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Primo maggio a Torino

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Torino. Piazza Castello. Corteo primo maggio 2014. “No alle aperture dei negozi e supermercati nei giorni festivi”.

Avrei voluto cimentarmi in una “pseudo-cronaca”, nel racconto di chi c’era e chi no.Sul grande assente di oggi e sul passato lavorativo di quanti hanno nelle mani i segni della fatica del lavoro di una vita, sul viso gli stenti di una vita stretti alla catena, di donne a conciliare lavoro in fabbrica e lavoro in famiglia, e di occhi che hanno visto tutto, nella luce artificiale della fabbrica: mattino, pomeriggio, sera, notte. Compagne e compagni di lavoro, pensionati, amici di scuola, famiglie con bimbi e passeggini al seguito.  Torino, la crisi e il lavoro che manca. La crisi del settimo anno che comunque porta in piazza, a Torino, oggi, migliaia di persone. Aspettavo la giornata di oggi, per incontrare storie, raccontarle, scriverle, provare a svolgere quello che pia e, impedito durante la settimana. Non esistono piu’da un pezzo le catene, ma altre catene impediscono di fare cio’ che si vorrebbe, cio’ per cui abbiam studiato e accontentarci cosi, al ribasso, pur di sopravvivere. Nella festa, il festeggiato, pero’, è assente. Nella festa del lavoro, manca proprio il lavoro. Che paradosso. Un lavoro povero e quel poco riceve poco reddito. Per alcuni, paradosso dei paradossi, è l’alba della mobilità. Associazioni, categorie, partiti.  Amici. Tra gli amici, incontro Marco  Revelli che usa con abilità un cellulare di ultima generazione e filma, filma, filma. Dopo aver tenuto per un bel pezzo lo striscione dell’ Altra sinistra. Filma e  fotografa diventando bravo tanto come quando parla e insegna scienza della politica. E sorrideva, sotto i suoi baffi. Mi sarebbe piaciuto sapere a cosa pensava, a quante feste del primo maggio gli “ronzavano” nella testa.  Recuperi la piazza, Castello, poi Via Po,  dove incontri il gruppo di musica e ti dicono “ci manchi e manchi tanto ai bambini”,  poi, l’altra piazza, Vittorio, testa e coda del corteo. Avanti e indietro a stringere qualche mano e “ciao, come stai?” e così fanno in tanti.  Incontri Armando Petrini, in versione ecologico, bici e bandiera, Simone, ormai, ben inserito e amici incontrati a Roma,  Ferrero, amici incontrati dieci anni fa, in treno o a qualche manifestazione per la pace, a ridosso di un San Valentino. Amici, amiche, compagni, compagne, uniti e poi divisi da qualche documento, qualche parola non limata bene finita nel calderone di un documento. Documenti contrapposti. Mozioni, aree, correnti, come le si voglia chiamare, buone per “dividere” più che unire. Contrapposizioni in ambito congressuale e che continuano in molte riunioni. Eppure, al primo maggio, in piazza, ci devi essere per ritrovare un pezzo della storia, un pezzo di se stessi. Ecco, ci siamo. Ci siamo ancora, nonostante tutto.  La mattina ti alzi presto, metti il vestito buono e vai incontro a loro e loro vengono incontro a te. I lavoratori. Gente con cui mangi pane, sudore e lacrime, mentre gli altri, godono dei profitti accumulati sulla pelle altrui. “Domenica aperti”,  e pensi che non vorresti mai vederlo un cartello così, e invece, ora ci è toccato vedere anche cartelli, come “Primo maggio aperti”.  Il film della memoria corre di chi è in piazza comincia a proiettare scene di cordoni dei militanti che “proteggevano” Bertinotti, Cossutta, Rizzo e altri ancora e tutti insieme che cantavano l’Internazionale. La sinistra, un tempo. Altri ricordano il primo maggio del 1994, a Torino, subito dopo quella grandissima manifestazione del 25 aprile di Milano, sotto la pioggia, ai piedi del Duomo. “Un milione sotto la pioggia.”  “Che liberazione”. Non erano solo titoli di giornali. Era un riporre la speranza ne voler e poter cambiare una politica e una maggioranza fresca di urne.  Tutti  i partecipanti indossavano  quelle magliettine bianche, con il bimbo che dorme e pensa che in fondo, “la rivoluzione non russa”. Il primo maggio, tutti vogliono esserci, in piazza, per ricordare “di quando  suonava la campana della fabbrica e la linea partiva, quando  verso mezzogiorno, quel rumore liberava i lavoratori dalle catene, di montaggio, e si riappropriavano della propria libertà, andando a mangiare, in pausa. E quando la pausa te la concedeva, il padrone, non quando l’organismo, il fisico vorrebbe.

