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29 aprile

E si. Pare proprio abbia perso le parole, in realtà, capita, a volte, a tutti, di prendersi del tempo, uno stacco, schiacciati e sormontati da impegni e accadimenti vari. In questo frangente, fatto di silenzi, di  ascolto e letture di ogni tipo, ho continuato l’approfondimento di Cassola, con il libro, “Una relazione””. I  personaggi  femminili dell’autore, li trovo dolci, mielosi, struggenti, affascinanti. Bella questa Giovanna, “chiacchierata”, ma dotata di grande sentimento, anche davanti a Mario, uomo oramai sposato,  che forse non meriterebbe quel sentimento, di Giovanna. Una storia d’amore, una relazione, cercata da Mario per “rivivere” il suo passato.  Una storia nata nel 1935, all’epoca della guerra d’Etiopia e terminata nel 1945 tra Livorno, Follonica, Cecina. Luogo d’azione la Toscana e il treno. Fondamentale, l’ambientazione in treno, sia agli inizi sia al termine del racconto. Quando Giovanna, oramai matura e non più sola porrà termine alla…”relazione”.

Il secondo libro letto è stato “Guerriglia nei Castelli Romani”, di Pino Levi Cavaglione (Il Melangolo), un diario partigiano iniziato nel settembre del1943.

Data la situazione politica attuale avevo poi voglia di riprendere in mano “L’Orologio” di Carlo Levi, in particolar modo le pagine sulla distinzione tra “Luigini e Contadini”. E poi ancora, tanta Roma, i suoi palazzi, ministeri, Chiese, ministeriali e misteri, colori del  cielo come fossero quadri grazie alle parole, il tutto alla vigilia della fine dell’esperienza del governo Parri (fine del 1945).

“Fausto e Anna”

Una bellissima storia nella Storia, quella della lettura  appena conclusa del libro di Carlo Cassola, “Fausto e Anna”. Due parti, 5 capitoli ciascuno, la Toscana, tra Grosseto e Siena, la guerra, la Resistenza, l’amore, trovato, perduto, ritovato e ancora, il suo destino. Grosseto libera, prima citta’, dopo Roma, estate 1944. Grosseto, cittadina bella. Mi e’ piaciuto tantissimo, il libro, i personaggi, i sentimenti descritti. Tanti pensieri ritovati. Una marea di titoli e libri letti, altri sentiti, consigliati, imposti dalla professoressa di lettere, Luisa M. insegnante delle medie!!! Capelli bianchi, la sua penna, La Stampa, quotidiana, le sue sigarette, (chussa’ la marca!)per dopo la scuola, la Resistenza sulla sua pelle e nelle parole. Mai come in questo periodo la ricordo e ne rimpiango i suoi insegnamenti, e oggi penso che avrei potuto-dovuto darle piu’ ascolto, nei suoi consigli. Il pensiero vaga al suo borsone che portava a “tracolla” ogni giorno e in quello un libro al giorno per noi studenti che banco dopo banco ci passavamo,  di mano in mano, di riga in riga, capitolo dopo capitolo, giorno dopo giorno. Ricordo che le dissi che avrei voluto fare lettere e storia…poi, chissa’ perche’,  a quell’eta’ si finisce sempre per scegliere altro. Un consiglio sbagliato, un modulo compilato per mancanza di coraggio e…. al posto delle lettere finisci a fare conti. Ho preso l’abitudine di avere con me una borsa-zaino e libri ogni giorno, da scegliere e proporli,  e cosi ho ritrovato i suoi titoli, consigliati…Distribuisco  parole, ci provo,  date eventi ma non come lei, la prof.ssa  Luisa. Lei era eccezionalmente brava! L’altro giorno passavo dal centro citta’. Guardavo la Facolta’, di Lettere, l’attraversato e attraverso…frugo nel borsone e nei pensieri e sento pero’ che mi manca qualcosa…un titolo.

Ora legale

L’orologio” (Carlo Levi) è stato completato. In ogni sua parte (pagina). La notte cala e “par di sentire ruggire i leoni”. A Roma. Dove anche lo sferragliare dei tram è così diverso. L’atmosfera del libro è da “ricostruzione” a tratti e a tratti uguale. Luigini e contadini…questa dicotomia mi pare interessante. Come il periodo narrato. Il “mio orologio” era fermo ad Eboli, poi, complice una conferenza sulla Costituzione al Polo del 900 ho ripescato il libro citato nell’ambito della ricostruzione dei tempi della Costituente e Costituente; il mio ricordo era fermo ai  tempi della passione, di Scienze Politiche. Non ne rammentavo molto. Pero’ di un paio di cambi ora, a Roma, si. Sono, a dire il vero tanti i posti dove mi sono trovato a cambiare ora. A Roma avanti, e indietro (e indietro, a Roma, posso assicurare che era stata una sensazione spiacevole: dalle parti di Viale Giulio Cesare non riuacivo a ritrovarmi) a Ferrara indietro, alle Cinque Terre, avanti, a Urbino avanti, ad Arezzo  indietro, Senigallia avanti…a Torino  entrambe, e di ricordo in ricordo ho trascorso piacevolmente un’ora insonne. Ora non so se continuare con la lettura di “Fausto e Anna” o col “Signore delle mosche”. Tempo un’ora di lancetta e decidero’ il da farsi. Un’ora soltanto. Avanti, ovviamente.

Orologio e primavera

Bentornata primavera. Almeno sulla carta, che in verita’, addosso, adesso,   tutti noi abbiamo ancora “cuciti” residui e strascichi di inverno travestito da Burian. La voglia di sole e di profumo di erba, che poi se non è appena tagliata, va bene ugualmente, e’ indicibile. Quei profumi, dolci, di latte e miele, capelli mielati sulle spalle, puliti, ondeggianti, al vento; camicette colorate e jeans ripresi dall’ultimo cassetto,  e scarpe da ginnastica, colorate e basse, riposte nello sgabuzzino che era ottobre,  invadono cosi ogni posto dela città, vie, piazze, corso e ricorso storici, tanto che viene da chiedere ad ogni piè sospinto,  a capelli “camomilla”, scusa ma…”di che mese sai”? Si, “sai”, perché profumi cosi tanta primavera.Uscire di casa più leggeri, in tutti i sensi, senza più quel torpore, è una sensazione lungamente cullata. Dovremmo esserci ed esserci nel tempo: il tempo di un cambio, alle lancette, e la sensazione sarà proprio quella di essere entrati in una nuova prospettiva. Almeno, speriamo. A proposito di lancette, cambio ora all’orologio e  ‘l’orologio”, libro:  penso che questo di Carlo Levi, che descrive molto bene la febbrile attività e non solo politica di un’ Italia appena uscita dalla guerra sia un libro davvero bello, scritto benissimo. Sembra di vederli, politici di gran spessore darsi da fare per il bene comune. Di un’Italia da ricostruire. Altri tempi, altra epoca. A proposito, sempre di ora e cambio ora, da solare a legale. Esco di casa, un pensiero a mio padre, appena festeggiato, come tutti, il 19 di marzo. Un tempo era lui che si occupava di tutti gli orologi presenti e sparsi in giro  per la casa: quarzo, a pila, a corda, con la gallina che “becca” e mangia in continuazione, con le due campanella sopra la “testa” della sveglia stessa, retaggi di turni e di fabbrica e di catene e di montaggio. Un personaggio, mio padre, insieme a mia madre veramente, alla Arpino. Naturalmente, tutte le settimane era “primo turno”: una settimana ciascuno e  “A ciascuno il suo”e  quella successiva era per l’altra. Tutto sommato, erano bei tempi…anche col primo turno sempre in casa e la sveglia, né legale, né solare ma sempre cosi puntuale alle  sue 4.20.

