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La sorchetta

20190302_213323Le statue della piazza, dei comizi e del concertone del primo Maggio, è  vuota; la Basilica di San Giovanni è  immensa e ombreggia “fazzoletti” di turisti, cittadini, studenti, e fedeli, sparsi qua e la, carte, cartine e rosari tra le mani; il tram sferraglia verso Porta Maggiore e oltre, rasentando un vecchio “Oviesse” mentre nell’altra direzione, scorre via veloce, verso “Manzoni” e una discesa, un  teatro dove nacquero partiti e tesi. 20190302_213524Come una, delle mie. Ad un tratto dalle porte dei tram, in entrambe le direzioni, sembrano fuoriuscire personaggi di libri, letti e conservati e animati in qualche anfratto della memoria: ora di Pasolini, intenti alla vendita di qualche oggetto, ora della Morante, con Nino, e Useppe, ora dell’orologio di Levi, politici in atto di dareun assetto all’Italia, e ora dell’altra Levi, Natalia, con uno dei fratelli. Che bella la lettura!E lafantasia., esercitata e militante. In piedi, al centro della piazza, una zingara legge  la mano, come fosse li, immobile nello stesso gesto, da anni, come l’avevo lasciata, in posizione caravaggesca.In città,  un pochino ovunque, si stende un profumo di aranci, ma è  da un sottoscala, poco distante dalla Basilica, in quella zona dominata da vie Piemontesi, che sale il profumo più buono e intenso:quello della sorchetta del sorchettaro piu famoso, almeno in via Cernaia.Se è  doppia poi…

Puntine di “classe”

20141124_180011Probabilmente uno degli ultimi posti in cui “resiste” la bacheca, nella sua versione piu’ classica, e’ la scuola. Quante difficolta’ nel reperire poi le famose “puntine” da bacheca scambiate spesso, ora dai ragazzi, ora dai bidelli,  per altre puntine, quelle per pinzatrici,  utili per “cucire” piu’ fogli. Quante volta davanti alla bidelleria si palesa un ragazzo a chiedere delle puntine senza aver compreso bene se quelle per bacheca o quelle per la pinzatrice. Innescando cosi un via vai comico piuttosto  prolungato. Bacheche. Puntine tolte da una parte e aggiunte in un’altra, fogli penzolanti e fogli della bacheca sindacale rafforzata.  Oggi, spesso, l’immagine e’ abbinata alla rappresentazione di un “wall” di social network, facebook: uno sfogatoio personale, un viva o un abbasso, un link, di una canzone o di un libro. Come in questo caso, “Un gatto nel cuore di Torino“.Gatto nel core di Torino. Foto, Romano Borrelli

Ma le “puntine” di classe, fortunatamente,resistono, soprattutto in altri ambiti, soprattutto quando rendono noto un qualcosa di importante, uno scritto, una circolare, un appuntamento. “Una puntina“di un qualcosa, un sovrappiu’. Anche Laura Morante, (tanto per restare sulla “piazza”, ovvio, la nostra torinese, in “tempo”di e per TFF) in una scena di un film, ricorreva all’immagine di una puntina di un qualcosa, capace di esaltare il prodotto (era la pasta al forno Esaltata da una spezia?). Altere volte, le puntine, sono di invidia o di ironia. In questo caso, quello di Juri, una puntina di “classe” (Da sempre la stessa, con coerenza. Una delle classi che ci puo’ permettere di ripetere). L’altra puntina o (puntine), la aggiunge il suo nome, la sua storia.

Torino da qualche giorno e’ un concentrato di profumi, di “pizze” restaurate, di CioccolaTo’, di “pane e di stelle”, ma una puntina di profumo, di odore di stampa fresca, di cultura non fa altro che renderla ancora piu’ attraente, la nostra citta’. Dalla macchina di Juri un profumo di stampa fresca e di cultura si spande velocemente nel cuore di Torino. Un gatto, dall’altra parte, osserva i movimenti.

Oggi, con “puntine di classe” vorrei segnalare un libro, scritto da un amico, che di Torino ne conosce abbastanza. Non solo una “puntina”. Abbiamo preso un caffe’, davanti al Comune di Torino (avrebbe potuto essere anche casa sua) presso la Casa del caffe’. Entrambi abbiamo visto  passare dalle vetrine del bar “puntine” di ricordi e le nostre puntine di ricordi personali: i suoi, affidati ad un gatto, nel cuore di Torino, i miei, al cuore, questo organo striato che pulsa di storia, di molti, quella di L. e  M. Come di tanti altri. Salutato Juri, mi addentro in altra storia, e data l’ora tarda, mi affretto nella ricerca di 90 lire, il costo di una corsa notturna. Mi serviranno per l’emissione del biglietto sul 50….Torino, di notte e’ davvero bella.emettitrice atm Anche sperimentando la “solitarieta” del viaggio (si, si, solitarieta”, qualche riga prima, scrivendo di classe, avrei detto, solidarieta’, di classe o semplicemente, solidarieta’. Ma da un po’, viaggio da solo, se per necessita’, piacere, destino, chissa’, ma non e’ uno stato d’animo, semplicemente il, fatto che nella pancia di questo bus, voglio inserirci una storia nelle storie). Anche questa, come quella del gatto, è una storia “vera”. E allora, il cuore, presente, la storia, (soprattutto) non rimane a quest’ora,(insieme a dieci lire di resto)  di scovare una panchina…ovviamente, nel cuore di Torino. Per una buona lettura e una buona scrittura.Torino, Piazza Vittorio, novembre 2014. Panchina. Foto, Romano BorrelliIn “solitarieta”.