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Torino. Piazza Castello. Banda musicale. Primo maggio 2014.

La linea, era li, a dettare i tempi e comandare. E  i ricordi si riproducono a  valanga, come fossero accaduti ieri. I pensionati, ricordano quando “volevi andare a pisciare” ma non potevi, perché “la prima pausa era toccata a te“, quando non “avevi bisogno di pisciare”. “Per pisciare, avevi tempo, si, ma dovevi aspettare altre due ore”. Quel gusto così buono della pizza ancora calda e di quelle brioches che forse non erano buone, ma almeno riempivano la pancia e aiutavano a combattere quel “mostro” sempre in cammino, della catena di montaggio. Le mamme, che usavano la pausa per raggiungere la cabina telefonica per telefonare a casa e svegliare i figli. Lasciando ancora raccomandazioni.  “Il caffè è già pronto. La pasta, a mezzogiorno, e il sugo è ancora caldo. L’ho preparato questa mattina. Alle quattro. Mi raccomando.” Cuore di mamma.  E così, i tempi  scivolavano via, lentamente, e oggi, nella giornata di oggi, provi a raccoglievi. O almeno, avresti voluto. E così,  infatti, cercavo di raccoglierli, in una giornata della Festa dei lavoratori tutt’altro che da festeggiare, per i numeri che le cronache sulla disoccupazione ci forniscono.  E che allarme, sul e del lavoro!!

 

Pero’, il primo maggio,  bisogna esserci. Ad ogni costo.  Una festa bella, giovane. Di tutti. Per tutte, tutti. Spiace aver visto le saracinesche  di alcuni negozi e supermercati tirate su. Mentre dovevano restare giù.

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Torino. Via Po. Studentesse e studenti universitari. Primo magio 2014.

Mi sarebbe piaciuto scrivere di piu’, storie di vita, storie importanti, ma, a metà di via Roma, si verificano momenti di alta tensione, davanti. Senza capire il perché, chi è davanti, comincia ad indietreggiare. Allungare il passo e poi a correre. Mamme con bambini piangenti cercano velocemente vie di fuga, laterali. Ci si perde e ci perdiamo. Le parole, insieme alle lacrime dei bambini diventano di ghiaccio. Sono impronunciabili. Si perde molto.  Perdo la forza, le parole, i pensieri, il blocchetto con tante storie che avevo già raccolto.  Pensavo che le perdite fossero più che altro a livello personale. Anche a livello collettivo, certamente. Le parole diventano di ghiaccio e non sono più pronunciabili.  Oggi,  le perdite, sono soprattutto  a livello collettivo. Perdiamo tutti. Doveva essere una giornata di festa. Dei lavoratori. Non una musica così…stonata. Doveva esser un’altra musica, di speranza.  La speranza di seguire un sogno. Musica. Come quella suonata dalla banda che era in corteo.

 

Penso al cassetto dei nonni……….mentalmente lo riapro.

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Torino. Via Po. Ragazza con bandiera “L’altra Europa con Tsipras” in via Po. Primo maggio 2014.

Vorrei sentire il profumo, della speranza…

 

 

 

Buon primo maggio.

