del giorno. Quei pochi metri di ombra, nell’arco di diciotto ore, potrebbero raccontarci un sacco di storie. Se fosse il titolo di un libro potrebbe essere: “Ombrellone, capitale del racconto“, intrisi di rapporti cordiali e amichevoli: scuola, lavoro, amori, amori veri, virtuali, infranti, scoppiati, studi, gusti degli italiani e non, fuoriusciti da ampie borse frigo, panini, pentole, palloni, libri, i-pod, i-pad, lettori, mp3, cellulari, tavolette, vestiti di ricambio e da lavoro, che manca o che è intermittente, perché in molti, “prendono servizio” subito dopo aver fatto il bagno del tardo pomeriggio. Un lavoro stagionale. Prendere o lasciare. Lavoro che da queste parti nella parola ha davvero qualcosa di amaro, “fatia”, fatica, che spesso si avvicina ad altro acronimo, con sede al Nord.  Lavoro che richiama le “giornate” di fatica, in campagna. Quando i campi erano grandi distese di pomodori e altro ancora. Schiene spezzate dalla fatica della giornata. E inevitabilmente ci si riallaccia o ci si appallottola alla politica, al governo di servizio, o al governo innaturale, alla ri-bipolarizzazione, e al che fare.  Qualcuno vorrebbe invitare al dialogo Vendola. Pare stia passando qualche giorno da queste parti. Ma da queste parti, sono in tanti, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Forse anche Ippoliti, così dicono. E così, politica e giornalismo potrebbero incontrarsi sotto l’ombrellone. Così dicono. Insomma, ci sarebbe materiale per un buon lavoro di sociologia. Verso sera, alcuni  bagnanti entrano  un’ultima volta in mare intenti nel recupero dei materassini, accarezzati, ancora  un momento, dalle deboli onde di questo stupendo mare. Materassini che , fluttuano dondolano, ora di qua, ora di là. Altri vacanzieri continuano a giocare con i soliti racchettoni, un po’ “cafonal”,  se sulla spiaggia, come sovente avviene. Sullo sfondo, intanto, il sole lentamente cerca casa, in altro luogo. Oltre Torre Lapillo, dopo aver superato Porto Cesareo e Torre Chianca.  In questo luogo, in questo periodo, o forse sempre, si riescono a recuperare colori del mondo, andati persi, per colpa di uno o dell’altro o del mondo intero. Il recupero resterà parziale, dopo un anno intenso di fatiche, di lavoro, e spesso di equilibri rotti e continuamente ristabiliti, dopo che sul campo sono rimaste macerie, reali e metaforiche, ma, ora, a quest’ora, quel po’ è il tutto.  Alle spalle, la precarietà cristallizzata. Una grande bolla di sapone, consistente e fragile,  allo stesso tempo. I colori e l’armonia sono il trionfo del reale sull’effimero, sul fittizio. Odori di mare, fichi, vite e ulivo. Simboli di grandezza. Le impronte di qualcuno impresse sulla sabbia, a quest’ora, sembrano lasciare alle spalle  ansie, inquietudini, turbamenti del cuore. Musica sparata a palla, proveniente da altri stabilimenti, dove si consumano drink e calorie, in una danza sfrenata e infinita, e da sfinimento, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Davanti, all’inseguimento del sole, oltre la Torre, la serenità: la grande bellezza forse è qui. Forse non è un terrazzo, non è il Pincio, dal quale si puo’ ammirare e possedere l’eterno, ma è una grande porta di accesso a qualcosa di bello, misterioso, insondabile. A due passi dalle mitiche Colonne. Dove osano i viaggiatori, sognatori, “eterni visionari di confini“. Una grande porta dove affacciarsi ed ammirare una grande bellezza. Composta da cose semplici, come quest’anguria, e ora, ne capisco il senso, della corsa mattutina, per accaparrarsi il primo posto, in prima fila, dove, a pochi passi, giace a terra, un’anguria, a metà strada, tra il mare e la sabbia, al fresco. Come fosse una costruzione, un’opera d’arte di altri tempi, quando si giocava e costruivano castelli, di sabbia e in aria e si era capaci di emozionarci con poco. Oggi, la grande bellezza è in Salento. Davanti a questo tramonto, in riva a questo mare.

La prima campana: sciopero generale.