Sono qui per scrivere in questa bacheca il lavoro di Juri Bossuto: ” una storia vera”, Editrice Il Punto. Piemonte in Bancarella. Auguri, Juri.

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Mare: “un amore così grande, 2014”

Torre Lapillo, 2 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014, foto Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Tra una visita e l’altra al barocco leccese una passeggiata e buone letture sulla spiaggia, al tramonto e all’alba. Tra le pieghe dei libri, pagina dopo pagina,  immaginare di vivere tante vite. Altre vite, quando la propria pare non essere sufficiente. O all’altezza. E la si vorrebbe migliore, diversa. Con alcuni tratti da cancellare e rifare.  Il sole, all’alba o al tramonto, ci vendemmia. Chiudiamo gli occhi davanti  un’infinita bellezza, senza orizzonti.  Vediamo nuotare in un lago (originariamente, ma qui e’ mare) infinite promesse. Le promesse mancate. Promesse mancanti in questo zaino che ci accompagna sotto cieli diversi.  Mare e cielo che ci sfilano un sorriso. Mare, cielo e sole. Mi piace questa ipotetica figura. Colgo l’attimo esatto in cui un pallone calciato dalla riva giunge quasi sotto la sfera del sole, così ben rappresentato. Così come è stupendo osservare le sfumature dei colori quando il sole si nasconde dietro una pianta di quel che è rimasto di una vecchia duna. Quante, quanti e che belle sfumature in un gioco di nuvole in cielo di questa parte di Salento. Mi siedo sulla sabbia che sembra appena ripulita, una esibizione di bellezze di costruzioni che solo i bambini riescono a comporre. Il ripasso del “taccuino” (ovviamente, quello di Simone Weil) con appunti a matita. Osservazioni, analisi. Dall’attenzione all’osservazione. Bimbi, braccioli alle braccia che giocano senza mai conoscere il senso della stanchezza sotto occhi vigili delle mamme e dei papà, rigorosamente in canottiera.   Osservare i loro giochi  mentre si improvvisano, sabbia tra le mani, architetti del futuro: castelli, case per tutti, senza dimenticare nessuno, con una chiara idea del diritto alla casa  e pesci, moltiplicati in continuazione, insieme al pane, per sfamare tutti coloro che versano in condizione di povertà (disegni che paiono passi del Vangelo). Bambini, costruttori di relazioni sociali e pontieri fra culture differenti. E pensi ad Otranto, Santa Maria di Leuca. Bambini, scrivevo.  E forse, un giorno, pescatori. E mentre giocano a costruire ponti ripassano geografia e divengono ambasciatori di pace e ottimi politici. Bambini, portatori di speranza, di pace, di futuro migliore: “Davanti la Calabria, poco a Nord, Taranto A Sud, l’Africa… e intrecciano discorsi sul lavoro, che manca,  come è quel poco che ancora non è stato colpito come altre cose che terminano in “zione” (delocalizzazione, finanziarizzazione…) sul sindacato, su questioni ambientali, sul cibo, che basterebbe per tanti eppure …,migrazioni, richiedenti asilo, per loro. Per loro, i grandi, per loro, i piccoli. Asili che mancano…Idee in abbondanza. E’bello vederli correre, secchielli alla mano, mentre provano e riprovano a “svuotare” il mare e riempire una buca che assorbe continuamente ogni goccia d’acqua. Costruire e distruggere. Paiono Cartesio. “Se si vuole costruire qualcosa bisogna distruggere le certezze”.Corrono, eccome se corrono.  I miei disegni, le mie scritte, non resistono. Ci pensa il mare. L’ acqua e’ azzurra, chiara, cristallina, pulita. Ma non da bere, anche se dal lido Belvedere, Battisti e anni ’70-’80 vanno che è un piacere.  Qualche barchetta, i pedalo’, a 12 euro l’ora, o una canoa . 7 euro ad un posto, 12 euro per due. Qui tutto qui e’ tranquillo, anche dalle parti di “bassa marea”. Quella alta, che faceva riferimento alle migliorate condizioni economiche che faceva salire tutte le barche, frase celebre del Presidente F. Kennedy, e’ parecchio lontana, ferma al 1947. I bambini continuano i loro giochi. Li osservo pensando se staranno, tra qualche anno, peggio o meglio dei loro genitori. Per ora , meglio lasciarli concentrare sui loro giochi e costruire sogni e speranze.

