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Black Friday

Spira freddo, aria di neve. In giro, per le vie dello shopping torinese, lungo il nastro d’asfalto a forma di L (via Garibaldi e via Roma)si possono “ammirare” lunghe  code alle casse, all’interno di alcune catene,  mentre all’esterno, occhi e nasi  sono piacevolmente incollati alle vetrine per quelle tante promesse sbandierate e importate che fanno  tanto” Black Friday”. Chissà perché bisogna sempre importare “feste laiche” da oltre Oceano. Il nero dei libri contabili. Comunque, si sostiene che uno su tre anticipa ad ora, ad oggi, a questo “week” i regali di Natale, risparmiando tempo e probabilmente un 30 per cento. Chissa’.  La cosa che stupisce e’ che l’iniziativa cade nella settimana in cui si elargisce un “pacco” per i piu’ poveri. E ce ne sono! Pare siano 5 milioni, assoluti. Quelli relativi, molto di piu’. Basta una spesa imprevistace….Nei pressi del grande fiume, il Po, l’aria è ancora più rigida e  l’istinto sarebbe quello di stringersi ancora, all’interno del cappotto, così, da sparire ulteriormente dentro la nebbia. Senza lasciar traccia. Forse ci piace un pochino, quella sensazione di giocare a nascondino. Che ci rende tanto piccini.  Anche da grandi. I grandi giornali, invece, rinnovati, Corriere e Repubblica si presentano nelle loro nuove vesti, grafiche e di cronaca.  Il primo, riferito alla cronaca cittadina,  “scusandosi per il ritardo”. Il secondo, in genere. Correva il 1976…anno della sua nascita. Per entrambi ho ricordi vastissimi legati alla maturita’. Anni dopo, ovviamente. Quante merendine e caffè sacrificate pur di avere “quotidianamente” l’informazione a portata di mano! Altro che cellulare!!

Il ’68… a Palazzo Nuovo

torino-palazzo-nuovoUn’inflazione di quotidiani,  tra le mani,  sotto le  braccia,  ad inizio autunno in vista dell’estate della maturita’ 2017. Questo il mio corredo  verso scuola, insieme a libri e agenda,  con gli appuntamenti dei consigli di classe e dipartimenti. La Stampa mi induce al ricordo della colazione dai nonni materni quando durante l’estate la trascorrevo in anticipo sui miei e quando i nonni la sfogliavano a 1200 km da dove si stampava. Ma possibile che mio nonno dovesse comprare La Stampa di Torino abitando nel profondo Sud? Dalle parti di Lecce? Lui la preferiva,  come Enrica,  la signora anziana che invece abitava sotto casa,  che pero’ era torinese e abitando a Torino,  alle 14 scendeva sotto casa per comprare l’edizione pomeridiana: “Stampa Sera”. E io puntualmente scendevo a sfogliare il tutto. Ogni pomeriggio. E ogni pagina,  Enrica mi raccontava pagine di Resistenza,  avendo fatto la partigiana,  qui,  a Torino. E le fabbriche,  il biennio rosso,  il ’68… La Repubblica invece mi ricorda una ragazza che anche lei come la Melloni,  ma poi se e’ la stessa non importa,  aveva una frangetta e un piccolissimo neo e la comprava al sabato,  all’uscita da scuola,  quando al liceo,  il sabato era d’obbligo. Pur non vedendola,  quella casa,  ho introiettato talmente alla perfezione i suoi racconti,  che nella casa di suo nonno è  come ci fossi stato pure io,  a sfogliarlo,  quel giornale,  insieme a lei,  a due passi dal mare. E ogni volta che la compero ritorno alla maturita’. La sua. E alle sue letture,  divenute un pochino anche mie. Giocando a nascondino,  tra una riga e l’altra. Non so perché,   ma i ricordi divengono prepotenti e si affermano tra le aule di Palazzo Nuovo,  all’incrocio tra lettere e filosofia,  all’uscita da un’aula dopo un corso sul ’68. Forse perché  Palazzo Nuovo ha segnato la mia storia,  o forse per lettere,  o filosofia,  o per via di questa Repubblica sotto il braccio. O forse per la fame. Di sapere. E di amore. Per il sapere. Che non abbandona mai.

Dal libro ai libri

Questa contrapposizione Torino-Milano sul salone del libro e sul leggere pero’…che noia:  “chi ruba cosa”…. leggere… ma quanti leggono cosa e chi? E a chi? Davvero bisognerebbe cominciare a spiegare il tutto dall’abc? Quotidiano,  settimanale,  mensile,  rivista in tutte le declinazioni. Davvero poi all’esame di maturita’ i maturandi finiscono di fare “cilecca” sull’articolo di giornale? “Leggete,  leggete”,  diceva la prof. ssa Morganti delle medie. E ancora.  “Partite dal biglietto del tram,  poi da Topolino e poi… “L’Agnese va a morire”. E poi, se vi piace,  continuate con  “Lessico famigliare” e “Se questo è  un uomo”. E poi fini’ davvero, che da  quella frase buttata li  dalla prof. ssa Morganti sulla storia del biglietto del tram da leggere porto’ molti ragazzi a fare incetta  di biglietti Atm: giornalieri,  settimanali,  mensili. E fu l’inizio. Della lettura. Poi fu la biblioteca e librerie. La Morganti fumava e penso pure i suoi libri,  dato l’odore che emanavano.  Aveva una borsa di tela,  e ogni settimana ne estraeva uno e lo prestava a chi lo desiderava. Piu’ tardi arrivai alle superiori. La prof. ssa di lettere,  qui,  non fumava. Aveva capelli neri,  fin sulle spalle,  una frangetta,  occhiali neri e un piccolissimo neo a lato della bocca. Leggeva un capitolo dei Promessi Sposi  ogni settimana. Era “la Melloni” e oltre ad essere impallinata sulle descrizioni dei personaggi dei Promessi Sposi ci assegno’ in seguito  un compito a noi e uno ai nostri genitori. Ai secondi,  comprare un libro. A noi,  leggerlo durante le vacanze di Natale. Con scheda e successiva interrogazione.   “Leggete la Storia,  di Elsa Morante”. Ah che bella quella lettura. Col tempo,  una,  due,  tre,  cinque volte. Poi in quinta,  una quantità incredibile   di giornali. Rinunciavo  alla colazione,  talvolta al pranzo,  pur di averli sotto il banco e a casa. “Repubblica”,  “La Stampa”,  “Corriere della Sera”. Guai a stropicciarli. E quindi,  guai se lo adocchiava quella di diritto. Me lo avrebbe chiesto o approfittando magari di un cambio d’ora o intervallo avrebbe (come faceva) allungato la manina per sfogliarli. Lo,  li,  avrei rivisto/i dopo ore  e tutto stropicciato. Poi,  dopo la maturita’  venne “il tempo delle mele” e delle parole e della “brezza marina”, dell’amore e del gioco a nascondino. Nelle librerie,  io e lei. Cioe’ noi. Partire,  entrare,  in libreria,  “contare”,  uno,  due,  tre… dieci e giocare a perdersi per poi ritrovarsi,  con un libro tra le mani. Nascondino tra i libri. Il gioco consisteva nel cercare una pagina qualsiasi di un libro altrettanto qualsiasi pensando all’altra. Per poi leggercela. In faccia. Alla faccia di chi… “parlava” male.

