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12 Agosto 2017

Sciabordio dell’acqua sospinta dal vento che picchia la sabbia. Giorni che si inseguono uno dopo l’altro, dilatati, senza tempo e confine, innumerati e innumerevoli, senza sveglia,  compiti e lezioni; vento che schiaffeggia, capelli, magliette e compagnia  bella;   bava marina rilasciata sugli scogli dal mare in piccole bacinella,  onde che si stirano e si allargano in un continuo movimento mentre stropicciano castelli,  scritte,  cuori e merletti di sabbia. “Ho scritto t’amo sulla sabbia e il vento o il tempo… a poco a poco… ” Marosi che restano, morosi che vanno, il maestrale saluta e cosi abbasso il cappello; l’odore di pioggia,  umidita’ e sughero  si avvicinano e si fanno sentire,  Lucifero si allontana… dileguandomi lascio le impronte e lentanente apro l’ombrello.

Ho terminato l’ennesimo libro. Cosa resta? Che i protagonisti sono privi di nome,  ma “La strada”,  è  un bel libro. Da consigliare a scuola. Per i risvolti psicologici,  per il rapporto padre-figlio,  per essere un viaggio,  un cammino,  una ricerca,  riflessione,  un testo di formazione. “Portare il fuoco”,  o l’amore e’ uns bellissima espressione: portarlo dove,  a chi? La strada,  e sulla strada,  a San Pancrazio Salentino,  due personaggi,  di paglia,  annunciano, imminente,  “La sagra dei sapori”.  Un inno all’amore. Per una terra,  il buon cibo,  i saperi,  i sapori.

Maestrale

Il caldo torrido aveva ed ha le ore contate. “Toc-toc”,  il maestrale è  arrivato. Sulla spiaggia ombrelloni piantati,  chiusi,  punti esclamativi al brontolio marino!!! Le onde hanno schiuma “alla bocca”. Battono la spiaggia e ne fanno di essa un sol boccone.  Pochi i coraggiosi in acqua. La bandiera rossa è  un deterrente, anche ai piu’ coraggiosi o fanatici. Molti i resti della scorsa notte,  sulla spiaggia, quella dedicata a san Lorenzo,  (il diacono,  martirizzato),  e al conteggio di quelle stelle viste cadere. O sviste. “Cielo. Manca”. Notte di lacrime e preghiere. Che poi,  onestamente,  quando certe stelle cadono,  non è proprio  un bel vedere.  Delle stelle. Le stelle-stelle, si: “le stelle stanno in cielo e i sogni non lo so, so solo che son pochi quelli che si avverano” (Vasco Rossi,  che tra l’altro,  è  da queste parti,  in vacanza). Per i piu’ sfortunati,  ancora qualche serata da trascorrere in prima  visione,  al mare o in centro,  nel patio. Sulla spiaggia il seggiolone del bagnino è  sguarnito. E’ in tutto simile a quello di un arbitro di pallavolo. Ma senza campo e senza giocatori. Insomma,  “non prende”.  Sulla sabbia un divisorio fra lo stabilimento azzurro e quella privata. Sette bastoni tenuti insieme da una fune spessa, divenuti cappelliere e appendi abiti di fortuna, e un salvagente rosso alle estremita’. Allargo lo sguardo: c’è  qualcosa di romantico anche in tutto cio’,  su questa spiaggia molto vellutata,  come “laura” spiaggia, direbbero quaggiù.  Accarezzo il seggiolone come se accarezzassi dolci ricordi,  che quando entrano,  non escono piu’. Riaffiorano. Il popolo dei “selfie” canta: ” mi manchi,  mi manchi,  in carne ed ossa… “. Il mare “vomita” a più  riprese cose che l’uomo ha fatto ingoiare a forza,  nel tempo. Le onde si rincorrono,  velocemente. Resta comunque un bel mare,  dai colori espressivi,  anche quando teasporta sabbia. Non e’ il mare e non e’ la costa narrata nel libro che mi accompagna qui ed ora,  su questa sabbia: “La strada”. Su altre onde il trasporto di una musica: “L’estate sta finendo… ” Il maestrale e’ arrivato.