Epifania, tutte le feste si porta via

“L’Epifania, tutte le feste si porta via”, così esordiva mio nonno, al mattino presto del 6 gennaio,  senza dimenticarsi  di noi nipoti,nel  porgerci una calza, corredata al suo interno da qualche mandarino, frutta secca, caramelle, quelle classiche monete al cioccolato, sigarette, rigorosamente di cioccolata e…lire, che ora come ora, non saprei ricordare e quantificare. E insieme alla calza, si ergeva a storico della domenica, inanellando “conditi” racconti privati all’interno della storia pubblica, spaziando da “tessere per lavorare”, orgogliosanente da lui, mai richieste, e anni nella resistenza, sua e dei suoi fratelli. E anni, suoi, di come era la Befana….Ricordo ancora il suo viso, invecchiato precocemente come potevano esserlo quelli di tutte le persone che hanno conosciuto la guerra, gli stenti e le sofferenze imposte dalla ricostruzione di un Paese che usciva da molto, con le “ossa rotte”. Poi era la volta del “manifestarsi” in cucina  di mio padre: “con la festa dell’Epifania, da domani, chi a scuola e chi al lavoro”, forse. “Ma se la fortuna dovesse mai  bussare da queste parti…” nell’atto di mimare che probabilmente non ci sarebbe piu’ andato,  sventolava come una bandiera  i biglietti della Lotteria Italia, abbinati a qualche programma televisivo. Come se la fortuna davvero avesse avuto il compito di bussare da quelle parti. Ma questo, era enunciato con solennita’ più forte  solo dopo il classico dolce, la focaccia del dopo pranzo che aveva oramai  sfrattato e dichiarato chiuse le maratone di pandoro e panettoni. In fondo, a ricordare bene, era proprio l’estrazione finale, la lotteria italia, l’atto conclusivo delle vacanze natalizie, piu’ che della focaccia e la sua fava. A sera, poi, tutti davanti la tv, a sentire il nome di citta’, e serie e numero dei biglietti estratti. A ricordare ancora bene, c’era poi sempre qualcuno che aveva parenti residenti in altre grandi e piccole  citta’, e/o piu’ spesso paesini, che richiedeva un paio di biglietti come regalo natalizio. E nello “scendere” per lo stivale, con il treno, là dove questo sostava un pochino, giu’ di corsa, fiondandosi, con il rischio di perderlo, lasciando famiglia e  bagagli, a fare incetta di biglietti nel giornalaio -edicola “stazione”. A sera poi, nel caldo della cucina, dopo che  qualche foglio, era stato sfrattato dal quaderno, lapis (come amava chiamate le matite il nonno)gomma a corredp e tutti in religioso silenzio. E ovviamente, le trascrizioni dei numeri e serie  e l’immagine di citta’ e potenziali vincitori. In ultimo, tornando al racconto mattutino, l’apparizione piu’ dolce, del 6 gennaio, era quella di mia madre, che ne ricordava, redarguendoci,  il senso religioso, della manifestazione di Gesu’ al mondo.  “Oggi Gesu’ appare ai Re Magi. Ricordate. I re che seguono la stella per rendere omaggio al Re dell’umanita’ fattosi povero”. E difatti, nel Presepe della Basilica di Maria Ausiliatrice, facevano la loro comparsa i Re Magi, amorevolmente posizionati dal sacrista Torre in una stanza della Basilica composta  da giochi di specchi. Quindi, a seguire, messa, oratorio e il “cate” (figura del catechista appartenente al mondo salesiano) che bombardava noi ragazzini, appena usciti da messa, sulla predica del prete,  sul senso della festa, dell’Epifania, il suo significato mentre  tutti noi scalpitavamo per una partita a pallone o calciobalilla. Poi fu il tempo delle “ragazze”fidanzatine, biondine o morette, guarda caso,   “animatrici”, che chiudevano il ciclo delle feste dell’oratorio, vestite, o mascherate, rigorosamente da Befane e che quindi ti  inchiodavano tutto il giorno a diventare spettatore di quello spettacolo senza nemmanco riconoscere la tua  lei. Ovviamente,  per la focaccia e la fava, la dea bendata, aveva deciso diversamente.Poi…e poi…a piazza Navona così come in quelle torinesi le Befane si fanno largo tra ingorghi stradali e code kilometriche direzione saldi e outlet. La gente pare impazzita. Qualcuno ha in mano foglietti di carta, con i prezzi dell’altro giorno, ante saldi e quelli di oggi, “saldati”. Manco fossimo nel 2002, anno dell’entrata in circolazione dell’euro, cartellini esposti, 4: lira prima, lira dopo, euro prima, euro poi. Commercialisti e ragionieri si aggirano per lo “Stivale”.

L’Epifania tutte le feste, con i soldi, si porta via…

Buon 1 Maggio 2016

Torino 1 5 2016 foto Borrelli RomanoBuon primo maggio, anche se bagnato. Sotto la pioggia, bloccati, corteo monco, diviso. Qualcuno ha deciso che un pezzo non passa. Siamo fermi. Alcuni distanti da me hanno subito anche “carezze” e attenzioni da non poco. Che dire? Non so proprio…Aspettavo questa giornata dall’anno scorso.Siamo qui. Chi canta “Bella Ciao” e chi “Resistenza”. Mancano le parole per poter scrivere qualcosa. Dopo esser stati fermi per un po’ di tempo (incalcolabile) finalmente un varco si apre e via Roma torna libera. Liberta’ di “camminare” e poterstare nel corteo ripristinata. Avevo voglia di rivedere vecchi compagn* e amic* di lavoro ma parevo impossibilitato a cio’. Anche recuperare via Po o indietreggiare verso piazza Vittorio pareva impossibile. Incontro Juri e Luigi Saragnese e amic* di vecchia data. Scambiamo opinioni. Poi ci perdiamo. Davanti un accenno di “alleggerimento”. Ora tutto riprende come avrebbe dovuto essereTorino. Corteo.1 5 2016 foto Borrelli Romano.20160501_114013. Passano i primi poi i secondi….verso le 12 si raggiunge piazza San Carlo.

