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Ha ragione “CarCarlo Pravettoni: eravamo 58 al “Massimo”

monte-citorioSabato 4 aprile 2009, ore 22.00 circa. Dopo una giornata di lavoro, e un pomeriggio passato ad incontrare e ascoltare ex colleghi della Denso, che attualmente riversano in condizioni lavorative poco esaltanti, mi reco, come scritto a febbraio su questo blog, quasi in forma di promessa, presso la stazione di Porta Nuova, diretto, insieme a tantissime donne, uomini, ragazze e ragazzi (lavoratrici, lavoratori, disoccupati, in cig., ecc.) a Roma, dove di lì a poco, saremmo confluiti, insieme a tantissimi altre, altri, nel corteo romano, destinazione finale, il Circo Massimo. Il corteo della Cgil aveva come slogan “Futuro sì, indietro no”.  Cinque i cortei che hanno attraversato la città, 40 i treni speciali, 4.800 pulmann, due navi. Senza contare tutti coloro che hanno preso parte al corteo con i propri mezzi, e coloro che, non annoverati in questo lungo elenco, il cui totale, darà sempre “58 persone”, arrivati in forma “personale ed autonoma. Alla stazione di Porta Nuova avrei dovuto incontrare gli amici della Fiom, Inca Cgil, che, come sempre, nonostante il mio addio al mondo del lavoro privato, mi tengono sempre informato, contribuendo, anche in questo modo, a rinnovare una amicizia nata nei meandri della fabbrica. Il mio ringraziamento e le mie scuse vanno a Stefano, Francesco e tutti gli altri, che pur avendo “preso in carico” la mia sottoscrizione, hanno vista la “mia diserzione” davanti al treno che avrebbe dovuto portarli a Roma.  Un pensiero mi accompagnava su quel treno, obbligando a portare con me anche le “istanze” degli ex colleghi di fabbrica. Se qualcuno ha ironizzato  sul corteo rendendolo “una scampagnata” probabilmente lo ha fatto nel momento in cui è venuto a conoscenza del materiale messo a disposizione dalle ferrovie: erano due treni a due piani utilizzati per la tratta Torino Bardonecchia, buoni quindi per fare pochi chilometri, al massimo un centinaio. Quindi, mi sono aggregato ad un altro gruppo di amici, “quelli politici”, i militanti cioè di Rifondazione Comunista (per la correttezza, ho sottoscritto nuovamente). La partenza è avvenuta alle 23.15. Un paio di ore buone per la discussione politica, come sempre, hanno rubato un piccolo spazio a chi invece avrebbe voluto dormire.  Durante la discussione approfitto anche per acquistare la maglietta commemorativa: Roma 4 aprile 2009. C’è chi dice no. Made in Cgil”. L’arrivo, puntuale a Roma Ostiense. Una colazione veloce, un saluto a tutti i conoscenti partiti da Torino, e l’avvio, lento, ma allegro, verso il Circo Massimo. Durante la notte, nei miei interventi “politici”, ho sottolineato come i problemi di questo periodo siano trasversali: lavoro pubblico e lavoro privato attraversano