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Lecce

20190715_185803.jpgLe luci della città, Lecce,  lentamente si accendono e quelle del giorno lasciano il posto ad una notte brontolona, a tratti rabbiosa, umida, e una pioggia fine, con “magliette idem”, e ragazze chissà, con su scritto su bianco vivo “stau nervosa”, “sto nervosa”, magliette e  che non lasciano presagire “tempo”  buono. E da perdere. Il mare a due passi da qui, lo immagino che chissà  come brontola, lasciandomi pensare ad una gara di rumori e di guerra in un duello intenso ma breve, col temporale che incede, un pochino come una lotta tra due innamorati lontani da tutto e tutti. Sciami di turisti corrono tra corti, viuzze, case, barocco; schivano, si defilano, declinano o accettano ben volentieri  taralli di ogni tipo da tre ragazze salentine. Una grande bellezza. Altri, naso all’insù,  prroccupati del tempo, alzano il passo introfulandosi in qualche bar, me compreso. Pasticciotto salentino, un must, con rustici e caffè  Quarta. È  passato molto dall’ultima volta che sono stato qui e riconosco ogni cosa e sembra che parli, racconti qualcosa che è  statoe che puntualmente aspetta, attende;  per distogliere pensieri  e farne subentrare di nuovo provo ad immaginare il bar dove Michela Marzano potrebbe aver fatto gustare qualcosa ai suoi personaggi. E rileggo mentalmente alcune pagine di “”Idda”. Mi posiziono per una foto, e penso a come sia tutto uguale, al solito posto, il campanile, oltre, l’anfiteatro, alle spalle, i bar davanti, come una vecchia foto che mi ritrae sorridente, con la magliettina, “Salento, lu sule, lu mare, lu jentu”; tutto uguale ma anche tutto diverso,  almeno dentro di me. Passo il palmo della mano sul viso e non percepisco se sia acqua o magone strizzato per qualcuno,  che manca, una assenza di un grande come può  essere un padre. Gli ulivi parlano come la vite, di memoria e di radici,  come le mie. Molti bruciano, sono secchi, sembrano con poca vita, ma vedo e sento un verde  che mi porta a pensare che in qualche e in ogni modo   resistano.

Arrivederci, Salento

20150826_115610Lecce.Il treno i.c.night proveniente da Torino, (notturno), è un pochino in ritardo: un paio di ore. Un po’ invidio chi scende, in tutti i sensi, nonostante la stanchezza e la rabbia mal celata. Più di due ore di ritardo. Motivi? “Guasto alla rete elettrica e motrice”  mi dice chi scende rabbrividendo per il caldo guardando a Sud Est. Consumo velocemente il mio pasticciotto accompagnato da un buon Quarta caffe’ e sfoglio il Quotidiano di Lecce: mi mancherete nell’ordine. Lentamente le porte della Freccia Bianca si aprono. Salgo su e ripongo dove posso trolley e zaino. La voce metallica di trenitalia snocciola tutti i dati possibili lungo i 1200 km circa che legano Capo a capo: città, stazioni, orari. Armaroli  del Tg 5 non informera’ quanta gente, sulle strade e quelle ferrate,  la coda ai caselli e i treni con tutte le sue domande a e su e come e quando,e nessuno sapra’ se ad Ancona si sorridera’ come una volta se sulla Senigallia Marotta Mondolfo pure e se a Bologna…Chissa’ perche’ torno indietro negli anni: piccolo, bambino, i miei, i nonni…Io che guardo fuori, sulle terrazze, sulle “chianche” bianche baciate dal sole, appena catramate ai lati , poco  umide o quasi mai bagnate. Fichi secchi e pomodori spaccati e panni stesi al vento. Sono una meraviglia, a pensarci. Quest’inverno apriro’ i “vasetti” e uscira’ tutto il Salento.  Sara’ la mia lampada e dentro una sorta di mago asciughera’ umor acquei. Fuori e’festa: Sant’Oronzo, il patrono di Lecce. Luminarie si o no ma che importa? Guardate la grande bellezza che avete! Tutto l’anno senza strofinare “du cazzu te vasettu cu bitite nu picca d’estate”. Da voi è sempre estate. E’ il momento dei saluti. Abbraccio forte mio padre e mia madre. Le porte del treno si chiudono.