L’imminente apertura delle scuole, lascia sullo sfondo l’estate. Canzoni come “Spiagge” (Renato Zero) e “l’estate sta finendo” (Righeira) sono cio’ che rimane, ad ogni inizio settembre, del periodo estivo appena trascorso. Ansia e angoscia, invece, persistono per molti e ci accompagnano alla ricerca di una nuova “identità” lavorativa. Dove si verrà proiettati quest’anno? Alcuni, come fumo negli occhi, assunti a tempo indeterminato, assunti così”nel ruolo” di addetti al turibolo per incensare questo governo, sono stati catapultati, in una sorta di apprendistato dell’apprendistato, perchè dopo anni di precariato, nella stessa mansione lavorativa, devono obbligatoriamente superare il periodo prova: due mesi, chi quattro, chi un anno. Come se stesse iniziando un nuovo lavoro. Una moltitudine, invece, è rimasta fuori. Coloro i quali immediatamente hanno fatto di conto. A fronte delle immissioni in ruolo, questo era il terzo anno di tagli programmato.  E mentre i primi continuano col ciondolio del turibolo dopo anni di “compressione di ogni cosa e in ogni dove” molti, tantissimi, sono rimasti ad osservare. “Oggi non vado a lavorare”, pare essere il titolo di un film.  Solo che non è finzione.  Solo che i pescecani, non guardano. Mangiano. E come se mangiano. E nei molti che vivono nel limbo, in una condizione a tempo, magari con contratto a dieci mesi, la possibilità che quel contratto li faccia scollinare in una “convenzione Basilea” è forte. Ma che cosa sarà mai questa Convenzione Basilea? Vuoi vedere che a coloro che sono in possesso di un contratto a tempo  determinato magari gli è preclusa la possibilità di accedere ad un fido bancario, perchè le mensilità retribuite  da quel contratto sono solo dieci e non, magari, come avveniva (avviene?) a chi lavora in un luogo che ti pubblicizza la vita come una “scala mobile” (grazie al “paternalismo di una banca”) di mensilità magari ne percepiva 15 o 16?  E già, perchè sono i numeri che contano, bellezza! Non le persone.  Eppure quel paternalismo che rimanda alla Convenzione Basilea non è presente ogni qual volta vengono inviati gli estratti conti. Bontà loro. Grandi banche, banche grandi, grandi capitali, grandi patrimoni….governanti….non pervenuti. Come la mancata volontà politica di tassare i grandi patrimoni, le rendite, le transazioni finanziarie….E così, propirio per la voglia di dire no e provare a reagire a questo stato di cose, la prima campane a suonare è stata per  lo sciopero generale.  Contro una manovra brutale, pericolosa. Iniqua. Una manovra che, rifatta quattro, o cinque volte, colpisce sempe nello sesso modo sempre i soliti. Persone.  Pensionati, giovani lavoratori, precari. Persone e stato sociale sotto attacco. Una manovra che scarica i costi sul mondo del lavoro dipendente. E i contratti nazionali? Voglia di smantellarli? Forse il vento di Basilea, soffia anche su questi. Povera Costituzione, “luogo di equilibrio” tra diritti politici e sociali. Già, come sosteneva Zagrebelsky alcuni giorni fa “la condizione iniziale era quella in cui solo i proprietari avevano diritti. I lavoratori o aderivano alle condizioni loro proposte  oppure non ottenevano o perdevano il lavoro, potendo l’imprenditore attingere al ribasso da un serbatoio di forza lavoro in cerca di occupazione……stiamo tornando a questo in nome del mercato e della competitività?“. Già, Basilea, Italia, Europa.….e sembra uno sfottò se ricordi a chi ti sciorina “la convenzione di Basilea” uno che di conti magari ne capisce tantissimo, ma di empatia, zero, se asserisce la mancanza di colpe, sue, se le nostre mensilità sono solo dieci e non 15 o forse 16……..Forse bisognerebbe ricordarci delle “bolle di sapone”…..magari…Certo che le proteste “indignade” non sono davvero “campade” per aria. Speriamo in una maggiore e consapevole indignazione.