8 agosto 2016

Bacino Grande, Le.8 8 2016 foto Borrelli RomanoLungo la statale che congiunge L. con L. il grande macchinario che produce energia a buon mercato sfruttando il vento dei due mari,  l’Adriatico e lo Jonio,  allunga in continuazione le sue tre lunghe braccia e mani. Sembra chiedere aiuto,  o pare in  lotta da sempre contro qualcosa. Braccia forti,  potenti,  muscolose,  d’acciaio. La sua presenza si segnala da una decina di km dal mare in questa via che rasenta la francigena,  che non si ferma a Brindisi,  ma continua. Piu’ in giu’. Una luce intermittente,  rossa, è posta alla sommità  del suo corpo d’acciaio;  una massa d’acciaio che si protende verso il cielo per una quindicina di metri e che  lo fa somigliare ad un Polifemo bonario dei tempi moderni. Produce energia. Chissà  per chi. E’ un ventilatore per “cristiane e cristiani”e non solo. Allargano le loro braccia ulivi e vitigni di qualunque specie quasi a ringraziarlo  di quel fresco ricevuto gratis e il continuo roteare silenzioso delle sue braccia ha l’effetto aggiuntivo di tenere lontane mosche e zanzare.  Poche auto verso il mare,  oggi:  le condizioni atmosferiche non sono delle migliori mentre il mare si che lo è,  eccome. Colori cristallini, come non mai. Esauriti i dieci km di questo nastro d’asfalto che congiunge L. a Porto Cesareo  deposito la macchina in garage e mi addentro per un po’ verso l’interno,  affondando i piedi in una terra resa appena morbida dalle recenti piogge. Solo qualche passo tra mare e collina per una panoramica veloce.  Bacino Grande, Le.8 8 2016 fito Borrelli RomanoUna casa d’altri tempi compare agli occhi solo in queste occasioni: andare a zonzo a casaccio.  E’ bassa e piccolissima rifugio negli anni per chissà  quanti e quanto. “Cade la terra” scriverebbe una “abbandonologa” e bravissima scrittrice,  Carmen Pellegrino. Mi avvicino e sento risuonare le voci di qualche madre intenta a richiamare una decina di figli che da queste parti hanno nomi usuali e che si ripropongono con il passare del tempo: Uccio, Pippi, Ciccillo, Mino, Mimino, Nino,  Ernesto,  Enrico,   Giuanni,  Nino,  Mela,  Maria,  Marina,  Nina, Tina, Lea,  Alba,  ‘Ntunietta… divenuti col passare del tempo,  “nunna,  nunno,  Tata… “Provo ad entrare. È  minuscola e mi domando davvero come abbiano fatto a starci qui dentro e giocare,  dormire,  mangiare e magari farci l’amore. Intanto sento profumo di parmigiana,  pasta al forno,  pitta, purpette e pittule… Sara’ che è  ora di pranzo…e le cose che si sentono sono molte.

ps: Un ricordo ai caduti di Marcinelle,  l’8 agosto del 1956. Quando in questa terra rossa si coltivavano pomodori e si raccoglievano olive e uva buone per l’olio e il vino. Quando la si lavorava e parecchio. Poi cominciarono a mancare i pomodori e si comincio’ a costruire fino quasi a ridosso del mare e il lavoro continuava a mancare. Esattamente come allora. Forti di una Costituzione dove “l’Italia è  una Repubblica democratica fondata sul lavoro” ma quel lavoro fu possibile solo in seguito ad un accordo col Belgio: tot carbone per tot lavoratori,  sradicati dalla loro terra. Tot carbone ma non “tot diritti”. Poi successe la tragedia di Marcinelle…