DSC00753Temperature in ribasso. Acqua, pioggia, temporale al mattino presto, così come  era successo ieri, nel tardo pomeriggio. In mezzo un arcobaleno. Ah, quanto è stato triste quell’arcobaleno di sei anni fa. Due passi, verso il “salotto” di Torino, con il pensiero in viaggio,  in prospettiva di domani e del domani. Piazza San Carlo, luogo di conclusione del corteo del primo maggio. Pensiero in retrospettiva,  a quando i palchi, posizionati qui, erano impregnati di passione, sindacale, politica, e dove andavano in scena i comizi, gli amori, le auto torinesi.  Quando via Roma era una “vasca”, lo struscio e la piazza, San Carlo, un parcheggio. Mi posiziono a due passi dal cavallo. Questo tardo pomeriggio, non è “circondato”.  Nessun girotondo in atto. Si offre per essere fotografato. Ma non espugnato. Forse fra due o tre domeniche. (Quando qualcuno si cucirà sulla maglia uno scudetto). Osservo altri fotografare.  Incuriosito e silenzioso. Mi posiziono a sinistra. Cerco la visuale alta e di colpo corrono i film delle foto di classe, quelle delle elementari, di fine anno o di Natale. In piedi e seduti. In alto, a sinistra. Per via dell’altezza.  Talvolta delle panche, per quelli “bassini”. In alto. Sia con il fiocco, a far da cornice al grembiule blu scuro con le tasche, sia con il pon pon che dalla terza elementare avevano sfrattato il fiocco azzurro dei maschietti. E sempre a sinistra, in piedi anche in seguito, alle superiori, quando cominciavano ad “uscire” dagli armadi le prime giacche quadri. In alcune cose, forse, esiste una sorta di predestinazione. Forse  per altezza rilevante, fin dal primo vagito. Anche se, sono più propenso a collocare ciò ad un cassetto della nonna, aperto così, un po’ per gioco, un po’ per noia.  Un’estate calda, caldissima. Pomeriggi eterni e tempi lunghi, lunghissimi. Infiniti. Smetti di giocare e cominci a curiosare. E gli occhi di un bambino, che a malapena legge  finiscono su un documento di lavoro, con il nome e cognome del nonno. Lavorare “oltre confine” di quello che poteva essere. in quel “ventennio” il confine. L’espatrio, pur di lavorare e dire di no a  “quella tessera” che era necessaria per lavorare. La scelta di lasciare tutto e tanti, pur di dire  ancora no a quella tessera.  No, no, no. Il diritto a lavorare senza “omologarsi” ad una dittatura.  Un foglio, quel foglio di “espatrio” per non avere la tessera (impronunciabile) era collocata in alto (a me pareva enorme, quel “settimanale”) a sinistra. Forse, è datare in quell’episodio  la nascita di quella posa assunta in tutte le fotografie, ovvero, in alto a sinistra. E a pensarci bene, anche all’università mi collocavo, in quella famosa aula 34, in alto a sinistra di quello che è stato il parallelepipedo di Palazzo Nuovo. Libri di storia del movimento operaio, pagine, documenti, scritti da altri. Da studiare e difendere.  E diffondere. E non solo. Anche in altre, magari più piccole. E oggi, tanto per non smentire, quando chiedono  ai colleghi, dove possono trovarmi, qualcuno risponde: “lo trovi in alto, a sinistra”. In quel cassetto c’era tutto. Una valigia che ti porti dietro, anche quando non viaggi. Pero’, qualcosa di diverso da un’appendice.  A questo pensavo ai piedi del cavallo, a domani, al corteo del primo maggio, a quelli degli anni passati.  Ai diritti da difendere sempre e comunque anche quando qualcuno continua a negarli o vorrebbe abolirli. Con l’arroganza di chi detiene qualche centimetro di potere e pensa di “potere” in virtù di una piccola e misera scala gerarchica, dimenticandosi che, fortunatamente, l’ordinamento, è ancora democratico, almeno in quelle cose, poche, che ci sono rimaste. Che il movimento operaio ha versato sangue. Che in un’ Italia con una disoccupazione  che “viaggia” al 12 per cento, bisogna per forza, andare al corteo, domani, per reclamarlo, questo benedetto lavoro, e per difendere i diritti e cercare di ampliarli, per chi non li possiede.   Andare col pensiero del nonno, che seppe dire di no, ad ogni forma  di oppressione. Dopo aver esaurito questi pensieri, mi dirigo verso la strada del ritorno. I portici, la stazione, la stazione della metro, la metro che arriva. Fischio. Le porte si aprono. Fischio, le porte si chiudono. Occhi su, alla mappa posizionata in alto a sinistra del vagone della metro. Una, due, tre,  cinque fermate. L’arrivo. Le scale mobili. Per la salita. Pur di non tenere quella parte impronunciabile, scalini a due a due. Per tenere la sinistra. In un batti baleno mi ritrovo in alto. Ovviamente a sinistra.

