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A Torino è cominciato l’autunno. Caldo? Non si sa. Minuscole goccioline, di tanto in tanto, ci bagnavano. Torino, una città con circa 76 mila studenti e con 12.400 borse di studio erogate nell’anno accademico (con un importo da 2mila a 4.500 euro l’anno: borse ora a rischio?). In Piazza Arbarello, luogo storico per le partenze delle manifestazioni studentesche, sono già in tantissime e tantissimi per la manifestazione indetta dalla Rete degli Studenti, per dire no. Studenti e lavoratori della scuola, insieme, per dire no “alle politiche della scuola del governo”. Un’ora di sciopero, invece, promosso dalla Flc-Cgil e un’intera giornata promossa da Unicobas. Chiedo a Igor Piotto, Segretario Provinciale Flc di Torino, perchè un’ora soltanto. “Abbiamo programmato pacchetti di sciopero da un’ora cadenzati ogni 15-20 giorni, per tenere alta alta la mobilitazione. Nelle precedenti assemblee non vi è stata un’ attenzione alta per uno sciopero da indire per un’intera giornata,e questo sicuramente spiegabile con la crisi economica e la conseguente perdita di salario che dallo sciopero deriverebbe. Penso che con oggi si sia aperta una possibilità. Esiste un movimento in piazza e noi ragioneremo su questo. Se cambia il contesto nelle assemblee, noi siamo pronti. Il problema, ripeto, è di capire se vi è un movimento. E cosa ci chiedono i lavoratori nelle assemblee”. E la crisi economica, in città, picchia duro. Un mercato del lavoro che ondeggia sulla e nella crisi: diminuiscono gli avviamenti, aumentano i contratti precari, diminuiscono anche le famiglie che ricorrono “alla badante”. E nella crisi chiedo al professor di sociologia del lavoro, Luciano Gallino, se, negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato, magari con un approccio diverso. Magari ipotizzando una riappropriazione del nostro futuro. “Rispetto ad un po’ di mesi fa, esiste un sintomo in piu’ che consiste nella partecipazione. Le varie facce della crisi spingono le diverse parti e componenti di lavoratori e studenti a trovare un accordo. Alla fine degli anni ‘70 l’ideologia legava il movimento; vi era una sorta di rappresentazione della necessità di cambiare, di “sbloccare la società”, come sostenevano i tedeschi. La crisi in atto è davvero forte; potrebbe avere sviluppi, imprevisti, sia a destra, sia a sinistra. Ricordiamoci della crisi degli anni ‘30. In ogni caso, ripeto, rispetto ad alcuni mesi fa, vi è piu’ partecipazione”. Personalmente ho optato per lo sciopero di sei ore. Pensando ad Ilaria studentessa di scienze politiche, specialistica, a Torino, che vorrebbe “vivessimo in un mondo migliore”. Con il sogno di un futuro, ma sembra che ci stiano lentamente togliendo perfino la capacità di sognare; ad Alberto, studente lavoratore di Scienze Politiche, lavoratore presso un grande centro commerciale, (“tasse universitarie elevate”)che non saprà se e quali corsi seguire, ai fratelli gemelli, Simone e Mattia Ciabattoni, bravi, meritevoli, ma forse, senza borsa di studio? Pensando a chi mi chiede di scrivere per denunciare con la penna, o la tastiera,una ingiustizia, perchè scritti nel nome della Pace.

Si fa un gran parlare di banchi sponsorizzati da privati e pubblicità che entra nelle scuole. Ma di loro, cioè delle persone che ho visto durante la manifestazione e ricordato ora? Del loro futuro? Oggi, e sempre, con voi, domani, con la Fiom, con Barbara e gli amici della Skf. Poi, voi con noi, perchè in ogni scuola, potrebbe nascondersi una Pomigliano.

Movimentiamoci”, con lo spirito di Genova.

