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Un viaggio: dalla passione alla passione

DSCN3734DSCN3709“E’ una notte bianca. Spendida. Una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani. O anche no. Il cielo è un cielo così stellato, così luminoso che, a guardarlo, non si può fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?” (Dostoevskij, Le notti bianche).  E’ bello volgere al presente questo capolavoro che continuamente rivive nella storia dell’amore di ciascun innamorato, corrisposto o meno. E’ piacevole non rinunciare mai ad un sogno, ad una passione, ad un viaggio, al ricordo di un amore catapultato nel presente, anche quando, avvolto ormai dalle nebbie, si dirada e si sbiadisce nel tempo. Tempo fermo, immobile a quell’unicità irripetibile, forza dirompente di una mano  e dita che intrecciano e allacciano altre dita e altra mano in un gioco intimo; tempo irripetibile di un bacio donato, di un cuore che si apre, al futuro, al desiderio, alla speranza, alla voglia di… Ricordo e tempo riproposti.  Sono le notti bianche, dei biglietti, ferroviari e non, vergati a mano o al pc, nel chiuso di qualche stanzetta o al bar della stazione;   documenti storici, testimonianze dirette, vissuti, in prima persona.  Fino in fondo. Nell’era dei social network la scrittura umana e non solo da tastiera riprende il sopravvento. Le persone si materializzano, si espongono e con esse i sentimenti, e ci provano e ci riprovano. Non più a connettersi ma entrare nella storia dell’altro, altra, assorbirla fino in fondo. Finalmente! Era ora.Ora è altra era. Non più bacheche pubbliche, ma luoghi pubblici, trasformati in un santuario dove riprodurre il mito e ritualizzarlo: un atrio di stazione, il primo viaggio, una porta, il primo incontro. Un pertugio che ne suggella quell’istante. Un santuario aperto o chiuso, dove ritualizzare. E depositare un fiore, fiori.  Esibire, forse a sè stessi, o forse ad altri, un amore in viaggio o il viaggio di un amore o l’amore di un viaggio. Un viaggio chiamato amore. Probabilmente esposti per noi stessi, a infonderci coraggio, così, un po’ per “riprovarci” in qualche modo. Contro tutto e tutti. Con quell’energia rivoluzionaria e la fantasia del visionario.  E il mezzo per dirsi assume la forma di un biglietto. Di ricordo, di supplica o di elogio dell’unico amore. Andato, e vissuto. E per dire grazie, di quella bellezza avuta. Come per D 3,8 baciato una volta da NM. Auguravo un biglietto di sola andata, ma ora, provvedo ad augurare anche un ritorno. Per NM, verso D. O un augurio solo per D 3,8, per ritrovare NM. Chissà. Un riprovarci diversamente.  A lieto fine. Dove D 3,8 ha ritualizzato ancora una volta l’evento e lo ha fissato, stretto, richiuso ad una simil porta. Speriamo possa essere girevole. Andata, ritorno, e non di quelle che attraversiamo negli autogrill, dove i personaggi si sfiorano senza sapere nulla, di loro, si scambiano un’occhiata, ma… Ha legato stretto stretto, il suo ricordo, mai sopito, mai sbaidto. Lo ha cementato, asfaltato. Un amore, vissuto 365 h24, alla seconda,  ricordato, rimpianto, teneramente e rinnovato, a quanto le sue parole lasciano capire. Un orologio interiore, fermo, di un anno, poi due, poi….. L’inchiostro della stampante si materializza e gronda, tasuda, dal foglio A4,  in foma di piombo, pesante e leggero allo stesso tempo. Triste ma vissuto intensamente, anche se lacrime amare, si possono immaginare sul suo viso, condite,  a speranza inespressa. Un amore andato, dopo una panoramica veloce di qualche mese,  un breve viaggio  sulle ali dell’entusiasmo all’interno di un bossolo “sparato” a mille come il suo cuore, nella pancia della Mole, per approdare fin sulla sua stella. Panchine trasformate in simil lettini rossi, buoni da sdraiarsi e riposarsi, stendendo le gambe e lasciarsi andare. Chissà. Un viaggio breve e lungo, come soli certi amori sanno creare. E’ la grande bellezza torinese, per D 3,8. Una bellezza tutta sua. Ora forse, non  piu’ sua, fisicamente. Idealmente, si. Quando si dice la forza delle idee. Forse “la sua situazione personale” era talmente forte da “impedire a NM di poter vivere in maniera spensierata, anche nel rapporto”.  