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (3)Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (2) Un po’ di dolcezza, con un pasticciottoTorre Lapillo, Lecce. Il pasticciotto di primo mattino. Foto, Romano Borrelli da far surfare su questa tavola azzurra,  spicchio di mare che non è solo un nome di Lido, ma che lo è di fatto: “Belvedere”, e quando il sole comincia a farsi alto, e vendemmiarci troppo, un salto nell’entroterra, tra gli ulivi,Salento. Una panchina tra gli ulivi, per una buona lettura. Foto, Romano Borrelli a ricavarsi una panchina, per una buona continuazione di lettura.Salento. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Borrelli Romano

Piazza Statuto

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Forse la cifra della bellezza torinese è racchiusa in questa piazza. Piazza Statuto. Le arcate dei portici segnalano a chi si trovasse  a passare, l’alternarsi dei tempi: passato, presente, futuro. Piazza Statuto e “i fatti di piazza Statuto”.  La storia sindacale. La lotta. Le “conquiste”. Di un movimento e personali. Quante volte abbiamo sentito, a scuola, in qualche circolo dove abbiamo esplicato o esplichiamo una sorta di militanza, politica o sindacale, o semplicemente una narrazione storica,  “i fatti di Piazza Statuto”? E per restare in tema,  da queste parti trovò casa, per un po’ di tempo, anche uno dei  sindacati, la Uil. Una esperienza breve, a dire il vero.  I portici della piazza, tre livelli di finestre, le mansarde. Quelle due tonalità di colori.  Il rossiccio, il biancastro o grigio. L’angelo che domina la piazza, in cima al monumento, nell’atto di spiccare il volo. Il cinema a due passi, il posteggio dei taxi e “lo stallo” delle bici del comune. Il gabbiotto dell’atm dove  si potevano comprare i biglietti e informarsi, ma che ora non esiste più, e non esiste più a dire il vero neanche l’Atm (ora Gtt).  La famosa pizza al taglio, con le varie “gradazioni” di prezzo e le panchine sulla piazza dove poterla mangiare, in santa pace. Le due  fontanelle, l’acqua. Una delle ultime cose  gratis. Una tempo, all’interno della piazza, sotto i portici, c’erano molte più edicole. Ora qualcuna ha abbassato la saracinesca. Si, si comprava Stampa Sera, colore verdino, con formato ridotto. La sorella più piccola de La Stampa. La si trovava in edicola nel primo pomeriggio.  Altri prodotti, di questa realtà locale, conoscevano “fratelli o sorelle”, più piccoli. Un po’ come accadeva per le passioni dei bambini verso  le “figu“. Le Panini, erano in edicola a inizio scuola inoltrata; prima, pero’, potevi contare su di un “surrogato”, un fratello minore, meglio,  sorelle minori: le Edis. Tanto non importava, i giocatori che si trovavano appena scartate le bustine erano sempre gli stessi del campionato di calcio.  Incorniciati in modo diverso. Ma sempre loro. E la cornice delle cose, spesso, è insipida. E’ il contenuto che “conta”. Come per un’opera artistica. Era il “logo” la marca che faceva la differenza. “L’inflazione”, la passione e la febbre  per le “figu” saliva con “l’entrata in edicola delle Panini”.  A piazza Statuto ci si trovava.  E si giocava. Con le figu e con il pallone. E quando terminava il tempo di quel gioco, subentrava quello dell’amore. Gioco o realtà. Ci si innamorava e non si amava mai. O si.  E si sentivano sussurrare i classici “vorrei ma non posso o vorrei ma non so”.   O forse si. Altre volte girava bene e si scrivevano storie d’amore o “colpi di stato permanenti“. Innamorarsi, qui, a Piazza Statuto. Ritrovarsi e ritrovare attraverso gli sguardi quel riconoscimento che da soli si è incapaci di trovare. Una meraviglia di Piazza e meravigliarsi di tutto. Un trovare e ritrovare. Sotto lo sguardo di un angelo e ritrovarselo addosso, sulla pelle. Il suo angelo. O il tuo.  Come un romanzo di Chaderlos de Laclos. Una piazza che e’ bosco narrativo, con i sentieri  di vita da scegliere. Apertura e  responsabilita’.  Forse un Eco. Ma forse, mentre immaginiamo, inconsapevolmente siamo seduti su  una delle tante panchine a leggere letteratura ci aiuta  a comprendere meglio  cio’ che quotidianamente vediamo senza attribuirgli il giusto significato. Piazza aperta e apertura sulla piazza. Piazza grande. Una piazza, non solo degli Statuto, con le loro motorette. Intenti a vincere un festival di Sanremo. E provarci. A suo tempo. Ci si trovava con gli amici, per un caffè, messi a riposo gli amori, da sorseggiare al bar Ideal, Marino o Alice. Qualcuno ha abbassato le saracinesche da un pezzo. Altro resiste o si rinnova.  Al posto del primo, qualcosa di “fast”. Un capolinea di bus, resiste, sempre, a tutto. E altro si aggiunge. Come una pista ciclabile, al centro.  Ma non tutto resiste, o meglio, resiste nella forma; talvolta muta il contenuto. Claudio, che era da un po’ che non passava da queste parti, si è trovato a gustare un caffè, espresso. Entrato in un locale, si è reso conto di aver attraversato contemporaneamente più “epoche storiche” pur restando  nello stesso locale.  Le due insegne, datate, ben conservare e da conservare, da regolamento, ci ricordano che un tempo, lì, c’era un negozio “Drogheria-torrefazione-vini-liquori”. Prima ancora l’abbigliamento  e ora, bar panetteria. In questi ultimi due casi, al numero 4 di Piazza Statuto, identico proprietario. Claudio ha reso noto che il caffè era davvero buono.