Poi, il treno comincia a sferragliare. Lentamente. Al suo interno nessuno parla. E chi ne avrebbe voglia? Guardiamo tutti fuori, dal finestrino, come i bamnini, quasi a voler trattenere il tempo

.Tutti indietro, e indietro tutta, solo che non fa ridere e viene voglia di piangere. Penso alla bellezza dei giorni appena trascorsi. Penso a quelli passati, penso ad una sala d’aspetto vuota e una banchina altrettanto vuota. Penso al mare ai miei…un selfie, si, un selfie. 23 8 2015 Porto Cesareo, Le.foto Borrelli RomanoArrivederci, Lecce, arrivederci Salento e salentin*: Voglio ricordarvi così: belli e bellissime.Torre Lapillo, Le, 24 8 2015 Borrelli Romano

Buon Ferragosto 2015

Buon ferragosto 2015. Terra d'Arneo, Le, foto Borrelli Romano, 10 8 2015Quest’ anno nel mio girovagare salentino non produrro’ istantanee da mare ma pensieri a tempo “indeterminato” a quanti lavorano per noi, per un caffe’, con ghiaccio o senza, a chi trova riposo su di una panchina, dopo una giornata di lavoro, alle donne (un sorso al caffe’ e un oggetto rosso, contro la violenza) e a quanti cercano la propria strada.Lecce, Quarta caffe',14 8 2015 fotoBorrelli RomanoSpongano (Le), agosto 2015 foto Borrelli Romano12 8 2015. Ferrovie Sud Est.Foto Borrelli Romano.Lecce 14 8 2015 caffe' Quarta.foto Borrelli Romano

Al mare…primo…mattino

20150801foto borrelli romanoAl  mare, di primo mattino, con il vento che ti accarezza e le onde che ti massaggiano i piedi, e il cuore,  provi quelle sensazioni che non ti saranno ancora sufficienti, e allora cominci a bagnare anche le ginocchia, e ,  anche questo non basta ancora e allora ti lasci andare e avvolgi e ti lasci avvolgere in un abbraccio e ti allacci, e….lo fai. Si, il bagno. 20150801 foto romano borrelliPoi esci ad asciugarti al sole, da un inverno che sembrava non terminare mai. Che bella sensazione: il sole addosso. L’estate che non termina mai. Lasciarsi asciugare i capelli dal vento. Le Torri a due passi, anzi, a cento onde da me. Chiudi gli occhi e pensi: “Sai, e’ che mi sto annoiando, qui, senza  libri da studiare, preparare gli esami, appunti da leggere, tesi da scrivere…..ho “rigato” (b) e poi, o ma poi, tu non ci sei, MAI!  ”

Poi cambio gli occhiali e continuo a pensare: ” Amore, ho terminato esami e tutto il resto….mi annoio qui e…..puo’ succedere sai? No?”

Poi, come sempre, il caffe’ Quarta, il pasticciotto, e poi lo zaino con i miei giochi…libri, libri, libri. Quelli che desidero io. :”E amore, puo’ succedere, sai?”.20150801foto romano borrelli

