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Democrazia. MicroMega e Fiom

Un’altra giornata di passione è scivolata via. Il seminario proposto da MicroMega e Fiom ha dato spazio e voce a numerosi personaggi del mondo universitario, sindacale e della scuola-università in qualità di studenti, alcuni dei quali, dal giorno del referendum sull’accordo di Mirafiori, non si sono mai allontantati dall’ombra della Mole. Un rimanere, quasi a presidio della democrazia. E la strada , termine che ha caratterizzato questa giornata. E i diritti e la democrazia passano proprio da qui, da Torino. Città che proprio ieri ha visto sfilare tra le sue vie una bellissima manifestazione di metalmeccanici, studenti, pensionati. Una città che ha accolto, chi dice 30 mila, chi 40 mila piu’ uno manifestanti. Tantissimi comunque, provenienti da ogni dove. 35 bus. Tantissimi.

Federico Bellono, Maurizio Landini, Luciano Gallino, Antonio Ingroia e Paolo Flores D’Arcais sono stati i relatori, al mattino, di questa iniziativa nata dal rapporto tra MicroMega e la Fiom, iniziativa tenutasi a Torino, dal titolo, “Democrazia”, presso “La fabbrica delle E” in corso Trapani 95 (dalle 10.30 circa alle 17.00).

Democrazia, un concetto e un valore svuotato lentamente, da molto tempo, che ha perso strada facendo il suo significato originario. Grazie, si fa per dire, alla coppia, tandem, Governo-Confindustria di turno. Una perdita di significato di quel valore, ripercorsa negli interventi e sul piano sindacale e su quello politico. Un sindacato che perde senso e significato, oggi, grazie a questi ultimi accordi, privato della rappresentanza e trasformato in soggetto con ruolo di servizio. Per fortuna la Fiom NO. Per fortuna la Fiom esiste e si batte per i diritti dei lavoratori. Non contribuisce ad abbatterli. Perchè la tutela del lavoratore con i suoi diritti rientrano nel compito del sindacato. Non avere una penna sempre facile e a portata di mano. Siamo ad un passaggio epocale, si usa cioè la crisi, la paura, la debolezza per avviarsi ad una modifica sostanziale delle regole. Viviamo cioè in un periodo in cui la democrazia è attuata come “imposizione” e non decisione. Economia, politica, diritto…moltissimi gli argomenti e le analisi che ci hanno portato a questo stato di cose. Ogni relatore un punto di vista. Un approfondimento. Un’analisi.

L’intervento di Luciano Gallino è sul rapporto tra economia e impresa.

Per Luciano Gallino, Democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui i membri di una collettività hanno sia il diritto sia la la possibilità reale e materiale di poter partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano piu o meno da vicino, la loro esistenza. Si puo’ realizzare con partecipazione diretta o mediante forme di rappresentanza. In tema delle decisioni che toccano direttamente le esistenze di tutti noi, viene a includere diversi elementi, diversi aspetti attinenti all’economia. Toccano la nostra esistenza alcune cose: tipo di manufatti e servizi prodotti; luoghi della produzione degli uni e altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti, in Italia o altrove, la possibilità per ciascuno di noi di trovare un lavoro stabile e adatto al proprio talento. Tra le cose che ci toccano e che conformano la nostra esistenza troviamo anche gli alimenti,la loro provenienza e il modo con cui vengono distribuiti, i mezzi di trasporto, la qualità dell’aria, dell’acqua che beviamo, gli abiti, il modo in cui il sistema finanziario si collega con l’economia reale, in cui la serve oppure in cui la domina e per finire la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte. Quanti oggi sono esclusi dalla partecipazione? E quale il ruolo della grande impresa? Nella trattazione Gallino ricorda un anno, il 1938 e un presidente, americano, Roosvelt, preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita del potere privato arrivato al punto di diventare piu’ forte del potere democratico.

Qui da noi? Grandi le riflessioni della platea che assiste al seminario.

Gli interventi sono stati tutti interessanti, pieni. Interventi che si legano a quelli del pomeriggio. Interventi anche di con Marco Revelli e Roberto Iovino, interventi nel pomeriggio di studenti universitari, che insieme invitano tutti a ripercorrere in senso inverso la strada per recuperare l’autentico significato del concetto di democrazia, un concetto svuotato da chi detiene le leve del potere economico e politico. Provare a riempirlo, quel concetto, nuovamente, ancora una volta, di contenuti: in Italia esistono centinaia di club, associazioni, di ogni tipo. Mettiamoci dentro, frequentiamoli, parliamo.

Landini nel suo intervento ripercorre la strada di quella parola “svuotata” di senso e di fatto. Un terremoto che ha avuto inizio dagli anni ’90.