Maturita’: confine tra spensieratezza e responsabilita’

Torino 22 6 2016.foto Borrelli RomanoDavanti all’attraversamento di corso Principe Oddone (circoscrizione 7)il semaforo scandisce nitidamente i suoi tre colori. In attesa che scatti il verde , che non e’ un “indizio ministeriale” sulle tracce, l’effetto (“siamo tutti politologi” )trascinamento elezioni amministrative mi porta a pensare, (osservando questo posto) a come era e come e’,  ora che si, effettivamente il ‘900 si e’ concluso domenica alle 23, a seggi chiusi e urne aperte. 16 anni dopo l’effettiva conclusione, e in un altro Giubileo. Altra era.  Il trincerone della ferrovia “confine” tra circoscrizioni. La memoria, l’unico luogo in cui le cose si ripetono. Qualcuno ha scritto che il tetmine del 900 sia arrivato 5 anni prima di quanto previsto dal partito guida della nostra citta’. A scuola, in attesa, tra una parola e l’altra, tra lo snocciolare dati e attribuire colpe e responsabilita’ (e perche’ no, irresponsabilita’) ho pensato che le cadute abbiano un’origine temporale precisa, sfuggita a tanti. Una notte d’inverno, gennaio 2011, quando il popolo dei lavoratori davanti Mirafiori venne lasciato in solitudine a decidere di se stesso mediante un referendum. Poteva essere lasciato solo chi non aveva (e non ha ) “dineros ” per mangiare abbracciando invece “il capitale”? No, non stavo pensando a Marx. Pensavo che l’abbandono delle periferie  (descritto in questi giorni, cosi come il tram tre che ciondola da piazza Hermada alle Vallette), abbia origine in quella notte figlia di un’altra notte di fine anni ’90, con leggi annesse alle leggi interinali e liberalizzazioni varie. Periferie abbandonate, solitudine del cittadino, pensioni da fame, case o meglio patrimonio immobiliare lasciato sfitto in attesa di tempi migliori per vendere (o svendere)costruito anche con indebitamento pre -olimpiadi, e triste storia nel venirlo a sapere da quotidiani di informazione, e occupazioni varie senza tenere conto di integrazione diffusa, etnie, ricollocazione, dignita’,  di pensioni da fame e  fine degli ammortizzatori sociali (cassa, mobilita’ e anticamera del licenziamento) in una citta’ che si converte dalla manifattura alla cultura, al terziario. Le politiche, non i politici sono da moduficare.Le politiche: ma come si fa a proprre un’uscita anticipata dal lavoro ad una persona di 60 anni dopo una vita alla catena di montaggio ( un mutuo tetminato per una cada lasciata al figlio disiccupato e referendum Mirafiori si/no alle spalle?). In una Torino ancora…operaia, accendendo un mutuo… a Torino, una citta’ di neanche 900 mila abitanti e di questi 100 mila universitari. Una stanza, un posto letto? Quanto fa?250 euro?Un posto letto?Scherziamo?Ma quando un padre di famiglia con pensione o stipendio ne tira fuori 250 con che cosa vivono ora i due nuovi nuclei? Ma l’istruzione non e’ garantita? Ma dove e’ sta benedetta classe media?Con lo spacchettamento poi del wrlfar: tagli da “su” tagli dal centro, tagli dalle petiferie. Comunicazione: dove fare volantinaggio quando le fabbriche hanno chiuso i battenti per collocarsi altrove? All’uscita dai call center dove fioriscono laureati (quando non escono dall’Italia) a 600 euro al mese spalmati su turni impensabile, cuffie alle orecchie? I circoli o le sezioni poi, che mancano. Italia non ti riconosco, scrive Revelli. Renzi ora  dice di voler ascoltare la gente, bisogna, ma non era lui che “escludeva” col suo “sistema” partiti, sindacati e associazioni varie rivolgendosi direttamente? Bastava partecipare ad un collegio docenti: come si fa a proporre un bonus di 500 euro per alcuni escludendone altri nella stessa comunita’ che si chiama scuola? Ah, con contratto fermo da?8 anni? Il tutto, in un periodo in cui non si puo’ dire nulla perche’ tutti si arrogano patenti varie, mi ha fatto dimenticare la bellezza della giornata odierna: la maturita’, la notte prima degli esami. Il “confine” tra l’eta’della spensieratezza e quella adulta. Pensando al domani. Pensando alle elezioni, di ieri e quelle che verranno. Di quelle del 1946. Della partecipazione, delle donne. E Torino 22 6 2016 foto Borrelli RomanoQualcuno sostiene che ora “sara’ tutta un’altra musica”. Non so. Il popolo e’ sovrano e sceglie.

