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Per non dimenticarli. Per non dimenticare. Mai.

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Per non dimenticare mai…anche se con qualche ora di ritardo…Un ricordo per non dimenticare, mai.

Per stare sempre con chi soffre sul luogo di lavoro, che lo difende.  Al fianco dei diecimila metalmeccanici che hnno sfilato per le strade di Torino con l’obiettivo di contestare l’accordo separato sul contratto nazionale. Per stare al fianco di chi soffre, grzie ai tagli effettuti negli anni scorsi, nelle strutture statli, lavorando in condizioni al limite della sicurezza. Per esempio, in alcune  scuole, le misure di sicurezza, sono dvvero rispettose delle norme? Mha…Per esempio, i lettini delle scuole materne…vogliamo parlarne? Vogliamo? O non vogliamo? Vogliamo parlare anche di altre cose? Vogliamo? Perchè i lavoratori, 135 mila precari compressi, alla lunga, si seccano anche,  ragione…………….E la sicurezza mi riguarda.

Al fianco della Fiom.

“Gig” lancia i componenti: a meno di mille euro.

In questi giorni ho pensato spesso ad alcuni personaggi “resistenti”: al capitale, alle avversità, alle delocalizzazioni. Uno di questi  personaggi è Rosanna Nardi, lavoratrice presso la Stabilus di Villar Perosa, una azienda metalmeccanica distante circa 20 kilometri da un’altra azienda in difficotà, la Indesit di None, e in prossimità di un’altra azienda, la Skf di Airasca.  Rosanna è una donna che sta lottando, per non “farsi portare via la fabbrica”, come si poteva leggere su Liberazione. Portare dove? Verso altri “lidi”, magari dove il costo del lavoro è più basso, magari dove si possono percepire 350 euro al mese, senza tutele. Già, perchè a quanto pare, le tutele si apprestano a diventare degli optional. Ma gli optinonal un tempo non erano riservati ai soli manager, quelli che ora si vorrebbero “salvare”, magari come oggi affermava Sergio Bonetto, avvocato di Torino, con una norma anticostituzionale”? (Liberazione, Fabio Sebastiani). Gianni Rinaldini accosta a questo tema una similitudine già usata in altri frangenti: “Un’altra porcata”. Cosa? “L’articolo salvamanager” il 10-bis, contenuto nelle modifiche al Testo unico, oggetto in questi giorni del confronto alla Conferenza Stato-Regioni. A detta degli esperti si manomette l’istituto dell’obbligo di impedimento”. ‘E’ interessante la lettura dell’articolo che paragona questo “salvamanager” al “Lodo Alfano”. “Con questa sorta di lodo Alfano introdotto da Sacconi, come si legge nel testo, – il non impedire l’evento equivale a cagionarlo,- ma solo alle seguenti condizioni”: che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli articoli dal 56 al 60 compreso del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate. I soggetti sono: preposti, medico competente, progettisti, fornitori e lavoratori’. Da queste righe si può interpretare come sostiene Cremaschi “una sorta di bonifica dei processi“. A partire da quello Thyssen. Ma in questa giungla “metropolitana globale” parrebbe