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Una grande bellezza. Tramonto in Salento

DSCN3338DSCN3336Un tramonto stupendo. Pochi ombrelloni aperti, piu’ per la noia e il fastidio che darebbero nel chiuderli che per la reale necessità nel doverli richiudere perché la giornata volge al termine. Ombrelloni piazzati fin dalle prime luci dell’alba, perché la spiaggia, al mattino presto, ha la capacità di trasformarsi e prendere le sembianze di un’aula universitaria, o di un ufficio, fabbrica, o addirittura di un’area mercatale, dove tutti  vorrebbero accaparrarsi un posto. Arrivare primi vuol dire essere protagonisti per una giornata intera. Sul far della sera, quando il sole pare un’isola infuocata, gli ombrelloni, imprimono un po’ di  tristezza. Lasciati aperti per ore, senza accogliere nessuno al di sotto della sua tela. Al mattino presto come per gli ultimi spicchi di luce del giorno. Quei pochi metri di ombra, nell’arco di diciotto ore, potrebbero raccontarci un sacco di storie. Se fosse il titolo di un libro potrebbe essere: “Ombrellone, capitale del racconto“, intrisi di rapporti cordiali e amichevoli: scuola, lavoro, amori, amori veri, virtuali, infranti, scoppiati, studi, gusti degli italiani e non, fuoriusciti da ampie borse frigo, panini, pentole, palloni, libri, i-pod, i-pad, lettori, mp3, cellulari, tavolette, vestiti di ricambio e da lavoro, che manca o che è intermittente, perché in molti, “prendono servizio” subito dopo aver fatto il bagno del tardo pomeriggio. Un lavoro stagionale. Prendere o lasciare. Lavoro che da queste parti nella parola ha davvero qualcosa di amaro, “fatia”, fatica, che spesso si avvicina ad altro acronimo, con sede al Nord.  Lavoro che richiama le “giornate” di fatica, in campagna. Quando i campi erano grandi distese di pomodori e altro ancora. Schiene spezzate dalla fatica della giornata. E inevitabilmente ci si riallaccia o ci si appallottola alla politica, al governo di servizio, o al governo innaturale, alla ri-bipolarizzazione, e al che fare.  Qualcuno vorrebbe invitare al dialogo Vendola. Pare stia passando qualche giorno da queste parti. Ma da queste parti, sono in tanti, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Forse anche Ippoliti, così dicono. E così, politica e giornalismo potrebbero incontrarsi sotto l’ombrellone. Così dicono. Insomma, ci sarebbe materiale per un buon lavoro di sociologia. Verso sera, alcuni  bagnanti entrano  un’ultima volta in mare intenti nel recupero dei materassini, accarezzati, ancora  un momento, dalle deboli onde di questo stupendo mare. Materassini che , fluttuano dondolano, ora di qua, ora di là. Altri vacanzieri continuano a giocare con i soliti racchettoni, un po’ “cafonal”,  se sulla spiaggia, come sovente avviene. Sullo sfondo, intanto, il sole lentamente cerca casa, in altro luogo. Oltre Torre Lapillo, dopo aver superato Porto Cesareo e Torre Chianca.  In questo luogo, in questo periodo, o forse sempre, si riescono a recuperare colori del mondo, andati persi, per colpa di uno o dell’altro o del mondo intero. Il recupero resterà parziale, dopo un anno intenso di fatiche, di lavoro, e spesso di equilibri rotti e continuamente ristabiliti, dopo che sul campo sono rimaste macerie, reali e metaforiche, ma, ora, a quest’ora, quel po’ è il tutto.  Alle spalle, la precarietà cristallizzata. Una grande bolla di sapone, consistente e fragile,  allo stesso tempo. I colori e l’armonia sono il trionfo del reale sull’effimero, sul fittizio. Odori di mare, fichi, vite e ulivo. Simboli di grandezza. Le impronte di qualcuno impresse sulla sabbia, a quest’ora, sembrano lasciare alle spalle  ansie, inquietudini, turbamenti del cuore. Musica sparata a palla, proveniente da altri stabilimenti, dove si consumano drink e calorie, in una danza sfrenata e infinita, e da sfinimento, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Davanti, all’inseguimento del sole, oltre la Torre, la serenità: la grande bellezza forse è qui. Forse non è un terrazzo, non è il Pincio, dal quale si puo’ ammirare e possedere l’eterno, ma è una grande porta di accesso a qualcosa di bello, misterioso, insondabile. A due passi dalle mitiche Colonne. Dove osano i viaggiatori, sognatori, “eterni visionari di confini“. Una grande porta dove affacciarsi ed ammirare una grande bellezza. Composta da cose semplici, come quest’anguria, e ora, ne capisco il senso, della corsa mattutina, per accaparrarsi il primo posto, in prima fila, dove, a pochi passi, giace a terra, un’anguria, a metà strada, tra il mare e la sabbia, al fresco. Come fosse una costruzione, un’opera d’arte di altri tempi, quando si giocava e costruivano castelli, di sabbia e in aria e si era capaci di emozionarci con poco. Oggi, la grande bellezza è in Salento. Davanti a questo tramonto, in riva a questo mare.