Polo del ‘900

3 6 2016.Torino.Polo 900.Borrelli Romano fotoLa meta erano alcune librerie. E cosi e’ stato. Ma a meta’ della meta “un quarto stato delle donne” stava per essere ultimato. Polo 900.Torino.foto Romano Borrelli.3 6 2016E siccome e’ piu’ facile guardare che inventare…mi son fermato e ne ho atteso il termine. Ragazze e ragazzi muniti di pennelli, colori e…tanta voglia di fare bene.Torino c.so Valdocco foto Borrelli Romano

Il Quarto Stato con sole donne che avanzano. Una rappresentazione cominciata ieri, 2 giugno, sotto i portici degli ex Quartieri Militari (San Daniele) di “Juvarriana” memoria e mano. A cavallo tra corso Valdocco e corso Palestro studentesse e studenti del terzo anno del corso di Pittura dell’ Accademia Albertina”rivisirano” il ” Quarto Stato”popolato da sole donne.  E’ bello vederli lavorare proprio dove c’era una scuola professionale, dove le bacheche non erano quelle di facebook ma di vetro dove militanti, appassionati, operai probabilmente del giornale a due passi da qui, esponevano per una lettura attenta e commentata di torinesi e non degli anni ’70-’80. E cosi’leggevano, cosi commentavano e “cosi….ridevano” (chi si ricorda il film? Una visione nel cinema di piazza Sabotino). La storia rappresentata nel quadro che vede protagonisti non solo uomini ma donne. Anzi. Solo donne. Come queste rappresentate in questo Quarto Stato. La rappresentazione di 70 anni di storia a partire dalla conquista del voto.

(Iniziativa Spazio Atelier. L’arte della democrazia).

Pensiero Acutis. Storia di un ex-internato militare

Sentivo il bisogno di raccontare, meglio, di ascoltare, approfondire, scrivere qualcosa di particolare, una storia nella Storia. Qualcosa di impegnativo. Soprattutto perché poco conosciuta. E scriverla per intero, senza tagliare nulla, così come spesso, nell’ultimo periodo, molti ragazzi mi han chiesto di fare quando scrivo qualcosa di interessante per i loro studi.

Di questa storia, penso sicuramente utile per i ragazzi nelle scuole, magari riproposta  prossimamente per una rivista, come accade da un po’ di tempo per alcuni articoli e con molto piacere e soddisfazione.

Quando cammino lungo le strade della circoscrizione così come l’ho conosciuta “Aurora, Rossini, Valdocco” precisamente l’area che insiste in quella fetta di quartiere  definita dei santi sociali, tra via don Bosco, via Maria Ausiliatrice e via Cottolengo, (ma che io ho l’abitudine di allargare fino in corso Valdocco, dove è situato l’Istituto Storico della Resistenza) mi capita spesso di incontrare due poli di quel mondo: la scuola e la saggezza. Nei pomeriggi estivi di questa estate mi è capitato sovente di incontrare un signore, di bell’aspetto, dal giornalaio, in coda in qualche negozio, intento nelle sue compere, talvolta dalle parti della Basilica di Maria Ausiliatrice.  Le brevi battute quotidiane scambiate dal giornalaio su fatti politici ed economici sullo stato del nostro Paese ben presto han lasciato posto alla storia. Scopro che non solo ama leggere ma anche scrivere. Libri. Ne sente il bisogno.

La realtà di un lontano passato sempre presente. Pensiero AcutisTorino. Presso l'abitazione del sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli.

Un giorno provo a chiedergli: “Perché?” Mi risponde:

“Per lasciare traccia, memoria di sé e del proprio vivere, per salvarsi o essere salvati. Per far affiorare dall’oblio e dal nascondimento il passato, anche quello più doloroso”[1]. Vorrei capirne di più, rispetto alla memoria, al vivere, al desiderio, bisogno di scrivere. Gli chiedo se possiamo conoscerci.Torino, abitazione del Sig. Pensiero Acutis. Foto, Romano Borrelli

Il suo nome è Pensiero Acutis, nato a Torino nel 1924 da genitori anarchici. La madre, Rosa Giuliano (1886-1947) il papà Anselmo Acutis (1879-1967)) è eclettico, innamorato della vita in tutte le sue forme: pittura, fotografia, arte. Chiaramente avendo questi amori inscritti nella pelle non può che frequentare l’Accademia di Belle Arti. Anselmo è ricordato tra i promotori degli scioperi contro l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale.  Manifestazioni contro la guerra che termineranno solo nel  1917. Verrà arrestato, processato e assolto e costretto ad andar via nel 1925, in epoca fascista, per le sue idee libertarie. “Papà che non è piu tornato.  Andato via a 45 anni e morto poi all’età di 88 anni. Quando lo ha conosciuto aveva 22 anni, la prima volta che lo ha visto.”

Il fratello maggiore, anarchico, Libero, anche lui emigrato in Francia dove rimase vittima in un incidente stradale a 25 anni, all’uscita dal lavoro.

Una sorella, Vera, “cattolica proprio come me” ci tiene a precisare Pensiero,  impiegata presso una fabbrica di sapone, Filippi di Cascine Vica, alle porte di Torino, sarà sindacalista nei chimici della Cisl, segretaria di Carlo Donat Cattin. Darà anche il suo contributo alla Resistenza confezionando pacchi per i prigionieri. Insomma, in tre in famiglia. Mamma, sorella e Pensiero. Ricorda di sua mamma che…

Mamma Rosa praticamente ha condiviso miseria perché quando tutti il padre e il fratello erano andati via,  la sorella era andata in convitto, era una lavoratrice in casa, sarta,  era cravattaia e finì poi per andare a fare le pulizie all’officina Viberti. Morì giovane a causa di una lunga malattia durata quattro anni.”

Pensiero ricorda la sua gioventù, via Pisa, via Catania, “il Borgo dei morti”, come allora lo chiamavano. Poi, la  Borgata Parella, il  Martinetto  con Marie Pallea, la moglie, sposata nel 1961, donna di origini francesi, morta recentemente dopo una lunga malattia. E infine, ora, dalle parti di Maria Ausiliatrice, in questa fetta di circoscrizione.

Nel nostro incontro mi indica la zona dei Salesiani. E ricorda.