 

25 aprile 1945-25 aprile 2015

“Attenzione. Attenzione. Interrompiamo le trasmissioni… 25 aprile 1945.  ” Oggi: 25  aprile 2015. L’Italia celebra i 70 anni di LiberazioneTorino 25 aprile 2015, foto Borrelli Romano . Una signora giovane e arzilla.  A Torino una pioggerella sveglia e svegliando lava case, vie, e gente, uscita presto, fra mille offerte culturali. Ragazz* di ritorno da Parco Dora, e dai vari luoghi di santità della nostra città. Altri che lasciano un fiore, di cippo in cippo, ♡☆

in corrispondenza di quanti hanno dato la vita per la Liberazione. Ragazz* in giro, ad annusare la libertà. Chi con un giornale in mano, chi un libro, chi uno smartphone, chi un tablet.Molto da ripassare  tenere vivo.  Liberazione. Costituzione. Democrazia. Diritti. Lavoro. Un giro per un fiore al partigiano nelle numerose vie torinesi che ricordano il loro sacrificio come  dono per noi, a noi.  Democrazia. Diritti. Partecipazione. Lavoro. Liberta’. Festa di speranza con la Costituzione tra le mani da difendere. Ogni giorno. Una Resistenza che non si era fermata nel ’44,  declinando l’invito “Alexander” ( che disse: “Bravi avete fatto un buon lavoro, ma adesso tornate alle vostre case, ma il lavoro sara’ ancora lungo. Quando avremo bisogno di voi vi chiameremo” ) di tornare a casa,   preparando  invece l’insurrezione. Li consideravano inutili. Ma quella volta, “nessuno a casa”.Partigiani decisi a liberare pezzo dopo pezzo citta’paesi e campagne   del nostro Paese,  ben prima degli alleati. Buon 25 aprile.  Buona Resistenza. Torino 25 aprile 2015.foto Borrelli Romano

Diego Novelli e il libro “Le bombe di cartapesta”

Torino gennaio 2015. Diego Novelli, foto, Borrelli Romano.

Continuando la conversazione con l’ex-Sindaco di Torino, Diego Novelli gli pongo alcune domande sul perché del libro “Le bombe di cartapesta”.

“Il libro è stato scritto perché mi era stato richiesto dalla Casa Editrice. Lo scopo era quello di pubblicare qualcosa, come già avvenuto per altri autori, tipo racconti inerenti la loro vita, il lavoro, l’ infanzia”.

A Diego Novelli fu chiesto di raccontare la sua storia di Sindaco. “Risposi si  con un certo entusiasmo.”

” L’ idea di rimettermi alla macchina per scrivere  mi entusiasmava. Unico neo, il tempo. L’occasione mi fu fornita da  un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. Allora ero Presidente della Federazione mondiale dei Sindaci delle città unite con sede a Parigi,  un incarico della durata di tre anni. Ero stato invitato ad un convegno sulla pace nel mondo, alle Nazioni Unite. Salgo sull’aereo per recarmi a New York dicendomi: perché non usare questo lungo viaggio per scrivere il libo? E così è stato. Una telefonata da parte dell’editore proprio alla vigilia del volo mi aveva creato un certo imbarazzo… Ed eccomi qui a bordo. Un libro scritto quasi in diretta su un DC dell’Italia volo numero 615 alla volta degli Stati Uniti. Sono le  ore 12. 30 di un giorno qualsiasi del mese di giugno. L’aereo sta rollando sulla pista quando la nostra hostess ci comunica che il nostro volo durerà 7 ore e 50 minuti dal decollo. Ci provo. Mi ci butto. Non leggerò giornali o riviste non mi farò distrarre da nessuno perché voglio cercare di mantenere l’impegno assunto. Pronti via…Sono nato il 22 maggio…e inizia la storia della mia famiglia, da bambino, di mio padre, Direttore Generale di  una grande azienda. …Io non ero ancora nato, quando sotto il fascismo uno dei provvedimenti presi dal regime fu quello delle misure contro le imprese straniere che operavano sul  nostro territorio. Quella di mio padre era una azienda belga che fu, in seguito a quelle disposizioni, costretta a chiudere i battenti. Trovare lavoro a Torino per uno che sdegnosamente aveva rifiutato la tessera del partito fascista era praticamente impossibile. Così, dall’agiatezza economica che aveva conosciuto la mia famiglia siamo caduti in indigenza se non proprio in miseria. E lì, a completare il quadro, sono arrivato io. L’ultimo di tre già nati, ospite tardivo e inopportuno, sono nato io, Diego. La passione di mio padre  per il melodramma spiega i nomi dei quattro suoi figli: Walter, Edgardo, Alfio, Diego”.

E così Diego snocciola date e ricordi. La scuola, la Cesare Battisti, la maestra, i compagni di scuola, la guerra. Il dieci giugno del 1940. La povertà, la radio, il discorso del duce in un bar di zona San Paolo…Riannoda il filo e riparte…” e poi quando siamo arrivati mio padre viene a sapere che mio fratello, il primo si era arruolato volontario per andare in guerra. Un colpo duro, per mio padre, che si era sentito tradito. Il regime imbottigliava la testa. Poi, mio fratello, ha fatto la guerra ma dopo l’8 settembre ha fatto il partigiano con l’altro fratello. In queste poche pagine racconto quando la sera dell’8 dicembre del 1942 siamo stati colpiti nel rifugio dove eravamo, da una bomba, e fummo sepolti da una casa. Io, piccolino e magrolino, fui il primo a uscire da quel mucchio di macerie, tra morti e feriti”.

Diego poi passa a raccontare lo sfollamento e  la guerra della Resistenza. “Non avevo  più voglia di vedere altri morti prodotti dallle guerre e anche per questo motivo mi trovavo  su quell’ aereo diretto negli Stati Uniti.  Andai negli Stati Uniti dal Segretario Generale dell’Onu, per consegnargli un appello scritto con il sindaco di Madrid a nome della Federazione Mondiale delle città unite”.

A quell’ appello risposero oltre tremila città di 90 Stati dei cinque continenti… “Nonostante le  le tante cose che vorrei dire, la radio di bordo ci dice che stiamo per arrivare”…ma della professione di Sindaco dissi ben poco…tranne che il mestiere di Sindaco, Diego non l’ha scelto.

 

Pensiero Acutis. Evento in corso

Torino, 14 settembre 2014. Pensiero Acutis e Romano davanti la Sei.Foto, Borrelli RomanoMomenti di incontro e occasione per festeggiare i 90 anni del sig. Pensiero Acutis.20140917_155303

Ne approfitto per sintetizzare l’articolo precedente composto dall’intervista a Pensiero sulla sua esperienza di ex-internato militare italiano.

“Il dieci settembre 1943 mi trovavo in Liguria, al centro reclute di Diano Marina. Non ho fatto la “naja” e neanche il giuramento. Cosa importantissima per gli sviluppi successivi e nel dibattito storico. Rientrò a Torino soltanto il 20 agosto del 1945. Eravamo  venuti a conoscenza dell’armistizio ma  restammo all’oscuro di ulteriori notizie da parte dei comandanti. Il soggiorno al CAR di Diano Marina venne interrotto per una affrettata partenza notturna. Colle di Nava, Ormea, Alessandria. Queste le tappe. Da qui poi a Verona dove ci dissero esservi un grande campo  per noi militari, più capiente  di quello di Alessandria.  A Verona trovammo una giornata uggiosa. Pioveva. Chiusi ermeticamente nel vagone. Ben presto capimmo il nostro destino. Alcune infermiere, da dietro  il vagone, per mezzo di minuscoli fori, ci porsero fogliettini e matita: avremmo dovuto scrivere il nostro nome, cognome, e indirizzo. Il treno riprese il suo percorso e quando il portellone si riaprì eravamo in Austria.  Una decina di giorni, in queste condizioni bestiali. Ti riservo la descrizione della condizione umana, o di quel che restava,  se ve ne era ancora,e ti rimando alla lettura del libro, Stalag XA. Storia di una recluta. Arrivammo a Sanbostel, cittadina vicino Brema. Li spirava il vento del Nord.

