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Spegniamo l’ignoranza

Foto, Romano Borrelli. Spegniamo l’ignoranza con la cultura. I libri ci guardano e noi guardiamo loro. Anzi, questi ci richiamano al dovere. La loro espressione e’ di severita’ e ammonimento.  Leggere è un’arte, ma anche un dovere. Chi è stato l’angelo custode che ci ha salvato da una situazione particolare? Domanda da qualche settimana il giornale torinese (“Il nostro caro angelo”)  nel titolo della sua rubrica domenicale con le risposte dei lettori, azi, con gli scritti, esperienze di vita o storia di una storia particolarmente bella, interssante, utile. Un libro, mi verrebbe da dire. Un libro, è sempre un libro. Un libro tra le mani, un libro sulla panchina, un libro nel cuore, e tanti nella testa e in una penna in procinto di…chissa’ cosa si servira’ nel piattino, quale storia da un cantuccio di un bar o da un “ottovolante”.

Talvolta un libro è l’angelo seduto con noi, sulla panchina o insieme ad un altro, perche’ si sa, i libri, non viaggiano mai da soli, ma in coppia, o in gruppo, depositati li, al nostro fianco, sulla stessa panchina Torino 13 novembre 2014. Foto, Romano Borrellio sul sedile del tram, del treno, in un momento di pausa al lavoro,  che ci tira su, e ci fa volare, volere, valere, dimenticare, ricordare, volare alto,  rinchiuder per poi aprirci, non solo in una bolla di un sogno, nello spazio di un intervallo, una parentesi tonda chiusa da una quadra che a sua volta è chiusa da una graffa. E poi “e’ sempre tempo per leggere”, in qualsiasi tempo e sotto qualsiasi tempo. A me piace soprattutto questo, quando senti sotto i piedi quel misto di foglie, brina, terra che si appiccica alle suole delle scarpe. Ma chi ci coccola chi? Il libro e le sue pagine noi o noi che pettiniamo lui, da una pagina all’ altra come fossero fili sottili o capelli di un bellissimo viso? Il libro è espressione e insieme l’espressione di chi lo legge e aiuta quest’ultimo a cambiare la sua, di espressione. Recitarlo, narrarlo, raccontarlo, dargli il giusto valore. Milano (ma lo sono tutte le citta’) è davvero bella, nella sua frenesia. Gente che corre, alla ricerca di un posto in treno, in metro o in tra, dove si sgomita per un  cantuccio, per se e le pagine,  e poter stare a tu per tu con l’incontro preferito, lasciato poche ore prima: quello con il libro. Bus, tram, vagoni di metro,  taxi, sembrano libri che camminano così come i grattacieli sembrano pile di libri in attesa di essere letti. Ogni persona che ti viene incontro è un libro, o più libri. Sul viso di ciascuno pagine e pagine di libri, letti di giorno e letti di notte e “nel letto”  un segreto.  A me piace immaginare L. Che sfoglia e segna a matita le pagine piu’ belle, quelle che poi condividera’ con M. Oggi vanno di moda i post it, ieri cartoline del tempo andato. Fra le pagine, un richiamo, per oggi e per domani.

Leggere è un’arte, spegnere l’ignoranza è un dovere. M piace immaginare “prove di esercitazione” collettive, a caso, ad insaputa degli studenti. Letture collettive al suono di una campana che segnala una emergenza. E i dati di quanti consumano “lettura e cultura” fanno davvero venire i brividi. E forse aveva davvero ragione Hegel, che una buona lettura di un quotidiano al giorno e’ “una preghiera laica”. E allora incentiviamone la liturgia, della buona lettura  e “salviamoci”. Ma possibilmente  non su di un file….

(A Milano book City, dal 13al 16 novembre, con 900 eventi in 200 sedi).

Per la cronaca, oggi sciopero Fiom a Milano e Cobas Torino 14 novembre 2014. Sciopero. Foto, Romano Borrelliin tutta Italia. E’ bello vedere il fior fiore della meglio gioventùTorino 14 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli dirigersi verso lo sciopero.