Lettera aperta alla Cgil, ora Sciopero Generale!

Cara Cgil,

a fronte delle dichiarazioni apparse questa mattina, relative allo sciopero, sul quanto e sul chi, ritengo urgente indire una grande mobilitazione ed uno sciopero generale. Personalmente ritengo non rilevante il numero degli aderenti; ritengo altresì utile  anche per  coloro che non hanno aderito allo sciopero che “FORBICE PERDE”. Prendo a prestito queste due parole per sintetizzare che i tagli effettuati nella scuola, nel breve periodo penalizzano forse un certo numero di lavoratori, (e per questo, caro Ministro, forse, molti non erano in piazza: perché han pensato egoisticamente che gli euro dovessero rimanere in tasca e beneficiare poi di eventuali diritti grazie allo sforzo economico di altri: solita Italia), ma nel lungo periodo, i perdenti saranno tutti.  Mi pare che in Francia, che non è certamente orientata a sinistra, stiano aumentando gli investimenti per l’istruzione). “Perdere la giornata lavorativa o rischiare di perdere il proprio futuro?” Preferisco perdere non solo gli euro di una giornata ma tutti quelli che saranno necessari pur di credere in un futuro diverso da questo presente. Forbice perde. Forbice perde, “risorse umane” tagliate. “Risorse” per non dire persone, è un concetto “soft”. Ma le risorse si usano quando servono, e si “cestinano” quando non più utili. Rende l’idea  la lettera di Gianni Rinaldini, Segretario Generale Fiom Cgil, inviata ai direttori dei giornali.  Possibile che molti ancora vogliano continuare a sentirsi “risorse” e non persone? Possibile che preferiscano quei 40 o 50 euro in più e barattare così un diritto, quello di potere essere “una persona”? E’ così

Manifesto vergognoso affisso in questi giorni nelle vie di Torino

difficile STABILIZZARE tutti i precari? Possibile che non si possano stabilizzare quelle persone che sono “risorse” per dieci, undici, quindici anni. Risorse “precarie”. Ma non capisco proprio dove è il risparmio. Perché non stabilizzarle? Possibile sentirvi in tanti, lamentarvi ma non opporvi? Sento troppo spesso lamentele e allo stesso tempo “Il sindacato non fa niente”, “Il partito non fa niente”: ma voi, che non avete scioperato, che fate? Capisco le disillusioni ma vi chiedo: Gridate in coro SCIOPERO GENERALE, chiedetelo a gran forza, tornate lottare per non più soffrire, senza lasciar lottare. Date forza ad un sindacato non concertativo, che sceglie la piazza e non “il tavolo” troppo spesso “frega-lavoratori”; ridate la forza ad un partito che crede nel movimento operaio, che tutela i precari, i disoccupati, i cassaintegrati, che crede negli investimenti nell’istruzione poiché solo con essi, e non con i tagli, si possa avere un futuro migliore. Non solo per noi. Per le generazioni future. Io non voglio una società di soli “ricchi” dove tutto è “ritagliato” come un abito confezionato su misura per loro. Ma come si fa a credere ancora alla TAV, ai posti di lavoro che porterà (come sostengono alcuni) quando sul territorio italiano, da Torino, vengono tagliate corse per Venezia, Trieste, Lecce e altro ancora?  E i pendolari, mortificati ancora su alcune tratte, a dover viaggiare su binario unico? (non perdo l’occasione per dire che il partito già un anno fa avesse chiesto, a nome di Juri Bossuto e Sergio Dalmasso l’intenzione di Trenitalia su una linea “declassata” Torino-Lecce). Come posso credere che su un campione di 250 famiglie, intervistate a Torino, la spesa media, per i regali di Natale, sarà pari a 740 euro? Ma chi avete intervistato? Per certo so che in molti la tredicesima non la percepiranno, che in migliaia sono in mobilità e altri sono disoccupati. Torino, città con alcuni cartelloni che inneggiano un concorso di un quotidiano: “raccogli i bollini e parteciperai all’estrazione di un posto di lavoro”. Come siamo caduti… Per certo so, che in molti, sono frastornati dalle luci di Natale, accese anzitempo, ma in migliaia sono costretti a risparmiare proprio sulle luci di casa. Qualche residente a Torino, si é accorto che ieri pomeriggio  vi era un presidio di lavoratori “Agile s.r.l.”?  Oppure le luci, i negozi, l’atmosfera natalizia ha fatto si che anche in questo caso “si aggirassero come fossero un morto”? Ecco come si materializza la battaglia “sul crocefisso” come simbolo ma svuotata di contenuti. Chiedo lo SCIOPERO GENERALE non tanto per un aumento di 150 euro in tre anni, che è di per se ridicolo, ma per coniugare i temi di urgenza necessità: tutela della costituzione, rispetto delle istituzioni, e liberarci dai molti politici che continuano a mostrare lontananza dalla realtà quotidiana.  Per favore, ricominciamo a squalificare socialmente qualcuno. Riflettiamo. Fermiamoci. Spegniamo la televisione di regime e pensiamo a quanto ha rovinato il suo potere di convincimento. E orientamento. Per favore, cara Cgil, indici uno SCIOPERO GENERALE. Cara Cgil, non ti chiedo di farmi un regalo, ti chiedo di prendere POSIZIONE per tutti coloro, e sai che saranno molti, tantissimi, che a gennaio calcheranno  i tuoi uffici, ma non per chiederti una agendina, ma per dirti che GLI AMMORTIZZATORI SONO TERMINATI e non sanno dove sbattere la testa.