25 luglio

25 7 2016 Bacino Grande, Le.Borrelli Romano foto25 luglio,  una data che nelle spiegazioni,  a scuola,  è  fondamentale,  così come l’8 settembre. E anche durante l’ultima maturita’ le due date sono state sviscerate dai candidati,  su richiesta del commissario.   Ma oggi e’ 25 luglio 2016. Come sempre Caronte si è  affacciato e ha caratterizzato la giornata rendendola ulteriormente pesante e faticosa. In spiaggia,  chi passeggia e chi sonnecchia e il caldo la fa da padrone. Asciugamani colorati sottolineano ed esaltano ulteriormente la bellezza dell’estate. Tutti in forma e prove costume ampiamente superate. Poi,  se qualcuno no,  “chissene… ” direbbero i miei studenti.  Le conchiglie sulla sabbia e deposte sulla riva inanellano numerose perle,  e certo  anche quelle sotto l’ombrellone cappello in testa non si fanno mancare.  E’ bellissima questa luce che si insinua in ogni dove25 7 2016 Bacino Grande, Le.foto Borrelli Romano.  Sulla spiaggia,  verso l’ora del tramonto,  son riuscito a trovare qualche lettrice,  al riparo dal sole sotto gli ombrelloni,  immersa nella lettura e pagine di qualche bellissimo libroBacino Grande, Le.25 7 2016 foto Borrelli Romano. Oltre che di crema solare. Il mare o le sue onde che si accavallano e ricamano trame bellissime con il filo dell’acqua e della schiuma rimandano ai miei piedi qualche conchiglia proveniente da chissà  dove,  chissà  quali terre. Ne colgo una e la avvicino all’orecchio rimembrando un gioco passato. Dal suo interno si propaga una musica,  “Tu come stai” mentre il mare fa la sua parte. “Gioco con i punti cardinale e immagino la Grecia,  la Calabria,  l’Africa,  il mar Adriatico,  poco più su. E chissà  che la conchiglia non giunga proprio da li. “Qual e’ il più  bello tra lo Jonio e l’Adriatico dal tuo/mio punto di vista?” provo a domandarmi.  Un po’  come chiedere per quale squadra tifi o la classica domanda posta ai  bambini: “vuoi più  bene a mamma o papa’? ”  A me piace tantissimo questo mare  ma Santa Mara di Leuca dove confluiscono i mari creando quegli effetti ottici così particolari non scherza cosi come non scherzano i colori di Otranto. E se dovessi pensare ad un posto dove stare sempre forse direi…. nel faro!!! Come classe,  come scuola,  come cattedra. E forse anche la conchiglia ci starebbe bene,  nella macchina della luce. Qui che e’ Salento dove mare e terra si confondono,  tra ulivi,  viti e muri a secco e masserie.  Bacino Grande 25 7 2016 foto Borrelli RomanoTorno sulla conchiglia che innesca una trama di ricordi e diviene per me una penna per inanellare racconti. Un po’ come aprire una  cassapanca,  coi suoi ricordi…”Cup o tea” direbbero gli inglesi.

“Abbà begnu”

Uscendo di casa, ieri, ho notato le continue trasformazioni lungo la mia circoscrizione, la 7.Torino c.so p.e oddone. borrelli romano.9 1 2016Tra poco, su corso Principe Oddone, (a Torino) trasformato a nuova vita, passeranno bus e auto, la’ dove un tempo correvano i treni. Ho pensato al rientro dal Salento e a quel…”risveglio” del primo giorno dopo le vacanze. Ho sentito la necessita’ di rientrare a casa e fissarli, quei ricordi, con il Salento, da celebrare, ricordandolo attraverso la scrittura di un personaggio. Ripensare al dialetto e alla sua belllezza, il suo suono e a chi di tanto in tanto chiede:” parlami on dialetto”. Un modo per mettermi alla prova e valutarmi o bilanciarmi dai miei 90 e quattro mesi di scuola, al servizio della scuola.8 8 2015 Torre Lapillo, Le, foto Borrelli Romano

 

 

In Salento, in quella zona compresa tra il sud di Ostuni e Santa Maria di Leuca, coloro i quali si chiamano Giuseppe sono meglio conosciuti dalla loro comunità come “Pippi”. E a Pippi, in gran parte dei casi si affibia anche un nomignolo. Il mio vicino di casa, Giuseppe, è conosciuto come Pippi e nomignolo. Non ho mai capito perché, ma Pippi ho imparato fin da piccolo che lo sono tutti i Giuseppe.

E’ un uomo calvo, piuttosto robusto, con un gran melone al posto della pancia. Dovrebbe avere una settantina d’anni anche se ne dimostra “moooolti” di meno. Quando cammina è deciso ma i suoi piedi vanno ora a destra ora a sinistra, con un’ andatura delle gambe un po’ come quella dei pistoleri. Talvolta striscia i piedi, o meglio “li strascina” per cui, avendo laggiù delle strade ancora non asfaltate, il suo intento è quello di produrre rumore.

E’ deciso, nonostante gli anni. Ultimamente soffre parecchio di mal di schiena e cervicalgia per cui la sua andatura è un pochino incrinata. Quel dolore contribuisce talvolta ad  irrigidire il suo viso. Ha un collo taurino, quasi attaccato al viso e la mascella squadrata. Ma è spesso sorridente anche quando non dovrebbe o non avrebbe modo di esserlo. Ha occhi azzurri e denti bianchi, bianchissimi che contrastano con il viso sempre abbronzato.