la medesima crisi. “Lo Stato non paga. In crisi le scuole” era un articolo de La Stampa di martedì 31 marzo 2009; la crisi del privato, ormai investe quotidianamente le vite di ciascuno di noi, fino al punto, che la disoccupazione ha portato ad un gesto disperato un geometra, a Genova, senza lavoro da 7 mesi: “Morire di disoccupazione”, La Stampa, lunedì 30 marzo. La vergogna e le forti pressioni causate dalla mancanza di lavoro hanno spinto un uomo al gesto disperato; nell’articolo si mette in luce come nel 2008 il tasso di disoccupazione sia salito al 6,7%, colpendo in forme maggiori gli uomini; il tasso, un anno prima era del 6,1%. Il fatto di aver partecipato al viaggio con i compagni di partito ha fatto si che il discorso fosse in maggioranza politico. Abbiamo commentato l’articolo del Segretario di Rifondazione Comunista Ferrero “Rifondazione è al vostro fianco” (sabato 4 aprile), articolo in cui si diceva che “il movimento operaio non è disponibile a pagare una crisi che altri hanno prodotto. Sicuramente la mia presenza ha caricato maggiormente le mie motivazioni. “Noi siamo qui, con voi, per costruire, insieme, un’opposizione sociale e politica che sia in grado di proporre un’alternativa”. Sì, per uscire dalla crisi occorrono quattro cose: aumentare i salari e le pensioni e bloccare, subito i licenziamenti, garantire a tutti gli ammortizzatori sociali, varare un intervento pubblico in economia con molta attenzione agli aspetti ambientali. “Questione di classe”, il titolo di Liberazione, mi faceva sentire più tranquillo rispetto ad alcune discussioni intavolate il giorno prima, rispetto al termine “classe”.  Un termine che sta bene, che è attuale, in una società in cui “Il lavoro non è finito”, dove un’enorme massa di popolo gremisce il Circo Massimo per un radicale cambiamento della politica economica e sociale del governo (Liberazione domenica 5 aprile 2009). Ha ragione il direttore di Liberazione Dino Greco: “il virtuale evapora e irrompe la realtà”. La contraddizione fra capitale e lavoro esiste tuttora. Contraddizione in un’epoca in cui “il trionfo dell’élite manageriale ha dilatato immeritatamente il rapporto fra le retribuzioni dell’alta dirigenza e quelle dei dipendenti, portandola da 45:1 nel 1980 fino a 500:1 nel 2000 (Alessandro Casiccia). Ma dietro ai tecnocrati si nascondono azionisti che hanno ingigantito nel frattempo i loro patrimoni” (Gad Lerner su Repubblica del 30 marzo 2009 in “La cifra del maxi-bonus”). La ricetta per tornare indietro? tornare indietro ponendo nuove regole, “non che tutto torni come prima” dopo aver rimesso a posto, con i soldi pubblici.  Ecco che dopo queste discussioni, ciascuno di noi, parafrasando una nota canzone di Vasco Rossi (a sua volta ripresa da Il Manifesto del sabato 4 aprile) poteva affermare di “andare al Massimo”.