Torino 2015

Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano BorrelliAl risveglio Torino è capitale europea, dello Sport. Torino 2015. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, ex mercati generali, foto, Romano Borrelli Nove anni dopo le Olimpiadi. Torino 2006, Torino e le notti bianche, Torino e la passion.  Il tempo corre, velocemente. Qui sopra, si corre. E i maratoneti domenicali anche. Un apasserella che sovrasta un’area grande 17 mila metri quadri a ridosso della ferrovia. Era Torino 2006, arcate piene, oggi vuote, domani probabilmente “poli” universitari pieni. Svoltato dietro l’angolo, mogio mogio, l’anno appena trascorso si e’ trasformato in un archivio personale e non solo, di ricordi. Davanti, pagine da scrivere.Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano Borrelli (2) Una passerella unisce il centro commerciale 8 Gallery (appello: si possono rimettere in sesto, nell’ordine, ascensore, che presenta le porte aperte, il sensore di una porta che continuamente apre e chiude la porta tra il centro commerciale e la balconata che da verso la passerella e la passerella stile aereoporto-tapis che non funziona) e quindi la fermata della metro (una Pinacoteca, Agnelli,  una pista) agli ex mercati generali e Piazza Galimberti (oltre, le montagne).  Torino 1 gennaio 2015, Lingotto. Foto, Romano BorrelliE poi, via Giordano Bruno. Qui, una città nella città, anni addietro. Muletti, camion, gente. Il giorno era la notte e la notte era il giorno. Lavoro, a volontà. Mercati, che ricordano un film. Di  tanto in tanto si ha l’impressione che le linee della giardinetta e della Lancia siano ancora in funzione (ora  tutto in un archivio, http://www.lingottoierioggi.com), invece, è il rumore di alcuni  Eurostar, fermi, che ricaricano le pile, per una nuova corsa, metropolitana d’Italia. I treni, sotto la passerella, sfrecciano, alcuni, rallentano la marcia , in prossimità della stazione Lingotto. Altri, a ricovero, pronti per una marcia pendolare lungo la dorsale tirrenica o adriatica. In fondo al fascio dei binari si nota la facciata di Porta Nuova. Oltre, la torre di Piazza Castello. La ricerca di un bar, per un caffè, si fa affannosa, ma con un risultato. Poco lontano da qui, un po’ di Sud, un po’ di Lecce. Sarebbe stata un’accoppiata vincente tra sport e cultura. Invece…Come si sa, la cultura è andata a Matera. Va bene ugualmente. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, passarella. Foto, Romano BorrelliMi accontento di un buonissimo caffè ed un pasticciotto che per un attimo fa scordare freddo e gelo. Per pochi istanti sono in Salento.Torino 1 gennaio 2015. Un caffè...leccese a Torino, corso Orbassano 96, pasticceria Elba. Foto, Romano BorrelliUna buonissima pasticceria leccese, Caffè Elba, in corso Orbassano 96,  a Torino. Non sono sicuro ma forse La Stampa ne fece una recensione. La pasta frolla è davvero ottima e così la crema. Ci si puo’ trovare di tutto, delle bontà salentine. Basta andarci. Pochi metri di Salento incastonati lungo un corso dove un tempo sferragliava un tram diretto al Comunale. Sorseggio  il caffè.  Alla parete, un orologio, cattura la mia attenzione.  E’ uno di quei tanti che si possono notare a Lecce. Una Q.Torino 1 gennaio 2015, pasticceria Elba, corso Orbassano 96 b, Torino. Foto, Romano Borrelli Non staccherei mai ” di dosso gli occhi”. Come ipnotizzato vedo il mare, il sole, la terra rossa. Il caffè pero’ ha fatto  il suo onesto lavoro. Mi ridesta. E’  ora di …correre. E’ quasi ora di pranzo. La maratona  di tale tipo, in questi giorni, è piuttosto lunga.

Pioggia mattutina su Torino e colazione a Palazzo Madama

Santa Maria di Leuca. Agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (2)Piove su Torino e qualcuno potrebbe richiedermi dove è la novità. Il fatto è che la mattina presto è talvolta piacevole sentire il rumore dell’acqua, della pioggia, sui vetri e sull’asfalto della città. Acqua che pulisce e rinnova. A guardare fuori, dalle finestre, al di la dei vetri, luci della citta’ lentamente si accendono. E cosi si animano, o rianimano vite. Immagino quante famiglie tipo mulino bianco staranno preparando il latte caldo coi biscotti e miele in grande quantita’. Luci.  Comprendi che la città comincia ad animarsi.Forse non è ancora tempo di scuola. O forse per alcuni. In ogni caso, manca poco Per la maggioranza degli studenti. La sedia della maturità ormai è pronta. Chissà per chi. In questi giorni immagino bidelle e bidelli alle prese con  il formarsi delle classi: numeri su fogli, sezioni, piani e banchi che vanno e vengono per una decorosa accoglienza dei ragazzi. per la conta delle piastrelle invece, ancora tempo. Per il momento tralasciamo in soffitta questa “nuvola” e lasciamo che altre nuvole facciano fuoriuscire il loro contenuto. Di pioggia. In questo caso, acqua vera.  La pioggia è insistente. Il ricordo, ma solo per l’acqua, che li e’ mare, grande bellezza, verde e blu insieme, va al faro di Santa Maria di Leuca, a quella macchina che produce luce e regola e regala.

