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Prima Comunione

“Sotto la pioggia”, e non è  soltanto una canzone, ma una  pioggia,  purtroppo, molto incessante, che  non accenna proprio a smettere, oramai da ore sulla città  della Mole come nel resto della Penisola. Il suo rumore, poco poetico, e mica da “pioggia nel pineto”, fino a poco tempo fa, ci teneva incollati, avvolti tra le coperte calde, nel  tepore di una lunghissima notte primaverile, nel nostro sano, buono e giusto riposo domenicale. “Buona domenica”, potrebbe essere la canzone adatta,  capace di farci compagnia, ma sotto la pioggia, in una giornata da Prima Comunione, proprio no.  Non è  da “Una giornata uggiosa” perché    non è  proprio bello, e  non sarebbe giusto definirla così. La Prima Comunione è da ricordare, per sempre, col vestitino, bianco, le scarpe nuove, il pranzo, i pasticcini alla panna, la torta, il pranzo  le foto ricordo, il sole fuori e “Quello” dentro. Una giornata “dalle cose nuove”, come ci hanno ripetuto letture e sacerdote. Ma ora, dal letto a fuori, siamo solo agli inizi di una lunga giornata. In mezzo ci sono i vestiti da scegliere, per la cerimonia, la porta di casa alle spalle, le pozzanghere, che sono “specchi” dove ritrovarci, nel qual caso ci fossimo smarriti,  e il tiro a segno per macchine in corsa nei pressi dei pedoni. Centrare la pozzanghera e bagnare il pedone, sport  preferito da certe tipologie. Visi da domenica mattina, in attesa del semaforo verde, rilasciano profumo di dopobarba alla menta, giornale sotto il braccio, nella mano destra il guinzaglio del cagnolino e nella sinistra un ombrello ben aperto. Semaforo verde e via, verso la metro, direzione Monte Grappa, per  la Prima Comunione di L. E nei ricordi, la mia, con quel gusto di pasticcini alla panna e alla crema e la telefonata del nonno che anticipa il suo regalo: “l’orologio della Prima Comunione”.

“I sogni di Natale…”

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Torino, domenica mattina, 19 gennaio. Quotidiano caffè, per iniziare la giornata. Una giornata uggiosa, a dire il vero. Pioggerellina. Insistente. Ci vorrebbe il mare. Intanto, ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente. Musica per le nostre orecchie.

Sulle pagine di cronaca cittadina, l’orologio torna indietro, a quando nell’atrio della stazione di Torino Porta Nuova c’era l’albero, di Natale. Dalle dimensioni ridotte, quest’anno. Anche l’albero ha risentito della crisi. Al solo vederlo, riscoprirlo, un’onda marina ha cominciato a lievitare nel cuore e farlo battere. Un sussulto. Quanti biglietti. Quante emozioni. Richieste. Inevitabile non pensare a quella pagina de La Stampa con l’articolo “Ci riproviamo” della vigilia di Natale. Un salto, nella pancia di Porta Nuova, nel tumulto della vigilia, a zigzagare tra valigie, trolley e ogni altra appendice umana.  La pagina de La Stampa a cercare un posticino tra quelle centinaia di biglietti. Biglietti che hanno il gusto e il sapore del mare appiccicati lì sopra. Biglietti che hanno il gusto ferroso del treno, regionale, intercity e a volte, qualche offerta ha permesso anche un gusto diverso, più confortevole. Pero’, peccato quella pagina sia durata poco. Il tempo di riportare  questo sulla cronaca  di Torino su La Stampa del 27 dicembre.  Poi, una mano, chissà perché, l’ha tirata via. Peccato. Non sarà oggetto di ricerca. Già, perché una ricerca ci sarà, su quei bigliettini d’auguri. Ha fatto piacere leggere su La Stampa di questa mattina che “I sogni di Natale non finiscono nel cassonetto”, articolo relativo ai biglietti esposti sull’albero di Natale nell’atrio della stazione di Porta Nuova a Torino. Dopo l’articolo, ho pensato, una ricerca più approfondita e curata si impone. Almeno, un augurio. Per alcuni giorni, si trovava lì, come una letterina inviata a Specchio dei Tempi, un annuncio implicito, di far dire qualcosa di Diego e Marilisa, la storia d’amore rimasta al cancello, riportata con amorevole cura dal giornale per un paio di giorni. Con l’augurio che la dottoressa Claudia Veglia di Grandi Stazioni, che si occupa di leggere e “smistare” tutta quella “Mole” di documenti torinesi,(che molto hanno da chiedere, non a sé stessi),  voglia e sappia dare una mano al caso di Diego e Marilisa, magari, individuandoli, facendoli incontrare e perché no, offrire loro con  Trenitalia,  un bel viaggio, magari a Venezia per carnevale. Con un biglietto….

Ha fatto inoltre piacere il fatto  che al mio auspicio del sei di gennaio  lanciato da questo blog di  far svolgere, da quelle letterine, tesine dai ragazzi delle quinte, stiano per diventare un’ occasione per un lavoro ancora più ampio, da parte di un antropologo e un artista, a Roma. 

Un appello alla dottoressa Claudia Veglia e chi lavorerà sulle letterine: date una mano a Diego affinché possa incontrare nuovamente Marilisa. Un grazie a chi ha segnalato la storia su La Stampa riportando opinioni, commenti e gettando luce sul tema dell’amore. E allora, care Grandi Stazioni, “Ci provate a cercarli?”

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