Nel nostro viaggio avevamo attraversato Monaco di Baviera, Augsburg, Norimberga, Bamberg.

A Sandbostel comincia la storia di una recluta.

Qui abbiamo appreso gli avvenimenti accaduti dopo l’8 settembre, dal console di Amburgo.  Su di un palco, approntato nel campo, un gerarca fascista ci disse: “Soldati! Il Duce è stato liberato ed è stata costituita la Repubblica sociale italiana. Il Re e il Maresciallo Badoglio sono vigliaccamente fuggiti lasciando l’Esercito italiano allo sbando. Voi, per riscattare l’onore militare oltraggiato, avete il dovere di aderire a questa repubblica per ritornare a combattere al fianco dell’amica e alleata nazione tedesca. In caso contrario sarete considerati soldati traditori e trattati di conseguenza”. Pochi, molto pochi si fecero avanti. Solo alcuni altoatesini  dissero si. 600 mila furono i no convinti.

La scelta. Una situazione anomala. Da sempre, nella storia, i prigionieri sono sempre rimasti tali. Punto. In quel momento eravamo i soli protagonisti, raggruppati in quel limitato territorio a più di 1500 km dal nostro Paese. Io poi non avevo fatto nessun giuramento, quindi…

A Sandbostel divenni un numero. Su di una piastrina metallica venne stampata la mia nuova carta di identità: 151233. Ognuno di noi ricevette un incarico, un lavoro. Molti furono impiegati a scavare macerie. Intanto, dopo esser stati sottoposti ad una disinfestazione una ulteriore carta di identità ci venne stampata sullo schienale delle casacche a  caratteri cubitali: IMI. La recluta Pensiero Acutis divenne, come tante altre, Internato militare italiano, non più prigioniero di guerra. Come Internato militare, l’approdo era l’esclusione dai benefici  della Croce Rossa Internazionale, dalle Convenzioni.

Dopo Sandbostel, un soggiorno di un mese, l’approdo ad Amburgo. Qui, in un clima autunnale che diventava via via sempre più rigido, sperimentai la condizione bestiale a cui è sottoposto l’uomo in talune condizioni dove si fanno forti gli istinti bestiali.  Avevo pantaloni di tela che non opponeva nessuna barriera al freddo.  Mi furono scambiati gli scarponi con un paio di scarpe logore e consunte, approfittando della stanchezza che aveva preso il sopravvento facendomi addormentare per la troppa stanchezza. Lunghi e forzati digiuni. Giornate che trascorrevano lente dominate da tre temi: fame, freddo e tedio. Aspettare 24 ore per un pezzo di pane da affettare e condividere: una grande responsabilità per chi era addetto a tale compito. Unica consolazione: la lettura del Vangelo lasciatomi da mia sorella Vera.

Fortunatamente, a causa di un infortunio al polso, ebbi modo di essere dichiarato per un bel po’ inabile al lavoro. Cosa che mi permise di avere del  tempo libero a mia disposizione e di conoscere la città e i cittadini, che, a dire il vero avevano un forte senso di indipendenza. Erano anarcoidi e tale mi sentivo. Facevo del commercio scambiando quel poco che si aveva con i cittadini. Rientrato al campo, si divideva il tutto.

Chi sono gli internati militari?

“E’ una storia poco conosciuta. Sono stati considerati quasi come imboscati per molto tempo. Al mio ritorno a Torino, salito sul tram, i passeggeri che mi erano intorno, nel riconoscere la mia provenienza guardandomi, alzarono la voce tra loro dicendo: noi abbiamo avuto la tessera, la guerra, i bombardamenti, loro invece…Indifferenza, ignoranza, sospetto. Eravamo piu di 600 mila. Avessimo aderito alla Repubblica Sociale, l’esito della guerra sarebbe stato diverso, sicuramente un esito dai tempi piu lunghi. Per fare luce sulla storia, poco conosciuta ho pensato di approfittare della mia conoscenza con l’archivio cinematografico della Resistenza. Con i dirigenti di quella associazione decidemmo di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. Nacque così “Seicentomila no. La Resistenza degli internati militari italiani”. La volontà è quella di distribuirlo in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Almeno, prima che si chiudano i battenti. I sopravvissuti non sono molti. E’ una iniziativa che serve per restituire qualcosa alle scuole, per tamponare quel vuoto che è andato avanti per troppi anni. Per colmare quell’ignoranza su di un tema che ha avuto un certo sviluppo a partire dalla seconda metà degli anni 80, grazie a convegni e lavori di alcuni storici. Dal punto di vista divulgativo la storia degli internati militari è di fatto rimasta tra parentesi e percio’ sottaciuta.  Un vuoto.”

Rivolgo alcune domande su questo vuoto anche al dottor Corrado Borsa, dell’ANCR.

“Per quanto riguarda gli internati militari veniamo da un lungo silenzio non perché dell’internamento militare non si parlasse ma perché quando lo si faceva, se ne parlava come di una esperienza non iscritta nelle altre che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale per l’Italia in particolare dopo l’8 settembre del 1943: una cosa è la Resistenza, una cosa è la Repubblica di Salò, una cosa è l’occupazione tedesca, una cosa è la liberazione da parte degli alleati che lentamente progredisce da Sud verso Nord, una cosa è la prigionia militare dei tantissimi militari italiani catturati sui fronti di guerra prima dell’8 settembre del 1943,  cosa diversa  ancora che è difficile trovare l’addentellato con tutto il resto che è l’esperienza dell’internamento militare, l’esperienza cioè di tanti militari italiani che dopo l’8 settembre e lo sbandamento dell’esercito italiano dopo la proclamazione dell’accordo con gli alleati da parte di Badoglio, sono catturati dai tedeschi”.

Il libro si compone di un dvd che a sua volta ha dato origine al libro per raccontare la storia degli internati militari italiani. Anche quella di Pensiero Acutis.

 

Pensiero Acutis. Storia di un ex-internato militare

Sentivo il bisogno di raccontare, meglio, di ascoltare, approfondire, scrivere qualcosa di particolare, una storia nella Storia. Qualcosa di impegnativo. Soprattutto perché poco conosciuta. E scriverla per intero, senza tagliare nulla, così come spesso, nell’ultimo periodo, molti ragazzi mi han chiesto di fare quando scrivo qualcosa di interessante per i loro studi.

Di questa storia, penso sicuramente utile per i ragazzi nelle scuole, magari riproposta  prossimamente per una rivista, come accade da un po’ di tempo per alcuni articoli e con molto piacere e soddisfazione.