che il mondo stia andando davvero alla rovescia. Mentre lungo le periferie del torinese, e non solo, molte bandiere rosse  nei pressi dei cancelli delle fabbriche indicano “stato di agitazione ” o delocalizzazione in atto, molti si stanno affannando a parlare di “sglobalizzazione”. Possibile? Certo non possibile seguendo le parole lanciate come slogan da alcuni: protezionismo, o addirittura autarchia. I segnali degli ultimi tempi ci indicano di navi container mezze vuote, aerei nelle identiche condizioni; addirittura una notizia di alcuni giorni fa indicava, in un posto lontanissimo da noi, dei ragazzini che smontavano pezzo per pezzo per pochi centesimi di compenso i container non più utilizzati. Con gravi rischi e conseguenze per la propria salute. Tutto questo mentre nel nostro Paese, di rimbalzo dall’Inghilterra, sempre più persone, donne e uomini, si protendono a vivere in prima persona da “gig”. No, non è in atto una “ri-proiezione” del famoso cartone animato.  Gig,  che significa “estemporanea”, e da qui, forse dopo aver lanciato “un paio di componenti, quando va bene, perchè a volte ne servono tre”, si arriva al “giganomo”, un neologismo inglese che indica il precario a vita. Quindi, in sintesi, i “componenti lanciati” dovrebbero fare “una unità”. Tre per uno? Si direbbe di si. Disponibilità, sempre e garantita e flessibilità, come al self service: “24 ore aperto”.  Ma questa realtà fa assaporare i suoi frutti anche nel nostro Paese. E non è un fenomeno dei soli professionisti, ma di gente comune. Magari non sotto i riflettori, ma in carne ed ossa comunque. Fortunatamente, una volta tanto “siamo stati scippati di un primato”: i mammoni sono domiciliati in Inghilterra, terra dove incide maggiormente la loro presenza.  Un primato “perso” a cui fa da controaltare il gran numero di “master-card” da ottanta euro ogni bimestre” che gli anziani riescono a sfoggiare. Ma, per tornare ai personaggi che riescono a resistere ed essere da stimolo ed esempio per molti compagni di lavoro e di lotta, non posso non pensare ai commenti arrivati sul blog, e in via riservata nella mia e-mail, riguardanti le elezioni sindacali imminenti alla SKF. Si è parlato di filosofia, e Barbara devo dire che è stata molto chiara nell’esprirmere un concetto di un filosofo. “Sbagliano quelli che pensano che la vita si spiega con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che ride” (Volpi). Pur non facendo parte di “conventicole” particolari, di “non avere santi in paradiso”, di non avere “sponsor di quelli che contano” e che quando ci sono soffiano “sulla vela che per altri migliore” ma solo in apparenza, credo che Barbara meriti questo piccolo riflettore, un blog, (ma che ormai non  solo più questo) che dica a tutti, in modo chiaro e forte, che la sua candidatura è solo e soltanto di “servizio al compagno di lavoro”. Un servizio e non uno strumento di potere o “trampolino” di quelli che si costruiscono sovente, ma che molto spesso non hanno nessuna utilità. Coraggio Barbara.