Il capo è calvo per cui, quando si parla, durante le sere d’estate afose, posa il palmo della mano, aperto, sulla sua cupola lucida.

Quando nelle sere d’estate l’afa non soltanto fa capolino ma diviene opprimente, Pippi posa il palmo della mano, aperto, sulla sua “cupola” lucida. Essendo massiccio occupa una bella porzione di spazio, quale posizione esso assuma: in piedi o da seduto. In piedi perché incurvato, seduto perché ogni sua parola la accompagna sempre con un movimento rotatorio delle braccia e delle mani, quando queste non sono posate sul suo capo. Sa molto di tutto e tutti (ma non è un pettegolo) anche in virtù dei vari lavori che lo hanno accompagnato e accompagnano nella vita di tutti i giorni. E’ un leader, laggiù e sovente quando parla per far risaltare qualche passo batte il pugno sul tavolo in maniera sconsiderata. E’ un modo per accentuare il tono, il discorso, per attirare l’attenzione su di un particolare

In bicicletta è solito accompagnarsi con una mano sola: nell’altra mano ha sempre qualcosa, o la busta dell’immondizia o quella della spesa. Vivendo nei pressi del mare, in gran parte delle case  salentine la vita si volge prevalentemente sotto le verande, in giardino. Pippi, quando passa, non guarda mai all’interno di quelle, così, per salutare. Il suo viso è dritto, il collo sempre contratto e i suoi occhi guardano solo e soltanto diritto. Tuttavia, al  suo ritorno, quando posa la bici, il rumore dei piedi “strascinati” lo annunciano.

Suona il campanello e chiede sempre se c’è bisogno di qualcosa. “Abbà begnu”, che in dialetto Salentino leccese significa, vado e vengo per indicare “tempo zero” anche quando una sua visita qualsiasi potrebbe essere a cinquanta km da Porto Cesareo, Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano.cioè dalle nostre abitazioni. “Abbà begnu”, vado e torno, è un motto che gli è rimasto di quando svolgeva l’attività di camionista. O forse da prima. Moooooolto prima.

Diciamo la verità. Pippi  possiede molte terre e serre. Coltiva di tutto. Da una vita, e proprio per questo lo accompagnano dolori terrificanti alla schiena. “Ma nu’ be’ solitu cu se lamenta, né moi, né prima”. Quando era ora del raccolto, Pippi caricava sul camion e trasportava i suoi prodotti, frutto di dura fatica, in giro per la Puglia, talvolta fino in Campania, nei mercati generali, gran parte del suo raccolto. “Abbà begnu” era il modo per dire, vado, scarico e torno, tutto in giornata. Per cui, la frase vado e torno indica un’azione veloce, un compiere non solo la commissione ma anche il suo lavoro. “Abbà begnu, na fumata te sigaretta”.

A vederlo, nella sua stazza, ancora oggi da l’idea di essere super veloce. Ma non è solo l’idea. Se per caso ti dovesse capitare di restare a terra per una batteria dell’auto scarica, lui non prende i morsetti. Ti dice: “mena, sciamu e binumu” e con la sua macchina è capace di portarti in giro per tutti i rivenditori autorizzati del Salento. Tempo zero, ovviamente. Appena seduto in macchina, una Palio super famigliare azzurrina, lascia il braccio sinistro fuori dal finestrino, esattamente come faceva quando si metteva alla guida del suo camion, un leoncino, in giro per la Puglia. Quando ancora oggi scarica dalla macchina le cassette di pomodori, melanzane o zucchine i suoi movimenti sono veloci e sembra non sentire mai fatica alcuna. Al pomeriggio, dopo la siesta, i suoi piedi strisciano verso casa mia. E’ ancora un po’ assonnato, ciondolante, ma alla domanda se gradisce un caffè, talvolta risponde si, ma preferibilmente con ghiaccio, alla leccese. Il suo collo è ulteriormente contratto: la cervicalgia si acuisce perché dorme con il ventilatore acceso. Il che è motivo per la moglie di riprenderlo. La sera, invece, quando  la comunella è ora a casa di quello, ora a casa sua, spesso si toglie la maglia e la posa sulla spalla, restando a torso nudo. Quando ci si saluta, per la buonanotte, lui, torso nudo, ci ricorda la bellezza del Salento, del suo mare, delle sue spiagge, delle vigne  e degli ulivi, dei pasticciotti e “te le frisedde e prummitori”,  del lido Belvedere, orecchiette e pizzarieddi, del caffè Quarta, forte e robusto e del Quotidiano, dei giorni e delle notti, corte, cortissime,  le stelle e il carro, in cielo, il rumore del mare, a due passi e la notte che saluta tutti, dicendoci: “Abbà begnu“. Proprio come Pippi.Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano

 

28 Novembre. La Storia

Senigallia, 28 novembre 2013 foto, Romano BorrelliDevo svolgere questo “benedetto” compito per lunedi: un breve racconto per descrivere  l’ambiente, il personaggio, possibilmente al femminile per noi maschietti e al  maschile per le femminucce, sentimenti…Dopo la descrizione del volto, di un personaggio, dei movimenti fisici per descriverlo psicologicamente, e altro ancora, oggi, l’ambiente. Mi piace il mare, d’estate e d’inverno. Le stagioni che passano e chi ci passa accanto in quelle. Chi resta e chi va. Il mare è una finestra, non una parentesi. Il mare raccoglie e restituisce tutto. Il mare. Mi piace prendere il treno e andare, a fine novembre, e perdermi nelle nebbie padane e poi sfociare come un fiume nel mare Adriatico. Ho terminato carta e penna e l’esercizio devo farlo altrimenti lunedì  mi bacchettano. Ci tengo. Comincio, come va, va. “Oggi, 28 novembre 2015.28 11 2015 Torino P.Susa.foto Borrelli Romano

Fa freddo. Il mare rumoreggia, brontola, schiuma dalla rabbia, ma è bello anche cosi’. Una barca rovesciata, capanna per due cuori nelle notti d’estate. E’ sbrecciata, legno consumato, sprovvista di remi. Penso che solo per pochi giorni, appena tre, e forse avrei respirato la stessa aria della Morante, Elsa. Infatti aveva deciso, misteriosamente, di lasciarci esattamente tre giorni prima della mia nascita: il 25 novembre 1985. Oggi e’ il 28 novembre28 11 2015 Torino.foto Borrelli Romano, il mio compleanno: trent’anni. Ho una storia tra le mani. Mi piace leggere, da sempre. Sottolineare i passi e lasciare appunti. La mia storia e’ una strada di letture. Da leggere, da raccontare, scrivere. Le amiche mi dicono che anche quando mi posiziono in un angolo, perche’ mi infastidiscono il rumore dei locali e le chiacchiere inutili, gli sguardi si concentrano su di me. Dicono di essere interessante.In realta’ vorrei essere una comparsa ma la sommatoria degli occhi mi trasformano in una protagonista. Ho sempre un libro con me, forse per assentarmi. Forse il mio sogno era lettere, la vera medicina alla medicina. Avevo pensato di rileggerne qualche pagina sedendomi su questo tappeto vellutato,  immergermi, come avviene d’estate, onda dopo onda, riga dopo riga nella Storia, e che per troppo rumore, fuori e dentro, me ne impedisce l’azione. Le mani avvolgono il libro, le unghie lucide, smaltate di rosso, una piccola cicatrice sul polso, la pagina di un’altra storia. Il vento sciupa i capelli, alcuni rossastri altri neri, naturali. Passo la mano sul viso, prima sotto il naso, un po’a patata, poi sotto gli occhiali, ad asciugare una lacrima: il vento strizza l’occhio ai ricordi, li stropiccia e mi strattona al ritmo del tempo: passato-presente. Poi, mi tocco il lobo dell’orecchio, come spesso capita, quando i pensieri “escono” nell’ora di punta: un piccola perla mette lo stop alle dita nei loro movimenti. Un altro stop al caos dei pensieri: “da quanto tempo li indosso e donde vengono?” Un altro compleanno, quando il vento sbatacchiava fuori dalla finestra e il nemico alle porte era l’Università. Nell’altra mano un lembo della salvietta, si alza, sospinta dal vento, trattenuta nel braccio ripiegato. Mi ritrovo esattamente come faccio d’estate, quando però il cappotto rosso staziona nell’armadio della cameretta e il costume modella il corpo. La guardiola del bagnino è sguarnita, oggi. Solo qualche mese fa  la torretta “inforcava” gli occhiali del bagnino, che poi era un bellissimo binocolo grazie al quale nelle giornate serene, estive, l’ex-Jugoslavia pare essere a due passi da qui. Solo qualche tempo fa , invece, sulla sua sommità, una quindicina di gradini, giravo una scena di Titanic: braccia aperte e ben distese, occhi chiusi e capelli al vento. Il “gomito”  sempre li, sulla mia destra, con le sue alture avvolte dalla nebbia, oggi; dalle luci quando le sere e le notti sono più corte e le giornate più calde, più lunghe, d’estate. Le navi che si muovono lentamente, dopo aver ingoiato i loro carico. Il faro, con la sua luce, alla mia sinistra. Qualche buco sulla sabbia, là dove erano collocati gli ombrelloni. Le cabine sprigionano odori di sughero, legno e muffa. Alberghi, pensioni, stellati e gallonati, sono chiusi, e dentro immagino cucine, mobili, letti coperti da nylon, in letargo: “Riposo”. Il rumore di chi fa jogging proviene dal vialetto, alle mie spalle, costeggiato dal muretto, appridi di quanti, d’estate,  si mettono in vetrina per osservare meraviglie in carne e ossa, e “osano”. Quel vialetto  “conta km” riservato a ciclisti e passeggini d’estate. Sul muretto mi ci posavo quando ero in anticipo, a dire il vero, quasi mai, e proprio allira mi  accorsi che le distanze segnate erano diverse. Strana via per un vialetto con numeri che parevano volessero giocare un ruolo diverso nella mia vita. Mi volto attratta dal rumore. Giro intorno a me stessa come un gurotondo da bambina e avvolgo tutto il nastro: l’Universita’, la ferrovia verso sud e verso nord, una mole di km, il centro cittadino, piu’ in la residenza, la scuola, il faro, il luogo natio, il mare:  una zona di transito, di confine, l’orizzonte, un luogo tutto mio. Sposto gli occhi ora a destra ora a sinistra.  I “bagni”esibiscono fieri nomi e numeri. Ognuno di quelli e questi contiene storia e storie. Li leggo uno dopo l’altro: Cristal, Hollywood, Enrica, Marina, Elsa 25, 11, Morante, Laura 28, 11. Ogni posto, cosa, persona, un mistero e quando si ama veramente qualcuno bisogna accettare la parte del musteto. Trent’anni di Storia, pensavo mentre la brezza marina mi accarezza. Ma sono i miei, e allora, come che siano, me li faccio:” Tanti auguri“.

