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19 agosto 2019

20190819_181605.jpgUna cosa che non deve mancare, soprattutto in periodi caldi come questo, è  la mazzetta dei giornali, perché la lettura è  questione….quotidiana, “la preghiera del mattino dell’uomo moderno”. Poi, a corredo di quelli, anguria (o cocomero), pasticciotto e un buon caffè, di quelli forti, robusti, scuri, come questa terra e il volto abbronzato di molti, cui la protezione non ha alcuna difesa, un caffè Quarta,  tanto per intenderci,  da queste parti o caldo o con ghiaccio è  salutare. La giornata è  lunga, l’antenna tv non riceve e cosi non resta che riannodare i fili del tempo e informarsi con la carta, che a me, personalmente, piace più e molto rispetto a quelle tratte da palmare. Poi,  la musica del mare, le onde che si infrangono, fanno il resto.  Immaginazione, fantasia e racconti o chiacchiere che a sera paiono sortite dal caminetto, narrazioni domestiche, famigliari, come quelli di Roosvelt lanciate dal 1933, senza radio ma con tanti ascoltatori che faticano a prender sonno per il troppo caldo, non dal caminetto, ma da un sole che fa 40, insistendo tutto il giorno. Radio, discorsi, come quelli di Papà Pio XII. Il sole  si ritira, e con permesso o senza queste del tramonto sono le ore piu belle per l’ammollo in acqua. Sulla sabbia trasformata in porte girevole tra chi lascia e chi arriva, ci si contende qualche scampolo di metro per l’ultimo selfie della giornata.

Lettura a Porto Cesareo

Porto Cesareo, Le.14 8 2016 foto Borrelli RomanoSul lungo mare di Porto Cesareo “allungo” la mia vita sfogliando giornali,  riviste e libri,  ormai da un po’.  Di tempo e giorni (Il Quotidiano,  Il Messaggero,  La Stampa,  Internazionale e Chiara Frugoni.  “Uhhh davvero?” mi dico.   Si. Davvero” mi rispondo. A dire il vero,  per  diletto,  piuttosto che col pensiero dell’allungo vita. Tra le tante cose,  l’interesse al dibattito referendario,  la Costituzione (chissa’ dovro’ leggerla un po’ a scuola), le Olimpiadi ed il suo “medagliere e la storia scritta da Roberto Costantini sul Messaggero. Una tal Anna Bianchi,  romana trentenne,  disillusa dagli uomini,  incontra Marco Rubini,  sposato con Giulia autrice sotto pseudonimo di romanzi d’amore e sesso che hanno come protagonista una ragazza di nome Anna. I racconti “quotidiani”,  ben “fatti”,  interessano. Chissa’ se riusciro’ a saperne qualcosina prima di andar via dal SalentoPorto Cesareo.Le.Foto Romano Borrelli.14 8 2016. Mi piace dove è  ambientata la storia, a Roma,  cosi da immaginare  facilmente la stazione Termini e i suoi varchi di accesso, via Marsala,  Giolitti,  i tram che sferragliano e i bus che svuotano e riempiono la pancia,  il bus 70 diretto verso il Vaticano, le coppie in attesa che arrivi e piazza della Repubblica, la sua fontana,  le banche,  i portici così sabaudo,   le Terme e Santa Maria degli Angeli,  con i lavori stupendi di Michelangelo da lasciare nasi all’insù  e bocche aperte. Mi muovo a mio agio e così farei per il movimento fisico e psicologico dei miei eventuali. Chissa’. Affondo le mani nelle tasche,  alla ricerca di chissa’ quali ricordi e quali scritti. Una penna,  un pezzo di carta,  una mail,  un cerotto. Una ferita da racconto che stenta a rimarginarsi.