“Bra, Bra, stazione di Bra, Bra”.

Ieri, dopo aver svolto il mio lavoro, ho partecipato a due appuntamenti. Il primo, un incontro con gli amici con cui mi impegno in politica; il secondo è stato, forse, più emozionante, (perchè concludeva un ciclo di incontri, di lavori, iniziato nel luglio dello scorso anno intorno ad un tavolo, nell’ora di pranzo, con Fabio Bailo direttore dell’Istituto storico di Bra. Ed è di quest’ultimo appuntamento che vorrei parlare. Ieri sera, infatti, a Bra, è stato presentato il volume numero 14, Bra “o Della felicità”, Storia e storie del nostro territorio. L’appuntamento era per tutti i braidesi che ormai vi partecipano da quattro anni a questa parte , e per molti altri, provenienti anche da fuori; inizio previsto, ore 21 presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Bra (Cuneo). All’interno di questa bellissima rivista, il cui direttore è Fabio Bailo, conosciuto all’Università di Torino, vi era anche una pagina che mi riguardava, a pagina 93. In quella pagina vi è la foto, della discussione della mia tesi con il Relatore, professor Giovanni Carpinelli presso l’Università di Scienze Politiche di Torino ed il correlatore professor Sergio Dalmasso (consigliere regionale piemontese); titolo della mia tesi specialistica in Scienze Politiche Specialistica “Lo spirito e le circostanze di un’impresa culturale: l’istituto storico di Bra“. Nonostante lo studio di documenti utili per fare storia (pubblicati dalla rivista), tutti i numeri della rivista, le interviste a molti braidesi da me effettuate, quello dell’appuntamento con il pubblico era un aspetto che mi mancava. Quando sono arrivato, l’Auditorium era stracolmo: vi erano anche una novantina di persone in piedi. (anche io ho partecipato al fondo, in piedi, cercando di annotare qualche appunto utile da riportare sul blog). Sul palco, vi erano: Carlo Petrini, Elisa Panero, Ettore Molinaro, Fabio Bailo ed un gruppo comico, davvero divertente, nonostante io, non essendo piemontese, non abbia capito molto. Ho trovato una buona fetta di braidesi pronta a farsi coinvolgere dalla memoria, ma senza mitizzarla troppo; un clima quasi famigliare, dove indirettamente tutti avevano qualcuno o qualcosa da ricordare. L’uditorio non aveva una fascia di età omogenea: vi erano infatti uomini e donne che hanno contribuito in qualche modo alla costruzione di un pezzo di storia, alle ragazze e ragazzi di oggi, pronti a fare lo scarto tra cio’ che veniva descritto e quanto vi è ora a Bra. Grande attenzione soprattutto ai ricordi dei bar, dei biliardi: più volte è stato detto quanti ne contasse Bra (davvero tanti per una cittadina di quel tempo). Grande attenzione è stata prestata nel momento in cui si è ricordato come si passavano le giornate di vacanza, terminati gli impegni scolastici; ci si aggregava componendo una enorme compagnia, con livelli di età e di condizione diversa: chi avrebbe ripreso scuola a settembre e chi si proiettava nel mondo del lavoro, ma tutti con un collante unico, (di moda anche a quei tempi): lo sport, il calcio. Incredibile mi è parso il modo di “fare compagnia”, (così diverso da quello attuale), ma pieno di “materialità” e non di virtualità come avviene oggi. Ciascun ragazzo metteva a disposizione ciò che aveva (cioè le poche lire) al fine di “fare una grande colletta” e comprare Tuttosport, giornale sportivo piemontese. L’oratore migliore si prestava alla lettura per tutti. Le notizie erano urlate creando disturbo il più delle volte. Era questo il modo di relazionarsi per un gruppo di ragazzi che andava dai 14 ai 18 anni e che dovevano riempire vuoti senza tempo.
Il biliardo, invece, era per i più grandi. Una ragazza a me vicina, con due occhi bellissimi, verde speranza, vedendomi scrivere, (e chiedendomi chi ero) mi ha chiesto cosa ne pensassi io tra quel modo di fare amicizia e gruppo e quello così virtuale, poco duraturo di oggi, composto da telefonini, chat ecc. ecc. Ho risposto brevemente (per non creare rumore), e le ho risposto che oggi, le relazioni possono nascere con un messaggio, e possono finire allo stesso modo: solo la sofferenza successiva è reale. (personalmente mi è capitato di conoscere una ragazza in questo modo, ma di soffrire poi realmente. Quando ti conosci in modo virtuale, c’è lo slancio sicuramente, ma si toglie tutto il “gioco della relazione, le emozioni….insomma, virtualmente vi è poco di strutturato. Per me, ho risposto a quella ragazza è un po’ come i giochi: una volta si giocava a “facciamo che io sono….e tu sei…..” oppure a giocare con la sabbia; oggi, invece altri giochi non permettono una crescita migliore, secondo me).