Concorsi: trasparenza, in nome di una battaglia solitaria, quella di Mario Contu

“Una questione nuova, non apocalittica”. Questa era la frase ricorrente ascoltata in una trasmissione televisiva. Famiglie che consumano risparmi accumulati da una vita; genitori che mantengono in ogni modo i figli; posti di lavoro persi per sempre; precarietà alle stelle. Gesti simbolici che funzionano con modalità nuove rispetto ai classici scioperi. Questione nuova, mica tanto. Quante risorse sono state spostate dai salari ai profitti e alle rendite? Quanti accordi al ribasso sono stati firmati perché han continuato a dire che “di più non era possibile ottenere, dati i tempi”? Ma questi tempi, da quanto durano? Compromessi. Soluzioni al ribasso. Precarietà. Flessibilità. Fine della storia. Fine del comunismo. Fine del liberismo lo sosterrà mai qualcuno? Però, intanto, questa “nuova situazione” la si poteva immaginare. Ancora ieri, per tutta la giornata, ad Ivrea, in molti rischiavano e rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Rischio per l’Alcoa, rischio per la Fiat-Alfa Romeo (“trasferimento dei lavoratori a Torino”). Penso allo stabilimento SKF di Torino, che chiude.  Penso ai lavoratori di Ivrea, gli ultimi residui di quello che era la Olivetti. Lavoratori. Invisibili. Penso a tutte quelle compagne e compagni conosciuti durante le manifestazioni, per rivendicare un diritto. Resistere. Per esistere. Penso alle preoccupazioni di Barbara e compagni. Penso ai sette milioni di operai. Che esistono.  Nel disinteresse di molti. Penso al 1969, alle conquiste. Ai diritti. Potrei continuare. Solidarietà per tutti.  Anche ai precari, della scuola, del pubblico impiego. Gesti forti. Saliamo sui tetti, per diventare visibili.  Solidarietà per tutti quelli che si trovano “nella situazione nuova”.  Non apocalittica. Però, la povertà è questione antica. Lo sfruttamento anche. Richiesta di giustizia, di eguaglianza. Da gridare. Con forza. Da ottenere. Ad ogni costo. Come coloro che pongono domande sui concorsi: perché qualcuno deve essere immesso in corsie preferenziali? E la regione, come ha intenzione di comportarsi a tale proposito? Fortunatamente l’amico Juri Bossuto mi rassicura che i funzionari dei gruppi hanno chiesto un concorso aperto a tutti, molto diverso da cinque anni fa. Quando Mario Contu ne fece una battaglia solitaria.

“L’avvenire della democrazia ha come caposaldo gli ideali della Resistenza”

resistenzaLa riflessione odierna, in differita, perché sintetizza la meravigliosa giornata di ieri, (il corteo del primo maggio), non la “titolo” il mondo che vorrei, ma prendendo in prestito “lo striscione” dell’A.N.P.I. , Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia (Comitato Provinciale di Torino), la dedico “all’avvenire della democrazia che ha come caposaldo gli ideali della Resistenza”. A loro, ai partigiani, dobbiamo tutto. A loro sono stati tributati i migliori e i più lunghi applausi. A loro, anche il mio.

Il loro gruppo è stato il primo che ho incontrato in via Po. Loro, le loro storie, la loro appartenenza, il loro lascito. L”emozione che ha mi ha suscitato, nel vederli dietro lo striscione, ha rotto l’ansia che mi ha accompagnato lungo il percorso che da casa mi portava in Piazza. “Clop, clop, clop”: Palazzeschi? No: era il mio incedere veloce verso la Piazza, come capita tutti gli anni, il primo maggio, a partire dal lontano 1994, (quando a Torino si organizzò la manifestazione nazionale). Che sole quell’anno. Che sole quest’anno. Chi governava nel 1994, governa anche oggi. Tristezza. Allora era stata sconfitta “la gioiosa macchina da guerra”: disintegrata. Aveva preso piede la “destrutturazione sociale e politica” nel nostro Paese; una destrutturazione per la verità già avviata nel decennio precedente. Oggi, forse anche per colpa del “voto utile”; e non solo.