“Sono un Ex allievo. Mia sorella frequentava le scuole dai salesiani e tramite loro c’era stato un interessamento anche per me. Mi son ritrovato sui banchi di scuola, o meglio, nei laboratori delle scuole dei Salesiani per diventare un  rilegatore. Dopo cinque anni lo diventai e nel 1943 presi. Dopo la guerra  primi di febbraio  del 1946, entrai a lavorare alla Sei”. Torino, 14 settembre 2014. Pensiero Acutis e Romano davanti la Sei.Foto, Borrelli Romano I suoi occhi si illuminano. Sono certo che si intravede in quell’edificio dietro i macchinari, al lavoro, con i colleghi e amici  di una vita. Ricorda il Direttore Tecnico, il Commendatore Michelotti . “In quel periodo, in corso Regina, tra operai e impiegati eravamo circa quattrocento.  Alla Sei, appena entravi, eri amico di tutti. C’era molto cameratismo tra operai e impiegati. Era una specie di famiglia. C’erano i turni, ma solo per certi tipi di lavori. Ultimamente solo per la legatoria. Così era il clima  lavorativo e non solo in quegli anni, da queste parti.  Si stampavano i  Bollettini Salesiani, dizionari, grammatiche, libri e  anche lettura amena”.

Continua a saltellare tra il passato ed il presente.

“Sono piu di trenta anni che sono in pensione. Esattamente nel 1984”.

Negli ultimi anni, purtroppo, molto era cambiato. Nel suo racconto si trovano altri amori, quelli della montagna, ad esempio, insieme a quello ricordato prima delle letture.

Torino, come la ricorda nei suoi anni giovanili? E come è oggi?

“Ho avuto modo di rimuginare dopo una caduta dello scorso inverno. Tempo libero per tornare sui passi giovanili”. E così dipana i suoi racconti: “I primi dieci anni di via Pisa, in quel casone dove c’erano centinaia di famiglie, c’era di tutto, impiegati, operai, vagabondi e tanta solidarietà- Non come ora che un pianerottolo divide alcune famiglie senza sapere nulla l’una dell’altra. In via Pisa, si era poveri, ma vicini-vicini in tutti i sensi. Oggi si è vicini ma si è lontani. Questa è la condizione, oggi.”

Dopo la guerra come era Torino?

Tutti ci ci davamo da fare per la ricostruzione. In molti cercavano  lavoro”. La Fiat non era ancora il serbatoio di manodopera come lo si è conosciuto negli anni ‘60”. Nei suoi racconti, tanta ricostruzione, malcontento ma anche tanta speranza. Di una vita migliore. Lentamente, il discorso si avvia al tema della guerra, all’8 settembre 1943, alla sua deportazione, in Germania. Iniziano i suoi ricordi.

La storia di una recluta: Pensiero Acutis.

“Il 10 settembre 1943 ero in Liguria, al centro reclute di Diano Marino. (Naja, che non ho fatto, e neanche il giuramento. Il mio rientro a Torino sarà il 20 agosto del 1945). Un periodo in cui ci hanno tolto molto, quasi tutto. Stenti e fame erano all’ordine del giorno. In due occasioni soltanto, nell’arco di dieci giorni, ci fu dato  un tozzo di pane nero e un pezzo di formaggio. E’ stato un viaggio bestiale, quello dell’andata. (Il ritorno, avvenne sempre per mezzo di tradotte ma ormai era un rimpatrio, del tutto diverso dall’andata. Al rientro, i primi mesi, trovai lavoretti in nero, un po’ qua e un po’ la). Ci fecero prendere la strada che va verso il Colle di Nava e fummo accolti, a metà strada da due camionette di tedeschi,  armati fino ai denti, che han cominciato a sparare, a noi, disarmati. Uno dei nostri che conosceva il tedesco parlo’ con la pattuglia chiedendo spiegazioni sul senso di quanto stava accadendo. L’ordine era di proseguire fino ad Ormea e da li poi una tradotta ci avrebbe condotti ad Alessandria dove li, gli dissero, era  stato allestito un grande campo di smistamento dove l’esercito italiano, sciolto, si sarebbe ritrovato. Abbiamo pensato: e allora,  tutti a casa. Se è  così, allora, va bene. Non era neanche il caso di scappare, poi. Perché farsi fucilare dietro se tanto poi avremmo riacquistato la nostra libertà? Eravamo   più di  duemila militari.  Una volta arrivati ad  Alessandria  (dopo aver lasciato Ormea) ci chiedevamo dove fosse quel  campo “benedetto”. La nostra domanda ottenne una risposta. Il campo non era  ad Alessandria. A Verona ne avremmo trovato uno più capiente. Era una giornata uggiosa. Pioveva. Eravamo chiusi ermeticamente nel vagone. Alcune infermiere ci porsero foglietti di carta e matita dove avremmo dovuto scrivere il nostro indirizzo. Ma quando il portellone si riaprì, eravamo in Austria. Il viaggio continuò così per una decina di giorni e quando era ora di scendere eravamo giunti “al Nord”, nei pressi di una Sandbostel,  cittadina vicino Brema, dove era stato allestito un campo di smistamento. Gli storici dissero che eravamo quattromila. Monaco di Baviera, Augsburg, Norimberga, Bamberg, le città passate durante il viaggio di Pensiero. A Sandbostel trovammo un palco dove si precipitò a parlarci un gerarca fascista.  Il suo discorso fu questo. Il Re e Badoglio erano fuggiti lasciando l’esercito allo sbando e per conservare l’onore della patria era stata costituita una Repubblica Sociale alla quale quanti si trovavano li, nel campo, a Sandbostel, dovevano aderire e ritornare a combattere con l’amico alleato tedesco, diversamente saremmo stati considerati soldati traditori e come tali trattati. Una cosa poco simpatica a mille, millecinquecento km da casa nostra. Ma dove era, casa nostra, in quel momento? Si faccia avanti chi vuole firmare, disse quel gerarca. La condizione: o di qua o di là.  Di quelle migliaia pochi si fecero avanti. A dire il vero, erano piu gli altoatesini, che si fecero avanti. Fummo “sguinzagliati” qua e la in vari campi per lavorare. In più di seicentomila militari finirono da queste parti, e 600 mila furono i no convinti. Venni spedito ad Amburgo ove restai fino al giorno del rimpatrio. Lavoro: scavare macerie prima e finito in un deposito di legname, fino al settembre del 44. Da internato militare militare diventammo internati civili come lavoratori normali, sorvegliati h 24, pagati, pero’, in marchi.”

L’infortunio e i rapporti con i cittadini tedeschi.

Il diciotto settembre del 1944 subì un infortunio al polso. Un ricordo aggiuntivo che mi accompagna da settanta anni. In quel modo non ero più abile.

