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Rimini-Ravenna-Ferrara-Faenza

Colpo di coda,  spiccioli di un agosto 2018 che si avvia ad essere archiviato, forse velocemente e male,   scampoli di libertà personale,  prima delle campanelle che annunciano al loro suono riparazioni, scrutini,  e collegio. Ma prima di varcare il portone per l’appendice di un anno scolastico che volge al termine,  c’è  tempo.  In una manciata di alcuni giorni o di  ore ci stanno ancora comodamente sdraiate cittadine che contengono storia e storie, passato,  presente e futuro,  sempre a braccetto: Rimini,  Ravenna,  Ferrara e Faenza. Stazioni,  strade ferrate,  zaini,  trolley,  treni,  caldo, finestrini aperti e visi fuori,  oltre il finestrino,  a vedere cosa succede dalla’altra parte: trattori,  campi, frutta,  matura,  acerba, terra arata, ragazze,  donne, campanili e campanilismo,  cartelli blu notte con cornice bianca: Godo,  Russi,  Solarolo,  Gaibanella.  Visi che si sfiorano, carte geografiche e una infilata di alberghi dai nomi dolci.  E poi posti già  visti,  e che con piacere rivisito, tra trionfi di mosaici,  significati  e   contenuti,  San Vitale e Galla Placidia,  Dante e poi Castello Estense a Ferrara,  Isabella,  Beatrice e Lucrezia. …

Torino Porta Nuova. L’albero e i sogni

Foto Borrelli Romano. Porta Nuova, albero. 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano, 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano. 2014Albero Porta Nuova, foto Borrelli Romano, 2014.Albero Porta Nuova.foto Borrelli Romano, 2014.20141206_191005Foto Borrelli Romano, albero staz. P. Nuova 2014Porta Nuova albero, foto Borrelli Romano, 201420141206_190658Porta Nuova, albero, foto Romano BorrelliAlbero Porta Nuova, foto Borrelli Romano.2014In attesa della metro, in una delle due stazioni torinesi, nuova astronave, identificata ormai da lunga pezza come una balena spiaggiata, rilanciata tra le pieghe dei quotidiani cittadini come “pancia da riempire” e “segnalare“. In attesa, in una delle due stazioni della stazione, direzione la Grande Stazione, ancora con il trucco da sistemare. Siamo in tanti, quaggiù, anzi, nel sottosuolo, con le nostre memorie, nelle suole, nei piedi, fotografie di mappe, cartine stradali, cittadine, di ieri, di oggi e domani da farsi. Siamo in tanti e sembriamo tutti diretti verso lo stesso luogo. Molti decisi ad uscire, dalla trincea dello shopping, o rientrare, da quella. Gran caos di borse, zainetti, all’interno di uno dei due vagoncini che si trascinano da Fermi a Lingotto e viceversa. Davanti i bambini, alle prese con una finta guida di questo Val. Un salto veloce a Porta Nuova. Penna e foglio tra le mani, per molti, alla fiera dell’agenda torinese anche di non torinesi, di transito. Per la lettura di un libro che appartiene a tutti.  Che ci racconta questa grande agenda aperta che si chiama Albero di Natale di Porta Nuova, così magro ma pronto per una cura ricostituente grazie a questi speciali addobbi, di sogni, auspici, desideri? Saluti alla mamma (che la mamma e’ sempre la mamma), un primo Natale insieme di una coppia che scrive a 4 mani la felicita’,  una 2 A del Berti che si propone di classe e ripropone e rilancia una solidarietà di classe (fortunatamente qualcuno ci pensa ancora, anche se non ho ben capito perche'”Casamento no”. Ma chi e’ Casamento?Se qualcuno del Berti e’ in ascolto, anzi, in lettura….fatecelo sapere!), una critica, o meglio, un auspicio per treni più puntuali, Cecilia e Luca che provano a scrivere l’amore con un linguaggio universale, quello della musica, e provare a cantarlo oltre i due mesi, con “più” musica per tutti“, ovviamente, magari come la cantano e l’ascoltano loro; un biglietto di sola andata, per Roma, di chi non vorrebbe più viaggiare in “solitarietà” e che apprezza tutto quello che si nasconde dietro un biglietto.  (eccolo ritrovato, un biglietto, di sola andata………….ma non era quello dell’anno scorso. Difatti, una sfilza di biglietti ferroviari incollati sul paginone de La Stampa (24 dicembre 2013) faceva  sfoggio sull’ albero, e, come capita su certi libretti universitari, una “lode sul giornale“. (Meglio, una menzione), un fine week-end scritto in carattere cirillico su foglio Hotel Urbani, in via Saluzzo, a Torino, (ah, se così fosse…….magari una paginetta del grande Dostoevskji…le notti….bianche) e richiesta di lavoro, di turni, con la rinuncia dei regali. Margi di Bra vuole passare l’ anno integra e tutti gli esami. La richiesta di aiuto per un’ottima scuola da scegliere,  un  grazie, bellissimo, dolcissimo, di una ragazza, che provava commozione, l’anno scorso, nel leggere i biglietti, e che ora, quest’anno…forse in “solitarietà”, ringrazia amiche e amici per averle dato la forza necessaria a rivitalizzare. Infine, una ragazza, apre la borsetta, estrae un rossetto e su di un foglio, scrive velocemente, pensando di non essere vista, la sua richiesta: “Voglio essere felice”.