Quando cammino lungo le strade della circoscrizione così come l’ho conosciuta “Aurora, Rossini, Valdocco” precisamente l’area che insiste in quella fetta di quartiere  definita dei santi sociali, tra via don Bosco, via Maria Ausiliatrice e via Cottolengo, (ma che io ho l’abitudine di allargare fino in corso Valdocco, dove è situato l’Istituto Storico della Resistenza) mi capita spesso di incontrare due poli di quel mondo: la scuola e la saggezza. Nei pomeriggi estivi di questa estate mi è capitato sovente di incontrare un signore, di bell’aspetto, dal giornalaio, in coda in qualche negozio, intento nelle sue compere, talvolta dalle parti della Basilica di Maria Ausiliatrice.  Le brevi battute quotidiane scambiate dal giornalaio su fatti politici ed economici sullo stato del nostro Paese ben presto han lasciato posto alla storia. Scopro che non solo ama leggere ma anche scrivere. Libri. Ne sente il bisogno.

La realtà di un lontano passato sempre presente. Pensiero AcutisTorino. Presso l'abitazione del sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli.

Un giorno provo a chiedergli: “Perché?” Mi risponde:

“Per lasciare traccia, memoria di sé e del proprio vivere, per salvarsi o essere salvati. Per far affiorare dall’oblio e dal nascondimento il passato, anche quello più doloroso”[1]. Vorrei capirne di più, rispetto alla memoria, al vivere, al desiderio, bisogno di scrivere. Gli chiedo se possiamo conoscerci.Torino, abitazione del Sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli

Il suo nome è Pensiero Acutis, nato a Torino nel 1924 da genitori anarchici. La madre, Rosa Giuliano (1886-1947) il papà Anselmo Acutis (1879-1967)) è eclettico, innamorato della vita in tutte le sue forme: pittura, fotografia, arte. Chiaramente avendo questi amori inscritti nella pelle non può che frequentare l’Accademia di Belle Arti. Anselmo è ricordato tra i promotori degli scioperi contro l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale.  Manifestazioni contro la guerra che termineranno solo nel  1917. Verrà arrestato, processato e assolto e costretto ad andar via nel 1925, in epoca fascista, per le sue idee libertarie. “Papà che non è piu tornato.  Andato via a 45 anni e morto poi all’età di 88 anni. Quando lo ha conosciuto aveva 22 anni, la prima volta che lo ha visto.”

Il fratello maggiore, anarchico, Libero, anche lui emigrato in Francia dove rimase vittima in un incidente stradale a 25 anni, all’uscita dal lavoro.

Una sorella, Vera, “cattolica proprio come me” ci tiene a precisare Pensiero,  impiegata presso una fabbrica di sapone, Filippi di Cascine Vica, alle porte di Torino, sarà sindacalista nei chimici della Cisl, segretaria di Carlo Donat Cattin. Darà anche il suo contributo alla Resistenza confezionando pacchi per i prigionieri. Insomma, in tre in famiglia. Mamma, sorella e Pensiero. Ricorda di sua mamma che…

Mamma Rosa praticamente ha condiviso miseria perché quando tutti il padre e il fratello erano andati via,  la sorella era andata in convitto, era una lavoratrice in casa, sarta,  era cravattaia e finì poi per andare a fare le pulizie all’officina Viberti. Morì giovane a causa di una lunga malattia durata quattro anni.”

Pensiero ricorda la sua gioventù, via Pisa, via Catania, “il Borgo dei morti”, come allora lo chiamavano. Poi, la  Borgata Parella, il  Martinetto  con Marie Pallea, la moglie, sposata nel 1961, donna di origini francesi, morta recentemente dopo una lunga malattia. E infine, ora, dalle parti di Maria Ausiliatrice, in questa fetta di circoscrizione.

Nel nostro incontro mi indica la zona dei Salesiani. E ricorda.

“Sono un Ex allievo. Mia sorella frequentava le scuole dai salesiani e tramite loro c’era stato un interessamento anche per me. Mi son ritrovato sui banchi di scuola, o meglio, nei laboratori delle scuole dei Salesiani per diventare un  rilegatore. Dopo cinque anni lo diventai e nel 1943 presi. Dopo la guerra  primi di febbraio  del 1946, entrai a lavorare alla Sei”. Torino, 14 settembre 2014. Pensiero Acutis e Romano davanti la Sei.Foto, Borrelli Romano I suoi occhi si illuminano. Sono certo che si intravede in quell’edificio dietro i macchinari, al lavoro, con i colleghi e amici  di una vita. Ricorda il Direttore Tecnico, il Commendatore Michelotti . “In quel periodo, in corso Regina, tra operai e impiegati eravamo circa quattrocento.  Alla Sei, appena entravi, eri amico di tutti. C’era molto cameratismo tra operai e impiegati. Era una specie di famiglia. C’erano i turni, ma solo per certi tipi di lavori. Ultimamente solo per la legatoria. Così era il clima  lavorativo e non solo in quegli anni, da queste parti.  Si stampavano i  Bollettini Salesiani, dizionari, grammatiche, libri e  anche lettura amena”.

Continua a saltellare tra il passato ed il presente.

“Sono piu di trenta anni che sono in pensione. Esattamente nel 1984”.

Negli ultimi anni, purtroppo, molto era cambiato. Nel suo racconto si trovano altri amori, quelli della montagna, ad esempio, insieme a quello ricordato prima delle letture.

Torino, come la ricorda nei suoi anni giovanili? E come è oggi?

“Ho avuto modo di rimuginare dopo una caduta dello scorso inverno. Tempo libero per tornare sui passi giovanili”. E così dipana i suoi racconti: “I primi dieci anni di via Pisa, in quel casone dove c’erano centinaia di famiglie, c’era di tutto, impiegati, operai, vagabondi e tanta solidarietà- Non come ora che un pianerottolo divide alcune famiglie senza sapere nulla l’una dell’altra. In via Pisa, si era poveri, ma vicini-vicini in tutti i sensi. Oggi si è vicini ma si è lontani. Questa è la condizione, oggi.”

Dopo la guerra come era Torino?

Tutti ci ci davamo da fare per la ricostruzione. In molti cercavano  lavoro”. La Fiat non era ancora il serbatoio di manodopera come lo si è conosciuto negli anni ‘60”. Nei suoi racconti, tanta ricostruzione, malcontento ma anche tanta speranza. Di una vita migliore. Lentamente, il discorso si avvia al tema della guerra, all’8 settembre 1943, alla sua deportazione, in Germania. Iniziano i suoi ricordi.

La storia di una recluta: Pensiero Acutis.