romano-96Tornando alla “marcia”, durante il cammino ho incontrato tantissime persone con le quali abbiamo socializzato “le nostre storie”, “i nostri numeri”.  Il cammino è stato accompagnato da canzoni varie, una su tutte “Bella Ciao”. La mia confluenza nel Circo Massimo è avvenuta quando eravamo 57 (58 poi con  Epifani), e tale è rimasta nonostante la confluenza degli altri quattro cortei nelle ore successive. Grazie anche “ai numeri così bassi” ho avuto la fortuna di incontrare Sebastiano e altri compagni di lavoro conosciuti durante lo sciopero generale di febbraio. Altri lavoratori di Ferrara e Vicenza hanno raccontato le loro storie.

Durante l’attesa dell’intervento finale di Epifani, ho avuto modo di annotare gli interventi; fra questi quello di Mario Di Costanzo, operaio cassintegrato della Fiat di Pomigliano d’Arco; di Rossella Zelioli, insegnante precaria di 28 anni, che mi ha fatto rabbrividire al solo pensiero del suo lavoro svolto non solo con passione e con amore, ma con il saper “farsi carico” dei suoi allievi, essere al loro servizio, intrecciare relazioni e scambiare sentimenti, e vivere, tutto l’anno con l’ansia di non poter essere riconfermata nella stessa scuola e avere pena per i suoi allievi, e sperare solo che una collega, magari migliore di lei, sappia continuare a infondere sentimento e sapere in continuità al suo. Poi è stata la volta della studentessa fiorentina Mata Lavacchini e del migrante (erano tantissimi) Joseph Walker. Poi, la pensionata (ma quanti eravate!!!), che ha sottolineato l’insufficienza dei servizi (alcuni pensionati che sedevano vicino a me erano indignati della social card: com’è umiliante!). Poi, la volta del discorso di Epifani. Un discorso davanti ad una platea che non “era elettorale”. Noi non siamo fuori dalla storia. E’ stato come giustamente afferma il Manifesto oggi, un “Capolavoro”. (“quasi tre milioni i partecipanti per i promotori). Finito il discorso ho approfittato per scambiare qualche parola con lavoratori, pubblici e privati di Vicenza, (lavoratori che hanno un denominatore comune: il NO dal Molin con il No Tav); poi ancora con un gruppo Emiliano. Infine, faccio un giro a salutare i lavoratori di Liberazione (erano tutti al lavoro, ma in ogni caso, il senso dell’accoglienza è stato forte: lì ho potuto vedere tutte le fotografie raccolte e il momento della stesura, da parte di alcuni dei commenti; un gruppo di lavoro fenomenale, che, loro si, rispondono sempre!). Da lì, compio un giro nelle due stazioni: Tiburtina e Termini, al fine di incontrare altri lavoratori e “Inchiestare e conoscere”. La maggior parte delle persone con ansie e preoccupazioni erano i lavoratori immigrati.

La sera, verso le ore 22.00 appuntamento per il ritorno. Con i compagni di scompartimento anticipiamo le nostre considerazioni. Abbiamo convenuto che l’intervento di Epifani poteva essere diviso in due parti: la prima, forte, forse più vicina a ciò che vorremmo noi del partito, la seconda, forse più morbida (per alcuni era fondamentale capire “il ritorno al tavolo”). La discussione è continuata anche sul treno, fra presente, futuro e ricordi del passato.

Ancora un forte dispiacere per i compagni della Fiom che ripartivano “su treni che non avevano nulla di un treno” per fare 800 chilometri (soldi per Freccia Rossa, e poi, non si hanno convogli nei depositi?); un ricordo per lunedì, il presidio davanti al tribunale, luogo in cui inizierà il processo sull’amianto.

Infine, una buonanotte. L’arrivo, ha visto un forte ritardo sulla tabella di marcia. Stanchezza si, ma tanta fiducia per “le prossime scadenze”. A Porta Nuova acquisto la Stampa, la Repubblica (i miei li ho già citati). Il primo: “Un milione di persone in piazza a Roma. Berlusconi: niente dialogo con questa Cgil” (che premesse!!!). Il secondo: ‘Una marea in piazza con la Cgil: “Il governo tratti con noi”‘.

“Il Ponte rimette in moto l’economia ed evita di saltare i pasti”