Jep Gambardella che passeggia per piazza Navona e dice; “Ho capito una cosa. Che non posso piu’ perdere tempo a fare le cose  che non mi va di fare”. Ora pero’,  via,  e facendo cenno con la mano. e scacciando mosche e pensieri. Mi allineo ai molti,  occhi ancora assonnati,  ovali ben inquadrati,  occhi neri,  azzurri,  capelli biondi,  neri,  castani,  trecce,  treccine, tutti felici e contenti nel pregustare l’oggetto del desiderio. E allora sapete che c’e’? buon pasticciotto a tutti.

Dopo il pasticciotto,  insomma,  un saltino dal ficarolo non me lo leva nessuno. Un po’ per due sane risate e un po’ per osservare da vicino l’effetto che fa una “ficatigna” senza spine.  Ho dieci minuti ancora per il parkimetro e tanta voglia di ridere e gustare… 14 8 2016 foto Borrelli Romano.Porto Cesareo, Le

“Cassapanca”

Lecce.20 7 2016 .staz.foto Borrelli RomanoA Lecce,  quando non si parte e non si arriva e’ tutta un’altra storia. Lecce: Firenze del Sud,  citta’ stupenda,  barocca. Sole alto e luce obliqua.  Il treno e’ li,  fermo,  sul primo binario,  ma non e’ stato e non sara’ il mio.  Ha smesso da poco di “vomitare” persone,  trolley e storie e solo per un caso o gioco del destino molti viaggiatori si sono incrociati,  parlati,  conosciuti per alcune ore. Un treno blu,  notte che profuma di Alpi,  Appennini,  Pianura Padana,  fiumi,  mar Adriatico,  citta’ e raffinerie e ha portato con se chissa’ quale carico. E’ li e ora riposa dopo aver fatto il suo mestiere e non andra’ mai in pensione. Silenzio. Anche l’altoparlante non annuncia nulla stamattina. Silenzio che e’ attesa.  Vado alla ricerca spasmodica di un caffe’,  del pasticciotto e del Quotidiano di Lecce e questi si,   restano invece la stessa storiaLecce.20 7 2016 foto Borrelli Romanoe fanno letteratura che non e’ vita ma esaltazione della vita.  Da qui si scrive e racconta. Oggi la luna si accende,  mercoledi di plenilunio, e quindi  riflettori accesi su molto. Stazione. Un sorriso lungo un viaggio,  anche se oggi,  fortuna,  non si viaggia ma si raccontano viaggi. Qui e’ il posto preferito per gustarmeli,    i pasticciotti,  e chissa’ perche’,  resta sempre il bar della stazione il luogo preferito dove farlo. Forse perche’ da qui i sogni viaggiano e hanno gambe. All’uscita qualche taxi in attesa di qualcuno  mentre altri attendono e ciondolano per l’arrivo di “quello da Torino”. Emozioni e ansia congelati almeno per altri dieci minuti. Oltre i taxi il viale alberato,  il centro,  il gazebo. 20 7 2016 Lecce.foto Borrelli Romano.  La ricerca del Salentoinbus idem. Niente orologio niente tempo. Alle 8 di mattina il sole era gia’ alto,  e sui nastri d’asfalto lungo la direttrice Porto Cesareo-Lecce i venditori ambulanti hanno gia’ sistemato nelle macchine cassette di frutta e verdure pronte per la vendita. E l’immancabile bilancia,  strumento commerciale da sempre e simbolo di giustizia. Le terrazze leccesi richiamano vita: sventolano 251 bandire del Gusto,  un ottimo risultato se si tiene conto che in Italia sono 4. 965. Sulle terrazze svetta e veglia  il campanile del Duomo con  i suoi 5 rettangoli che sono li, disponibili alla vista di tutti,  fin dall’accesso della città  e oltre.  Poi il ritorno. Sole ancora piu alto e tutto come prima,  con qualche macchina in piu verso il mare.  25 minuti di strada e di caldo,  qualche rotatoria e si e’ a Porto Cesareo dove un’altra giornata di mare è  pronta per essere consumata. Un giro veloce nel Paese tra negozi che richiamano “pillole felici”Porto Cesareo, Le.19 7 2016.foto Borrelli Romano e il solito “chiodo fisso”Porto Cesareo.Le.19 7 2016.foto Borrelli Romano. Il sole ora è  già  molto alto e scotta anche. Acceca.  Cerco un riparo,  sotto la veranda.  Li fuori, oltre le finestre,   persone e personaggi che hanno fatto la storia della via (che e’bellissimo un quartiere! )si aggirano con una consueta flemma. Escono dai loro fantasmi e si materializzato divenendo personaggi.  Mi muovo sorridendo,  al fresco. Incrocio una cassapanca la apro e. .. al tatto impatto in una storia gradevole. Un tempo contenitore per la  farina,  buona per il pane. D. ricorda quando il forno era unico e le giornate per cuocere i “pezzi” erano solo due la settimana. Il fornaio passava con il suo camioncino e sulle tavole di legno depositava i pezzi. “E come facevano a non confondersi tutti quei pezzi di pane? Perché  i numeri sono numeri ma le forme,  la farina forse no”,  potrebbe domandare qualcuno dotato di buon senso.  Semplice: ognuno sul suo pezzo metteva l’iniziale del nome o cognome.  L. per esempio e si capiva cosi a chi apparteneva. Ma questo,  un tempo. Oggi ho ritrovato storia recente, che mi ha tolto il fiato,  per un po”,  tanto quanto potrebbe farlo una bellissima foto del mare del SalentoBacino Grande (Le) 23 7 2016 foto Borrelli Romano. Con dedica di… corredo. Proprio come una cassapanca.