Dopo il primo striscione ecco il secondo: “Associazione Nazionale Partigiani d’Italia” di San Mauro, Castiglione, Gassino Torinese. E poi ancora un altro: “A.N.P.I. “di Settimo Torinese. Poi la Filarmonica di Torino, il Sindacato Pensionati Italiani, di Ciriè e Valli di Lanzo; quello Fillea di Torino; “Sanità Privata” Funzione Pubblica Cgil; il “SILP”, Sindacato italiano lavoratori di polizia di Torino; la Cgil, Cisl, Uil Scuola; “l’Associaione Giuristi Democratici”; “Lavoratori Fiom-Cgil Ind. Pininfarina Torino”; quello della Thyssenkrupp listato a lutto; Fiat Cgil Mirafiori; quello dell’Iveco SPA Stura”; Cgil Fiom Iveco Area Tecnica; quello della New Holland, consiglio di fabbrica, Fim, Fiom, Uilm; poi Michelin Stura Torino; il coordinamento immigrati Cgil torino; e poi tanti, tantissimi cartelli: “Contro il razzismo diritti uguali per tutti”; “La pelle ha tanti colori. Le lacrime uno solo.”; “Fermate il genocidio in Sri Lanka”; “Contro i padroni, contro i baroni”; “O la borsa o il lavoro”. E tanti, tantissimi altri ancora che sicuramente non ho menzionato. La partecipazione è stata enorme. Proprio tanta bella gente. Bello ed utile il lavoro svolto dalla Commissione Lavoro di Rifondazione Comunista di Torino: un grazie a Carmelo Inì, Giorgio Pellegrinelli e gii amici di Chivasso, che insieme al primo maggio festeggiavano anche il loro amore. Un grazie anche al segretario Paolo Ferrero.

L’arrivo in Piazza Vittorio mi pone una riflessione: “C’era una volta la sinistra italiana”. Appongo un interrogativo: “?” ripenso al titolo di una bella rivista, “Internazionale” che ho sfogliato poco tempo prima. Un dubbio, una perplessità che si manifesta solo nel momento in cui vedo “tre pezzi” che erano “uno”: Vendola con la sua nuova formazione; Franco Turigliatto, con Sinistra Critica, Ferrando, con il Partito dei Lavoratori. I tre, con Paolo Ferrero, in momenti diversi si salutano, si parlano, e inevitabilmente, il mio personale ascensore della memoria mi porta alle prime riunioni di circolo. Quanta gente, quanti ricordi. Saluto “vecchi compagni” di viaggio, e mi inserisco dove ritengo di appartenere, e rimanere: lo striscione della Federazione di Rifondazione Comunista fa da argine e dietro esso tantissima gente. L’interrogativo precedente è evaporato. Non ho sentito applausi, come negli altri anni invece si sentivano. E questo, sì, dovrebbe far riflettere. Chiudeva il corteo un nutrito e compatto gruppo di Lotta Comunista. Solite domande durante il tragitto, prima di sfociare in Piazza San Carlo verso le 12 circa. Anche per quest’anno il sole ci ha garantito una giornata davvero stupenda. Inizio a canticchiare anche io il “mondo che vorrei”, quello con una redistribuzione delle risorse più giusta, un mondo senza precariato, senza infortuni sul lavoro, senza cassaintegrati, mobilità, senza disoccupati non per scelta, e tutte le stranezze con cui “i mandanti” di questa crisi, che dura da ormai tantissimi anni, ci hanno apparecchiato la tavola del futuro, anche se noi, “la vostra crisi non la paghiamo“. Un mondo che vorrei: senza più accordi al ribasso, dove un altro mondo è possibile, dove chi corre troppo senta dentro la necessità di fermarsi e aspettare chi è rimasto indietro. Un mondo che potrebbe essere anche Airasca, e la SKF dove a vincere “nella competizione sindacale” è la mitezza, l’impegno, la solidarietà di una persona e di una organizzazione, certo le migliori, a mio modo di vedere: Barbara e la Fiom.

Gramsci, il carcere fascista e le fabbriche

Monumento ad Antonio Gramsci. Rimini. Bigazzi
Monumento ad Antonio Gramsci. Rimini. Bigazzi

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Antonio Gramsci, avvenuta il 27 aprile del 1937, grande intellettuale e capo del partito comunista italiano tenuto per decenni dentro le carceri dal fascismo, fino a sfinirlo.

Nessuna parola nelle reti televisive italiane, neanche nel Tg3 telegiornale pubblico in quota Pd.