treno-pendolari-strapienoQuanto scriverò ora è frutto di una riflessione personale, ma penso condivisa da tantissimi. Oggi, mentre mi recavo nella provincia Granda, mi domandavo come si possa essere “ottimisti” quando i dati, e non “uomini megafono”, indicano: “boom della cassa integrazione”,  che cresce del 553%. Mi domandavo come si fa ad essere ottimisti quando continuamente la gente perde il proprio posto di lavoro, quando ex colleghi, o il mio ex sindacalista Fiom Claudio Palazzo, mi racconta di una cassa integrazione “a manetta” da settembre, “una crisi ed una cassa integrazione che non devono ricadere sempre sulle spalle degli stessi lavoratori”, affermava Ivano Franco (funzionario Fiom) su La Stampa di ieri (05/03/09); per non parlare dei problemi, ormai perenni, degli operai Indesit, o di quelli della Bertone. Palazzo ha accolto il mio invito, e mi ha spedito tante storie di operai che stentano ad andare avanti, oberati da mutui e impossibilitati a gestire una situazione economica divenuta al limite.  Tutto questo in un periodo in cui una Diocesi chiede “fioretti”, tagli, di beni superflui, come ad esempio il taglio delle ricariche del telefonino, o cercare di utilizzarlo il meno possibile; strumento, quest’ultimo, utilizzato proprio dalla Provincia di Cuneo, ma per tutt’altro motivo: “Un sms segnala offerte di impiego”, evitando così code ai centri per l’impiego, la “Granda” avvisa con un servizio gratuito, dal due marzo, se vi sono offerte di lavoro. “Sono già 500 le persone inserite nella mailing-list”. Requisito per ricevere un messaggio è l’essere iscritto in uno dei centri per l’impiego della Granda e aver dato la propria disponibilità all’impiego. Ma la riflessione più forte è stata questa: possibile che in un paese in cui si autorizzano e “con grande enfasi si annunciano” le grandi opere pubbliche capaci di rimettere in moto la locomotiva Italia, come ad esempio il solito Ponte sullo Stretto “che non passa mai di moda”, vi sia gente che non riesce ad avere di che da sfamarsi? Eppure, ci han detto che c’era la social card!!! La notizia di una pensionata di Castagnito, “sorpresa a rubare formaggio” in un grande supermercato mi ha lasciato veramente sconcertato. Provo a pensare a quanto sia stato umiliante per questa signora prendere per potersi sfamare. Contraddizioni di un’Italia a “doppio binario”, dove si continuano a dare soldi ai manager, in grande quantità (non meritati visti i risultati), e nello stesso tempo, si riscontrano situazioni di grande drammaticità umana. Nel momento in cui metto piede nuovamente a Torino, verso le 18,50, noto un’altra contraddizione: mentre alcuni, pochi, continuano a riempirsi la bocca di Tav, il mio, era un trenino di piccole dimensioni, diretto a Chivasso, con pochi vagoni, con tantissima gente che cercava, dopo una giornata di lavoro, di salire non per prendere posto, ma per stare in piedi.

Barack Obama fra speranza ed ottimismo

Oggi quasi tutti i giornali in edicola presentano il giuramento del nuovo presidente americano Obama. “L’ora della responsabilità” titola la Repubblica, attribuendo ad Obama la responsabilità di trascinare tutti verso una nuova era. Un termine che ricorre abitualmente è “speranza”, e ne abbiamo tutti davvero bisogno di poter credere in qualcosa. La Stampa, quotidiano torinese apre in prima pagina con “Occasione Obama”, e con sottotitolo, anche in qui, un riferimento ad una “nuova era”. Il titolo del Manifesto è ancora più bello: “L’avvento“, bel titolo per il 44° presiddente degli Stati Uniti. In prima pagina sullo stesso giornale torinese mi risulta essere interessante un editoriale dal titolo: “Rifare l’America”.