“L’operaio sente una precisa direzione di azione e di pensiero, ed è filosofo senza saperlo”? Gramsci

Un grazie a Maurizio Pagliassotti che il caso ha voluto leggesse questo blog e mi inviasse un suo commento proprio mentre, nel mio giorno di vacanza, somministravo ad alcuni operai da me incontrati, un pezzo del suo articolo “Io il sindacato lo odio”, apparso sul mensile di aprile Diario.  Dopo aver posto alcune domande ad alcuni operai di una nota fabbrica, sita a Riva di Chieri, (operai che si alternano tra cassaintegrazione e lavoro,  da ormai un po’ di tempo) porgo loro  la rivista Diario, in particolare l’articolo di Maurizio Pagliassotti, dopo averlo letto,  di commentare. “L’operaio è filosofo senza saperlo” come diceva Gramsci , scrivendo questo pezzo dietro le sbarre e lontano dalle fabbriche: secondo voi, vale ancora oggi come oggi? E’ filosofo? oppure ritenenete che la filosofia “di questa categoria è oggi anarco -individualista”, come sostiene Maurizio?  Poi, faccio loro leggere il commento di Rosina (sempre tratto dall’articolo), 42 anni di fabbrica, nella SKF. Rosina afferma: “Non si era ricchi ma c’erano rispetto e solidarietà tra di noi, un’unione tra lavoratori che oggi, quando lo racconto ai giovani, mi guardano come fossi una pazza”. L’articolo continua, ma mi soffermo su solidarietà e noi. Chiedo di commentare, ma prima, chiedo loro di raccontarsi, e siccome ho avuto pochi riscontri, ho deciso di andare incontro loro.  Innanzitutto una breve presentazione.  “N.” è arrivato dal Sud, a Torino, nel 1997, con grandi prospettive. Ha 32 anni e attualmente “vive con minor ansia”, in quanto da poco è stato firmato un contratto di solidarietà: dalla prima settimana di maggio fino al dicembre del 2010″. Il contratto di solidarietà, mi racconta, “è pagato dall’Inps (è retribuita con circa 100 euro in più rispetto alla cig normale, che è quella che N. ha continuato a fare da ormai alcuni anni). Perchè meno ansia? gli chiedo. Lui mi risponde: “Con questo tipo di contratto maturo permessi, ferie, tredicesima, quattordicesima, e riesco a prendere qualcosina in più”.  Chiedo quanto è lo scarto fra la sua ultima busta paga e “quel qualcosina in più che gli arriverà nei prossimi mesi. “La mia ultima busta paga è stata di 752 euro, quella di marzo, ma la media è sui 750″.  Gli chiedo ancora qual è la differenza tra il contratto di solidarietà e la cig. Mi risponde” che c’è una riduzione di orario e che forse è più complicata per le aziende da metterere in campo, presumibilmente a livello “burocratico”.  Come farai a sapere su tutto questo arco di tempo quando dovrai lavorare gli chiedo. Mi risponde: “Arriverà a ciascuno di noi un prospetto, con i mesi da maggio a dicembre sul quale ci sarà scritto il periodo in cui lavoreremo”. Il tempo dovrebbe essere più sereno, gli chiedo ancora, per quanti. “”Un 190 di cui  100 impiegati ed il rimanente capi, manutentori, tecnici, dovrebbero essere indispensabili; 42o ruotano”. Gli chiedo se cento euro in più sono così sufficienti da garantire la serenità. Dopo aver abbassato lo sguardo, un po’ per vergogna (che non dovrebbe essere la sua!) un po’ per timidezza mi risponde: “Pago 550 euro di affitto, e 47 euro di abbonamento bus per andare a lavorare, quando vado. Quando non vado, mi vengono restituiti in busta paga”. Vivi da solo? Gli chiedo ancora. “Vivo con mio fratello, e dato che sono entrato nel personale, in pizzeria non vado più, al massimo la compro da “asporto”, sotto casa. L’ultima vacanza risale a due anni fa, al Sud, dai miei”.  Gli chiedo ancora se per caso aveva sottoscritto, tempo fa, una “pensione privata”. “Si, l’avevo sottoscritta, ma dopo un po’ ho fatto un recesso, perdendoci, anche tanto”. Gli chiedo ancora se pensa davvero che in fabbrica ci sia l’egoismo che ha preso il posto della solidarietà. “Si, è così. Per molti, forse perchè figli di una generazione  di viziati, accontentati, sempre e comunque. I nostri genitori dovevano costruirsi tutto. Ecco perchè c’erano i valori”. Gli chiedo ancora se il cammino verso la riscoperta dei valori della classe operai sia lungo e fattibile. “E’ lunga, si”, mi risonde. Continuando, mi dice, con orgoglio: “Io non demordo; ci vuole coerenza, molti l’hanno persa, e ho conosciuto sindacati di comodo, ma quello che conta è l’esempio, il saper tradurre giornalmente il pensiero in azioni buone, di solidarietà, di vicinanza all’operaio”. L’ultima domanda, se è vero che ultimamente l’operaio ha la tessera Fiom in tasca e vota Lega: “Si, ne ho conosciuti molti, soprattutto negli ultimi anni”.