Un buon primo maggio a tutte. A tutti. Così, anche a chi mi saluta, trovando oggi, in alto, a sinistra.

Chi l’ha visto, il contratto?

Due pesi e due misure. Come sempre. A chi si bea di aver predisposto tutto per l’ottimo avvio dell’anno scolastico, assegnando le chiavi degli istituti ai vincitori del concorso da Dirigente Scolastico, vorrei ricordare, che, “le pedine” (a cominciare dal calderone Ata) che questi ultimi muovono, sono prive a tutt’oggi di un contratto, fra i lavoratori e la scuola. “Chi l’ha visto il contratto?” Qualcuno dorme. Chi? Possibile che ipocritamente parlino, ai piani alti, di livello di diritti, di democrazia del sapere e nel sapere, di coinvolgimento di tutti i lavoratori al fine di motivarli in base alle loro competenze, conoscenze, attitudini, nella collocazione del posto lavorativo e poi, gli stessi concetti non siano applicati ai diritti del lavoratore a ricevere quanto gli spetta per il suo lavoro, a partire dal suo contratto?  (non afferma forse così la Costituzione? o magari, terminati i concorsi ci si dimentica?). Quanti sono  quelli che non hanno ancora il contratto con la scuola perchè precari? Perchè qualcuno all’atto del conferimento delle nomine ha dato dei numeri sulla stabilizziazione dei precari, sul passaggio in ruolo e invece nulla di tutto cio’ sta ancora avvenendo? Qualcuno, sindacati, politici, potrebber ricordare ai piani alti, al Miur, che la scuola non sono solo i Presidi che, anche freschi di nomina, muovono le loro pedine,  e che per il momento le muovono non avendo somministrato  un contratto di lavoro, (magari per “responsabilità” altrui, magari “l’Europa che lo chiede”. Ma l’ispettorato del lavoro non dice nulla?),  e quindi privandole di  denaro alla fine del mese e quindi non garanti sulla sussistenza derivante dal corrispettivo del proprio lavoro? Già, perchè gli euro dei lavoratori della scuola, non sono “i soli” 43 mila euro lordi l’anno, come tutti i quotidiani si sono mossi a sbandierare  giorno della stipula del contratto tra Ministero e Presidi, con tanto di “battito di mani”, ma molto, tantissimo di meno. Questa è una brutta, bruttissima storia, che ogni anno si ripete, con ritardi enormi sull’accreditamento dello stipendio, ma quest’anno risulta essere ancora piu grave. “La scuola è cambiata”, continuano a sostenere, quasi tutti, per giustificare mansioni che rasento il tutto e il di piu’ pur di coprire i tagli del personale. Vedo ogni anno personale della scuola trasformarsi in “infermieri, oss, barellieri…badanti, giardinieri”…di tutto…con una formazione direi allegra, mentre si dovrebbe tenere conto delle sensibilità di chi ci lavora che non sono date una volta per tutte, ma dinamiche, che si evolvono, nel bene e nel male…e solo gli stipendi, continuano ad essere quelli di una volta. Forse il concetto di democrazia e coinvolgimento del personale era bellissimo chiederlo e ascoltarlo durante le commissioni d’esame, dei Dirigenti Scolastici. Poi, tradurlo in pratica, risulta essere  già un tantino piu’ difficile. Si, facile consegnare tablet ai ragazzini di prima media, prima superiore……. (tra l’altro, l’assegnazione dei tablet avviene attingendo ai fondi europeri del programma Formez) un po’ difficile prendersi cura dei lavoratori. Non ci siamo. Chi ha visto i tecnici? Forse come sostiene l’amico Daniele, stritolati dai tre anni di tagli, compressi prima dal basso, con la mobilità verso l’alto dei piu’ “bassi”, tra gli Ata, e poi, dall’alto, degli inidonei.  Chi sa quale fine hanno fatto i cosiddetti “inidonei”? E se non si sblocca la loro situazione, quella degli altri resterà tale e quale a quella degli anni precedenti? Possibile che si continuino a fare nomine  con articolo 40, fino a che l’avente diritto non si presenta? Chi stabilisce tempi e modalità? E se non viene stabilito “il quando” verranno conferite le nomine? Penso che i piani alti dovrebbero essere piu’ seri. Non si puo’ continuamente giocare con la pelle delle persone. Assolutamente. Non ci siamo. La scuola non è piu’ quella di una volta, “il Miur quest’anno ce l’ha messa tutta a farsi trovare al traguardo in condizioni meno difficile del passato…” e così, due pesi e due misure, “utenti” col tablet e lavoratori che ricordano anni andati, con funzioni che non dovrebbero espletare (oltre che essere attualmente nè carne nè pesce, illusi da una stabilizzazione che non avviene. E’ la scuola del futuro, bellezza, con precari, statali, da cinque, sei, sette anni………… .. Complimenti.

