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28 aprile

20190428_160432Il vento alza il polline e ondeggia il pallone, e ad ogni fermata del tram, a porte aperte, si insinua il polline, e ci si stropiccia gli occhi e riparte il tram e partono starnuti, di tutti un po`, a turni, per la par condicio. A piazza Vittorio, dove un tempo, molto lontano, c’erano le giostre e la cioccolata di Ghigo, e il parcheggio delle macchine, prima della piazza pedonalizzata, i chioschi per il festival del gelato. Oggi, il vento spazzava via le sedie di qualche bar, sparpagliate e disordinate, pronte per la sera, e allontanava l’annuncio estivo fatto di coni. Dal tram e sul ponte, Superga e la Gran Madre sembrano due regine e il Po ed il Monviso due re. Oggi, 28 aprile, lo sferragliare del tram ricorda quello di un treno, il Parigi Napoli express con fermata a Pisa, sotto la Torre. Chissà  che fine ha fatto, quel treno…

“Sonja”

E`da molto che non scrivo. Mi riprometto “domani lo faro”, in realtà, le giornate e le serate trascorrono pigramente tra studio, schemi, mappe per il giorno dopo senza produrre nulla. Poi, una riflessione in classe, un evento ela tastiera riprende il suo corso. Lentamente.
La bellezza salverà  il mondo”, scrisse nel 1800 il grande autore russo, Dostoevskij.  Eppure, prestando ascolto ai notiziari o sfogliando le pagine dei quotidiani, si scopre che la bellezza, nella psiche di qualcuno, non salva affatto il mondo, ma contribuisce a ucciderlo. Già,  perché l’omicidio dello scorso febbraio, avvenuto in quella zona di Torino che fiancheggia il Valentino, il polmone verde della nostra città,  ha da oggi un colpevole. Quale il motivo di tanta crudeltà? Un coetaneo uccide un suo pari, con un colpo alla gola, semplicemente perché “aveva l’aria (così sostiene chi ha sentito i notiziari) di un ragazzo felice, spensierato, sereno”, colpevole solo di passare da li, diretto al suo lavoro, un sabato mattina, diverso e cosi uguale a tanti altri. I Cappuccini sulla collina, la Gran Madre oltre il ponte, la scaletta che rasenta il fiume, i tira tardi del venerdì sera rinchiusi in uno dei tanti bar del centro, coppiette sorprese dai primi raggi solari che annunciano primavera esponendo centimetri di pelle per lasciarsi baciare e bruciare  la pelle e i sentimenti dalla grande Stella, del cielo, o di turno, lo sferragliare rumoroso e lento dei tram che stordisce e culla i passeggeri al suo interno. Tutto sembra prendere o riprendere vita mentre un ragazzo di trent’anni sta per lasciarla. È sereno, felice, nessuna traccia del suo passato lascia intendere quel che da li a poco succederà. Un lavoro, una famiglia, amici. Fatalità, un incontro che non è  neanche uno sfiorarsi. Siamo oramai abituati ad una vita frenetica, porte girevoli da autogrill,in questa società liquida, senza legami, con tanti contatti e pochi amici, ma, che qualcuno possa essere infastidito dalla felicità di altri, questo, ancora non era mai capitato nelle lunghe serie di fratture e bruttezza che inquinano l’animo umano. Fin dalla notte dei tempi, del mito delle origini, siamo  abituati a tanta cattiveria dell’uomo che lo abbruttisce sempre più;restiamo e speriamo in un nuovo Umanesimo -Rinascimento, una nuova ecologia, che mai più produca morte verso un suo simile o un Capidoglio spiaggiato, morto con 22 kg di plastica ingoiati, buttati in mare da un uomo che produce e consuma senza criteri e senza attenzione e cura a ciò  che dovrebbe amministrare nel modo migliore. Senza parlare della discarica rinvenuta nei fondali dello stretto di Messina. La contabilità  delle bruttezze che inquinano l’uomo ed il suo habitat potrebbero continuare, snocciolando dati e prospettive. Oggi, piu che di bellezza che salvera’ il mondo, pare  aver letto gran parte di “Delitto e castigo”. Siamo in attesa di una Sonja, per ciascun uomo. Quella si, che sarebbe capace di salvare il mondo. E con la sua bontà, forse anche  l’uomo.