Ringrazio Maurizio Pagliassotti che, davvero, per combinazione, mentre procedevo a “sondare gli umori di operai” mi scriveva sul blog. Invito tutti a leggere il suo bellissimo articolo su Diario.

«Manuale di autodifesa dai contratti separati»

Nanni Alleva Docente di Diritto del Lavoro

«Manuale di autodifesa dai contratti separati»

Fabio Sebastiani

Professor Alleva, dopo la firma sull’accordo separato lei ha scritto che la disobbedienza è possibile. In cosa consiste?

immagine501Siamo stati abituati per decenni al concetto di “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”, che sostanzialmente è un ricatto. Una volta che il contratto era stato firmato comunque si applicava a tutti di fatto. Anche se teoricamente è sempre stato possibile per il lavoratore opporre il rifiuto in virtù della non appartenenza ad uno dei sindacati firmatari. La conseguenza di questa posizione, sempre in linea teorica sarebbe che non si potrebbe godere della parte positiva del contratto.

E qui arriviamo al punto critico, nel senso che in questo accordo non sembrano esserci positività.

Arriva il momento in cui i contenuti negativi degli accordi separati superano di molto i postivi, soprattutto nella parte economica.

Concretamente come ci si oppone all’accordo separato?

Uno può sempre sostenere che per lui continua a vigere il contratto precedente. Per quello che riguarderebbe il profilo economico la retribuzione del lavoratore dipende anche dall’articolo 37 della Costituzione. La formula è dichiarare l’adesione al vecchio contratto perché il nuovo “non mi riguarda” e, peraltro, si può sempre far presente che essendo passata molta acqua sotto i ponti il salario non è più adeguato e quindi si è legittimamente autorizzati, in nome della Costituzione, a chiedere un aumento anche maggiore di quello che il contratto collettivo firmato separatamente ha dato.

Si tratta di un percorso di carte bollate e magistrati?

E’ un percorso che arriva davanti al giudice, certo. Nella parte negativa non ti faccio la domenica, è difesa pura individuale attraverso il rifiuto. Il problema sono i miglioramenti economici che si possono pretendere appoggiandosi alla Costituzione e davanti al magistrato.

Comunque gli aumenti dell’accordo separato saranno contestati.

Se te li mettono comunque in busta paga per contestarti il rifiuto delle altre parti dell’accordo separato, bisogna mandare una raccomandata in cui si dichiara di trattenere l’importo come anticipo per la maggior somma “che mi è comunque dovuta per l’articolo 37 della Costituzione”. In questo modo si mettono le mani avanti. La lotta può essere condotta in modo collettivo. E’ proprio il fatto collettivo che li mette in crisi.

Lei sostiene che anche per quanto riguarda la precarietà è possibile una via giuridica.