Colgo l’occasione, dato che ho citato la canzone “spiagge” per lanciare la proposta di un referendum, quello di rendere le spiagge libere, o come erano fino a poco tempo fa. Di ritorno da una delle spiagge piu’ belle d’Italia, ho pensato che forse, questa potesse essere una delle ultime volte che potevo accedervi con tanta facilità. Proliferano infatti gli stabilimenti balneari, 800 euro al mese, 35 o 45 euro al giorno, ombrellone e due sedie sdraio. Caro Vendola, le battaglie referendarie non terminano con l’acqua e il nucleare, per fortuna vinte. Bisognerebbe avre il coraggio di inserire nei bene  comuni la spiaggia, il mare………perchè devo pagare per accedere al mare? perchè in una zona della Puglia, quella dove sei stato alcuni anni fa, mi riferiscono,  non l’alta marea, ma l’ingordigia dell’uomo, si è mangiata una buona fetta di spiaggia? Per caso anche l’accesso al mare e sulla spiaggia è diventata questione per ricchi? Ma, qualche anno fa, non sostenevi, che anche i ricchi dovevano piangere? Vorrei le spiagge libere, per tutti. Ottocento sono gli euro guadagnati da un precario, che certamente non dovrebbero andare ad “ingrassare” uno stabilimento balneare. Senza dimenticare che un tempo, per accedere in quel posto bellissimo potevo benissimo usufruire di un treno serale, a 50 euro, ora, ridotto di numero di carrozze, mentre ore, mi si propongono due treni giornalieri, a quasi cento euro. Proporre o imporre? Fare un giro la sera in stazione per la scelta.

“Vendola e Di Pietro, candidature senza moralità”

Liberazione 29-03-2009. Presentato il simbolo di Rifondazione per le Elezioni Europee
Liberazione 29-03-2009. Presentato il simbolo di Rifondazione per le Elezioni Europee

“Vendola e Di Pietro, candidature senza moralità” Inserito da Il Brigante Rosso (del 05/04/2009 @ 12:46:09, Tratto da Il Corriere della Sera)

“Le do una chicca…” La manifestazione della Cgil è appena finita che già il segretario del Prc Paolo Ferrero è impegnato in un’altra iniziativa. Una chicca? Candidate Shel Shapiro che è stata la vera star della manifestazione? “Bè.. ha detto delle cose giuste”. Ma non è del cantante dei Rokers che il leader di Rifondazione vuole parlare: “Quando Gramsci era nella sinistra socialista non fu lui a essere candidato”.

Scusi, parla di Gramsci perché Vendola e Di Pietro intendano?

“Guardi che ci vogliono un minimo di moralità e di etica di partito. Io sono d’accordo con Franceschini e con D’Alema: quelle due candidature sono una presa in giro degli elettori. Eppoi il fatto che anche a “casa nostra”, cioè nella sinistra, si inseguano le modalità di Berlusconi è francamente penoso. La visione plebiscitaria della politica è una vera sciocchezza”.

Di Pietro si candida per fare l’“anti-Berlusconi”.

“Questa è un’affermazione ridicola: Di Pietro sta nel gruppo liberale a Strasburgo, il che significa che vota quasi sempre con il Ppe. In parole povere, lui e Berlusconi, soprattutto sulle questioni economiche e sociali, in Europa parlano lo stesso linguaggio. Quindi chi vuol prendere in giro con questa storia dell’anti-Berlusconi?”.

Non temete di perdere voti dal momento che si candidano due figure di spicco come Di Pietro e Vendola?

“Ma io farò lo stesso la campagna elettorale e mi sbatterò per tutta Italia per i nostri candidati. Farò come ha fatto Berlusconi con Cappellaci. Già, in Sardegna un signor Nessuno ha battuto Soru”.

Dà ragione a Franceschini che dice “no” alle candidature di bandiera. Apprezza che sia anche andato in piazza con la Cigl?

“Per me quello di Franceschini è stato un gesto positivo. Certo, ora devono seguire i fatti, perché coerenza vuole che il segretario del Pd assuma i contenuti di quella manifestazione come piattaforma politica, altrimenti la sua è stata soltanto una comparsata elettorale. Perciò invito Franceschini a battersi con il Prc contro l’accordo separato sul contratto e contro il taglio salariale ai lavoratori”.

Saranno assai contenti di questo suo invito Beppe Fioroni, Francesco Rutelli ed Enrico Letta, tanto per fare dei nomi.

“So benissimo che la ricetta della Cgil è pressoché identica alla nostra mentre è molto distante dalla linea del Pd. Ma in questo momento di crisi si può finalmente ricostruire un insediamento vero dei comunisti”.

Con il Pd?

“Ovvio che no. Però io chiedo al Pd di mutare rotta, di combattere insieme a noi contro il referendum elettorale, di non limitarsi all’anti-berlusconismo ma di fare invece una battaglia anche contro la Confindustria e quando serve pure contro il Vaticano, perché fa specie sentire che Fini è su posizioni più di sinistra di Franceschini”.