22 ottobre 2016

Fa freddo. Il convegno su adozioni,  affido,  bes,  dsa  ecc. volge al termine. Una lunga giornata trascorsa seduto su una delle tante poltrone di questa aula magna (di un grande Istituto di Scuola  Superiore),  cartellina in una mano,  come tutti,  e biro stretra in pugno,  teso ad ascoltare  specialisti e non,  che restituiscono esperienze personali,  socializzate dal palco, su adozioni,  affido e crescita famigliare-scolastica-sociale negli anni nei vari ambienti scolastici con altri esperti a “snocciolare” dati e  disposizioni normative e linee guida. Sotto la Mole e  a  due passi da questa,   appena fuori da qui, una  “fabbrica scuola” a volerla guardare nella sua non indifferente “mole”; un po’ di ore che scorrono via,  veloci,  inframnezzate da una piccola pausa,  cercando sprazzi di luce,  per far pace con le emozioni; nel pomeriggio, nella sala attigua il barista pulisce la macchine del caffè  facendo fuoriuscire grandi getti di vapore:”sffffff”   intento alla pulizia del macchinario che sbuffa e cosi lui,   mentre ripone nello scaffale le ultime tazzine di una giornata lunga,  come i molti caffè  “lunghi” che da dietro il banco ha servito per ore. Chissa’ quante storie avra’ sentito raccontare e se a qualcuna in particolare ci avra’ prestato l’orecchio. Perche’ si sa,  “per certe cose,  ci vuole orecchio,  anzi parecchio” (Jannacci). Entro, qualche attrezzo di pulizia ‘stazione’ nel limbo,  segnalanudo all’attenzione,  quella esterna nel movimento e quella cognitiva (“ehi,  guardate che qui si chiude).  Ci sarebbe posto per un ultimo caffe? “Si”.  Così mi  accingo alla cassa,  ne ordino uno;  lo scambio è  immediato: euro contro scontrino e la risultante  di questa “transazione” e’ il mio caffè.  Giro il capo verso sinistra e oltre le scope un corridoio a croce. Una giornalista su di una panchina del corridoio appena fuori dall’aula magna sembra stia “confessando” una delle “attrici” del convegno. Sorseggio e termino ripensando alle cose da fare.  Recupero l’uscita velocemente. Respiro,  cambio un po’ d’aria. Dall’altra parte del corso,  sul viale,  il tram doppio,  arancione ha appena richiuso le porte centrli”bam”nonostante le guarnizioni in gomma,  “sfiuuuu” e la ripresa lenta grazue al pantografo lo muove verso Porta Palazzo. Le signorine appena scese sono carine e incappottate e si dirigono a puedi verso il centro con l’aria di chi la sa “universitaria”. Hanno chiome a coda di cavallo, occhiali da studentesse e ridono e muovono il capo come se stessero ripetendo frasi di alcune canzoni. E mentre parlano o cantano sorridono smuovendo la coda. Le chiome degli alberi invece sono di altra bellezza nell’esporre  le loro prime modifiche “cromatiche”. L’autunno ormai ha lasciato le porte ed è  entrato a tutti gli effetti dentro di noi. C’era una volta,  qualche mese fa e anno fa  (nel senso di scritta da Cesare Pavese) “La bella estate” ormai terminata. Domani è  domenica 23 ottobre. Una giornata ricca di storia: non perdiamola. A Porta Palazzo d’ “ora” della festa,  di “sguardi diversi” poetici e belli.

Nel frattempo recupero Feltrinelli per gli ultimi scampoli di questo “Sabato pomeriggio”,  a cavallo tra la poesia,  la musica e il religioso.