O forse assorbiva tutta la storia di NM e l’aveva fatta sua per intero. NM, L, E…Senza mezza misure. Magari come si comportano altri spensierati e spensieratamente vivono e lentamente e volutamente feriscono: F, con moglie a carico e figlio di scorta a cercare di riempire i suoi vuoti esistenziali,  NM…Ma lui, D 3,8,  no. Non riesce ad essere spensierato, nella sua diversità, nella sua sensibilità. Lui assorbe. Ama totalmente, non a metà, come F, ammesso che F sappia cosa voglia dire amore. NM ha chiuso la porta girevole dell’amore a D 3,8, così, senza motivo, dicendogli “fine del viaggio. Un Romeo che ha avuto nel giro di poco la sua Giulietta.  E in altro poco è stato scaricato. Se fin da subito o dopo, nulla è dato sapere, di questo.  Si aspetta un ritorno. E chissà. Un richiamo, qualcosa. Un urlo, un grido, nel pomeriggio, silenzoso. O solo il desiderio di dire grazie,  e “di felicità che hai dato ad un altrui cuore, solo, riconoscente”.  (Dostoevskij). Nelle notti bianche di Torino come in quella di Pietroburgo. Un amore, il suo, di D 3,8, la cifra di…ora….Disperato, forse. Ma non da oggi.O forse da mai. La testa di D 3,8 è ancora lì sopra, su quel balcone o terrazzo del simbolo torinese e del suo amore. O su quel tavolino ripiegato. Su di sè. Le sue labbra sono ancora bagnate, da quel bacio di vita, per la vita. La sua. Le dita della  mano sono ancora umide, appiccicaticce, dalla stretta di NM, che non mollava, allora, la presa, NM che da molto ha mollato lui. E lui non ha ancora scaricato il ricordo di lei, e del suo bacio. Quell’inchiostro, piombo, trasformato in lacrime, sembrano petali che lentamente si abbandonano al loro destino, in questo freddo torinese. Rose, fiori, mazzi di fiori. Chi non ha portato in omaggio un mazzo di fiori, sfiorare la persona amata per poi, non rivederla piu’ o rivederla dopo tanto? un anno? due? di piu’? Le rose, i fiori…Vien voglia di recitare una poesia, di Dino Campana. Le rose. “In un momento sono sfiorite le rose. I petali caduti. Perchè io non potevo dimenticare le rose. Le cercavamo insieme. Abbiamo trovato delle rose. Erano le sue rose. Erano le mie rose. Questo viaggio chiamavamo amore.”  Un viaggio chiamato amore. Quel cuore di lapis è un cuore che pulsa. Merita di essere ascoltato e vissuto.  Intorno ad un tavolo, penso e ripenso alla storia. Si potrebbe dare un seguito, in fondo, anche La Stampa, augurava, “ci riproviamo?” E’ una notte stupenda. Si sente odore di neve. Qualcuno schiamazza. Comitive di ragazze e ragazzi, bicchiere alla mano stazionano davanti ai numerosi locali che affollano questo cuore di Torino e  pensieri nel cuore dell’uomo, di quell’uomo, di questo cuore, di quel cuore.  Camminando sul lastrico lucido di questa piazza, in una notte ormai fonda, continuo a pensare che in fondo  D 3,8, dovrebbe riprovaci. Anche quando il viaggio che si chiama amore potrebbe chiamarsi, o trasformarsi, dalla passione alla passione.

A Porta Nuova. La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale.

DSCN3698DSCN3718“Ci riproviamo?”, così, il 24 dicembre titolava La Stampa. Alcune letterine, di bimbi e adulti non più da recitare a memoria come accadeva un tempo, all’inizio del Santo pranzo, letterina deposta con la complicità della mamma sotto il piatto del papà. Bimbi in piedi, su qualche seggiola, a recitare a memoria. Tutti in piedi, adulti compresi, ad ascoltare, una letterina, un augurio, già sentita o percepita in religioso silenzio da mesi e mesi in qualche parte della casa, e facendo finta di nulla, a tratti meravigliato, tanto per non rovinare la sorpresa. Così siamo stati e così erano i nostri padri. Attenti, meravigliati, fini uditori, pronti, al termine della recita, a prenderci in braccio e farci sentire un fragoroso battito di mani. Eravamo i più importanti. E così, allo stesso modo, l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova si è trasformato, la vigilia di Natale, in una una grandissima sala, mica d’aspetto. Quella esiste. Più avanti, in fondo all’atrio. No, una sala. Da pranzo, ma senza il pranzo. Tra sconosciuti. Nasi all’insù, occhi lesti ad individuare altri pensieri, magari già anticipati, rubati, personali, condivisi. Una sala, tipo pranzo, dove il il pavimento illuminato da faretti assume le sembianze di un grande palcoscenico. “La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale“, titolava oggi La Stampa (articolo di C. Insalaco). Quali desideri espressi, in punta di lapis, affissi sulla sommità di un albero che puntualmente, da dicembre a gennaio accoglie e rinnova desideri e passioni di torinesi e non? Tra chi vorrebbe superare un esame universitario, chi formarsi una famiglia, chi ritrovare un oggetto smarrito, chi, come il sottoscritto, continuare ad inseguire il “proprio viaggio” senza smarrire mai la passione interiore. Un