Barack Obama presidente USA
Barack Obama presidente USA
Ma, mentre altri giornali si apprestano a coniugare l’elezione del presidente con l’andamento in Borsa, il Manifesto, sempre attento al problema lavoro, già in seconda pagina descrive l’accordo Fiat con Chrysler, titolando, “La Fiat vola in America”. Proprio in una settimana in cui molti varcano nuovamente i cancelli Fiat questa notizia è appresa da operai che rimandano ad una sola voce: “noi vogliamo solo lavorare”. Basta cassa integrazione, la crisi la paghi chi l’ha causata. Per Airaudo, segretario Fiom torinese, su “La Stampa”, a proposito dell’accordo, afferma che: “sono positive e utili tutte le iniziative; l’intesa però non risolve il problema dell’occupazione”. “Basta cassa integrazione” è l’urlo di tutti, in una città dove il colore rosso pare dominare solo sui debiti del Comune dato che “ognuno di noi ha sul proprio capo circa 5.000 euro di debito”: eredità delle Olimpiadi? Anche per Cremaschi il problema da risolvere va inquadrato nella crisi che le famiglie operaie, monoreddito, o con redditi da lavoro precario stanno attraversando. Si è parlato di banche, aiuti alle banche, ma poco, quasi niente di aiuto, aiuti alle famiglie, ai single che versano in questa drammatica situazione. Una crisi che non colpisce i poveri come tradizionalmente siamo abituati a concepire. I poveri c’erano già, a questi ultimi si sono aggiunte famiglie di ceto medio-basso, e il loro tenore di vita, che magari era leggermente diverso, ora è stato stravolto. Ed anche la social card, a quali fasce di popolazione è rivolta? Coi suoi quaranta euro, e non entro nel merito (se ci sono i soldi al suo interno, il suo costo, la mancanza di dignità a chi la esibisce, la trafila per “dimostrare la propria povertà”, l’aiuto del patronato, ecc. ecc.). E’ rivolta ai poveri, alle persone che vivono una condizione “sotto la soglia di povertà”. Ma il precario che fra un contratto e l’altro starà “fermo” e non si saprà per quanto, il precario della scuola che con una nomina “di fatto” cioè fino al trenta giugno, nei mesi di luglio e agosto, chi lo sfamerà? Cosa potrà dirà ai suoi figli, alla sua famiglia? Proprio l’altro giorno si parlava di spese per chi lavora fuori casa ed è impossibilitato a tornare a casa: venti euro? Trenta euro? Vogliamo sommarle e farne i conti alla fine del mese? O, continuiamo a parlare di banche? Ma, qualcuno era sintonizzato ieri sera alla trasmissione Ballarò a sentire l’intervento di Bersani? Così come Internet ci da una informazione in tempo reale, così come le “frecce rosse” che a volte si trasformano in “frecce rotte” oggi ci permettono di impiegare meno tempo per raggiungere un posto, con la stessa velocità ed intensità i poveri cambiano velocemente aspetto e bisogni. Molte di queste nuove figure potrebbero essere “tecnicamente non povere”, in quanto magari si ritrovano un cellulare, un computer e, quindi si potrebbe dire di una povertà classificabile ad un certo ceto di appartenenza. Ma, la velocità, la precarietà rende tutto vulnerabile, e così, basta poco, anche il solo fatto di non poter più “fare straordinari”, a rendere lo “schema famigliare” ed il suo vincolo di bilancio vulnerabile, dove tutto, anche quel bilancio famigliare vien rimesso continuamente in discussione. Ed i poveri, come mi dicono elementi gravanti nell’orbita “parrocchiale”, non si rivolgono più presso i centri parrocchiali solo per ritirare il “pacco della spesa” o qualche abito; vengono, anche, richiesti consigli, l’individuazione, la ricerca di figure particolari, possibilmente laureate in legge o economia e commercio che sappiano ridisegnare un percorso, di rientro economico, nel bilancio famigliare; professionisti volontari che devono aiutare le famiglie a rinegoziare i ratei del mutuo, a pagare le rate di una carta di credito. Problemi che “la parrocchia” non può risolvere perchè sono problemi nuovi non legati ad una risposta immediata di bisogni conosciuti nella pratica quotidiana. (Magari la carta di credito poco tempo prima era servita a comprare un cellulare). Tutto ciò mentre il tema lavoro ci indica ormai da tempo che l’esercito degli atipici è arrivato a quota tre milioni, cioè quasi il 12% del totale degli occupati; precari aumentati del 17% e dove questi ultimi sono collocati? Per la maggior parte nel Sud Italia.Tutto questo mentre la disoccupazione cresce e si avvia verso l’8%, dove i salari reali restano al palo, dove la produzione industriale cala, dove le aspettative per il 2009 non fanno sperare granchè. Le condizioni lavorative ed economiche generali ricordano molto i diciotto mesi a cavallo tra il 1974 ed il 1975. In tutto questo scenario “speranza” e “ottimismo” di Barack Obama sono una ventata di novità che certamente aiuterà a “rifare”. Non solo l’America.
Un fatto personale invece, è l’aver trovato, finalmente, oggi, l’abbonamento a Il Manifesto presso l’Istituto Storico della Resistenza di Torino. Testata giornalistica che aiuterà sicuramente a far andare al fondo delle notizie, e non come vorrebbero, alcuni, far andare al fondo altre cose.