Il 25 aprile scorso, per la prima volta, mi sono recato – come già scritto, – insieme ad alcuni compagni di Rifondazione Comunista presso la casa di Antonio Gramsci, a Torino. Un palazzo, la cui facciata è coperta, da una ristrutturazione ormai programmata da un po’ di tempo. Ma a noi, le facciate, non interessano. Interessa la sostanza. Abbiamo, insieme ad altri compagni dei comunisti italiani, posizionato le bandiere e posato dei fiori. L’emozione è stata tanta. Un discorso del segretario di Rifondazione Comunista, un ricordo ad Antonio Gramsci. L’invito a recarci presso i cancelli di Mirafiori, dove, alcuni lavoravano. “L’invito” per me è stato come gettare un sasso in una cristalleria: dirompente. Rabbia. In una giornata di festa, in una giornata in cui, “piaccia o non piaccia l’esperienza partigiana fu determinante per restituire la libertà e la dignità al nostro Paese”, e dove finalmente a gran voce si afferma che “la costituzione non è un residuato bellico …. come da qualche parte si vorrebbe far intendere”.

Una Repubblica, fondata sul lavoro, che c’è solo per alcuni, in una giornata come questa, di festa, dove altri invece, non oggi, ma da lunedì, magari, non lavoreranno. E chissà per quanto tempo! Non entro nel merito, se era un accordo sindacale o chissà. Rifletto. Apprezzo, il sindacato a cui ho sempre dato la mia adesione, la Fiom, che, nei periodi in cui lavoravo (in una grande fabbrica), se “i colletti bianchi” erano in cassa o mobilità, indiceva, in officina, lo sciopero degli straordinari: “per solidarietà”. Solidarietà e recupero dei valori del movimento operaio, a questo bisognerà e si deve puntare. Certo, in un periodo in cui “degli impegni”, e “delle parole”, spesso se ne fanno coriandoli, buoni non soltanto a Carnevale, ma validi in qualsiasi periodo dell’anno, (anche quando non vuoi giocare, anche in tempi in cui le “feste sono finite”, ma ti fanno giocare, solo che a divertirsi ed arricchirsi sono altri) è difficile pensare che la suddivisione del lavoro, quella che non riesce a Mirafiori, Italia, possa riuscire tra Italia ed estero (vedi Indesit). E, non deve giustificare la giornata lavorativa il fatto che  negli ultimi 15 anni a pagare pegno sono stati gli operai che hanno visto aumentare il proprio reddito disponibile in misura decisamente inferiore  (più 0,6%) rispetto agli autonomi (più 2,6%), e che la percentuale dei poveri della stessa classe operaia sia passata da 27% al 31% (“poveri” coloro che percepiscono un reddito inferiore al 60% di quello medio).

Ho ripensato spesso agli esempi forniti dalla Fiom, che in tutti i modi cerca di riportare dignità sul posto di lavoro. Davanti ai cancelli di Mirafiori ho pensato a tanti personaggi del movimento operaio, che hanno sacrificato tutto, per amore della classe operaia. Ho pensato ad un grande personaggio come Paride Batini, scomparso solo pochi giorni fa.

Ho pensato alle elezioni sindacali che in alcune aziende sono imminenti, come alla SKF. Personaggi tenaci, che esistono e resistono, mettendo solo e soltanto del proprio, solo ed esclusivamente le proprie energie al servizio di un ideale concreto: quello di avere più giustizia. A questo riguardo, una compagna mi scrive sul blog: “Per cambiare questo sistema di cose, per vincere le paure e i ricatti, un appello a tutti i lavoratori SKF di Airasca, cercate di portare la democrazia dentro l’officina, è per fare ciò votate FIOM, l’unico sindacato che sta dalla parte dei lavoratori, votate Barbara, perché è una persona onesta e impegnata, se volete contribuire a togliere tutte le telecamere dentro lo stabilimento, comprese quelle dentro la mensa”. “Ormai lì sembra di vivere come in un reality, grande fratello” solo che è terribile come il libro di George Orwell”.

Ricordatevi Operai che solo voi, con il vostro voto potete farlo: portare la DEMOCRAZIA nelle fabbriche.

Ritengo, inoltre, che la Fiom, la Lista Comunista e Anticapitalista che si presenta unita alle prossime elezioni europee, debbano valorizzare maggiormente queste persone, per continuare a dare un senso attuale, ai valori della Resistenza e, per continuare ad onorare le grandi idee per cui Antonio Gramsci ha dato la vita.