“Abbà begnu”

Uscendo di casa, ieri, ho notato le continue trasformazioni lungo la mia circoscrizione, la 7.Torino c.so p.e oddone. borrelli romano.9 1 2016Tra poco, su corso Principe Oddone, (a Torino) trasformato a nuova vita, passeranno bus e auto, la’ dove un tempo correvano i treni. Ho pensato al rientro dal Salento e a quel…”risveglio” del primo giorno dopo le vacanze. Ho sentito la necessita’ di rientrare a casa e fissarli, quei ricordi, con il Salento, da celebrare, ricordandolo attraverso la scrittura di un personaggio. Ripensare al dialetto e alla sua belllezza, il suo suono e a chi di tanto in tanto chiede:” parlami on dialetto”. Un modo per mettermi alla prova e valutarmi o bilanciarmi dai miei 90 e quattro mesi di scuola, al servizio della scuola.8 8 2015 Torre Lapillo, Le, foto Borrelli Romano

 

 

In Salento, in quella zona compresa tra il sud di Ostuni e Santa Maria di Leuca, coloro i quali si chiamano Giuseppe sono meglio conosciuti dalla loro comunità come “Pippi”. E a Pippi, in gran parte dei casi si affibia anche un nomignolo. Il mio vicino di casa, Giuseppe, è conosciuto come Pippi e nomignolo. Non ho mai capito perché, ma Pippi ho imparato fin da piccolo che lo sono tutti i Giuseppe.

E’ un uomo calvo, piuttosto robusto, con un gran melone al posto della pancia. Dovrebbe avere una settantina d’anni anche se ne dimostra “moooolti” di meno. Quando cammina è deciso ma i suoi piedi vanno ora a destra ora a sinistra, con un’ andatura delle gambe un po’ come quella dei pistoleri. Talvolta striscia i piedi, o meglio “li strascina” per cui, avendo laggiù delle strade ancora non asfaltate, il suo intento è quello di produrre rumore.

E’ deciso, nonostante gli anni. Ultimamente soffre parecchio di mal di schiena e cervicalgia per cui la sua andatura è un pochino incrinata. Quel dolore contribuisce talvolta ad  irrigidire il suo viso. Ha un collo taurino, quasi attaccato al viso e la mascella squadrata. Ma è spesso sorridente anche quando non dovrebbe o non avrebbe modo di esserlo. Ha occhi azzurri e denti bianchi, bianchissimi che contrastano con il viso sempre abbronzato.