Come e’ andata e’… andata. La storia e’ stata scritta.

Rallentare

Rallentare. 23 8 2015 foto Borrelli RomanoE’ possibile chiederlo al tempo quando smette di sgocciolare lentamente e assume l’aspetto di un maratoneta che correndo sfoga tutta la velocita’ e la stanchezza nel suo respiro? Corre, il tempo, mentre riavvolgo “il nastro” dei ricordi, cioe’ della cannuccia dell’acqua, 20150824_084539della bellezza dell’estate,  quella  che percepisci addosso quando si ha voglia di lavarsi piedi capelli corpo e ti lasci asciugare dal sole salentino per poi posizionare, frizionare, massaggiare ogni tipo di dopo sole, sommerso da ogni altro profumo. Asciugarsi al sole come questa cascata di pomodori, da seccare, da “appendere” al collo di una veranda “scalcinata” e sentirne il gusto e il sapore di quella quando sara’ che ne avro’ voglia di assaporare la terra, questa, quando  sara’ lontana e ne sentiro’ forte il desiderio. Ora ne addento uno, di pomodoro per sentirne il sangue di questa terra. Addento un fico e ne sento la dolcezza del suo zucchero e del suo miele in bocca. Gia’, il miele. Gia’ , mi manca. “Ma la virgola ce la metto o no?” Gia’, mi manca. Rallentare: e’ chiedere troppo? Poi, e’ la volta della “pila”: ricordi di un’estate da relegare a “porta” piante. 20150824_074143“Pianti” relegati al poi. Quanti vestiti e sapone e mani saranno passati da qui dentro ben presto diventata “ornamento” quando si sta per “chiudere” l’estate, cioe’ la porta di casa?…pero’, ora, e’ ancora presto per dire “oggi non sono happy”. Oggi “rallentare” per…conservare. E’ un must. Gia’. Domani, poi. Domani poi.Oggi non ancora. Devo togliere le piante dalla “pila”. E’ tempo di….”conserva”.” Li prummitori sta spettane.Spicciamune”. No, questo, no. Tempo, rallenta.Ridammi quel che sai.23 8 2015 Torre Lapillo, Le.foto Borrelli Romano23 8 2015 Torre Lapillo.foto Borrelli Romano23 8 2015 Bacino Grande Le.foto Romano Borrelli