“Venivo collocato a riposo. Giravo la città di Amburgo, città un po’ anarcoide. Quella città mi raccontava un pochino. Era una città giovane. Erano repubbliche militari con senso di indipendenza. Si sentivano repubbliche marinare. Non tanto tedeschi. Con la popolazione mi son sempre trovato bene. Andavo in giro, facevo commercio con i buoni tessera. Al campo poi, si divideva tutto. Poi, dopo i mesi di disperazione, arrivarono le truppe anglo canadesi a liberarci.”

Ma chi sono “gli internati”?

“La storia degli internati militari è poco conosciuta. Fin dagli inizi, in diversi ambienti, sono stati considerati come imboscati quasi come avessero scelto non come nella realtà tra prigionia o SS, ma come scelta identificata come un quieto vivere, collocandosi in una zona grigia. Tanto è vero che quando sono rientrato in Italia, col treno a Porta Susa, mentre contavo i soldi per salire sul tram zeppo di passeggeri e come mi hanno visto han cominciato a parlottare tra di loro dicendo: noi i bombardamenti,  la tessera e altro mentre loro…e mentre si dicevano queste cose mi guardavano come se io e gli altri fossimo tornati da una villeggiatura. Quanta i indifferenza, ignoranza, sospetto. Gli insegnanti dicevano di sapere poco sugli internati. Era calata la nebbia o così si voleva.  Nei libri di storia non si accenna molto agli internati, p vero. Ferruccio Maruffi,  del 1924, Presidente dei deportati politici, va sempre in giro a testimoniare. Ha scritto diversi libri ed è stato l’unico che ha difeso gli internati militari definendoli eroi. Erano circa 650 mila gli internati: se passavano con la Repubblica sociale in massa, praticamente l’esito della guerra sarebbe stato un altro, si sarebbe prolungata e forse si sarebbero scritta altre e piu copiose pagine. La sua esperienza è diversa dalla nostra, raccapriccia.  Per quanto mi riguarda, in venti mesi, l’ultima comunicazione con la famiglia era riconducibile ad una lettera del novembre del quarantaquattro speditami  dalla sorella attraverso la Croce Rossa. Poi, più nulla. Cosa trovero’? Questa era la domanda che mi accompagnava costantemente.”

 

Libro e la storia. Lo scopo.

“Come associazione pensavano di fare qualcosa che restasse impresso, andare nelle scuole era diventato riduttivo. Ero aggregato con l’archivio cinematografico della Resistenza. Con i dirigenti di quella associazione avevamo deciso di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. La difficoltà non consisteva nello scrivere un libro ma di trovare i fondi. Per un po’ di anni, un Generale di corpo d’armata che era ex comandate regione militare nord che aveva sposato la nostra causa ci diede una mano insieme al vice presidente Roberto Placido che ha sempre sostenuto la causa. E’ stato così pubblicato il volume seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani, kappa edizioni. La volontà è quella di distribuirlo  in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Prima di chiudere i “battenti”. I sopravvissuti non sono poi molti. Per restituire qualcosa alle scuole, per tamponare quei buchi che ci hanno accompagnato per molto tempo. Perché in molti erano all’oscuro sulla faccenda.

Il libro si compone di un dvd o meglio sarebbe dire che è nato prima il dvd e poi il libro 600 mila no. La Resistenza degli internati militari italiani. Anche quella di Pensiero Acutis.

 

Ho cercato di ampliare il raggio della conoscenza recandomi presso l’ANCR, l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, a Torino, in corso Valdocco 4, dove il dottor Corrado Borsa mi ha gentilmente forito ulteriori indicazioni sulla storia degli internati militari.

Il tema ha avuto un certo sviluppo a partire dalla seconda meta anni 80 grazie ad alcuni convegni e lavori di  storici. Grazie a ciò  si sono compiuti  passi avanti e decisivi nel colmare quei buchi, vuoti, accennati precedentemente dal sig. Pensiero Acutis, ma dal punto di vista divulgativo la storia degli internati militari è di fatto rimasta tra parentesi  e perciò largamente sottaciuta. I volumi attualmente in circolazione sono di storici tedeschi aventi come destinatari gli specialisti. Tali pubblicazioni  non sono usufruibili come manuali tra le mani di uno studente liceale o di un semplice curioso che abbia voglia di documentarsi. Il libro di Pensiero è uno dei primi, forse  il primo tentativo di offrire  a chi volesse un testo che pur rigoroso dal punto di vista dell’apparato informativo è  completo dal punto di vista della riproduzione di tutte le tappe che caratterizzano le vicende dell’internato in Italia. E’ un testo di facile lettura accessibile sul piano linguistico suddiviso opportunamente in modo tale che chi lo sfoglia sappia  orientarsi facilmente e trovare risposte specifiche a domande specifiche.

Come mai questo “vuoto”, dottor Borsa?Dottor Corrado Borsa, ANCR, intervistato presso i locali dell'ANCR, foto, Romano Borrelli (1)

“Per quanto riguarda gli internati militari, veniamo da un lungo silenzio non perché dell’internamento militare non si parlasse ma quando lo si faceva, se ne parlava come di una esperienza non iscritta nelle altre che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale per l’Italia in  particolare dopo l’8 settembre del 1943: una cosa è la Resistenza, una cosa è la Repubblica di Salo’, una cosa è l’occupazione tedesca, una cosa è la liberazione da parte degli alleati che lentamente progredisce da Sud verso Nord, una cosa  è la prigionia militare dei tantissimi militari italiani catturati sui fronti di guerra prima dell’otto settembre del 1943, cosa diversa ancora e che è difficile trovare l’addentellato con tutto il resto è l’esperienza dell’internamento militare, cioè quella esperienza di quei tanti militari italiani che dopo  l’8 settembre e lo sbandamento dell’esercito italiano dopo la proclamazione dell’accordo con gli alleati da parte di Badoglio, sono catturati dai tedeschi”.

La storia di persone, militari che si trovano senza ordini precisi e che molto spesso con la complicità di alcuni ufficiali che li comandano e che spesso non sanno neanche loro come comportarsi. Mentre  i tedeschi, in quelle condizioni, non hanno nessuna difficoltà a catturarli e caricarli sui vagoni bestiame diretti in Germania rinchiusi poi nei lager  per gli internati, (il loro satus giuridico per scelta della Germania Hitleriana, non è quello degli altri prigionieri di  guerra è uno status particolare tra l’altro toglie loro alcune possibilità che invece usufruiscono altri prigionieri di guerra, ad esempio ricevere i pacchi e il controllo della Croce Rossa Internazionale sulle loro condizioni di salute e vita).