“Il 10 settembre 1943 ero in Liguria, al centro reclute di Diano Marino. (Naja, che non ho fatto, e neanche il giuramento. Il mio rientro a Torino sarà il 20 agosto del 1945). Un periodo in cui ci hanno tolto molto, quasi tutto. Stenti e fame erano all’ordine del giorno. In due occasioni soltanto, nell’arco di dieci giorni, ci fu dato  un tozzo di pane nero e un pezzo di formaggio. E’ stato un viaggio bestiale, quello dell’andata. (Il ritorno, avvenne sempre per mezzo di tradotte ma ormai era un rimpatrio, del tutto diverso dall’andata. Al rientro, i primi mesi, trovai lavoretti in nero, un po’ qua e un po’ la). Ci fecero prendere la strada che va verso il Colle di Nava e fummo accolti, a metà strada da due camionette di tedeschi,  armati fino ai denti, che han cominciato a sparare, a noi, disarmati. Uno dei nostri che conosceva il tedesco parlo’ con la pattuglia chiedendo spiegazioni sul senso di quanto stava accadendo. L’ordine era di proseguire fino ad Ormea e da li poi una tradotta ci avrebbe condotti ad Alessandria dove li, gli dissero, era  stato allestito un grande campo di smistamento dove l’esercito italiano, sciolto, si sarebbe ritrovato. Abbiamo pensato: e allora,  tutti a casa. Se è  così, allora, va bene. Non era neanche il caso di scappare, poi. Perché farsi fucilare dietro se tanto poi avremmo riacquistato la nostra libertà? Eravamo   più di  duemila militari.  Una volta arrivati ad  Alessandria  (dopo aver lasciato Ormea) ci chiedevamo dove fosse quel  campo “benedetto”. La nostra domanda ottenne una risposta. Il campo non era  ad Alessandria. A Verona ne avremmo trovato uno più capiente. Era una giornata uggiosa. Pioveva. Eravamo chiusi ermeticamente nel vagone. Alcune infermiere ci porsero foglietti di carta e matita dove avremmo dovuto scrivere il nostro indirizzo. Ma quando il portellone si riaprì, eravamo in Austria. Il viaggio continuò così per una decina di giorni e quando era ora di scendere eravamo giunti “al Nord”, nei pressi di una Sandbostel,  cittadina vicino Brema, dove era stato allestito un campo di smistamento. Gli storici dissero che eravamo quattromila. Monaco di Baviera, Augsburg, Norimberga, Bamberg, le città passate durante il viaggio di Pensiero. A Sandbostel trovammo un palco dove si precipitò a parlarci un gerarca fascista.  Il suo discorso fu questo. Il Re e Badoglio erano fuggiti lasciando l’esercito allo sbando e per conservare l’onore della patria era stata costituita una Repubblica Sociale alla quale quanti si trovavano li, nel campo, a Sandbostel, dovevano aderire e ritornare a combattere con l’amico alleato tedesco, diversamente saremmo stati considerati soldati traditori e come tali trattati. Una cosa poco simpatica a mille, millecinquecento km da casa nostra. Ma dove era, casa nostra, in quel momento? Si faccia avanti chi vuole firmare, disse quel gerarca. La condizione: o di qua o di là.  Di quelle migliaia pochi si fecero avanti. A dire il vero, erano piu gli altoatesini, che si fecero avanti. Fummo “sguinzagliati” qua e la in vari campi per lavorare. In più di seicentomila militari finirono da queste parti, e 600 mila furono i no convinti. Venni spedito ad Amburgo ove restai fino al giorno del rimpatrio. Lavoro: scavare macerie prima e finito in un deposito di legname, fino al settembre del 44. Da internato militare militare diventammo internati civili come lavoratori normali, sorvegliati h 24, pagati, pero’, in marchi.”

L’infortunio e i rapporti con i cittadini tedeschi.

Il diciotto settembre del 1944 subì un infortunio al polso. Un ricordo aggiuntivo che mi accompagna da settanta anni. In quel modo non ero più abile.

“Venivo collocato a riposo. Giravo la città di Amburgo, città un po’ anarcoide. Quella città mi raccontava un pochino. Era una città giovane. Erano repubbliche militari con senso di indipendenza. Si sentivano repubbliche marinare. Non tanto tedeschi. Con la popolazione mi son sempre trovato bene. Andavo in giro, facevo commercio con i buoni tessera. Al campo poi, si divideva tutto. Poi, dopo i mesi di disperazione, arrivarono le truppe anglo canadesi a liberarci.”

Ma chi sono “gli internati”?

“La storia degli internati militari è poco conosciuta. Fin dagli inizi, in diversi ambienti, sono stati considerati come imboscati quasi come avessero scelto non come nella realtà tra prigionia o SS, ma come scelta identificata come un quieto vivere, collocandosi in una zona grigia. Tanto è vero che quando sono rientrato in Italia, col treno a Porta Susa, mentre contavo i soldi per salire sul tram zeppo di passeggeri e come mi hanno visto han cominciato a parlottare tra di loro dicendo: noi i bombardamenti,  la tessera e altro mentre loro…e mentre si dicevano queste cose mi guardavano come se io e gli altri fossimo tornati da una villeggiatura. Quanta i indifferenza, ignoranza, sospetto. Gli insegnanti dicevano di sapere poco sugli internati. Era calata la nebbia o così si voleva.  Nei libri di storia non si accenna molto agli internati, p vero. Ferruccio Maruffi,  del 1924, Presidente dei deportati politici, va sempre in giro a testimoniare. Ha scritto diversi libri ed è stato l’unico che ha difeso gli internati militari definendoli eroi. Erano circa 650 mila gli internati: se passavano con la Repubblica sociale in massa, praticamente l’esito della guerra sarebbe stato un altro, si sarebbe prolungata e forse si sarebbero scritta altre e piu copiose pagine. La sua esperienza è diversa dalla nostra, raccapriccia.  Per quanto mi riguarda, in venti mesi, l’ultima comunicazione con la famiglia era riconducibile ad una lettera del novembre del quarantaquattro speditami  dalla sorella attraverso la Croce Rossa. Poi, più nulla. Cosa trovero’? Questa era la domanda che mi accompagnava costantemente.”

 

Libro e la storia. Lo scopo.

“Come associazione pensavano di fare qualcosa che restasse impresso, andare nelle scuole era diventato riduttivo. Ero aggregato con l’archivio cinematografico della Resistenza. Con i dirigenti di quella associazione avevamo deciso di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. La difficoltà non consisteva nello scrivere un libro ma di trovare i fondi. Per un po’ di anni, un Generale di corpo d’armata che era ex comandate regione militare nord che aveva sposato la nostra causa ci diede una mano insieme al vice presidente Roberto Placido che ha sempre sostenuto la causa. E’ stato così pubblicato il volume seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani, kappa edizioni. La volontà è quella di distribuirlo  in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Prima di chiudere i “battenti”. I sopravvissuti non sono poi molti. Per restituire qualcosa alle scuole, per tamponare quei buchi che ci hanno accompagnato per molto tempo. Perché in molti erano all’oscuro sulla faccenda.

Il libro si compone di un dvd o meglio sarebbe dire che è nato prima il dvd e poi il libro 600 mila no. La Resistenza degli internati militari italiani. Anche quella di Pensiero Acutis.

 

Ho cercato di ampliare il raggio della conoscenza recandomi presso l’ANCR, l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, a Torino, in corso Valdocco 4, dove il dottor Corrado Borsa mi ha gentilmente forito ulteriori indicazioni sulla storia degli internati militari.