Porta Palazzo:racchiude molte cose ed esiste in altre ore

Torino24 9 2015 Porta Palazzo.Foto Borrelli RomanoNel cuore di Porta Palazzo il cuore batte. Forte. E i cuori pulsano. Di vita. Sarebbe un peccato caratterizzare qualcosa o qualcuno e lasciare nel sonno della nemoria altri. Porta Palazzo e’ da sempre un tripudio di immagini: tutte belle. Visi concavi, mai convessi. Essere spugne e accoglienza. Tutti, ma proprio tutti rendono bello questo posto.  Tra l’altro, l’unico posto di Torino ad avere un tram circolare,  destra e sinistra con un unico capolinea (il 16, a piazza Sabotino, pero’). Vista da quassu’, (la piazza o il mercato), del “metro e 88 della memoria”,  (ma anche da lassu’ della Mole o dalla mongolfiera) non si puo’ certo dimenticare che in questa piazza la dolcezza e l’amore hanno trovato sempre la loro sorgente e il loro sbocco naturale. Non ho mai compreso fino al fondo delle loro cose se “Damarco” o “Da Marco”  fosse la denominazione giusta o un complemento per specificare da chi. Fatto sta che una moltitudine di anziani sceglieva proprio quel luogo o quella  persona per “impasticcarsi” dai loro risvegli pomeridiani. Un carosello di caramelle esposte in vetrina  non hanno mai fatto venir meno il loro dolce lavoro: valda, al miele, mou, alla menta e una infinita’ di altre pronte da riversare e “stazionare” nelle numerose tasche che solo i saggi sanno avere:profonde e senza fine. Sia chiaro: a loro ne basterebbe una soltanto ma e’ agli altri che pensano e penseranno. Sempre. E certo per non far torto ai ragazzi, alle loro emozioni e ai loro giovani amori, da queste parti esisteva anche la caserma dei vigili del fuoco, agenti sempre pronti a salire sui loro mezzi, ad accendere la sirena e raffreddare facili entusiasmi nel caso di ormoni difficili da gestire ospesso impazziti. Manicotti alla mano…il resto era solo tutto caos al caso di qualcuno…Ah…Porta Pila…Equazione da risolvere.

“Ora” a Porta Palazzo…

Torino Porta Palazzo. Foto Borrelli RomanoMi e’ sempre piaciuta Porta Palazzo, il piu’ grande mercato europeo all’aperto, a prescindere “dall’ora”  e dai tempi. Che siano cento o piu’ non importa. Sara’ per via della tettoia, di pascoliana memoria, sara’ per via di quel Maciste che un po’ per scena un po’ veramente per “sole 50 lire” tirava su un masso enorme, dilatando tempi e attese per la gioia di grandi e piccini. O forse per quello stand del formaggio, del venditore col cappello e con la matita dietro l’orecchio e di tutti quegli zero che sembravano tanti palloncini e che forse se da quelli restava qualcosa la mia mamma sulla strada del ritotno non mi faceva mai mancare una brioche o un pezzo di pizza. O molto piu’ probabilmente il piacere deriva da quel capolinea vicino “i contadini” e che faceva tanta periferia. Un po’ come oggi.

La ragazza del 3

Foto Borrelli Romano, MilanoUn ragazzo vede una ragazza.Sul tram. Il tre a Milano. Le piace. Parecchio. Forse anche a lei, ma questa scende dal tram. Lui per timidezza non dice nulla. Lui, solo. L’obliteratrice, gli altri, lo sferragliare nella testa:”quanto sono scemo”. Maledetta paura. Gia’ immaggino come gli battesse  forte il cuore e come non avra’ dormito la notte successiva. Non ha osato ma fara’. Fara’ stampare 700 volantini in cui la descrive, cerca aiuto, vorrebbe ritrovarla. La ragazza del tram. Una storia d’altri tempi. Dolce. Forse come quella storia tra Diego e Marilisa, avvenuta e consumata. Qui no. Roberto, questo il suo nome, fa di tutto. Sarebbe bello scriverci su, un libro, un racconto. A volte ci si trova, dopo anni, a volte, dopo poche ore, o un giorno.Gia’ perche’ parrebbe che Roberto sia riuscito a trovare lei. A volte ci si trova e ci si incontra, dopo un anno. In questo caso, invece, ecco la sorpresa, di Pasqua, del dopo Pasqua.L’amore, questa bellissima parola, cosa e quali magie non sa fare…Mi, 6.1.2015 foto Romano Borrelli