Salento… miracoloso

Torre Lapillo, Torre Chianca, 10 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo, Lecce. Salento. Estate 2014. Foto, Romano BorrelliIn attesa della luna  e della connessione migliore … la condivisione di un cammino…sull’acqua. Al mattino, ad ombrelloni ancora chiusi, giochi di luce ed ombre, su di una spiaggia che, vellutata è dire davvero poco.  Con il passare delle ore, il manto sabbioso si appresta a diventare sala lettura, con libri e giornali aperti  su ogni centimetro disponibile. Luogo di cultura e piazza, stile bar sport. Ombrelloni adagiati che lentamente si aprono cosi come i legittimi proprietari. Sul fare della sera, poi, l’apoteosi. Lidi che si trasformano in discoteche, e mare trasformato in pista da ballo, e nello stesso tempo, bar dove sorseggiare un aperitivo.Torre Lapillo, Lecce. Salento. 9 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (3) Il luogo, oltre ad avere connotati paradisiaci è connotato anche dal carattere della democraticità, dove non si nega un bagno neanche ad un cane. Le alternative alla mobilità e agli sport, non si fanno mancare.  Alcuni cercano di emulare Brumotti. Difficile ma non impossibile. E anche per chi risente della crisi economica che morde continuamente, un posto in prima fila non lo si nega di certo. La vita in tenda, è davvero interessante. Qualche ora in tenda per potersi assicurarsi  l’alba,  la luce, il tramonto, ne valgono davvero la pena.  Le spiagge poi, sono ben tenute. Una radio rimanda l’eco di “Baby I don’t know, just i love you so”.Torre Lapillo, Lecce. Salento.  9 agosto 2014. Foto Romano BorrelliTorre Chianca, Torre Lapillo, Lecce. 10 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli Torre Chianca, Torre Lapillo, Lecce. 10 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (2)Torre Lapillo, Torre Chianca. 10 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (3)Torre Lapillo, Torre Chianca. 10 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (2)Torre Lapillo. 10 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo, Lecce. Salento. 9 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo, Torre Chianca. 10 Agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo, Torre Chianca. Lido Belvedere. 10 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli E’ giunta l’ora del…pasticciotto.20140811_113109Torre Lapillo, Lecce. Salento. 9 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (2)20140811_11360820140811_174216Colgo l’occasione per documentare un albero di ulivo. Purtoppo, in alcune zone,non godono di ottima salute. Un virus, da un nome particolare, “xyilella”, sta causando seri problemi all’ agricoltura. Si parla di abbattimento, per alcuni alberi, ripeto, in alcune zone, e di “zone cuscinetto” per evitare il contagio tra un albero e l’altro. Ampie discussioni, e competenze articolate, fra Europa, Regione e Italia. Speriamo almeno che si possa porre termine al contagio. In ogni caso, l’ulivo resta sempre  simbolo di offerta di  pace. Ramoscello di ulivo, la domenica delle Palme. “La pace sia con voi”. Forse bisognerebbe davvero averne di più, di questi ulivi, in buona salute. La terra è rossa. Salento. Terra rossa. Foto, Romano BorrelliDura, compatta. Arida ma mai avida. Sempre generosa e accogliente. Anche dopo lunghe assenze. Di piogge, di acqua, di passaggi umani.  Una terra che non tradisce mai. Accogliente. Il vento poi rende il quadro meraviglioso. Di tanto in tanto, su questi alberi, pettinati come bambole, una bottiglia posta su qualche ramo, gli dona un aspetto diverso. Una cornice, un’aggiunta. Una sorta di colore, anche senza il bisogno.Un ferma capelli. Un fermaglio. Un segnalibro. Suggeriscono qualcosa. Forse il passaggio di qualcuno. Chissà. Forse una medicina. Osservi i giri sui tronchi, il passare degli anni. La saggezza. Quando il tempo del raccolto sarà arrivato, il tempo si manifesterà con la sua mitezza. Le giornate autunnali, quando dopo una giornata di lavoro o di aule universitarie si ha ancora voglia, prima di rimettersi in macchina verso il focolare domestico, di lasciarsi sanare dagli ultimi raggi di sole, a ricordo di un’estate, andata. Un colpo di vento, d’aria. Una carezza, mancata e che arriva con l’immaginazione. Forse un po’ di nostalgia, per l’estate20140813_193521. Forse. O forse il “Niente”, come recita una di quelle T-Shirt così in voga quest’anno. Niente. N iente emozioni, come invece alcuni filosofi sostengono, per barcamenarsi qua e là nei viaggiare in qualche treno della vergogna.Mentre in questa terra gentile e sabbia vellutata si disegnano strade, cuori, vite. Estate.20140813_10342220140813_192218. Zero ricordi per al tri. Simone Weil affermava che solo con la sofferenza ci si avviava nella conoscenza. Vero.20140811_174407 Pianta di ulivo.