Questa crisi la stanno pagando pesantissimamente i precari. Ma occorre dire che nove contratti precari su dieci sono illegittimi. Non ho mai perso una causa che riguardasse i precari. Sono tutti abusivi nonostante la legge Biagi. La gente che sta a casa disperata perché ha perso il lavoro precario dovrebbe sapere che è già stabile e potrebbe fare una causa vittoriosa. Sul contratto a termine la temporaneità della causale non c’è quasi mai, per esempio. E non vengono neanche più specificate. Questi contratti sono tutti a tempo indeterminato. La stessa cosa vale per i contratti di lavoro interinale che devono avere anch’essi una causale temporanea. Sono usati come una sorta di patti di prova. L’esigenza deve essere temporanea e me lo devono dimostrare gli imprenditori. Quasi mai il datore di lavoro riesce a passare questa prova. Sul lavoro a progetto è uscita una sentenza importantissima della Corte Costituzionale che dice che non sussiste quando manca il progetto, e il progetto manca sempre. Non è che c’è una mera presunzione di subordinazione evincibile, come sostengono alcuni, ma c’è un vero e proprio divieto di collaborazione. E quindi c’è la trasformazione automatica. Così via per gli altri tipi. Attaccarli è molto facile. Ho in mente di aprire un “forum precario” on line in cui i precari mi possono mandare una scheda sulla loro condizione così si può valutare se è possibile la via legale. I contratti separati e la precarietà non sono un destino.

Vale anche per la pubblica amministrazione?

Nel caso della pubblica amministrazione vale con alcuni distinguo perché nel pubblico pubblico ci deve essere, per quanto riguarda la rappresentatività sindacale, una maggioranza misurata e certificata. Per quello che riguarda i precari, invece, la trasformazione viene vietata dalla legge con una ingiustizia clamorosa, però si possono chiedere retribuzioni arretrate e un danno per ingiusto precariato.

Fonte: Liberazione 13/02/2009  manuale-autodifesa

“Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta”.

Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta. Questo è il titolo di Loris Campetti sul manifesto di oggi giovedì 11 dicembre 2008. Almeno un milione in piazza in 108 città, scrive Antonio Sciotto sempre su il Manifesto. Io, a Torino, sarò uno di questi: uno in mezzo ad un milione, uno che guarda al futuro, per dire basta al flusso dell’interminabile flusso di denaro transitato negli ultimi anni dai salari ai profitti ed alle rendite. Uno in mezzo ad un milione: saremo quelli che saremo, pochi, tanti, non importa che qualcuno provi a contare Piazza Vittorio, via Po o altre vie adiacenti. Quel che conta è che saremo determinati a portare in piazza le sei proposte presentate da quadri e delegati nel mese di novembre: ammortizzatori per tutti i lavoratori, sostegni ai redditi da lavoro e pensioni, investimenti e politica industriale, infrastrutture ed edilizia popolare, attenzione e più welfare e la sospensione per due anni della Bossi- Fini in caso di perdita del posto per crisi aziendale. Ieri sera, ad una cena dove erano presenti molti lavoratori autonomi, la mia era una voce fori dal coro, ma sempre pronta ad intonare la stessa musica: “la coscienza sociale, analizzando la società attuale mi porta a manifestare con forza e tenacia; ho aderito a tutti gli scioperi, condivisibili nel merito: quello di settembre come quelli di ottobre, come quello di domani. Nulla mi e ci dovrà intimorire e pazienza se troveremo qualche soldo in meno. Le grandi conquiste del movimento operaio hanno richiesto numerosi sacrifici, ed ora tocca a noi; mangeremo meno, ma ci nutriremo di altro, ci riempiremo e torneremo a mangiare e bere ai veri valori che hanno sempre contraddistinto il movimento operaio“. Ero in minoranza, ma non mi spaventa. Avanti, riempiamola la piazza, per noi, per il presente, per il futuro; la manifestazione e la lotta di domani e di quelle che verranno dovranno, e noi dobbiamo dare forza, misurarsi con la prospettiva, dove la necessità di un lavoratore deve avere una soluzione, vera, qui, ora, sempre. Ai bisogni bisogna dare risposta immediata, adeguata. Dobbiamo stare vicino ai metalmeccanici, che è come dire stare vicino agli studenti, equiparati da una identica condizione: la precarietà che sta aggredendo ogni aspetto della nostra vita. Allora, a domani, con le nostre bandiere, con i nostri giornali, con i nostri ideali con la nostra prospettiva che un mondo migliore è possibile.
Ps: ho partecipato ad una assemblea della cgil scuola: pochissimi e tra questi, su sei, da me conosciuti, uno solo era a contratto al tempo indeterminato. Ho ascoltato un intervento di uno di questi cinque: 50, due figli, da venti precario. E’ vita questa? la domanda è antica e mi fa tremare i polsi. Ma ancora un’altra riflessione mi portava a domandarmi: è possibile che nel mondo degli intellettuali, nella scuola non si sappia rispondere in maniera adeguata ad una “chiamata”? bisogna aver paura della reazione del dirigente o della propria condizione personale e famigliare che rischia di non avere una prospettiva, uno sbocco? Siamo noi che diamo la forza al sindacato, d’accordo, ma prima di tutto, coscienza sociale! A domani, vi aspetto.