Dagli accordi separati, degli anni 90, e con l’avvio di quella pratica in forma strutturale che sono stati appunto gli accordi separati. Il primo accordo separato avvenne a Milano sui contratti a termine, sui diritti, sugli immigrati, sulla gestione del lavoro. Poi quelli nazionali nel 2001, poi nel 2003, e ancora dopo una fase di ricomposizione sul terreno della democrazia e del diritto dei lavoratori. Poi, ancora, dal 2009 l’accordo separato sulle regole tra governo associazioni imprenditoriali e sindacati; sulle regole, come se si fosse fatto un accordo separato sulla Costituzione. Questo ha determinato nella nostra categoria un nuovo accordo separato senza dimenticare poi tutta la vicenda della Fiat.

Il contratto nazionale del nostro Paese potrebbe essere derogato, (vedi la decisione della Fiat di non essere piu’ associata a Confindustria, stabilendo quali sono le regole dentro il suo stabilimento, fino ad arrivare a non garantire piu’ alcuni diritti fondamentali, come il diritto di sciopero e di malattia).

Cosa sono concretamente gli accordi separati?” Adesioni di chi firma alle condizioni poste dalla controparte” mentre il contratto presuppone una mediazione tra interessi diversi e al limite anche degli scambi; noi siamo davanti al fatto che questa mediazione di interessi non vi è piu’ e gli accordi separati vengono imposti dalla Fiat o dalle controparti arrivando anche a scegliere quali sono i sindacati con cui decidere quali cose.

Per Marco Revelli l’accordo non è un accordo ma un manifesto ideologico dell’ad della Fiat; non un prodotto di una trattativa; non di una negozazione si tratta, non di uno scambio. E’ un diktat fatto sottoscrivere ad altri.

Il contenuto di quel documento ha una ricaduta generale. Non è un documento relativo ad un rapporto privato tra la Fiat e i suoi dipenenti, non è neppure relativo al rapporto sindacale tra l’azienda e le organizzazioni sindacali (già grave). E’ un accordo che ha una ricaduta generale sulla cosituzione materiale del nostro Paese e sul concetto di cittadinanza; cosa succede ad un cittadino di questo Paese quando varca i cancelli di una fabbrica ed è costretto esplicitamente a depositare il bagaglio dei propri diritti? Certo esisteva, di fatto, già negli anni passati questo lascito di diritti; avveniva anche prima, questo depositare il bagaglio dei diritti nei pressi dei cancelli: quante volte i diritti sono stati violati nella storia?La differenza è che oggi quel lascito viene sancito e interiorizzato da una parte dei rappresentanti dei lavoratori. Ci sono delle firme in quel documento. E qui è lo scandalo, di cio’ che sta nell’asse che va da Pomigliano a Mirafiori. Un impatto forte sulla Costituzione e sui suoi principi, sulla legislazione ordinaria sulla contrattazione nazionale. Ecco cosa si è avuto. Uno scandalo, un atto scandaloso. Forse il principale scandalo di questa questione sta nella “asimettria spaventosa” che emerge nel percorso stesso e nel suo processo attraverso il quale la vicenda è nata e si è presentata: l’entrata in scena della figura del potere che assume l’immagine come onnipotenza, che si presenta come un potere mobile, che puo’ atterrare dove vuole, a Torino come a Detroit in Polonia, in Turchia, un potere che si muove nell’iperspazio e che sta fuori dallo spazio nazionale e dallo spazio della legislazione dei diritti da una parte,e, dall’altra parte, per Torino, 5500 uomini e donne già straziati, provati sotto un punto di vista economico, uomini e donne con le spalle al muro, economicamente parlando.

Una sproporzione spaventosa che mette difronte, anche personalmente, un signore che sta 435 piani piu’ in alto di quelli su qui vuol fare cadere o minaccia di far cadere la scure. E’ la distanza che emerge, distanza sociale, che fa scandalo, la distanza sociale che rende inaccettabile la faccenda. E di distanze ne stiamo vedendo tante in questi giorni. Un festino, una sera di festa organizzata come privato cittadino, dal Presidente del Consiglio, costa come quanto guadagna una squadra di lavoratori di Pomigliano o di Torino in un anno di lavoro. Fuori dalla modernità, ecco dove ci porta. Un balzo indietro di due secoli. Nel 1789. Perchè quando in uno spazio vivono distanze così grandi è difficile pensare che il rapporto sia tra cittadini che appartengono allo stesso Paese. Siamo davanti ad un rapporto che corre tra tra signore e servi. Siamo in una società in cui vigono rapporti servili. La persona non è piu’ portatrice dei diritti che la rendono uguale ad un altro dandole pari dignità. La Fiat ha cercato di far passare, nel suo out-out un principio di asservimento del lavoro. Una parte consistente ha avuto la forza di dire NO. Un principio che non è stato condiviso, grazie ad una dimensione eroica che va al di là del calcolo individuale.

Gli interventi sono stati davvero illuminanti. Ognuno meriterebbe di essere ricordato al meglio.