Perché questo status giuridico?

“Per due motivi. Da una parte la vendetta di Hitler verso gli italiani che avevano rotto l’alleanza con la Germania nazista firmando un armistizio con gli alleati e chiudendo così la guerra al fianco del la Germania nazista. Dall’altra la difficoltà di presentarsi alla Repubblica di Salò, la Repubblica fantoccio voluta da Hitler per gestire l’Italia occupata dai tedeschi con centinaia di migliaia di prigionieri italiani. La Repubblica di Salò è la nuova alleata della Germania nazista, continua la guerra a fianco dei nazista e nello stesso tempo la Germania nazista ha centinai di migliaia di prigionieri italiani. Questi non sono più prigionieri ma con magie giuridico formali  diventano internati militari. L’internamento, da una parte, ha spiegazioni politico diplomatiche come status giuridico particolare, dall’altra parte significa un peggioramento per i prigionieri e ancora sottrae  i prigionieri italiani alle convenzioni di Ginevra (del trattato che li tutela), consentendo ai tedeschi di utilizzare i soldati italiani in attività lavorative intense e soprattutto nell’ambito dell’industria bellica quando invece i prigionieri di guerra possono essere utilizzati si in attività di lavoro ma non legate direttamente alla produzione di armi. Percio’ i soldati italiani prigionieri vengono ad essere una manna per l’economia di guerra nazista in quanto come lavoratori vanno a ricoprire  i ruoli che per primi avevano ricoperto in quella economia i sovietici, anche loro, per altre ragioni, al di fuori della Convenzione di  Ginevra (quindi non tutelati).”

 

Perché non si parla di internamento militare a livello pubblico anche se gli internati militari una volta tornati, parlano della loro esperienza, e scrivono anche, come internati militari, come ad esempio è capitato con lo lo scrittore Guareschi? E rispetto alla Resistenza?

 

“Si, in effetti sono tanti i diari che pubblicati. Non se ne parla a livello pubblico perché il tema sugli internati militari costituisce una difficoltà nel suo svolgimento. Se li si pensa come di fatto e tali sono  degli oppositori al nazismo e al fascismo e apparentabili ai partigiani, questi  ultimi, dicono: “ loro sono tantissimi e sommergono quella che è una esperienza importantissima per la conquista della democrazia italiana ma per partecipanti  ridotta”. Seicentomila sono i militari internati italiani che rifiutano la collaborazione con il nazismo e il fascismo  e i partigiani al massimo duecentocinquantamila. Si potrebbe aprire così una sorta di  competizione se vogliamo, anche se oggi, sia gli internati militari da una parte, sia i partigiani dall’altra, riconoscono il denominatore comune che li unisce.  Profondamente convinto che gli internati militari italiani sono dei resistenti. Così non è stato considerato a livello pubblico nella storia, nel passato, almeno fino agli anni 90.”

Rispetto alla domanda: si tratta o meno di una resistenza?

“E’ sicuramente Resistenza anche perché alla base della esperienza terribile degli internati militari italiani più o meno terribile in alcuni casi ma comunque sempre tormentosa ma molto spesso con esiti letali con malattie che insorgono e che poi permangono a  minare  il fisico di chi ha vissuto quell’esperienza, alla base di tutto questo vi è una scelta.  A differenza di tutti gli altri prigionieri di guerra  che quando vengono catturati sono prigionieri di guerra e non possono essere considerati che tali, agli internati militari, i tedeschi, da subito, dal momento della cattura e poi successivamente e poi ancora i fascisti di Salo’, quanto visitano i campi di internamento pongono la domanda ai militari intenrati: perché non passate dalla nostra parte? Perché non continuate la guerra con noi? Dire si avrebbe significato fuoriuscire dalle terribili condizioni che la guerra pone: fame, bombardamenti, oppressione, esclusione da  lavoro forzato a cui molti sono costretti, ritornare casa,usufruire  da subito un’alimentazione che  è quella dei soldati tedeschi, abiti decenti, uniformi. Un certo numero sugli 800.000 aderiscono a queste profferte anche per disperazione. Con il loro si,  passano dall’altra parte, inserendosi così  nella Repubblica di Salo. Altri transitano solo, da qui, per arrivare ai partigiani e inserirsi poi nella Resistenza.  Altri, restano in Germania. 40 mila di loro restano in Germania, morti, per stenti, fucilazioni, bombardamenti che li colpiscono così come colpivano  i tedeschi.”

La dislocazione dei campi riservati agli internati, sul territorio della Germania, come era?

“ I campi come nel sistema di prigionia di guerra tedesco sono distribuiti in tutto l’ampio territorio. Questo per due ragioni. Il primo. Gruppi consistenti si controllano meglio di enormi gruppi concentrati in un solo punto. Secondo perché la loro distribuzione consente un utilizzo più acconcio nell’ambito dell’economia di guerra: il campo vicino la fabbrica x o y o legato all’economia agricola sono serbatoi di mano d’opera. Non erano “concentrati” con gli altri prigionieri, ma erano divisi, articolati da altri. Avevano uno status peculiare. 800 mila i prigionieri catturati e portati in Germania”.

I tedeschi catturano dopo l’8 settembre piu di un milione di italiani, poi alcuni riescono a fuggire. L’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale mette in campo circa tre milioni e mezzo di uomini. Molti sono catturati da americani, russi, francesi, inglesi, molti rimangono sul fronte fino all’ultimo, fino al disfacimento totale dell’esercito, l’8 settembre e poi vengono catturati dai tedeschi. Altri fuggono e divengono partigiani e si attestano sulle montagne, ma anche sui balcani. In Grecia accade qualcosa di simile. Anche nei Balcani dove erano collocate le truppe italiane all’otto settembre. Che succede ai soldati italiani in queste regioni?