Il capo è calvo per cui, quando si parla, durante le sere d’estate afose, posa il palmo della mano, aperto, sulla sua cupola lucida.

Quando nelle sere d’estate l’afa non soltanto fa capolino ma diviene opprimente, Pippi posa il palmo della mano, aperto, sulla sua “cupola” lucida. Essendo massiccio occupa una bella porzione di spazio, quale posizione esso assuma: in piedi o da seduto. In piedi perché incurvato, seduto perché ogni sua parola la accompagna sempre con un movimento rotatorio delle braccia e delle mani, quando queste non sono posate sul suo capo. Sa molto di tutto e tutti (ma non è un pettegolo) anche in virtù dei vari lavori che lo hanno accompagnato e accompagnano nella vita di tutti i giorni. E’ un leader, laggiù e sovente quando parla per far risaltare qualche passo batte il pugno sul tavolo in maniera sconsiderata. E’ un modo per accentuare il tono, il discorso, per attirare l’attenzione su di un particolare

In bicicletta è solito accompagnarsi con una mano sola: nell’altra mano ha sempre qualcosa, o la busta dell’immondizia o quella della spesa. Vivendo nei pressi del mare, in gran parte delle case  salentine la vita si volge prevalentemente sotto le verande, in giardino. Pippi, quando passa, non guarda mai all’interno di quelle, così, per salutare. Il suo viso è dritto, il collo sempre contratto e i suoi occhi guardano solo e soltanto diritto. Tuttavia, al  suo ritorno, quando posa la bici, il rumore dei piedi “strascinati” lo annunciano.

Suona il campanello e chiede sempre se c’è bisogno di qualcosa. “Abbà begnu”, che in dialetto Salentino leccese significa, vado e vengo per indicare “tempo zero” anche quando una sua visita qualsiasi potrebbe essere a cinquanta km da Porto Cesareo, Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano.cioè dalle nostre abitazioni. “Abbà begnu”, vado e torno, è un motto che gli è rimasto di quando svolgeva l’attività di camionista. O forse da prima. Moooooolto prima.

Diciamo la verità. Pippi  possiede molte terre e serre. Coltiva di tutto. Da una vita, e proprio per questo lo accompagnano dolori terrificanti alla schiena. “Ma nu’ be’ solitu cu se lamenta, né moi, né prima”. Quando era ora del raccolto, Pippi caricava sul camion e trasportava i suoi prodotti, frutto di dura fatica, in giro per la Puglia, talvolta fino in Campania, nei mercati generali, gran parte del suo raccolto. “Abbà begnu” era il modo per dire, vado, scarico e torno, tutto in giornata. Per cui, la frase vado e torno indica un’azione veloce, un compiere non solo la commissione ma anche il suo lavoro. “Abbà begnu, na fumata te sigaretta”.

A vederlo, nella sua stazza, ancora oggi da l’idea di essere super veloce. Ma non è solo l’idea. Se per caso ti dovesse capitare di restare a terra per una batteria dell’auto scarica, lui non prende i morsetti. Ti dice: “mena, sciamu e binumu” e con la sua macchina è capace di portarti in giro per tutti i rivenditori autorizzati del Salento. Tempo zero, ovviamente. Appena seduto in macchina, una Palio super famigliare azzurrina, lascia il braccio sinistro fuori dal finestrino, esattamente come faceva quando si metteva alla guida del suo camion, un leoncino, in giro per la Puglia. Quando ancora oggi scarica dalla macchina le cassette di pomodori, melanzane o zucchine i suoi movimenti sono veloci e sembra non sentire mai fatica alcuna. Al pomeriggio, dopo la siesta, i suoi piedi strisciano verso casa mia. E’ ancora un po’ assonnato, ciondolante, ma alla domanda se gradisce un caffè, talvolta risponde si, ma preferibilmente con ghiaccio, alla leccese. Il suo collo è ulteriormente contratto: la cervicalgia si acuisce perché dorme con il ventilatore acceso. Il che è motivo per la moglie di riprenderlo. La sera, invece, quando  la comunella è ora a casa di quello, ora a casa sua, spesso si toglie la maglia e la posa sulla spalla, restando a torso nudo. Quando ci si saluta, per la buonanotte, lui, torso nudo, ci ricorda la bellezza del Salento, del suo mare, delle sue spiagge, delle vigne  e degli ulivi, dei pasticciotti e “te le frisedde e prummitori”,  del lido Belvedere, orecchiette e pizzarieddi, del caffè Quarta, forte e robusto e del Quotidiano, dei giorni e delle notti, corte, cortissime,  le stelle e il carro, in cielo, il rumore del mare, a due passi e la notte che saluta tutti, dicendoci: “Abbà begnu“. Proprio come Pippi.Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano

 

La mia Torino 2

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Colombi. Porticato nei pressi di Porta Palazzo. Torino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torino. Nei pressi del Comune, in bici per la messa in comune.

 

 

 

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Torino. La fine del mercato.

La mia Torino, non confluisce solo a Piazza Vittorio. Non soltanto. Almeno. La vedo convergere e confluire, dal mio “punto” di vista, verso altri lidi. Punto che non è una autovettura “lanciata” dal suolo di un  Cape Canaveral torinese, “attorniato” a mo’ di corona da numerosi locali. Piazza e piazze, meta di tantissimi, non solo il week-end, ma ogni giorno della settimana. E’ il punto di vista di chi “tira la carretta” e di chi l’ha vista tirare. I balconi, ad esempio, raccontano, e con essi, le case di ringhiera. Quante tute stese ad asciugare il sabato e la domenica potrebbero raccontare i balconi cittadini dove, proprio  in uno di questi, forse, ora si espongono e cantano alcuni artisti, così  ben raccontati dal nostro giornale “quotidiano” cittadino. E’ lo specchio dei tempi. Andati, ma attuali. Balconi, case di ringhiera, cortili, dove nel mese di maggio, mariano per la chiesa, ci si trova in gruppi, per recitare il rosario. E ti piacerebbe scrivere un pezzo  sulla storia di questi cortili, dove non si canta, oggi, ma si e’ lavorato, tanto, e si sono costruiti rapporti umani, cordiali e sinceri. Ponti tra le persone. E ora che vedi i manifesti di Maria Ausiliatrice con le tappe di approdo alla grande processione del 24 maggio, lungo le strade di Torino, li pensi e li ripensi, in questo” punto” di Torino, che non e’ piazza Vittorio, ma zona di salesiani, don Bosco e tanta sinistra. Ciascuno con la sua sforia, di quelle sentite raccontare e di quelle appena intraviste. E quanta storia e  non solo devozione, passa da questi cortili, dove si sono consumati “lavoratori” e lavori di un tempo. La bici del fornaio, la “sfornation“, come la chiamavamo noi bambini, legando quella strana bicicletta ai ricordi di una pubblicita’.  Bici pronta per la consegna mattutina con il suo cestello bianco, posto sul davanti. Profumo sparso in ogni via prima della consegna. Nelle varie comunità della circoscrizione. (la sette, Valdocco, Aurora).”Ciuchino” il panettiere, lo invidiavi, quando con la sua bici, assaporava il gusto della libertà. Ma era quella libertà, che invidiavi, non quella vita, dalle tante ristrettezze. Era un libertà “ristretta”. Il gusto dell’aria fresca, per le vie della città, il suono della fisarmonica la domenica pomeriggio, che saliva su, fino ai piani alti, fino al palazzo affianco. Ma era tanta fatica. Fornaio che talvolta invidiavi, per la sua maglietta bianca, a maniche corte, anche nei mesi più freddi. E lo invidiavi perché pareva che l’estate non avesse mai fine. Guardavi la neve, sugli alberi, sul trincerone della ferrovia, e “Ciuchino” in maniche corte e pantaloncini. Pareva che con l’estate fosse in atto il “rompete le righe” della scuola. E capitava di pensare a quella “biovetta” che avresti mangiato il giorno dopp e sul perche’ a Torino era la biovetta mentre a Milano era la “michetta”. E cosi’, il giorno prima della gita, per Milano e Pavia, finite le biovette, ti trovi a comperare le biove che ci poteva mangiafe il bus intero. E cosi’, finivi per legafe per sempre il nome del pane ad un evento, una gita, due citta’, Pavia, Milano, la Certosa e quel pane messo in uno zaino intero. Senza dimenticare che talvolta, in negozio, c’ era la mamma di ciuchino, che ti porgeva sempre il grissino, e tu, speravi sempre di vexere quella mano tesa, per ricevere quel pezzo di pane cosi tanto torinese che vedevi in alcune occasioni nelle pizzerie. “La torinese” e pensavi che la notte, al forno, ciuchino e sua mamma, avessero fatto, quei grissini per la pizzeria. E te li sentivi sempre vicini  e di colpo immaginavi partire il suono della fisarmonica, suonata da uno dei suoi figli’. Fornaio che non invidiavi, quando dal balcone di casa, notavi