All’uscita dal cine.”Visioni”…differenti

Foto Borrelli Romano.Torino pzza StatutoAlle ore 13 la fermata del bus e’ affollata da ragazzi e ragazze appena usciti dalla sala cinematografica, un’ora insolita, a dire il vero, per la visione di un film. Senza pensilina, tutti ammassati quasi uno sull’altro. In questo fazzoletto di terra separato da due binari di tram, l’unica certezza sono le pizze appena sfornate dalle numerose pizzerie al taglio,  comprate al volo dai numerosi studenti universitari appena usciti dalle aule.  Chiazze di olio e sughi vari lasciatei su mazzi di fotocopie sotto braccio. Ah, quanti e buoni profumi! E a noi invece solo i profumi con gli sguardi “verso” il corso per “volgere” verso Palazzo Campana e casa Gramsci. Strani incroci anni ’70 e studenti 2016. La folla impedisce la visuale. “Mattia vedi tu se arriva che sei il piu’alto”. Ma il suo ciondolare avanti e indietro in pochissimi centimetri quadrati fa capire che non ha assolutamente voglia di allungare il collo per dire se il 18 arriva o meno. Siamo avvolti in una nuvola di fumo e vedere l’arrivo del 18 e’ cosi impresa ancora piu’ difficile. Una ragazza sui 25 o 30…o “29” racchiusa nel suo cappottino grigio doppiopetto bottoni neri, capelli neri e viso rosa, un naso ben fatto con occhi scuri mi sorride e mi viene incontro nella rispista che avrebbe dovuto dare Mattia: “sta arrivando il bus”. Si ferma e tutto resta per alcuni secondi immobile, forse per salire o forse per valutare se salire su questo o sul prosdimo. Saliamo e siamo una tempesta che si perde. Piccoli ‘atomi’ alla ricerca di un posto qualsiasi. Saliamo dalle porte centrali e convergiamo verso il “girello centrale”. I ragazzi sono ormai dispersi come previsto per il “dopo cinema”: sciolte le righe ognuno per se e Dio con tutti. Noi, io e la brunetta, sciogliamo una qualche intesa e cominciamo a parlare, del film, delle solite cose: ti e’piaciuto, si, no, i soggetti, l’ambiente, ma mai nello specifico di quello. E’ straniera ma parla bene l’italiano. Parliamo, parliamo, parliamo…la fermata si avvicina…condividiamo molti giudizi su quanto visto. Su una cosa non ero d’accordo. A me faceva piangere, a lei no. Poi un’altra: a lei piacevano le musiche a me no. Ancora: per me era d’attualita’ per lei storico. Carina era carina ma piu’ passavano le fermate e piu’ mi non ci capivo poi molto, a dire il vero.  Prendo coraggio e chiedo:”scusa ma tu non eri al M?”, le chiedo. “Si, mi risponde. Al primo”. In quel preciso istante ho capito che eravamo si nel medesimo cinema ma in sale diverse”. “Visioni” differenti. Gia’ ma “Visioni” non e’….solo da cine ma ancge da “libro”. Intanto Mattia mi strattona: “Professore siamo arrivati, siamo arrivati”. E io, angoli della bocca all’ingiu’ nell’atto di una smorfia da pianto seguo Mattia  il quale  all’inizio di questa stupida storia non vedeva l’arrivo del bus lasciando cosi spazio a quella brunetta carina mentre ora vede e benissimo la fermata d’arrivo, chiudendo irreparabilmente le porte tra me e la brunetta. Quel che non riusciva a vedere all’inizio lo vede chiaramente ora. Al termine. Signore e signori, the end. Il film e’ terminato. “Visioni”. Da libro. Dopo il cine.