Gramsci e tre chiese

treno-lecce-torino-super-ritardo1In una sera d’inizio aprile, durante un colloquio finalizzato al rilascio di un’intervista, volta a descrivere l’impegno sociale e politico, descrivevo le “tre Chiese”, di gramsciana memoria a cui, in gran parte dovevo l’emergere di una visibilità non voluta: “i protagonisti”, asserivo,  (altre volte, durante l’intervista, li contemplavo prendendoli in considerazione), dovevano essere gli appartenenti ad una classe emarginata, forse con un calo di coscienza sociale, ma sempre protagonista: la classe operaia “allargata”, includendo in allargata cassintegrati, in mobilità, “nuovi operai” dei call center, disoccupati, precari.

Le tre chiese: la Fiom, Rifondazione Comunista, l’Istituto Storico della Resistenza di Torino. In ognuno di questi soggetti, vi sono stati o vi sono personaggi che hanno contribuito a forgiare le mie scelte.  Nella “formazione Fiom” non posso che metterci i “soliti noti”: Claudio Palazzo, Michelina Cardamone, Pietro Passarino, e altri ancora. In Rifondazione, “duri e puri”, ma anche altri “dalle “animie fragili”: il segretario, Armando Petrini, Juri Bossuto, Sergio Dalmasso, Luigi Saragnese, e i coniugi Roberto e Carla Perasso, che “hanno fornito un tetto alla casa Rifondazione”. E poi, “l’operaio per una vita”: Mario Contu. L’ultima, è la più bella e dolce, accogliente, sempre, la casa, così preziosa dell’Istituto storico di Resistenza con tutte le persone che a vario titolo lavorano “per la memoria”.

Inoltre, così, come i “campetti di calcio da oratorio salesiano” hanno sicuramente contribuito “al gioco leale”. Oggi, giocare lealmente è davvero difficile. In ogni gara c’è sempre qualcuno che parte prima. Parrebbe che in ogni competizione qualcuno bluffa i possibili esiti. Penso a chi mi scrive asserendo che anche nelle elezioni sindacali c’è sempre qualcuno che fa di più di altri, ma ad essere eletti sono sempre altri: “politically scorrect”? Oltre alle tre chiese ribadisco che la notorietà in un contesto, attualmente locale, è un merito da condividere, con l’amico Domenico Capano: sempre disponibile, anche quando per altri “è sabato”. Ogni tanto è lecito essere spigolosi. Grazie Domenico. (siamo persone normali, quindi, ci rapportiamo “senza titoli”).