Forse, Ferrero, se il segretario del Pd la sentisse parlare si pentirebbe di essere sceso in piazza con la Cgil…

“No, perché io credo che in questa fase ci sia uno spazio per ricostruire una sinistra degna di questo nome in Italia”.

Se lo slow aiuta

Ieri sera, dopo aver effettuato una lunga corsa, con alcuni compagni di palestra, mi son ritrovato a discutere di politica, della situazione attuale, economica e non solo. La gente che ha letto le vicissitudini del Partito della Rifondazione Comunista ha una visione distorta di quanto è successo. Chi ha l’intenzione di restare nel partito è vista dai più come “stalinista”. Chi vorrebbe uscire dal partito, è connotato come una persona che merita stima poiché ha una “visione migliore della società ed una lettura più attenta di quanto ci sta intorno”. Io non condivido questo pensiero, anche perché mi pare che l’elettore, nel chiuso di una cabina elettorale, ha dato torto, non solo al progetto di un arcobaleno, ma ai quattro partiti che includevano l’arcobaleno stesso. Vedo che la gente si è informata dai giornali che come La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa ecc. i quali hanno riportato una realtà che non ci rappresenta, non ci racconta, nel senso che è venuto fuori un gruppo di militanti che bisticciano su di un giornale. A me piaceva Vendola quando scriveva gli editoriali “il dito nell’occhio”. Mi piaceva aspettare quel giorno della settimana per leggere il suo articolo. Mi piaceva il contenuto e come scriveva; mi piacevano le inchieste, e ogni volta che sono stato a Roma, o che ritorno a Roma, guardando dal fondo di via Marsala, penso alle sue “inchieste” portate avanti nei pressi di Termini. Però, però, però……IO penso che sia giusto avere un partito che affondi le sue radici in un movimento operaio, che si occupi di operai, di salari, di emarginati, di persone che non riescono a vivere con 600 euro in cassa integrazione, che non riescono a comprare il fabbisogno, che guardano perennemente gli altri, quelli che possono. Ora, io mi accontenterei del giusto.
Oggi, ho sentito, finalmente, dico un gruppetto di ragazze che si chiedevano”: ma perché non possiamo trovare la persona giusta e sposarci presto come hanno fatto i nostri genitori”? Ed una delle ragazze rispondeva:”è la precarietà che non lo permette; oggi tutto è precario, ed anche i sentimenti lo sono“. Le guardavo ed ho visto tanta tristezza nei loro occhi. Forse esiste ancora tanta voglia di “principe azzurro”, ma non si è più capaci di farglielo sognare.

Giovane artista di strada
Giovane artista di strada

Allora è vero quando si dice “qualcuno ci ha rubato il futuro“. Vorrei essere rappresentato, vorrei che qualcuno intercettasse i nostri bisogni, elaborasse le nostre domande, riuscendole ad aggregare, e finalmente fornire una politica adeguata ai nostri bisogni, alle nostre esigenze. Comprendo che non è come mettersi davanti ad un distributore automatico di bevande; proprio per tale motivo occorre” tornare alle radici”. Perché bisogna guardare altrove? Perché dobbiamo subire la nomea di “stalinisti”? La società cambia e allora bisogna montare tutti sul treno superveloce? E i pendolari li facciamo fermare nelle stazioni, facendogli accumulare ritardi su ritardi? Dobbiamo continuare a guardare alle privatizzazioni, alle liberalizzazioni, ad altri mondi che non sono nel nostro campo visivo per tralasciare la parte più umana, quella fatta di carne ed ossa? Ma, dove sono andati a finire tutti quei soggetti che mi entusiasmavano quando salivano sul palco a tener comizio, a suscitare emozioni? Hanno già prenotato “una poltrona” su un treno superveloce?

Uccellino fa amicizia
Uccellino fa amicizia

Ma, guardiamo chi nel 1987, rendendosi conto che il fast stava devastando tutto, ha strizzato l’occhio allo slow; in questo modo ed in questo mondo, si è riscoperta tutta la tradizione del mondo contadino, del sapere e dei sapori. Con lo slow si riesce ad ascoltare anche chi, sottovoce, racconta un fatto, una storiella, all’apparenza poco interessante, ma che recupera un pezzo del sapere, dell’identità di qualcosa o di qualcuno. Personalmente penso che di questo abbia bisogno un partito: di tornare tra la gente, fermarsi ed ascoltare i bisogni, e chiedersi non solo perché la gente sta male, ma perché ciò è capitato.