Il tema ha avuto un certo sviluppo a partire dalla seconda meta anni 80 grazie ad alcuni convegni e lavori di  storici. Grazie a ciò  si sono compiuti  passi avanti e decisivi nel colmare quei buchi, vuoti, accennati precedentemente dal sig. Pensiero Acutis, ma dal punto di vista divulgativo la storia degli internati militari è di fatto rimasta tra parentesi  e perciò largamente sottaciuta. I volumi attualmente in circolazione sono di storici tedeschi aventi come destinatari gli specialisti. Tali pubblicazioni  non sono usufruibili come manuali tra le mani di uno studente liceale o di un semplice curioso che abbia voglia di documentarsi. Il libro di Pensiero è uno dei primi, forse  il primo tentativo di offrire  a chi volesse un testo che pur rigoroso dal punto di vista dell’apparato informativo è  completo dal punto di vista della riproduzione di tutte le tappe che caratterizzano le vicende dell’internato in Italia. E’ un testo di facile lettura accessibile sul piano linguistico suddiviso opportunamente in modo tale che chi lo sfoglia sappia  orientarsi facilmente e trovare risposte specifiche a domande specifiche.

Come mai questo “vuoto”, dottor Borsa?Dottor Corrado Borsa, ANCR, intervistato presso i locali dell'ANCR, foto, Romano Borrelli (1)

“Per quanto riguarda gli internati militari, veniamo da un lungo silenzio non perché dell’internamento militare non si parlasse ma quando lo si faceva, se ne parlava come di una esperienza non iscritta nelle altre che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale per l’Italia in  particolare dopo l’8 settembre del 1943: una cosa è la Resistenza, una cosa è la Repubblica di Salo’, una cosa è l’occupazione tedesca, una cosa è la liberazione da parte degli alleati che lentamente progredisce da Sud verso Nord, una cosa  è la prigionia militare dei tantissimi militari italiani catturati sui fronti di guerra prima dell’otto settembre del 1943, cosa diversa ancora e che è difficile trovare l’addentellato con tutto il resto è l’esperienza dell’internamento militare, cioè quella esperienza di quei tanti militari italiani che dopo  l’8 settembre e lo sbandamento dell’esercito italiano dopo la proclamazione dell’accordo con gli alleati da parte di Badoglio, sono catturati dai tedeschi”.

La storia di persone, militari che si trovano senza ordini precisi e che molto spesso con la complicità di alcuni ufficiali che li comandano e che spesso non sanno neanche loro come comportarsi. Mentre  i tedeschi, in quelle condizioni, non hanno nessuna difficoltà a catturarli e caricarli sui vagoni bestiame diretti in Germania rinchiusi poi nei lager  per gli internati, (il loro satus giuridico per scelta della Germania Hitleriana, non è quello degli altri prigionieri di  guerra è uno status particolare tra l’altro toglie loro alcune possibilità che invece usufruiscono altri prigionieri di guerra, ad esempio ricevere i pacchi e il controllo della Croce Rossa Internazionale sulle loro condizioni di salute e vita).

Perché questo status giuridico?

“Per due motivi. Da una parte la vendetta di Hitler verso gli italiani che avevano rotto l’alleanza con la Germania nazista firmando un armistizio con gli alleati e chiudendo così la guerra al fianco del la Germania nazista. Dall’altra la difficoltà di presentarsi alla Repubblica di Salò, la Repubblica fantoccio voluta da Hitler per gestire l’Italia occupata dai tedeschi con centinaia di migliaia di prigionieri italiani. La Repubblica di Salò è la nuova alleata della Germania nazista, continua la guerra a fianco dei nazista e nello stesso tempo la Germania nazista ha centinai di migliaia di prigionieri italiani. Questi non sono più prigionieri ma con magie giuridico formali  diventano internati militari. L’internamento, da una parte, ha spiegazioni politico diplomatiche come status giuridico particolare, dall’altra parte significa un peggioramento per i prigionieri e ancora sottrae  i prigionieri italiani alle convenzioni di Ginevra (del trattato che li tutela), consentendo ai tedeschi di utilizzare i soldati italiani in attività lavorative intense e soprattutto nell’ambito dell’industria bellica quando invece i prigionieri di guerra possono essere utilizzati si in attività di lavoro ma non legate direttamente alla produzione di armi. Percio’ i soldati italiani prigionieri vengono ad essere una manna per l’economia di guerra nazista in quanto come lavoratori vanno a ricoprire  i ruoli che per primi avevano ricoperto in quella economia i sovietici, anche loro, per altre ragioni, al di fuori della Convenzione di  Ginevra (quindi non tutelati).”

 

Perché non si parla di internamento militare a livello pubblico anche se gli internati militari una volta tornati, parlano della loro esperienza, e scrivono anche, come internati militari, come ad esempio è capitato con lo lo scrittore Guareschi? E rispetto alla Resistenza?

 

“Si, in effetti sono tanti i diari che pubblicati. Non se ne parla a livello pubblico perché il tema sugli internati militari costituisce una difficoltà nel suo svolgimento. Se li si pensa come di fatto e tali sono  degli oppositori al nazismo e al fascismo e apparentabili ai partigiani, questi  ultimi, dicono: “ loro sono tantissimi e sommergono quella che è una esperienza importantissima per la conquista della democrazia italiana ma per partecipanti  ridotta”. Seicentomila sono i militari internati italiani che rifiutano la collaborazione con il nazismo e il fascismo  e i partigiani al massimo duecentocinquantamila. Si potrebbe aprire così una sorta di  competizione se vogliamo, anche se oggi, sia gli internati militari da una parte, sia i partigiani dall’altra, riconoscono il denominatore comune che li unisce.  Profondamente convinto che gli internati militari italiani sono dei resistenti. Così non è stato considerato a livello pubblico nella storia, nel passato, almeno fino agli anni 90.”

Rispetto alla domanda: si tratta o meno di una resistenza?

“E’ sicuramente Resistenza anche perché alla base della esperienza terribile degli internati militari italiani più o meno terribile in alcuni casi ma comunque sempre tormentosa ma molto spesso con esiti letali con malattie che insorgono e che poi permangono a  minare  il fisico di chi ha vissuto quell’esperienza, alla base di tutto questo vi è una scelta.  A differenza di tutti gli altri prigionieri di guerra  che quando vengono catturati sono prigionieri di guerra e non possono essere considerati che tali, agli internati militari, i tedeschi, da subito, dal momento della cattura e poi successivamente e poi ancora i fascisti di Salo’, quanto visitano i campi di internamento pongono la domanda ai militari intenrati: perché non passate dalla nostra parte? Perché non continuate la guerra con noi? Dire si avrebbe significato fuoriuscire dalle terribili condizioni che la guerra pone: fame, bombardamenti, oppressione, esclusione da  lavoro forzato a cui molti sono costretti, ritornare casa,usufruire  da subito un’alimentazione che  è quella dei soldati tedeschi, abiti decenti, uniformi. Un certo numero sugli 800.000 aderiscono a queste profferte anche per disperazione. Con il loro si,  passano dall’altra parte, inserendosi così  nella Repubblica di Salo. Altri transitano solo, da qui, per arrivare ai partigiani e inserirsi poi nella Resistenza.  Altri, restano in Germania. 40 mila di loro restano in Germania, morti, per stenti, fucilazioni, bombardamenti che li colpiscono così come colpivano  i tedeschi.”