la luce del forno accesa,  e tutto il resto della città si apprestava a dormire; tutto questo, avveniva prima. Prima che il pane cominciassero a cuocerselo in casa, con qualche impastatrice o robe varie; la “pressetta” del materassaio e quel suo lavorare in cortile, in ogni stagione, e ti veniva da pensare “beato lui che è sempre in cortile”! quando avresti voluto andarci, ma non si poteva, perché il regolamento dei condomini impediva “il gioco del pallone in cortile”;  e la moglie del materassaio contribuiva ad ampliare quel senso di liberta’, emanato dalla forza del suo canto non sapendo piu’ bene se eravamo in quegli anni o in un’ altra Torino. Senza dimenticare i contenitori del verduriere che esponevano, lì sul corso, il “baccalà” o lo stoccafisso in quell’acqua che un po’, il mare, te lo faceva ricordare per forza, anche se uno di quei mari che non avevi mai visto; e sempre lì, nel corso, il sacco delle noccioline del “droghiere” con quella scritta dal sapore  vagamente americano. Ti femavi un attimo, prima del rientro a casa, con la cartella sulle spalle e di colpo, forse dopo averti visto, usciva il padre del negoziante, il sig. Piero, che in quel periodo pareva essere gia piuttosto anziano nel suo incedere. Infilava la mano in quel sacco enorme e tirava fuori qualche nocciolina, per la gioia dei bambini. E mentre le mangiavi pensavi a quell’ america.’Il mio punto di vista,  è di quelli di chi tira la carretta, osserva luoghi particolari, nascosti dalla polvere di un birrificio che sono stati e meriterebbero un capitolo di storia  nel e del movimento operaio. Un punto di vista  che ricorda  e conserva narrazioni altrui e dove la carretta la si tirava e la si tira ancora, come a Porta Palazzo, dove  quotidianamente ti immergi non solo in un mare di frutta e verdura. Cammini tra i colori e nei colori variopinti  delle bancarelle, con quelle tende che di tanto in tanto producono un po’ di ombra nel ciondolare estivo, sommerso da grida in una babele di lingue che, lentamente o velocemente (non saprei dire)  hanno soppiantato il  vero dialetto piemontese. Piemontese, che non era affatto “falso e cortese”. Magari, nei racconti evocati, alcune volte non “affittava” ai “napuli”, causa il cattivo uso delle vasche da bagno. Sarà poi vera la storia che non le affittavano perché usavano le vasche da bagno per piantare? Mha, anche queste, storie. Sicuramente, erano tutte dicerie. E poi, anche se soppiantato, talvolta,  il  “piemontese”  lo si usa ancora, almeno qualche parola, goffamente usata, a dire il vero,  da  qualche cinese o arabo, pur di invogliarti a comperare. Il mio “punto” di vista è di quelli che osservano chi “mette in comune” nel carretto, a due passi dal comune, tante cose, da noi considerate “cianfrusaglie” e inservibili, ma servibili a “terzi” che non sono solo “terzo”, del mondo. Ed è bello veder passare due ragazzi, con una strana bicicletta, andare per la città a  “raccogliere” e poi consegnare ai bisognosi il tutto. E quanti.  Bisogni. Punto di vista che alza gli occhi al cielo e osserva la presa in comune e in carico di due colombi, che, “tubano” e si prendono cura, uno dell’altro, come chi, alla fine del mercato,  (i raccoglitori) “mette in comune” quanto ha trovato, dividendolo, suddividendolo.  Come fosse pane appena sfornato. Scarti di altri, buoni da farci il pranzo. E qualcosa di antico, lo scarto, lo ricorda: la pietra scartata è diventata testata d’angolo. Qualcosa di buono, insomma, dallo scarto.  Insomma, il punto di vista, è una città che conserva una memoria storica da rinnovare e ravvivare. Con forti radici solidali. Questo è il metro per procedere.Dimenticavo. I personaggi raccontati nei loro gesti di bonta’,  sono tutti piemontesi, torinesi. E questa, almeno, non e’ una diceria. Cristina e’ una signora dagli occhi chiari, parecchio saggia, ma la vedi di tanto in tanto contemplare il suo forno e i tempi andati. Di tanto in tanto, porge ancora la sua mano con i grissini a qualche bimbo africano che si appresta ad andare alla scuola materna.