In ogni caso, vorrei chiarire che gli scopi, originanti il Blog, possono sintetizzarsi nel rilancio di un dibattito utile a sensibilizzare una certa coscienza sociale, e l’appoggio al partito d’appartenenza, un partito che crede fortemente nelle uguaglianze; quindi, nessuna intenzione, “di formare un movimento” o “di essere scelto” per le candidature imminenti. Solo ed esclusivamente un “mettersi al servizio”.  Perché gli operai? Perché contrariamente a quanto si affermava, non è una parola impronunciabile. Esistono, e non solo negli articoli di giornale. “Giù gli operai, su gli autonomi” titolava “La Stampa” a pagina 5 mercoledì 22 aprile (Stefano Lepri). Nel pezzo si citava che: “Il potere d’acquisto di salari e stipendi, al netto delle tasse, è restato pressoché fermo negli ultimi 15 anni (+0,2% annuo). Nel frattempo crescevano i profitti e anche i guadagni dei lavoratori autonomi”. Oppure, “il Manifesto”, Cgil:”La crisi non è finita. Bankitalia: operai più poveri”, a pagina 8 di mercoledì 22 aprile (Sara Farolfi). Ancora sempre sullo stesso giornale: “In 15 anni si è allargata la forbice tra autonomi e salariati”. Ancora, “la Repubblica” “Redditi, radiografia Bankitalia. Più poveri operai e impiegati”, a pagina 8 di mercoledì 22 aprile. Interessante a questo proposito il box proposto dallo stesso quotidiano:”+0,6%: le retribuzioni lorde sono cresciute solo dello 0,6% in 15 anni”. La classe operaia non è scomparsa: a sparire sono i suoi portafogli e i suoi conto corrente! L’altro giorno ho ascoltato alcune lamentele di operai che mi riferivano come “non abbiano tenuto i loro investimenti, piccoli, in polizze-pensioni”. “Fine della storia”, raccontava qualcuno alcuni anni fa. Si, della storia dei personaggi con la s minuscola, di quelli che sono “eroi” perché riescono a sfamare una famiglia per un mese intero “campando” con 1000 euro. Sempre “la Repubblica” titolava giovedì 23 aprile che “Due milioni e mezzo di italiani vivono in povertà assoluta” (Luisa Grion). “La Stampa”, giovedì 23 aprile: “Italia, quasi 2,5 milioni di poveri assoluti”(Fabio Pozzo). Ancora, “Liberazione” di giovedì 23 aprile : “Crisi, previsioni nere per l’Italia. L’Istat conferma la povertà dei lavoratori” (Sara Picaro). Stipendi e salari che ristagnano, mercato del lavoro flessibile e per coloro che entrano al lavoro ora, gli stipendi non sono così come dovrebbero essere. Stima e autostima  a giorni alterni che si posizionano “una volta sull’on una volta sull’off”. Potrei continuare a ribadire dati e concetti, ma come dice l’amico Domenico, “il lettore potrebbe stufarsi dinanzi ad una riflessione lunga”. Ciò di cui non dobbiamo stufarci è la voglia di lottare, per modificare il nostro circostante e portare avanti le nostre istanze, le nostre richieste, che poi son anche le istanze di quelli “che non hanno voce”, ora. Per un mondo più giusto, perché un altro mondo è possibile! Perché là, dove c’è una Barbara “delegata Fiom uscente” e “ricandidata ad esserlo” è giusto perché il suo è “mettersi a disposizione di”, la sua è passione, il suo è “un credo”, la sua “è libertà” da condizionamenti. Barbara e molti altri hanno voglia di gareggiare, ma ad armi pari.

classe-operaia-webCorriere di Chieri. Venerdì 24 Aprile 2009. Classe Operaia va sul web di Federica Costamagna

Potrei continuare, ma la mia voleva essere solo e soltanto un’anticipazione ad un bell’articolo di giornale, a firma Federica Costamagna, che “non aveva l’intenzione di fuorviare”, perché oggi, bisogna leggere attentamente, tutto. Oggi, il divieto “è fuorviare”. Proprio oggi, Italia Oggi titolava “Ne azzeccassero mai una. Gli economisti? Un bluff. Un libro svela tutte le loro previsioni fallite” (Franco Bechis).

Studiare, mettere a disposizione il sapere, informarsi e informare: posso leggere, verso le ore 16,00 di un 24 aprile 2009, su di un tabellone ferroviario, un ritardo di un treno, “360” minuti e pensare tantissime cose, ma forse sarebbe meglio “stare dentro la notizia e vedere chi e cosa c’è dietro”.

Un’ultima considerazione: il Blog con me, con Rosina, Lucia, Daniele, Sebastiano, Massy e tutti gli Altri ti sostiene; coraggio Barbara, vincerai le elezioni.

Domani vi aspetto numerosissimi alle 11.30 davanti la casa di Gramsci.

“Gig” lancia i componenti: a meno di mille euro.