Infine…un blog sopra l’albero.Atrio Stazione Torino P. N. Foto Romano Borrelli

27 Gennaio Giorno della Memoria

DSCN0941Dachau. Campo di concentramento. Per non dimenticare. Lungo il viaggio che ci portava da Torino a Berlino, una sosta a Monaco di Baviera e poi, Dachau, per posare un fiore. Raccogliersi in un momento di preghiera. Personale. Lo stordimento, per quanto visto, l’atrocità di quello che è stato, la cattiveria dell’uomo, l’afa di quel giorno. L’uomo ridotto a bestia. Tutto, brucia dentro, ancora. Innocenti che tacciono ma che parlano alle nostre coscienze. Non ricordo per quanto tempo, all’uscita, il silenzio,  calato si impadronì di noi. Muti restammo per molto in macchina. E quel viaggio lungo ci sembro’ ancora più lungo.  Forse fino a Dresda, o Berlino. O ancora, oltre. Un viaggio, diverso, o forse uguale, a quello effettuato anni prima. In Polonia. Partiti in una giornata caldissima di inizio agosto, per la precisione, il 5, dal binario undici di Porta Nuova, con un treno speciale. Un “cappello” ci riuniva: M. Ausiliatrice, 14. Ragazze e ragazzi sconosciuti. Amicizie da costruire; ognuno una storia diversa, se 18-20 possono essere già conferire una storia “alle spalle”, proprio come uno di quei tanti zaini che ci portavamo dietro, un pezzo di cameretta che si muoveva con noi. Ragazzi  provenienti da ogni dove, da Torino e dal Piemonte: San Paolo, Rebaudengo, Valdocco-Maria Ausiliatrice, Nizza Monferrato, Asti, Alessandria...  Marsupio e passaporto a portata di mano. Oltre al già citato zaino.  Walkman, auricolari, merendine in ogni dove. Un libro, la cartina, un blocchetto, la penna,  per appuntare qualcosa, in quella lunghissima traversata europea che da lì a poco ci aspettava. Torino -Varsavia. In mezzo, altre città. Vercelli, Novara, Milano. Direzione, Auschwitz, Birkenau. Tappe inserite in altro contesto. Un giro dell’ Est. Tutto cominciò per scherzo. In uno di quei sabati primaverili, ciondolando in una zona ora trasformata e mangiata dai centri commerciali. Una ragazza, Daniela,  mi parlò di un viaggio, in estate. Poco convinto, come possono essere certe convinzioni e credenze. Più radicate altre: giustizia sociale, redistribuzione, classi sociali, opposizione, l’Università, il movimento operaio, la Fiom, le conquiste. In ogni caso, accettai. Quel viaggio “s’aveva da fare”.  Cinque agosto, ore 15. Porta Nuova. Noi che andavamo incontro alla gioventù e questa che veniva incontro a noi. In treno. La sera, dai finestrini, le Alpi, l’aria fresca notturna. Trento, Bolzano, il confine. Praga, al mattino. Nei pressi della stazione, una casa salesiana ci accolse. Per colazione e pranzo. Giro della città. La ricerca di rullini fotografici! Rullini! Come le cabine telefoniche. Repertori. Studio antropologico. Code alle cabine. Poi Varsavia. Ancora treno. Questo nome, che in molti avevamo sentito insieme a Bruxelles, a “che tempo fa”, in tv, (temperature delle città europee)  riuscivamo ad abbinarlo  solo alla neve.  Spesso non pervenute. Cracovia e tantissima Polonia. Varsavia. Il fiume. Le tende dei russi e la nostra “casa S. S.G.B.” e l’amicizia con loro. Polonia. Occhi azzurri,  a volte tristi, altre no. Capelli biondi, trecce, libri. Gente con il dolore negli occhi, ma sempre accogliente. L’università. I viali. Czestochowa e poi, Auschwitz.  Fino al giorno prima, si cantava, si scherzava, si giocava, si girava mischiandoci tra gli universitari. “Czésc” e zloty alla mano e cappello alla marinara. Cosimo, Chiara, Francesca, Elena, Teresa, Gregorio, Silvano, Gianni, Doriana,  le sorelle Cristina ed Elena, Giampiero e sua moglie Giovanna, le gemelle Michela e Stefania, e tantissimi altri, che col passare dei giorni incontravamo;  nomi e persone che col tempo la vita ti porta a perdere di vista, e quando ti vengono in mente, o li incontri, così, per caso, tutto ritorna lì. Non quel  mese trascorso, li,  in giro, “all’ Est”. Tutto ritorna a quelle atrocità che sono state e che sono ancora li e che abbiamo visto. Montagne di capelli in una stanza, stampelle, vestiti, in altre, camere a gas. Il binario. Ragazze, ragazzi, venti, venticinque anni, tutti, entrati in un modo, tornati a Torino in un altro. In treno, in quel lunghissimo viaggio del ritorno, in una giornata di fine agosto, non riuscivamo più a prendere sonno. Né seduti, né sdraiati, quei pochi che avevano una cuccetta, né in corridoio. Sdraiati sul nostro sacco a pelo. Niente occhi chiusi. Neppure dopo. A Porta Nuova, ci lasciammo, a centinaia, uniti da qualcosa di diverso. Ognuno di noi aveva preso un impegno. Non dimenticare.  Memoria. Lacrime.  L’estate che continuo’, la sera stessa. Altro treno. Direzione Salento. In uno scompartimento, con alcuni provenienti “dall’est”. Restammo ancora in silenzio. Ora, Gregorio è un medico, Cristina una bravissima insegnante, così come Giovanna, Francesca in giro per il mondo, come Chiara, dopo aver studiato a Pavia, Cosimo nella scuola, Anna, una dottoressa…Ognuno, a suo modo, nel suo mondo, ricorda quel viaggio, quel campo, quel luogo. Che tutti nella vita dovrebbero fare.

DSCN0952Quando posso, torno all’Istituto Storico della Resistenza. Una lettura, un libro, qualche fotografia. Il ricordo di quel viaggio, continua.