 Tanto per cominciare, bisognerebbe tenere fuori dal patto di stabilità istruzione e sanità…Situazione creata dall’abdicazione dellla plitica ai mercati, con più disuguaglianza, piu disoccupati, più precari, e meno protezione sociale. E tanti multitasking nella scuola………

Il mio primo maggio, la nostra festa dei lavoratori

Di Simone Ciabattoni

Torino, sabato primo maggio. In corso Cairoli, contrariamente a quanto la tradizione prevede, era previsto il concentramento e la partenza per quanti avrebbero partecipato al corteo del primo maggio.

Alle 10.30, finalmente, tutto è pronto per l’evento da me atteso con gioia ed entusiasmo: il corteo dei lavoratori del primo maggio. Il corteo è così composto: la banda, le autorità cittadine con i gonfaloni, aprono la manifestazione; seguono i partigiani dell’Anpi , i sindacati, i giovani, i partiti; sembrano tutti ai loro posti pronti per partire e festeggiare il primo maggio nato come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione.

Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire” fu la parola d’ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento.

Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il Primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.

Il corteo non seguirà il percorso tradizionale, perché è stato modificato causa motivi logistici organizzativi legati alla visita del Papa, nella nostra città , il giorno successivo. La magia di sfilare in via Roma ed arrivare in piazza San Carlo viene a mancare.

Al fondo del corteo si vede subito l’unione del Prc e del Pdci i quali sfilano sotto un unico striscione, “ Federazione della Sinistra Torino”, finalmente uniti. Sfila, insieme a noi, il segretario della Federazione stessa, Paolo Ferrero che insieme alle autorità della sinistra torinese quella, a mio modo di vedere, che rappresenta meglio i bisogni della classe lavoratrice e dei disoccupati, riceve molti applausi dalla folla presente lungo via Po.

Vi è tanta musica, tante le canzoni della storia comunista, tanto entusiasmo tra i compagni.

Giunti in piazza Castello, coronata da una marea di gente, viene cantata per ben due volte bandiera rossa; questo per me è uno dei momenti più significativi della giornata, quasi come se a cantare a squarciagola ci liberassimo da un peso, da una delusione che da troppo tempo ci stava lacerando. Cantare come per far capire, che nonostante l’esito delle ultime votazioni regionali, la Federazione della Sinistra è ancora presente, con i suoi militanti che resistono e combattono. Con il rammarico che la bellissima giornata è terminata, rimangono le bandiere rosse, l’entusiasmo dei compagni, i tanti pugni alzati verso il cielo, insieme alle mille domande che hanno segnato la giornata di festa per molti, ma non per tutti. Lungo il percorso ho notato, con amarezza, le vetrine di molti negozi aperti. Una possibilità, un’opportunità per le autorità che hanno deciso l’apertura, ma che contrasta fortemente con la giornata di festa. Forse è partita una piccola “delocalizzazione”, che ha diviso i lavoratori: di serie A e di serie B.

La mia presenza al corteo di ieri vuole essere un piccolo contributo contro tutte le ingiustizie. La festa del primo maggio, non si tocca!