In questi giorni ho pensato spesso ad alcuni personaggi “resistenti”: al capitale, alle avversità, alle delocalizzazioni. Uno di questi  personaggi è Rosanna Nardi, lavoratrice presso la Stabilus di Villar Perosa, una azienda metalmeccanica distante circa 20 kilometri da un’altra azienda in difficotà, la Indesit di None, e in prossimità di un’altra azienda, la Skf di Airasca.  Rosanna è una donna che sta lottando, per non “farsi portare via la fabbrica”, come si poteva leggere su Liberazione. Portare dove? Verso altri “lidi”, magari dove il costo del lavoro è più basso, magari dove si possono percepire 350 euro al mese, senza tutele. Già, perchè a quanto pare, le tutele si apprestano a diventare degli optional. Ma gli optinonal un tempo non erano riservati ai soli manager, quelli che ora si vorrebbero “salvare”, magari come oggi affermava Sergio Bonetto, avvocato di Torino, con una norma anticostituzionale”? (Liberazione, Fabio Sebastiani). Gianni Rinaldini accosta a questo tema una similitudine già usata in altri frangenti: “Un’altra porcata”. Cosa? “L’articolo salvamanager” il 10-bis, contenuto nelle modifiche al Testo unico, oggetto in questi giorni del confronto alla Conferenza Stato-Regioni. A detta degli esperti si manomette l’istituto dell’obbligo di impedimento”. ‘E’ interessante la lettura dell’articolo che paragona questo “salvamanager” al “Lodo Alfano”. “Con questa sorta di lodo Alfano introdotto da Sacconi, come si legge nel testo, – il non impedire l’evento equivale a cagionarlo,- ma solo alle seguenti condizioni”: che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli articoli dal 56 al 60 compreso del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate. I soggetti sono: preposti, medico competente, progettisti, fornitori e lavoratori’. Da queste righe si può interpretare come sostiene Cremaschi “una sorta di bonifica dei processi“. A partire da quello Thyssen. Ma in questa giungla “metropolitana globale” parrebbe che il mondo stia andando davvero alla rovescia. Mentre lungo le periferie del torinese, e non solo, molte bandiere rosse  nei pressi dei cancelli delle fabbriche indicano “stato di agitazione ” o delocalizzazione in atto, molti si stanno affannando a parlare di “sglobalizzazione”. Possibile? Certo non possibile seguendo le parole lanciate come slogan da alcuni: protezionismo, o addirittura autarchia. I segnali degli ultimi tempi ci indicano di navi container mezze vuote, aerei nelle identiche condizioni; addirittura una notizia di alcuni giorni fa indicava, in un posto lontanissimo da noi, dei ragazzini che smontavano pezzo per pezzo per pochi centesimi di compenso i container non più utilizzati. Con gravi rischi e conseguenze per la propria salute. Tutto questo mentre nel nostro Paese, di rimbalzo dall’Inghilterra, sempre più persone, donne e uomini, si protendono a vivere in prima persona da “gig”. No, non è in atto una “ri-proiezione” del famoso cartone animato.  Gig,  che significa “estemporanea”, e da qui, forse dopo aver lanciato “un paio di componenti, quando va bene, perchè a volte ne servono tre”, si arriva al “giganomo”, un neologismo inglese che indica il precario a vita. Quindi, in sintesi, i “componenti lanciati” dovrebbero fare “una unità”. Tre per uno? Si direbbe di si. Disponibilità, sempre e garantita e flessibilità, come al self service: “24 ore aperto”.  Ma questa realtà fa assaporare i suoi frutti anche nel nostro Paese. E non è un fenomeno dei soli professionisti, ma di gente comune. Magari non sotto i riflettori, ma in carne ed ossa comunque. Fortunatamente, una volta tanto “siamo stati scippati di un primato”: i mammoni sono domiciliati in Inghilterra, terra dove incide maggiormente la loro presenza.  Un primato “perso” a cui fa da controaltare il gran numero di “master-card” da ottanta euro ogni bimestre” che gli anziani riescono a sfoggiare. Ma, per tornare ai personaggi che riescono a resistere ed essere da stimolo ed esempio per molti compagni di lavoro e di lotta, non posso non pensare ai commenti arrivati sul blog, e in via riservata nella mia e-mail, riguardanti le elezioni sindacali imminenti alla SKF. Si è parlato di filosofia, e Barbara devo dire che è stata molto chiara nell’esprirmere un concetto di un filosofo. “Sbagliano quelli che pensano che la vita si spiega con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che ride” (Volpi). Pur non facendo parte di “conventicole” particolari, di “non avere santi in paradiso”, di non avere “sponsor di quelli che contano” e che quando ci sono soffiano “sulla vela che per altri migliore” ma solo in apparenza, credo che Barbara meriti questo piccolo riflettore, un blog, (ma che ormai non  solo più questo) che dica a tutti, in modo chiaro e forte, che la sua candidatura è solo e soltanto di “servizio al compagno di lavoro”. Un servizio e non uno strumento di potere o “trampolino” di quelli che si costruiscono sovente, ma che molto spesso non hanno nessuna utilità. Coraggio Barbara.