Lavoro contro capitale, “con guanti in lattice”

treno-antico-2Capitale contro lavoro. La lettura dei quotidiani e la rappresentazione della realtà per mezzo dei lavoratori Fiat e dell’indotto che domani scenderanno in piazza, evidenzia una forte crisi economica che fa il paio con la crisi sociale. I giornali di ieri accennavano che in seguito al “matrimonio Fiat-Opel” gli eventuali posti “tagliati” potrebbero raggiungere la cifra di 18.ooo: “Secondo i sindacati 18.ooo posti a rischio in Europa. Timori anche per Pomigliano”. Così La Stampa di ieri, articolo di Alessandro Alviani. Una notizia che riportava la cruda realtà manifestata da Liberazione già una settimana fa, con un titolo “La lotteria” Ma davvero “oggi in fabbrica non si parla piu’ delle condizioni di lavoro”? Delle possibili conseguenze? Possibile? Alla fine degli anni ’70, i mezzi di informazione non erano sofisticati come gli attuali, ma stampa, qualche radio, a volte anche “chiusa per ordine di qualche pretore”, salvo poi essere “riaperta”, e, poca televisione. Oggi esiste anche internet, con la sua velocità tanto nello spazio quanto nel tempo.

Eppure, l’informazione di ieri, che magari potrei paragonare ad una vecchia locomotiva, diversamente dall’informazione odierna, una “freccia rossa”, funzionava meglio. Era prodotta per elevare culturalmente il popolo e non “per farlo osservare dal buco della serratura”, ricercata, discussa, confrontata, socializzata. Possibile che oggi molti ne fruiscono e pochi abbiano voglia di approfondire? Condizione di lavoro e piano industriale appena accennati. Perché il piano industriale si tarda a discuterlo con i sindacati? Forse per le capacità produttive attuali degli impianti. Quante auto produce Fiat? In Polonia? Parrebbe che un impianto, in Polonia abbia una capacità produttiva di settecentomila vetture. In Italia? Forse l’intento è di presentare un piano industriale nel momento in cui si riesca a costituire un polo capace di raggiungere in totale 6 milioni di auto; in tal modo i sacrifici sui “tagli” sarebbero “dilazionati” e meno “distruttivi”.

Lavoratori comunque perdenti. Capitale sempre vincente.

Certo, ancora una volta, la parola magica “sacrifici” è utilizzata in maniera unidirezionale. Pagano i soliti noti. Ha ragione Dino Greco (attuale direttore di Liberazione) quando afferma che il capitale è volatile, veloce, transnazionale. Il movimento operaio è riuscito ad opporsi creando le basi per un grande stato sociale. Abbiamo uno statuto dei lavoratori, anche se più volte messo in discussione; la scuola, un sistema sanitario e tante altri beni collettivi frutti di battaglie sociali, “sangue”, lacrime; eppure le immagini passate in questi giorni, quelle dei “guanti bianchi”, di lattice “che servono a non toccare l’orrore” forse li abbiamo indossati un po’ tutti noi, dal momento in cui abbiamo assunto come pensiero guida “il sano egoismo”. Girando spesso le spalle al problema, perché non pareva essere il nostro problema. Quante volte ci siamo girati dall’altra parte dinanzi a difficoltà non nostre? Quante volte non abbiamo partecipato ad uno sciopero, ad un’astensione dal lavoro quando avremmo potuto bilanciare rapporti di forza? Quante volte abbiamo fatto finta di niente alla scadenza di un contratto a termine, perchè tanto non toccava noi? Quante volte abbiamo indossato quei guanti bianchi, in lattice che “sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull’immigrazione – si e l’immigrazione no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi” (Francesco Merlo, La Repubblica, venerdì 15 maggio 2009). Forse il movimento sindacale, la sinistra in genere ha difficoltà per un fatto culturale: doveva contrastare “l’effetto denaro”, il vero oppio dei popoli di questa epoca. Le grandi conquiste non sono date per sempre: bisogna continuamente presidiarle e dialogare e “trasmettere la storia”, i sacrifici del movimento operaio non soltanto alle nuove generazioni ma anche ai nuovi arrivati, e non lasciarci trascinare in discorsi senza senso tipo “moschee si, moschee no”. Presidiare, tutelare, difendere. Tutelare lo stato sociale.

Oggi vi è stato lo sciopero dei Cobas contro le politiche del governo con manifestazione nazionale a Roma, mentre a Torino un presidio in via Pietro Micca. Quanti eravamo a scioperare? Quanti saremo a gonfiare l’esercito di riserva a partire da giugno? Domani quanti, al fianco dei lavoratori Fiat? Sempre tornando all’informazione, forse a molti è scappato la notizia sulle centrali nucleari. Ma forse, la realtà, come spesso affermo, è tale, solo se ripresa da una telecamera.

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