Sotto l’albero, Sopra l’albero

L’albero di Natale torna come ogni anno sotto l’atrio di Torino Porta Nuova. Solitamente, dall’albero, si raccolgono i frutti, ma io, noi, li abbiamo portati dopo averli diligentemente “elaborati”.  I frutti del lavoro, dell’insegnamento, dell’apprendimento. Pronti, via. Due fermate di metro in una giornata da mezzi gratuiti e porte aperte, non solo quella  Santa. Porte aperte nella metro. Bus, tram e metro gratuiti. A Torino. Oggi e domani. Una mano, 5 dita: Pentateuco, Vangeli piu’ Atti degli Apostoli che fanno 5 e che insieme formano due porte, dell’Antico e del Nuovo Testamento. Poi, ci abbiamo messo i 5 pilastri dell’Islam e i 500 A.C. del Buddusmo. In una cornice di induismo. Nella mano, i primi 5 secoli d.c tra storia e arte. All’interno di ciascun dito un valore e un fatto importante per ciascun ragazz* . Poi, il valore piu’ importante e’ stato impresso, disegnato con una mascotte e battezzato con nome.  Su di un altro foglio. Meglio evitare di pubblicizzare troppo fatti personali. Terminato il “modulo” abbiamo deposto sull’albero i frutti, sentendoci tutti un po’ responsabili,  l’uno dell’altro. Poi, una bella foto e di corsa a scuola. Chi sul banco, chi sulla cattedra.Torino 10 12 2015, foto Borrelli RomanoTorino 10 12 2015 foto Borrelli Romano

Effetti Primaverili

Colori primaverili. Torino vs Parco Dora.foto Borrelli RomanoProfumi che ricordano e aiutano  ricordare. Una porta,Torino.foto, Borrelli Romano di una casa, di una stazione, una piazza.Torino.Foto Borrelli RomanoTorino Porta Palazzo.Foto Borrelli Romano. Piove. Pioggerella?  Cielo grigio  e grandi speranze. Il rumore della pioggia entra dalle finestre. Immagino la bellezza dei colori, e dell’acqua scivolare su fiori e piante che ornano i giardini di aprile,  appena sotto casa. Le panchine, le grida gioise dei bambini. I profumo…del mosto selvatico. Colori e loro bellezza che paiono  dire che a volte l’universo ha solo voglia di essere contemplato. Un tantino prevenuto rispetto alla consapevolezza… ma poi quando ci si sofferma ad osservarlo e con lui la sua eleganza,  bhe allora l’universo pare contento di ciò. Forse un premio alla riflessione. O all’intelligenza. Un inchino. Alla poesia.  Una poesia (con “Hanka”). Dopo la pioggia,  il sole pare essere un pochino pigro,  oggi. Fa i capricci. E’ un biricchino. Come un bambino che ha solo voglia di continuare a giocare e di rientrare proprio pare non averne voglia. Ed e’ bene sia così.Che illumini vita e vite. “Che luce che c’e'”.   E allora si canta.  “In amore vince solo chi aspetta/l’ho impararo sulla mia pelle/e mentre ammetto alzo le spalle/rassegnato come il sole/dopo l’ennesimo temporale.” Ma siamo qui. Ora.  Aquiloni in cielo reclamano il proprio “Diritto di volare”. Come in un colouring book,  un cielo primaverile. E allora… “share the love,  share the love… ” Logico,  no? In natesa di domani. Dell’Ostensione con nuovi eventi alle porte di Torino. Duomo Torino.Foto.Borrelli RomanoL’attesa di “un amore più  grande”, (Antonello Venditti: “l’amore piu più grande è nell’attesa”) un nuovo vecchio tram,  il 6,Torino piazza Statuto.Foto Borrelli Romano  Torino piazzs Statuto.6.foto Borrelli Romano.di una via Roma chiusa definitivamente alle macchine e tanto altro ancora.Torino.foto, borrelli romano. Torino vs Parco Dora.foto Borrelli Romano