Per tornare alla presentazione della rivista, giunta al suo quarto anno di attività, ricordo brevemente (perchè altrimenti toglierei il bello di acquistarla) il bellissimo intervento di Elisa Panero, su Pollenzo, “la città di un impero”, ora frazione, ma un tempo una città. Il riferimento che è stato posto più volte ha inciso sulla “cultura materiale”, l’organizzazione del territorio, i monumenti, le piazze, il mercato e tutto cio’ che una città può presentare. Elisa Panero ha ricordato anche questioni politiche e sociali di quel tempo a Pollenzo. Interessante è stata la risposta a Carlo Petrini su quanti potessero essere gli abitanti di Pollenzo in quel periodo storico. Tra 13.000 e 17.000 è stata la risposta; il calcolo è stato ottenuto conteggiando gli spettatori presenti all’interno dell’anfiteatro. Un altro intervento è stato effettuato da Ettore Molinaro sui fratelli Craveri. La presentazione era affiancata da numerosi video di breve durata. Interessantissimo è stato l’intervento del direttore della rivista Fabio Bailo sulle case di tolleranza. Bravissimi infine i comici: capaci di suonare, cantare ed entrare nel momento giusto in una discussione così piena di temi culturali. Verso le 23, 15 circa, la serata si avvia a conclusione; mi reco al tavolo, dove alcune persone erano addette alla sottoscrizione di nuovi abbonamenti e alla vendita dell’ultimo numero della rivista. E’ stata un momento entusiasmante, perchè molte persone, soprattutto giovani, mi ponevano domande sulla stesura della mia tesi, che ha riguardato non solo la rivista, l’attività di Petrini a Bra negli anni ’70, ma anche slow food, i presìdi alimentari, terra madre, i problemi legati all’alimentazione e malattie ad essa collegate. Forse lo scopo di tutto ciò era cercare un nesso fra presidio storico e presidio alimentare. Prima di andare via, ho ricevuto i saluti ed i ringraziamenti da Fabio Bailo e Carlo Petrini. Quest’ultimo, in particolare era interessato a leggere parti del mio volume, ( ci continuo a lavorare ancora, perchè l’argomento mi interessa), e a sapere se un’iniziativa simile potrebbe prendere piede anche nella mia città.
Dopo i saluti, mi avvio verso una salutare dormita; alzo gli occhi al cielo e vedo una bellissima “Zizzola” (simbolo di Bra su una collina) illuminata: “sì, è davvero romantico, questo posto”, penso in solitudine.
Questa mattina, all’alba, la sveglia. Alle 6.40 (come una canzone, ancora in vena di romanticismo), prendo il treno del ritorno verso Torino Porta Susa, stazione sotterranea. All’arrivo, circa le 8.45, la mia felicità, il mio romanticismo vengono interrotti: sulle scale mobili, alla fine, una scritta, un marchio, colpisce la mia attenzione: “Thyssen”. Sono nuovamente a Torino.
Lungo il viaggio, avevo pensato agli operai degli anni ’50, quelli descritti da Arpino, quelli che continuamente viaggiavano tra Bra e Torino e viceversa, con le sciarpe che avvolgevano interamente il viso, con alcuni che “recuperavano” il sonno perso ed altri che “consumavano la colazione” in treno. Altri che, con i loro racconti evidenziavano la classe operaia, la loro coscienza, la loro voglia di fare, anche politica. Oggi, forse, tutto ciò non c’è più, o resta poco di quella memoria; ed anche la puzza di pelli, o l’odore delle concerie, che “anche nelle giornate di nebbia permettevano di riconoscere Bra pur non vedendone il cartello”.
Forse quella Bra non esiste più, e difatti guardavo all’interno del treno, facce con le sciarpe ma giovani e non visi di fabbrica; forse la situazione di Torino è identica, con meno operai, ma io non voglio rassegnarmi a vedere solo un marchio alla fine di una scala mobile: quellla scala mobile è stata costruita da una classe operaia che c’era, e ci sarà sempre.
Alle otto, inizio la mia attività lavorativa. Tutto sommato, ho ritrovato un pizzico di romanticismo. Quella collina illuminata, ha fatto sì, per breve tempo, per un breve attimo, ch’io pensassi ad un sentimento bello come l’amore …. quante coppie si saranno innamorate sotto quella collina?

Un anno dopo la tragedia della Thyssen, a Torino

Sabato, 6 dicembre 2008: un anno dopo la tragedia della Thyssen, a Torino.
Ore 10: corso Regina Margherita, Torino.
Immerso nel freddo torinese, con un sole che non scalda, insieme ad altre persone, per la verità non molte, mi domando come mai la città, la gente, i lavoratori non abbiano risposto in maniera massiccia ad un appuntamento, ad un ricordo, per non dimenticare le vittime del rogo.
Durante la marcia, chiuso nel mio silenzio, cerco di ricordare quelle persone, mai conosciute, ed i loro famigliari. Cerco di ricordarle, di commemorarle: “erano uscite di casa per andare a lavorare, non per andare in guerra!”.
Penso a come sia cambiato il mondo del lavoro negli ultimi venti anni e come lo era una volta. Penso a come quegli operai abbiano cercato fino in fondo di difendere quel posto di lavoro che di lì a poco non ci sarebbe più stato. Penso a tante cose, nel mio silenzio, fino all’arrivo, davanti al Palazzo di Giustizia di Torino.

Sono circa le 13,00.

L’indomani, domenica, compro alcuni giornali e scopro quanti pochi effettivamente eravamo:

la Repubblica: “a Torino solo cinquemila sfilano per le vittime“;

La Stampa:  “Ministri assenti alla manifestazione di Torino“.

Il Manifesto: “in cinquemila per non dimenticare le sette vittime del rogo ma, nessuno del governo e delle associazioni industriali ”.

Liberazione: “Governo, sindacati e sinistra: sulla Thyssen siete stati pessimi”.

Eppure, su La stampa dello stesso giorno – in un box, – un altro articolo, poneva in risalto che: “altri mille morti dopo quella notte all’acciaieria”.
Perchè, allora, questa distanza da eventi che si ripetono in continuazione?

Romano Borrelli