Ripartenze

DSCN3425DSCN3411Giornate di sole, mare, spiaggia, cibo. Giornate in cui si è oziosamente attivi, a sognare ad occhi chiusi al mattino, sotto un ombrellone intenti a recuperare qualche ora di sonno rubata alla notte, e ad occhi aperti durante il resto della giornata. Serate di luna piena, le ultime, che hanno reso meno amaro l’approssimarsi del distacco da un periodo sereno. Sotto un albero di fico, al fresco notturno, lontani dalle luci stradali, arrivano i rumori di sandali e ciabatte estive, voci smaniose  di racconti e di sogni, dolci amari o infranti. Racconti di vita vissuta: dalle corse in bicicletta alla partita di pallone di poche ore prima, ai primi amori sbocciati a quelli terminati, a quelli che si vorrebbero, che si pensano senza il coraggio di dirlo, al contratto di lavoro, se verrà, alla posizione in graduatoria e alla cassa in deroga.  Intanto la luna, lassù, rende meno problematico il pensiero di : “cosa sarà da domani?”. Come ogni periodo che si rispetti anche questo volge al termine. Il treno frecciabianca Lecce-Torino è pronto a sfrecciare lungo la dorsale adriatica  e quasi tutto è pronto per le ripartenze. Come prima. Ripartirà tutto con il piede giusto? Le scuole? Le fabbriche? Il lavoro? Quante porte di Mirafiori si apriranno e quante, invece, resteranno chiuse? Quale giornalista ci proporrà il servizio sul terzo “Mirafiori riapre” alle sei del mattino, primo turno? Sistemare lo zaino, appendice di quel mondo quotidiano che ci segue, perchè così vogliamo, ovunque noi andiamo, verificare, biglietto alla mano, il numero di posto evidenziato, se lato corridoio o lato finestrino, un veloce saluto a chi condividerà questo viaggio, e, accomodarsi nell’attesa dell’annuncio.  L’altro contenitore, quello ideale, composto da emozioni e sentimenti raccolti in un mese, immersi nelle radici, lo serbiamo con noi, gelosamente, a tratti, e con cura;  di tanto in tanto si sovrappone ad una musica portata da chissà quali onde per mezzo di un mp3. Il Quotidiano, il Messaggero e La Stampa a farci compagnia, dopo, però. Dopo che il senso di nostalgia allenta la presa e le campagne, e gli alberi di ulivi, e i pannelli solari si saranno diradati e il circostante diverrà meno famigliare e meno coinvolgente. Un viaggiatore diretto a Foggia mi chiede “se va bene questo treno”. Osservo: biglietto a prezzo intero. La sua meta? Direzione, le campagne di pomodori, il suo futuro posto di lavoro. Dal suo sedile, munito di un cellulare, chiama, richiama, chiede e implora lavoro. Come fosse pane.  Da queste parti il lavoro di raccolta è terminato. Bisogna spostarsi. Mi racconta della sua pregressa esperienza di fabbrica, nel Nord Est. Dopo cinque anni di lavoro, azienda metalmeccanica, ora si ritrova disoccupato, costretto a riciclarsi nelle raccolte dei campi ad inseguire i vari raccolti in giro per l’Italia: pomodori, olive, arance. Il suo racconto e quel termine “raccolta” mi rimanda ai numerosi “raccoglitori” che si ritrovano alla fine del mercato, a Porta Palazzo, uno dei più grandi mercati d’Europa, a Torino. Gente sotto la soglia di povertà che stenta, a mettere qualcosa sotto i denti. Osservo  il suo bagaglio. Un sacchetto di plastica, così diverso dai tanti zaini, trolley e altro della nostra modernità, così diversi da quei pacchi legati con lo spago, in bella evidenza negli anni ’60-’70. e facciamo anche ’80.  