Era il 16 Gennaio 1969

Oggi vorrei parlare di molte cose, tante. Ma, oggi è il 16 gennaio e come questo giorno, ma di un altro anno, il 1969 “a distanza di cinque mesi dall’invasione del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia contro l’esperienza di Dubcek del “socialismo dal volto umano”, un giovane, Jan Palach, si immola nel fuoco a Piazza S. Venceslao e lancia il suo appello disperato: “ricordatevi dell’agosto”. Il pensare a questa ricorrenza mi porta ad una esperienza personale: un giro dell’Est compiuto alcuni anni fa, che aveva come prima meta proprio Praga. Che ricordi! Ero partito da Torino avendo come unica meta il divertimento; quando arrivai a Praga, mi spiegarono e mi indicarono la piazza; ci andai e vi rimasi un pomeriggio intero a contemplare, a pensare. Ancora oggi, proprio questa mattina, a chi mi chiedeva come facessi ancora a credere alla politica pensavo, chissà perché, proprio a quel viaggio. Forse perché da quel viaggio ho trovato motivazioni per un qualcosa che mi circondava e di cui non mi ero ancora accorto: inconsapevolmente quella tappa era l’alba dell’impegno, quello personale. Forse perché un giovane che si “fa torcia umana” qualche riflessione dovrà pure suscitarla. In quella piazza eravamo tantissimi, ragazzi e ragazze, tantissimi spensierati, ma molti pensierosi, riflessivi. Volevamo conoscere e sapere. Non volevamo più soltanto divertirci e continuare quello stupido “bans” che faceva tanto “italiano”. Perché dovremmo esser così lontani dalla politica se ci tocca, in molteplici forme, così da vicino? Perché dovrei essere lontano da preoccupazioni che inevitabilmente toccheranno migliaia di miei ex colleghi da lunedì, al ritorno in fabbrica, dove, probabilmente verrà comunicato loro che un altro bel cumulo di ore di cassa integrazione sarà pronto ad accoglierli, e con loro migliaia di famiglie? Perché oggi è così forte l’accusa di essere fuori tempo, di appartenere ad un’altra realtà? Pensare di avere delle risorse così scarse, limitate, con uno stipendio, per chi lo ha, di mille euro al mese e sentire il brontolio nella bocca dello stomaco perché ti manca da mangiare vuol dire appartenere ad un’altra realtà? Perché non dovrei oppormi con ogni mezzo ad una proposta di cassa integrazione su base regionale, introducendo di fatto, una “gabbia di cassa integrazione” differenziata per tipologia di regione? Ormai sono anni che ci presentano sempre che “dobbiamo accettare qualsiasi cosa, altrimenti sarà peggio”, e intanto continuavano a scavare solchi che sono divenuti abissi. Come mai la società italiana è così fortemente polarizzata? Come giustamente ci ricorda il Manifesto di oggi a pagina 7, “Un milione di morti a est grazie alle riforme schock“, riferito ad uno studio sugli effetti delle privatizzazioni degli anni ’90. Penso che non si era fuori tempo prima e non lo si è ora. Qui si sta parlando di Est, ma quali sono state le conseguenze di queste politiche in Italia? Bhe, qualcuno può sempre rifarsi con la social card, che sicuramente sarà sufficiente per pagare l’affitto, il telefono, e fare tutte quelle spese che permettono “all’economia di girare”, perché bisogna spendere, e spendersi, anche la dignità. Certo, potrà risolvere tutti i problemi, speriamo solo ci siano i soldi. Qualche giorno fa, un signore mi diceva che trovava poca differenza rispetto agli operatori vincenziani che vanno settimanalmente a portare il pacco della spesa presso alcune famiglie disagiate. A me ricorda altre tessere: “quelle del ventennio”. Ironicamente potrei dire, “meraviglioso”, citando una bellissima canzone che inevitabilmente mi riporta ad un’altra canzone rifatta ed al Salento, al quale esprimo massima solidarietà (dato che quella terra mi accoglie sempre d’estate).