Storie di vita

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DSC00115Uno “zio sostiene” che si narrano troppe stazioni, troppi treni, troppe partenze e troppi arrivi. Sostengo che proprio all’interno o intorno ai treni nascono e cresce umanità. Forse  più intorno, quando in molti si trascinano da binario a binario, da sala d’attesa ad atrio, gettati nella loro provvisorietà, restando in superficie, delle cose. Appena appena visibili, senza mai mettere radici.  Il polo opposto dei trolley. Gli indigenti, solo con i loro sacchetti, preoccupati, cartina alla mano, di quale posto scegliere, per un pasto caldo, appena sfrattati, d’autorità e sgombrato lasciando alle spalle, meglio, a terra, il caldo di qualche cartone, buono per farci un materasso notturno. Una maglietta e i “ginsi”, che sarebbero da riparare. (a proposito: un viaggio potrebbe essere anche, dalla ricerca del tempo perduto, a un posto dove riparano i “ginsi”. Un vecchio nuovo lavoro e un nuovo lavoro. Di ricerca). La ricerca di un lavandino, di un bagno, del sapone, carta per asciugarsi e uno specchio che raffigura sé stessi e il suo doppio. Poi, certo, anche i trolley. Perché viaggiare è il  viaggiare. Dentro e fuori. E’ “L’infinito viaggiare“. Un libro (di Magris) che si lascia sfogliare dalle nostre dita aprendoci un mondo, fornendoci lenti nuove per leggerlo, questo mondo.  E provare a decifrarlo. Non è la meta, ma quanto succede in “mezzo”, al viaggio. Come i viaggi trascorsi all’interno di un ferroso scompartimento, direzione Sud. Gallerie, vegetazione che muta, la terra arida, rossa, bruciata, dal sole e dall’uomo,  le saline, il mare, ciuffi di arbusti, pietre giustapposte, a delimitare i confini, fichi d’india, colori che mutano, velocemente. Case bianchissime. I tetti sono rimasti al nord. Dal nero stellato della notte all’alba e al bianco bianco del mezzogiorno. Qua, solo terrazze. Il sole, il mare. Azzurro e verde che si mischiano. Provare a immaginare ciabatte infradito e asciugamani in vita. Un caffè e un pasticciotto. La sabbia, fine. Manca poco. E all’arrivo, è come se quell’onda, verde, dolce, marina, ti si riversasse addosso, come un abbraccio. Perché i treni? Forse perché i treni trasportavano e han continuato a trasportare umanità, in cerca di lavoro. E di amore. Dal Sud. Storie di vita. Storie di fabbrica, ma anche di coloristoffe da cucire e rammendare; storie da leggere con lenti nuove e nuovi spartiti, note da  interpretare, da decifrare, da quel pentagramma, e provare a musicare la vita.  E a tratti, dipingerla, con le proprie mani. Un corpo di donna, un personaggio noto, un santo, se sociale, meglio. E incorniciare questi pezzi di vita. Colorati. Una vita bella. Dipingere e cucire una vita bella. Dai colori intensi. Dai piani alti di qualche palazzo del corso, operai caricavano e scaricavano dai treni, su quei binari, tronchi. Dall’alto di un palazzo li vedevi, gli operai lavorare, all’arrivo del treno. Nelle giornate serene, le montagne parevano essere vicinissime. Imbiancate. Ma se tendevi l’orecchio, riuscivi a sentire il rumore del mare. Ora non ci sono più né binari, né treni. Almeno in superficie. Corrono via veloci, sotto la pancia del corso. Strati diversi. Livelli di vita diversi. Resta, su quel tratto un tempo ferrato, un capannone e una bilancia. Di quelle industriali. In lontananza, palazzoni che segnano nuove geometrie. Altre vite.