viaggio in cammino, o in cammino nel viaggio o verso il viaggio, destinazione, una  stella, inteirore, una meta, un orientamento, un incontro. Qualcosa in cui credere. Un uomo senza passioni non è uomo. Un viaggio interiore o un viaggio verso  qualcuna, qualcuno. Comunque una tensione a qualcosa, nell’anno della maturità e dell’infinito viaggiare. Già, proprio in una stazione, l’infinito viaggiare, dove a volte pare anticipare la fine di alcuni viaggi. Un viaggio che profuma di panettone e pandoro, dono di sè, amore e cose buone. Un viaggio che ha il gusto di tutti gli altri viaggi: attese, speranze, desideri, abbracci, baci. Arrivi, ripartenze. Pronti sempre. A tutte le partenze. Bar della stazione. Un caffè, una bottiglietta d’acqua. Giornali che si sfogliano. Un altoparlante gracchia qualcosa. Occhi su, direzione tabelloni. Tempo ne rimane. Una mano accarezza una lapis e questa accarezzata si lascia condurre sul foglio a comporre parole, disegni, vita. Linee di grafite che sembrano vene, si congiungono per dare vita: è la nascita di un cuore. Comincia lentamente a battere e pulsare. Le lancette corrono. Quelle lunghe si lanciano in una folle rincorsa su quelle piccole. Il tempo corre e scorre. Giornale riposto. Dall’altro lato del tavolino un uomo ha le dita incrociate e un trolley al suo fianco. Il lapis continua a tratteggiare altro. Pensieri di una giornata intensamente vissuta. Il cuore ormai va, da sè. La matita ha espletato il suo dovere. Le persone anche. Il tutto ormai non è più qualcosa allo stato  embrionale. Il tempo stringe. In altro tavolino qualcunonsoreseggia una birra, un altro un caffè, espresso, in un anticipo di quel che sarà e verrà.  Il tempo stringe anche per loro. Il cuore  è ormai completato, e così il suo contenuto, non tutto espresso ma mostrato con gioia . Alcuni post it lo incorniciano dando forma ad altre vite che gli appartengono. Sono giorni, ore, minuti, passati. Oggi. Tra un incontro e l’altro e quelle che mancheranno per il prossimo e quelle che non ci saranno. Bellissime e intense  storie. Di vita. Le assorbi. Forse con quel cuore, forse con la testa. Il movimento che le assorbe è identico a quello del cuore, alla carta assorbente, alla spugna. Le assorbi, quelle storie e dai loro vita, materializzandole, per poi risputarle fuori. Il cuore è composto. Batte. Lentamente comincia pero’ a straziarsi. Gli occhi sono velati di tristezza. A quando il ritorno per chi ha materializzato il cuore? A quando la partenza, per chi lo ha rivento e  assorbito ? Occhi velati. Qualcuno, sentendo gracchiare l’altoparlante che annuncia l’arrivo del treno afferma, per vincere la tristezza, che forse “non sono gli ultimi giorni di Pompei“. Altri viaggi verranno, con l’energia rivoluzionaria e la fantasia del visionario. Energia che si riproporrà e si riprodurrà. Chissà perchè viene in mente Catullo: “amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno”. Pochi minuti, il treno arriva. Il riotrno. Dalla passione alla passione. Che non puo’ spegnersi. Che non può ferire. Una passione resta e vince. La tensione pure. E allora, la stella, resta questo foglio di giornale del 24, incorniciato come una stella, in cima all’albero, che al posto dei festoni è addobbato da desideri, speranze, auspici. Un augurio che è una pagina di giornale, e tantissimi biglietti di trenitalia, vidimati, con ritardi ma di arrivi certi, la cifra di un infinito viaggiare, con le passioni a bordo. Che mai si esauriranno. Neanche a viaggio ultimato. Neanche dopo l’otto di gennaio. Anzi. Altra luce le farà brillare. Biglietti che testimoniano i transiti, i passaggi, le partenze, gli arrivi, mossi da una grande passione. La stella, come quella della nostra cara Mole Antonelliana. La stella, come il desiderio, da raggiungere. La stella, come ogni cosa che nasce. Da sempre. In quel Santo giorno. Con l’amore. E un cuore, nato da un lapis o da storie di vita che si incrociano. Pensi e auguri che il prossimo biglietto sia di sola andata. Arrivi a Torino e Porta Nuova pare una vecchia signora che si rifà il trucco, con tutte quelle impalcature. Due luci spuntano da quella serie interminabile di tavole per la ristrutturazione. Un balcone acceso, appena sotto gli occhi, pare essere un sorriso. Nell’atrio, l’albero. Una copia de La Stampa affissa e incorniciata da numerosi biglietti, di andata e di ritorno. Sembra una bandiera, un lenzuolo, con l’augurio: “che il prossimo biglietto possa essere di sola andata”. E un augurio. Di buon Natale.