All’interno di quel sacchetto, una bottiglia d’acqua, crackers, un panino, vuoto. Guardo la mia borsa, il suo contenuto. Ripieno di alimenti caserecci, tanto per rendere meno nostalgico il rientro, questa sera, domani e dopodomani. A volte provo vergogna, nelle tre ore di viaggio che ci accomunano. Mentre il treno corre e sfrecciando ci lasciamo alle spalle questa terra rossa, mai avara scruto  quel lavoratore che osserva la campagna come se stesse partecipando ad una Messa. Conta le cassette, le schiene ripiegate, i trattori pronti a raccogliere quei contenitori carichi da trasportare verso i tir. “Sette euro un cassone di pomodori, quattro se piccoli”. Mi indica le dimensioni del cassone. “Quando terminerà la raccolta dei pomodori, riprenderà il treno e cercherà le campagne con le olive. Trentacinque euro al giorno. Dormire? Talvolta il padrone (lo chiama proprio così ed evidenzio una sorta di “collante” fra gli operai e i lavoratori della terra) ci appronta una “rimessa”, un giaciglio, alla buona. Un posto coperto, buono per un mese. Poi, finito il lavoro, via”. La chiusura della fabbrica oltre che portarsi via un pezzo di dignità ha avuto la valenza simbolica di un passaggio a livello, chiuso, per il ricongiungimento della sua famiglia. Impossibile. Sul suo viso scendono alcune lacrime. Altre lacrime hanno solcato visi, rugosi, avvizziti  e non,  sulla banchina della stazione di Lecce. Un caffè in un bicchierino di plastica, con su scritto “caffè stazione” rende meno amaro il distacco. Persone anziane, a loro volta ex viaggiatori, raccontano i loro, di viaggi,  verso Milano, Torino, quando la denominazione del  treno, un infinito treno, era “Lecce-Torino-Monaco”, quando un troncone di questo terminava momentaneamente la corsa nel cuore della notte, a Bologna, per ricongiungersi con altro treno, via Brennero, direzione,  Germania….quando questi treni, viaggiavano fino a Bari con una motrice a cherosene: quasi tre ore per 120k…e i loro racconti si dipanano e si perdono nella notte dei tempi, di un’Italia in costruzione, e non in via di smantellamento, come oggi succede.  Viaggiatori, ex lavoratori, ora pensionati. Oggi ci sono i loro figli, nipoti, lavoratori di call-center, stagisti, a termine nella pubblica amministrazione, in quel che rimane di qualche fabbrica “su al Nord”. In treno, una volta più democratico, oggi forse meno. Ci si sente sempre più ultimo vagone, e non solo in Europa.  Le vertenze delle aziende in crisi aumentano. Migliaia di lavoratori con il fiato sospeso. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di perdere molto, tutto. Come questo lavoratore. Ha perso molto, ma non la speranza.