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Seconda parte: La crisi la paghi chi l’ha causata.

Oggi, non soltanto è stato un giorno di rientro in ufficio, in fabbrica o scuola, università per coloro che studiano. Come tutti i rientri ci si trova sovente ad affrontare delle sorprese. A volte sono imprevedibili, ma anche quando sono probabilisticamente verificabili, vedi la nevicata di ieri e oggi, per molti rimangono delle sorprese: vedi lo stupore che la neve suscita nei bambini, vuoi per le difficoltà nel raggiungere il proprio posto di lavoro, scuola, università. Ma le sorprese non sono riconducibili solo alle abbondanti precipitazioni di neve; infatti, oggi, mi è stata data comunicazione che anche alcuni settori impiegatizi riferibili al mondo Fiat saranno collocati in cassa integrazione: parrebbe circa duemila.Quest’ultima è una notizia poco gradita che metterà, se confermata, in crisi altre famiglie. Tutto ciò mentre ancora oggi, sotto una Torino imbiancata continuo a vedere gente dormire sotto i porticati, avente come unico giaciglio, un cartone. Possiamo, comunque, stare tranquilli c’è chi pensa loro: v’e’ la social card da 40 euro al mese!

“Cambia il tempo” da il Manifesto del 13 dicembre 2008

Oggi avrei voluto iniziare commentando alcune pagine di un paio di libri iniziati l’altra sera. “Acciai speciali“,  sempre per continuare sul filone del ricordo della tragedia Tyssen, libro scritto da Alessandro Portelli,  Donzelli Editore, e, con un altro libro, “Largo all’Eros alato!“, di Aleksandra Kollontaj, casa editrice il Melangolo. Il primo, perchè rientrava nella seconda parte dell’incontro tenutosi al Circolo dei lettori di Torino (subito dopo la proiezione del film di Mimmo Calopresti) e presentato a noi in quell’occasione. Volevo soffermarmi su alcuni punti e commentare e, o, suscitarne altri. Il secondo era un libro che avevo ordinato da tempo e che avevo scordato di ritirare dalla libreria. Ma, di entrambi, ne parlerò in seguito. In realtà, ho anche altri due libri dei quali vorrei parlare: il primo è di Andra Bajani, “Domani niente scuola“;  in settimana ho avuto la possibilità di scambiare qualche chiacchiera (presso  la libreria “la Torre di Abele“, dove il sig. Rocco, il proprietario, è sempre pronto a darmi suggerimenti su qualsiasi tema, mi ha dato modo di incontrare l’autore. Ho chiesto alcuni lumi per capire questa generazione. Il secondo libro  è intitolato “La vita bassa” di Alberto Arbasino, casa editrice Adelphi. Ma, di tutto ciò ne parlerò in seguito. Ora vorrei soffermarmi sulla giornata di ieri. Innanzitutto i numeri, dato che qualcuno continua a guardare ciò come si si guardasse dal buco  della serratura, oltre che minimizzarli  in continuazione. La Repubblica titola a pag. 6:  “Sciopero, in piazza il popolo della Cgil. Un milione e mezzo in 100 città“, La Stampa, a pag. 12: “Sulla crisi staneremo il governo“, Epifani: “In piazza un milione e mezzo di lavoratori“. Cisl e Uil: “No, è stato un flop“. Il Manifesto –  giocando un po’ con il titolo – : “Cambia il tempo” in prima pagina, ovviamente per dare risalto alla grandissima e bellissima manifestazione avvenuta in 108 città d’Italia. Nella foto campeggiano tanti ombrelli con dei cartelli al riparo che riportano: “Più lavoro, più pensione, più sanità, più scuola“….che analogia, almeno per me, con quell’apertura di pagina di tanti anni fa, del 1994 con su scritto “Che liberazione“, con una Milano sotto la pioggia. A pagina 2, continua con “I lavoratori insieme contro tutti“, e poi, nelle pagine 5 e 6 una immagine che dice tutto solo a guardarla. Un operaio con un casco, di quelli usati per la sicurezza con su scritto “Metalmeccanico al 100%“. Liberazione, in prima pagina riporta: “Sciopero, la Cgil vince la sfida“.  Rinaldini: “Crisi mai vista“, e ancora a pagina 2, “La Cgil vince la sfida. Riuscito lo siopero generale“.