Dalla cabina per…fototessera

Torino gennaio 2015, foto, Borrelli RomanoDal metro della cabina telefonica al metro della cabina…fototessera. Chi la ricorda? Eppure anch’essa conserva qualcosa di così ….romantico oltre che essere stata oggetto di una certa utilità pratica. Entravi li dentro, dopo aver fatto scivolare una banconota da 5 mila lire (oggi, euro) e in  pochi minuti  4 mini foto erano pronte per l’abbonamento del tram.  O per il posto di lavoro. Appena uscite, sentivi il rumore dell’asciuga-capelli. Ma non bastava. Le sventolavi e ci alitavi su. Era cosa sacra. Guai a rovinarle.Torino, interno fototessera. Foto, Romano Borrelli. Gennaio 2015.

La cabina telefonica, prima. La cabina per fototessera, poi.Capitava di usarla, anzi, di fiondarti dentro, al rientro da una passeggiata, in dolce compagnia, nelle serate invernali, quando il calore non è mai abbastanza. La ricerca della cabina, per foto,  era un’appendice, un’aggiunta di miele, di calore, la possibilità di un abbraccio un pochino più stretto, serrato, a quelli mai abbastanza scambiati come si vorrebbe, diversi da quelli dati…precedentemente. Insomma, era la macchina per giovani studenti appiedati e senza soldi. Entravi e continuavi a condividere. Dopo la serata, la cena, l’amore. Un sedile, bianco, in due. Torino, gennaio 2015.  Fototessera. Foto, Romano BorrelliStretti-stretti. Sembrava una vite, quel sedile. Giravi, giravi, giravi. Nello specchio cominciavi a rifletterti, a fare smorfie, a trovare la posa più adatta. E ridere. Quella voce metallica ti diceva quanto mancava allo scatto, cosa inserire, se accettavi o meno quelle che potevano essere le foto “stampate” (mica pubblicate) e il formato desiderato. Ma onestamente, chi se ne importava di tutte queste  disposizioni? E poi, la tendina. La mitica tendina. Una frontiera. Noi e il mondo. E chi se ne fregava, del mondo fuori. Il mondo era li dentro, in quel metro, in quella cabina. La tendina così simile a quella dei treni, a separare lo scompartimento dal resto del corridoio. Un po’ di intimità. Che… “relazione” tra tendina di treno e tendina di cabina. Sognare. Occhi chiusi, occhi aperti, nessuno ti doveva, deve, vedere. Nessuno deve sapere. Anche per una fotografia. Era così lontano il tempo dei social. La condivisione era per due. In un minuto c’erano una sommatoria di minuti indeterminati da custodire gelosamente in un futuro indeterminato, nel portafogli. Nei portafogli. Non solo un minuto. In un minuto, tutto. Ho passato notti a stendere la tendina in un treno, immaginandomi al mattino di tendere la tendina della cabina. Al mattino, non riuscivo mai a trovarne una. I cellulari  sono diventati ottime macchinette fotografiche, ma anche una moltiplicazione dei pani e dei pesci. Colpa dei social, una cabina senza confine. Selfie all’aperto, senza tendina. Talvolta, quella tendina, riparava da certe intemperie. Almeno per un minuto.   Oggi un minuto è pure troppo. L’affaccio è istantaneo.

Ps. E’ comunque bello vedere queste due quasi solitudini che resistono e attendono e forse nell’attesa esiste il grande amore. Una cabina telefonica, una per le foto. Al riparo da un porticato. Un posto che non è solo un capolinea ma un inizio di corsa, le chiamate, le risposte, il treno che arriva, il treno che parte, il sottopasso e la linea che va giù. Riprendi la cornetta, inserisci le monete e il tempo passa…l’università, la biblioteca, il posto da cercare…il posto al lavoro, il posto nel mondo e qualcuno che ti tiene sempre un posto. Dove, ognuno lo sa.