“I soldati italiani invece di farsi catturare dai tedeschi passano con i partigiani greci, tedeschi, albanesi a combattere in reparti, alcuni coprendosi anche di gloria con riconoscimento ampio. La cattura da parte dei tedeschi di tutti questi soldati italiani ha anche un altro intento che è quello di impedire agli italiani di ripensarci, di riorganizzare l’esercito che possa combattere efficacemente contro i tedeschi. Italiani alleati a questo punto con gli americani e inglesi e con l’esercito italiano spazzato via:  il miglior modo era di catturare l’esercito italiano e portarlo via, in Germania dove sarebbero stati utilissimi all’economia militare tedesca, in quanto i soldati tedeschi erano al fronte.”

Le scelte dei 600 mila e di Pensiero.

Quando parliamo di scelta, parliamo di individui che scelgono da se. Il governo Badoglio che si ricostituisce al Sud, prima in Puglia, poi a Salerno e poi dopo la liberazione a Roma, e, dall’altra parte il CLN costituiranno teste  che dirigeranno o contribuiranno a  organizzare, costituire forme di resistenza. Cosa è l’8 settembre? Cosa rappresenta, cosa è stato?

“L’8 settembre ne fa una pagina particolare drammatica e straordinaria un nuovo inizio per l’Italia, la scelta non avviene perché qualcuno ti dice “fa così”. Pensiero Acutis aveva 19 anni e sceglie a partire da valori che sono interiorizzati nella famiglia, in dimensioni che non sono quelle normali, politico istituzionali e percio’ è una pagina che si scrive in un contesto inimmaginabile  oggi, inseriti come siamo in un contesto in cui il cittadino è continuamente messo a  confronto con autorità democraticamente elette con responsabili, sia pur giustificati nel loro ruolo da tutte una serie di procedure.”

Chi c’era nelle caserme? E cosa succede dopo l’8 settembre ai militari? Quanti ne sono rimasti in vita, oggi?

In Italia come dappertutto, erano piene di soldati. La mancanza di ordini, di coordinamento, per quanto riguarda gli italiani. I tedeschi invece, erano” pronti” in quanto immaginavano il passaggio dell’Italia con gli americani, gli alleati e ciò ha fatto si che le caserme si svuotassero. In un attimo. Alcuni intuiscono i pericoli e riescono a scappare anche se non conoscono i dettagli della trattativa, ma i tedeschi  erano già preparati e pronti a questo passaggio. Erano uomini decisi, sapevano cosa dovevano fare e in pochi, in minoranza, in poco tempo,catturano soldati che non sanno cosa fare.  E così in mancanza di ordini, la resa. Ciascuno è solo sul cuore di quella terra in quel momento e ciascuno trova il coraggio o meno, da solo. Una pagina che fonda la nuova Italia e rende gli internati militari simili ai partigiani.”

Quanti ne sono rimasti?

” A Torino, una stima approssimativa, dice che gli internati militari non sono piu di dieci. Un migliaio erano quanti riusciti a ritornare.”

Il libro e video nasce dall’intento di restituire a quei soggetti, gli internati militari, il posto che hanno effettivamente occupato con la loro scelta drammatica che vivono nella storia dell’Italia in guerra e nella storia della rinascita. Nascita democrazia, della Repubblica che si sviluppa poi nel tempo.

L’interesse si è rivelato enorme e anche nelle scuole, ragazzi e insegnanti hanno mostrato interesse sul tema. Anche per un fatto che sembra banale ma non è marginale. 600 mila. Centinaia di famiglie italiane sono coinvolte nella vicenda degli internati, padri, madri, nonni, parenti e sempre più persone scoprono che un loro congiunto ha avuto quella esperienza e allora hanno cominciato ad interrogarsi.

E gli internati, in prima persona, hanno mai raccontato le vicende di quel periodo?

“Gli internati non parlano della loro esperienza al loro ritorno. Storie di guerra, di sofferenza, di prigionia, non piacciono. Questa è la verità. Edoardo De Filippo,  era solito dire per le storie dolorose, “non ci parlare di  queste cose” e così in  molti han continuato a portare e portano dentro questo dramma e lentamente lo silenziano. Dai diari, ricordi dei parenti escono queste domande. Il dvd e i libro vogliono essere una risposta, anche al discorso pubblico.”

Il libro è stato pubblicato nel gennaio 2014 e nasce da un film che è il prodotto di una quantità notevole di raccolte e testimonianze che l’archivio nazionale cinematografico della Resistenza ha condotto per raccogliere testimonianze di quelli che avevano vissuto  quella esperienza e che non avevano mai raccontato.

Negli archivi mancavano quasi totalmente in quanto archivi dedicati ad altre vicende, come quelle dei partigiani.

Il film nasce sulla base di due anni di lavoro e poi esce in dvd accompagnato da una opera multimediale che ha delle schede che spiegano che cosa è l’internato. Un libro dvd pensato proprio per la scuola

IL titolo del film è lo stesso del libro, “Seicentomila NO. La resistenza degli Internati militari italiani”.

Tantssimi italiani dicono no come scelta personale al nazifascismo e subiscono conseguenze pesantissime e pagano ogni giorno e per venti mesi questo loro no e poi ulteriormente. Non riconosciuti poi debitamente né dalla Germania che li ha sfruttati brutalmente né dall’Italia se non in alcuni casi con riconoscimenti simbolici con delle medagliette.

Per festeggiare insieme i 90 anni di Pensiero Acutis, presso la Sala Conferenze del Museo Diffuso di Corso Valdocco 4 a Torino, Mercoledì 17 settembre 2014 alle ore 15.30. Con gli interventi del Dottor Corrado Borsa, Gianna Montanari, Nanni Tosco.

 

[1][1] Pensiero Acutis, Stalag XA, Storia di una recluta. Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2005.

Primavera alle porte.