Solleciato dalle analisi, dai ricordi, passiamo in rassegna i momenti di resistenza ad un film già visto. Analisi e azione, ci veniva ricordato da Landini in mattinata. Oggi non siamo piu’ nelle condizioni di soffermarci, di fare analisi e in un secondo tempo l’azione. Oggi il tempo stringe. Troppe vole i due termini hanno avuto una collocazione temporale distante. E si riavvolgono nei ricordi tante tappe.
Quante manifestazioni, quasi una ogni anno: Firenze, Roma nel 2002 per l’articolo 18, Roma nel 2003 per dire no alla guerra e si alla pace, (quante bandiere, è stato ricordato, sventolanti da ogni balcone d’Italia) ancora Roma nel 2004, i girotondi prima. Quanta gente incontrata, su quei treni, bus per ritrovarci nelle identiche condizioni. Un decennio fa, oggi. Quante e quali, ma con pochi sbocchi. E allora proviamo a riprendere quella strada, è l’esortazione, di entrare in quelle associazioni, parlarci, parlarsi, collaborare, fare rete, senza gelosie, senza frazionismi, senza egoismi. Muoversi. Uniti, contro la crisi.

Ultima nota. Airaudo resta patrimonio della Fiom.

Fotografie sul sito della federazione della sinistra Piemonte

Uniti contro la crisi

La settimana era cominciata bene. Torino sotto la neve. Un “aperilibro”, presso una nota libreria del centro storico alla presenza di numerosi scrittori torinesi, alle prese con una iniziativa carina, “Due con”, la presentazione di tre libri. Un’atmosfera di famiglia. Durante la settimana il clima, viceversa, è divenuto “piu’ caldo”.

Resistere alla Gelmini, opporsi alla “Riforma”. Questo il tema dominante del dibattito pubblico tenutosi a Torino presso la Sala Pasquale Cavaliere.

Un’iniziativa voluta fortemente dal partito della Rifondazione comunista, Federazione della Sinistra, aperto a tutti. Fra i partecipanti, Valentina Barrera, (coordinamento nazionale precari Università); Alessandro Ferretti (Univresità di Torino, Rete 29 Aprile); Rino Lamonaca (rsu cgil Politecnico di Torino); Nicola Malanga (Studenti Indipendenti) e Massimo Zucchetti (Politecnico di Torino). Introduzione di Luigi Saragnese, dibattito coordinato da Alberto Burgio (Università di Bologna, Direzione Prc). Presenti una cinquantina di persone, studenti, professori, pensionati. Presente Armando Petrini, segretario regionale Piemonte di Rifondazione comunista.

Fra i temi dominanti le politiche “distruttive” del governo, la presenza di questo movimento, non nuovo, ma che si ripresenta sulla scena a distanza di due anni, capace di proporre un cambiamento. Un movimento la cui caratteristica è l’orizzontalità. Nota caratterizzante : il grande spontaneismo e la presa di coscienza di questo movimento “monumento”. Un movimento che “non è una banale rivolta luddista, ma una aggregazione di cervelli senza precedenti”. Un movimento che vede diversi partecipanti, nnl mondo della scuola, dell’università. Un mondo quest’ultimo che è “uno specchio ingrandito di quello che succede nella società. Una società precaria, che coinvolge tutti. Una condizione esistenziale, nata, come ci ricorda Marco Revelli da “una presunta modernizzazione che è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”. Questo movimento fortunatamente ha preso coscienza, sociale e politica, e, pur essendo “privo di sponde politiche” (per una logica perversa del voto utile di veltroniana memoria) e “deficitario su quella (sponda) sindacale (un’ora soltanto di sciopero, modulata ogni dieci-quindici giorni è stato davvero poco, nonostante la pezza dell’intera giornata, con la proclamazione dello sciopero cgil) ha saputo, utilizzare nuove forme di protesta, rendendosi visibile agli occhi dei piu’. Occorre unificare le lotte dei ricercatori, universitari, studenti, lavoratori della scuola con le lotte dei metalmeccanici. Questi ultimi sono costantemente sotto ricatto: stanno per subire uno scippo, quello del contratto nazionale. Unificare le lotte, come avveniva negli anni ’70. Perchè non si è deciso uno sciopero “unitario”, stabilito il giorno della manifestazione studentesca? Forse ci sarebbero state “meno carezze di manganelli sui manifestanti”. Per questo, bisogna stare uniti. “Uniti contro la crisi, il 14”, e sempre, per non lasciare soli, in mezzo ad una strada questi studenti. Tantomeno in mezzo ad una autostrada. Uniti con gli studenti, affinchè non subiscano aumenti di tasse universitarie, come avviene in Inghilterra. Quanto attuale è Cosimo, personaggio di Italo Calvino nel Barone Rampante! Dall’albero alla gru, al ponte, al monumento e al suo movimento. In Italia, per chiudere, lo stanziamento per l’Università è pari ad un misero 0,5% contro una media Ocse dell”1,5%.

Chagrin d’amour? No, chagrin d’école.

Nel dibattito, si è fatta anche della storia, personale, dove ognuno ci ha messo del proprio. Una Università che presenta falle a partire da Ruberti. Un dibattito che ha acceso ulteriormente le coscienze. Da domani occorre “infiammarle”: “dont’ get kettled, non farti intrappolare. Move, muoviti.

Se uno non si ribella, si scompare”.