La dislocazione dei campi riservati agli internati, sul territorio della Germania, come era?

“ I campi come nel sistema di prigionia di guerra tedesco sono distribuiti in tutto l’ampio territorio. Questo per due ragioni. Il primo. Gruppi consistenti si controllano meglio di enormi gruppi concentrati in un solo punto. Secondo perché la loro distribuzione consente un utilizzo più acconcio nell’ambito dell’economia di guerra: il campo vicino la fabbrica x o y o legato all’economia agricola sono serbatoi di mano d’opera. Non erano “concentrati” con gli altri prigionieri, ma erano divisi, articolati da altri. Avevano uno status peculiare. 800 mila i prigionieri catturati e portati in Germania”.

I tedeschi catturano dopo l’8 settembre piu di un milione di italiani, poi alcuni riescono a fuggire. L’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale mette in campo circa tre milioni e mezzo di uomini. Molti sono catturati da americani, russi, francesi, inglesi, molti rimangono sul fronte fino all’ultimo, fino al disfacimento totale dell’esercito, l’8 settembre e poi vengono catturati dai tedeschi. Altri fuggono e divengono partigiani e si attestano sulle montagne, ma anche sui balcani. In Grecia accade qualcosa di simile. Anche nei Balcani dove erano collocate le truppe italiane all’otto settembre. Che succede ai soldati italiani in queste regioni?

“I soldati italiani invece di farsi catturare dai tedeschi passano con i partigiani greci, tedeschi, albanesi a combattere in reparti, alcuni coprendosi anche di gloria con riconoscimento ampio. La cattura da parte dei tedeschi di tutti questi soldati italiani ha anche un altro intento che è quello di impedire agli italiani di ripensarci, di riorganizzare l’esercito che possa combattere efficacemente contro i tedeschi. Italiani alleati a questo punto con gli americani e inglesi e con l’esercito italiano spazzato via:  il miglior modo era di catturare l’esercito italiano e portarlo via, in Germania dove sarebbero stati utilissimi all’economia militare tedesca, in quanto i soldati tedeschi erano al fronte.”

Le scelte dei 600 mila e di Pensiero.

Quando parliamo di scelta, parliamo di individui che scelgono da se. Il governo Badoglio che si ricostituisce al Sud, prima in Puglia, poi a Salerno e poi dopo la liberazione a Roma, e, dall’altra parte il CLN costituiranno teste  che dirigeranno o contribuiranno a  organizzare, costituire forme di resistenza. Cosa è l’8 settembre? Cosa rappresenta, cosa è stato?

“L’8 settembre ne fa una pagina particolare drammatica e straordinaria un nuovo inizio per l’Italia, la scelta non avviene perché qualcuno ti dice “fa così”. Pensiero Acutis aveva 19 anni e sceglie a partire da valori che sono interiorizzati nella famiglia, in dimensioni che non sono quelle normali, politico istituzionali e percio’ è una pagina che si scrive in un contesto inimmaginabile  oggi, inseriti come siamo in un contesto in cui il cittadino è continuamente messo a  confronto con autorità democraticamente elette con responsabili, sia pur giustificati nel loro ruolo da tutte una serie di procedure.”

Chi c’era nelle caserme? E cosa succede dopo l’8 settembre ai militari? Quanti ne sono rimasti in vita, oggi?

In Italia come dappertutto, erano piene di soldati. La mancanza di ordini, di coordinamento, per quanto riguarda gli italiani. I tedeschi invece, erano” pronti” in quanto immaginavano il passaggio dell’Italia con gli americani, gli alleati e ciò ha fatto si che le caserme si svuotassero. In un attimo. Alcuni intuiscono i pericoli e riescono a scappare anche se non conoscono i dettagli della trattativa, ma i tedeschi  erano già preparati e pronti a questo passaggio. Erano uomini decisi, sapevano cosa dovevano fare e in pochi, in minoranza, in poco tempo,catturano soldati che non sanno cosa fare.  E così in mancanza di ordini, la resa. Ciascuno è solo sul cuore di quella terra in quel momento e ciascuno trova il coraggio o meno, da solo. Una pagina che fonda la nuova Italia e rende gli internati militari simili ai partigiani.”

Quanti ne sono rimasti?

” A Torino, una stima approssimativa, dice che gli internati militari non sono piu di dieci. Un migliaio erano quanti riusciti a ritornare.”

Il libro e video nasce dall’intento di restituire a quei soggetti, gli internati militari, il posto che hanno effettivamente occupato con la loro scelta drammatica che vivono nella storia dell’Italia in guerra e nella storia della rinascita. Nascita democrazia, della Repubblica che si sviluppa poi nel tempo.

L’interesse si è rivelato enorme e anche nelle scuole, ragazzi e insegnanti hanno mostrato interesse sul tema. Anche per un fatto che sembra banale ma non è marginale. 600 mila. Centinaia di famiglie italiane sono coinvolte nella vicenda degli internati, padri, madri, nonni, parenti e sempre più persone scoprono che un loro congiunto ha avuto quella esperienza e allora hanno cominciato ad interrogarsi.

E gli internati, in prima persona, hanno mai raccontato le vicende di quel periodo?

“Gli internati non parlano della loro esperienza al loro ritorno. Storie di guerra, di sofferenza, di prigionia, non piacciono. Questa è la verità. Edoardo De Filippo,  era solito dire per le storie dolorose, “non ci parlare di  queste cose” e così in  molti han continuato a portare e portano dentro questo dramma e lentamente lo silenziano. Dai diari, ricordi dei parenti escono queste domande. Il dvd e i libro vogliono essere una risposta, anche al discorso pubblico.”

Il libro è stato pubblicato nel gennaio 2014 e nasce da un film che è il prodotto di una quantità notevole di raccolte e testimonianze che l’archivio nazionale cinematografico della Resistenza ha condotto per raccogliere testimonianze di quelli che avevano vissuto  quella esperienza e che non avevano mai raccontato.

Negli archivi mancavano quasi totalmente in quanto archivi dedicati ad altre vicende, come quelle dei partigiani.

Il film nasce sulla base di due anni di lavoro e poi esce in dvd accompagnato da una opera multimediale che ha delle schede che spiegano che cosa è l’internato. Un libro dvd pensato proprio per la scuola

IL titolo del film è lo stesso del libro, “Seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani”.

Tantssimi italiani dicono no come scelta personale al nazifascismo e subiscono conseguenze pesantissime e pagano ogni giorno e per venti mesi questo loro no e poi ulteriormente. Non riconosciuti poi debitamente né dalla Germania che li ha sfruttati brutalmente né dall’Italia se non in alcuni casi con riconoscimenti simbolici con delle medagliette.

Per festeggiare insieme i 90 anni di Pensiero Acutis, presso la Sala Conferenze del Museo Diffuso di Corso Valdocco 4 a Torino, Mercoledì 17 settembre 2014 alle ore 15.30. Con gli interventi del Dottor Corrado Borsa, Gianna Montanari, Nanni Tosco.

 

[1][1] Pensiero Acutis, Stalag XA, Storia di una recluta. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2005.