 La primavera è alle porte. Alcuni lampioni,  della nostra città, Torino, accennano “l’inchino” al risveglio della natura.  Corsi, piazze, giardini, segnalano il “cambio di passo”. Anche se l’aria…

Porto con me una copia del libro di Michela Marzano, “Volevo essere una farfalla”, e una copia di Repubblica, di sabato, con un editoriale della stessa Michela. Ero curioso di leggerlo, l’articolo. Volevo capire, approfondire. Una risposta ad una domanda. Di altri.  “Perché scrivere del proprio dolore, perché  raccontare la propria storia?”…..Per dare un senso, rispettando le emozioni, senza mai buttarle sulla carta. “Quando si scrive, è perché ci si è messo tanto tempo-talvolta anni e anni-prima di trovare finalmente quelle parole. E allora si cerca solo di condividerle con gli altri. Per mettere un po’ di ordine nel mondo, come direbbe Albert Camus. Per trasformare il proprio dolore  in un atto militante…”……..quel non detto e quel non fatto che a volte ci tormentano…Già…

Continuo a leggere…nei pressi, una buca delle lettere. Una ragazza si avvicina. Imbuca una lettera. Il suo contenuto: cinque anni di sacrifici.  Mi bisbiglia: “Speriamo”. I suoi occhi sono lucidi: un misto di gioia, tristezza, ansia. Emozioni, sentimenti. Capisco. E’ una dei centomila, forse, che lasceranno l’Italia. O forse no.  L’unica certezza: dottoressa in Scienze Politiche. Laurea Magistrale. In nome del popolo italiano.  “Tanti auguri, dottoressa”.

 

Piu coscienza sociale, piu’ istruzione meno televisione “reality”! Salario! Salario!

Quasi tutti avranno letto e commentato i quotidiani oggi. Ma prima vorrei tornare ancora su un interessante articolo di Luciano Gallino su la Repubblica, “La violenza e l’emergenza”. Ribadisco la solidarietà alle persone coinvolte ieri, ma segnalo il passo di Gallino (anche se estrapolato dal resto dell’articolo, a me è parso davvero interessante)…. “Ed è anche vero che i media hanno ingigantito l’episodio, perché alla fine nessuno si è fatto male, Rinaldini ha potuto riprendere il suo intervento, né vi sono stati altri scontri” – Precedentemente aveva ricordato la nascita di questo sindacato. A me interessa la funzione dei media.

Ritorno “sulla tristezza” della manifestazione a sostegno degli operai di sabato mattina a Torino: il numero dei manifestanti paragonato a quelli presenti a Piazza San Carlo nel “salotto buono di Torino”. Devo dire che il senso di tristezza è stato mitigato dagli ultimi commenti ricevuti su questo Blog: quelli di Paolo, Francesca, Barbara, Armando, Daniele, Domenico. Il commento di Paolo mi ha colpito davvero tanto: un commento che fa una analisi su tanti soggetti non alieni dal “sano egoismo”. Paolo esprime un concetto chiaro:”il lavoro per tutti, e la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro”. Ha un’idea di solidarietà forte: fortunatamente esistono persone come te, Paolo, che ti preoccupi a che nessuno sia lasciato indietro. “Camminare con”, “camminare senza lasciare indietro nessuno”. Sensibilità che hai e che traduci concretamente. Mi piacerebbe innescare una sorta di dialogo, soprattutto con le nuova generazioni. Sono conscio che questo strumento non potrà mai sortire gli effetti desiderati. Oggi internet, l’immediatezza dell’informazione rende la notizia disponibile a quasi tutti i giovani. Possibile che non si rendano conto della gravità della situazione?. “Salari, Italia tra gli ultimi in tutta Europa. Il nostro Paese al 23 esimo posto nella classifica dell’Ocse: da noi stipendi più bassi del 17% rispetto alla media” (Prima pagina, La Repubblica). Possibile che non sia questa la notizia importante? Possibile che il futuro sia fatto di soli “amici”? Possibile che la vera notizia sia “No al conflitto sociale”. Ancora, La Stampa: “Gli stipendi restano al palo. Italia agli ultimi posti fra i trenta Paesi Ocse: colpa del fisco pesante“. Davvero? Solo il fisco? Sfogliando l’Espresso, che consiglio a tutti di leggere, di tanto in tanto, e non solo Internet, un articolo mi ha colpito, quello di Paola Donato: “Caro Operaio accetta un consiglio”. “Cos’hanno da scambiare oggi i lavoratori con i padroni? In tempi di crisi come questo, l’unico scambio possibile è quello del posto di lavoro: me lo tengo stretto, ma offro flessibilità, orario ridotto, cassa integrazione a rotazione“. Eppure mi sembrava di aver già dato. Le “buone azioni” dovevano offrirle a suo tempo”, queste non mi paiono davvero buone. (entrare nel capitale azionario dell’azienda, cosa tra l’altro difficile forse da applicare in Italia a causa di capitalismo forse ancora di tipo familiare).

Consiglio di leggere attentamente anche un altro articolo sempre de L’Espresso: ” Professione sottoprecario”. C’era una volta la generazione 1000 euro. C’era. Oggi non esiste più? Oggi è “generazione 450 euro”.

“Fermare la fuga delle aziende”. I fatti: la “ricetta” di Rifondazione in commissione

mercedes-bresso“La ricetta di Rifondazione Comunista contro le delocalizzazioni”: Questo era un piccolo trafiletto apparso ieri su La Repubblica in seguito al convegno del partito sulle delocalizzazioni. Un articolo così piccolo di fronte ad un problema così grande: colpa dei numeri del nostro partito? Comunque il testo affermava: “Vincolare i contributi pubblici alle imprese all’impegno a mantenere l’attività per almeno 25 anni, stabilizzare i lavoratori entro tre mesi dall’avvio dell’attività“, proposta di legge che sarà presentata in commissione lavoro in settimana. “Sarebbe la prima norma del genere in Italia, forse in Europa (hanno detto i primi firmatari, e tra questi Juri Bossuto) per ora le aziende prendono fiumi di denaro pubblico e poi scappano per di più speculando sulle aree dismesse. Se la nostra proposta verrà ascoltata, ci sarà finalmente un freno legislativo alle delocalizzazioni facili” ( tratto da la Repubblica).

Liberazione di ieri, titolava invece “Fondi pubblici solamente a chi resta sul territorio. Perché la Regione non vota?

(articolo di Maurizio Pagliassotti). Nel suo articolo, pare interessante come, la proposta di legge “maturata da un paio d’anni, dapprima è stata bollata come sovietica, ma ora è sposata con crescente entusiasmo dalle forze politiche  che si sono sempre dette per il libero flusso di capitali e merci (ma non di persone)”. Io mi permetto di aggiungere, “ma non era bollato anche come sovietico l’intervento dello Stato in alcuni settori”? Eppure ora, anche i fautori del liberismo pare che  si sgolino a chiederne l’aiuto.