Torino 2/05/2010

«Manuale di autodifesa dai contratti separati»

Nanni Alleva Docente di Diritto del Lavoro

«Manuale di autodifesa dai contratti separati»

Fabio Sebastiani

Professor Alleva, dopo la firma sull’accordo separato lei ha scritto che la disobbedienza è possibile. In cosa consiste?

immagine501Siamo stati abituati per decenni al concetto di “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”, che sostanzialmente è un ricatto. Una volta che il contratto era stato firmato comunque si applicava a tutti di fatto. Anche se teoricamente è sempre stato possibile per il lavoratore opporre il rifiuto in virtù della non appartenenza ad uno dei sindacati firmatari. La conseguenza di questa posizione, sempre in linea teorica sarebbe che non si potrebbe godere della parte positiva del contratto.

E qui arriviamo al punto critico, nel senso che in questo accordo non sembrano esserci positività.

Arriva il momento in cui i contenuti negativi degli accordi separati superano di molto i postivi, soprattutto nella parte economica.

Concretamente come ci si oppone all’accordo separato?

Uno può sempre sostenere che per lui continua a vigere il contratto precedente. Per quello che riguarderebbe il profilo economico la retribuzione del lavoratore dipende anche dall’articolo 37 della Costituzione. La formula è dichiarare l’adesione al vecchio contratto perché il nuovo “non mi riguarda” e, peraltro, si può sempre far presente che essendo passata molta acqua sotto i ponti il salario non è più adeguato e quindi si è legittimamente autorizzati, in nome della Costituzione, a chiedere un aumento anche maggiore di quello che il contratto collettivo firmato separatamente ha dato.

Si tratta di un percorso di carte bollate e magistrati?

E’ un percorso che arriva davanti al giudice, certo. Nella parte negativa non ti faccio la domenica, è difesa pura individuale attraverso il rifiuto. Il problema sono i miglioramenti economici che si possono pretendere appoggiandosi alla Costituzione e davanti al magistrato.

Comunque gli aumenti dell’accordo separato saranno contestati.

Se te li mettono comunque in busta paga per contestarti il rifiuto delle altre parti dell’accordo separato, bisogna mandare una raccomandata in cui si dichiara di trattenere l’importo come anticipo per la maggior somma “che mi è comunque dovuta per l’articolo 37 della Costituzione”. In questo modo si mettono le mani avanti. La lotta può essere condotta in modo collettivo. E’ proprio il fatto collettivo che li mette in crisi.

Lei sostiene che anche per quanto riguarda la precarietà è possibile una via giuridica.

Questa crisi la stanno pagando pesantissimamente i precari. Ma occorre dire che nove contratti precari su dieci sono illegittimi. Non ho mai perso una causa che riguardasse i precari. Sono tutti abusivi nonostante la legge Biagi. La gente che sta a casa disperata perché ha perso il lavoro precario dovrebbe sapere che è già stabile e potrebbe fare una causa vittoriosa. Sul contratto a termine la temporaneità della causale non c’è quasi mai, per esempio. E non vengono neanche più specificate. Questi contratti sono tutti a tempo indeterminato. La stessa cosa vale per i contratti di lavoro interinale che devono avere anch’essi una causale temporanea. Sono usati come una sorta di patti di prova. L’esigenza deve essere temporanea e me lo devono dimostrare gli imprenditori. Quasi mai il datore di lavoro riesce a passare questa prova. Sul lavoro a progetto è uscita una sentenza importantissima della Corte Costituzionale che dice che non sussiste quando manca il progetto, e il progetto manca sempre. Non è che c’è una mera presunzione di subordinazione evincibile, come sostengono alcuni, ma c’è un vero e proprio divieto di collaborazione. E quindi c’è la trasformazione automatica. Così via per gli altri tipi. Attaccarli è molto facile. Ho in mente di aprire un “forum precario” on line in cui i precari mi possono mandare una scheda sulla loro condizione così si può valutare se è possibile la via legale. I contratti separati e la precarietà non sono un destino.

Vale anche per la pubblica amministrazione?

Nel caso della pubblica amministrazione vale con alcuni distinguo perché nel pubblico pubblico ci deve essere, per quanto riguarda la rappresentatività sindacale, una maggioranza misurata e certificata. Per quello che riguarda i precari, invece, la trasformazione viene vietata dalla legge con una ingiustizia clamorosa, però si possono chiedere retribuzioni arretrate e un danno per ingiusto precariato.

Fonte: Liberazione 13/02/2009  manuale-autodifesa