A Torino, nella mia città, La Stampa, nella cronaca cittadina, afferma: “cinquantamila in piazza. No alla tessera del pane” (sciopero di pensionati, operai e studenti). La Repubblica nella cronaca cittadina di Torino: “Cgil e Onda: 30 mila in piazza, ma è guerra di cifre con la Cisl. Gli studenti “murano” una banca“. Come al solito, la guerra di cifre su una manifestazione che non piace a loro, direi io…loro, sempre per la …..”concertazione”.

Ma non ho parlato dei libri, o del libro, perchè ripenso, nelnostro sempre vivo modo di “spersonalizzarci” ad alcuni fotogrammi di ieri: operai, stanchi, malconci, con poche illusioni nell’immediato ma ricchi della loro diginità, del loro mangiare pane e sudore in quei posti che hanno contribuito ad edificare, ad arricchire con il loro sapere, e che si chiamano fabbriche. Ed ora, questi luoghi ricchi di memorie personali, intrise d’olio impastate a sudore e amarezze, quei volti, non li vuole più e non li degna neanche di uno sguardo. Penso a loro che incedevano mestamente, stanchi, ma pronti a dire di no ad una social card che li priverebbe di ogni dignità e che qualcuno vorrebbe garantire ai possessori un “ulteriore sconto” del 10% al bar, per la colazione o al ristorante, privandoli ulteriormente della propria dignità. Ma, è possibile proporre una cosa del genere a gente che stenta ad arrivare a fine mese? Ma, chi ha quelle monete in più da poter spendere per una colazione? per una pizza, per un ristorante?

La proposta è stata fatta nella mia città, a Torino, letta sul quotidiano di casa nostra. Ed io, cosa posso pensare, dopo aver distribuito pane ad un euro per molti sabati consecuitivi? Ma, chi propone queste cose, ha idea della realtà? Chi propone di spendere ha idea? Basta fare un’analisi della società: numero di dipendenti fanno tot, autonomi fanno tot, pensionati fanno tot…..quanti in cig?

Ripeto le cifre: a Torino 0 Milano nell’anno: 51943 a partire da ottobre. Tremila i lavoratori chimici; 500 nelle telecomunicazioni, centinaia in altri settori. La Cgil ha scioperato in una realtà drammatica, con convinzione, forza, e forse “cambia il tempo”. Lo sciopero è arrivato dopo aver visto 2 mila assemblee e 120 mila lavoratori che vi hanno partecipato.

La cig a novembre è a più 109% rispetto al 2007.

Quante facce ho visto ieri….e, di alcuni conservo le foto.

Un precario dell’Università laureato con 110 e lode, e tanti, tantissimi altri. Ma davvero tutta questa moltitudine può seguire il consiglio proveniente dal titolo di un articolo de “La Stampa” , “Bar e ristoranti scontati per chi ha la social card” ? Forse è vero, la politica è questione di tempi e luoghi prima che di opinioni, ma io, personalmente penso che a problemi e necessità urgenti bisogna dare risposte immediate, sempre. Forse, dopo questo sciopero, l’identità di questo popolo è visibile, c’è;  sono gli altri a non voler capire, quelli che hanno difeso sempre il mercato. Basti pensare che anche il Papa afferma che “La crisi alimentare è colpa della speculazione“, vedendo in questa affermazione i mandanti di questa crisi.