E’ quasi ora del caffè. …mi accomodo, con Quarta in sottofondo. Sfoglio un giornale, la rivista. Torno su Ravenna, su Classe e su Lecce. Un po’ di strada è stata fatta.1410420306565 Ora è tempo di cambiare scarpe per nuove e ulteriori strade e scale.Scarpe Espadrillas. Benetton. Torino. Foto Romano BorrelliChiaramente, sara’ l’acqua che scende copiosamente sulla nostra citta’che ha ripescato il recente passato e che ne ha risvegliato ricordi,che  il, caffe'(avrei voluto il rigorosamente forte Quarta, per la precisione)  testardamente volevo gustarlo col pensiero di Terrazze di Santa Maria di Leuca. In mancanza del mare restava una sola terrazza, di un palazzo, e l’acqua purtroppo non e’ il mare, ma fontane. 1410542190863Cosi questo benedetto caffe mi va di di gustarlo da una terrazza torinese prima del lavoro1410420405335Dove? una colazione a Palazzo Madama.1410420488883 Ho voglia di partecipare a questo rito tutto torinese cosi ben descritto  dalle colonne della cronaca torinese  de La Stampa. Cosi ben raccontato da aver suscitato in tantissimi, come me, questa voglia di partecipare alla nuova  idea rito del cappuccino a Palazzo Madama, inerente i festeggiamenti per i 300 anni dall’arrivo  di Juvarra (era il 1714).  Mentre osservavo la piazza e Torino fin dove possibile da questa vetrata,  dalla pancia di Palazzo Madama, prendendo parte al nuovo rito del cappuccino, i ricordi lentamente si riannodavano ancora al mare, al Salento, fino a quando una voce felice- infelice (felice per aver registrato il sold -out, infelice per non poter accontentare altri clienti) sussurra gentilmente, intorno alle 9.00 , ben in anticipo sull’orario di chiusura, mi ridesta dai sogni pensieri allo stesso tempo: “Signori, spiacenti, abbiamo terminato tutto”. Potete restare ma, per la colazione, a domani. “Tomorrow”.  In molti sono rimasti letteralmente a…..bocca non solo aperta ma asciutta. La forza di un articolo (e di una donna) cosa non ha generato. Complimenti. Davvero. Superati abbondantemente i 23 seduti a tavolino ieri, intenti a sorseggiare un buon cappuccino. Il rodaggio? Ampiamente superato. Se l’intento era quello di avvicinare i torinesi a Palazzo Madama, bhe, allora, ampiamente riuscito. E allora? Bene, bravi, bis. Complimenti ad Enrica Pagella, direttrice di Palazzo Madama.

Da qui sopra la piazza e Torino sono ancora piu belle. Possibile pensare ad una cena da quassu’? E’ una idea che lancio.

Ora, si torna. Anzi, si comincia.

Sogni che viaggiano

20140815_101057Si parte in “Quarta”20140815_092605,come spesso capita (ma questa volta, quando si parte, è con Quarta caffè) quando si parte “fisicamente” ma mentalmente si resta, si parte con una tazzina di “Quarta caffe'” , 20140815_111952leggendo, tanto (ma anche togliendo la virgola, andrebbe bene ugualmente e forse meglio) per ingannare l’attesa, di un treno che porterà indietro, “su al nord”, corpi arrossati dal sole ma non ancora vendemmiati, sorseggiando il caffe’, riposto all’interno del solito bicchierino di plastica, davanti ad  una cartina  (quella del Salento) ripensando a tutti i trasbordi di bus e treni effettuati, ma non riportati sulla cartina, (luoghi ideali per distendersi e andare a spasso con se stessi) con un paio di sogni in tasca, sperando che diventino realta’: che il treno sia puntuale e possibilmente non cumuli ritardo durante il, suo sfrecciare e, piu’ che un sogno, la consapevolezza che le cose belle debbano necessariamente terminare per lasciare che ne accadano altre ancora più belle. E così sia.  E si continua a leggere, di tanto in tanto, il Quotidiano di Lecce nelle pagine dedicate alle sagre, al cibo, ai buoni sapori e ai bei saperi,  o letture  piu impegnative di tanto in tanto messe tra parentesi per dare una occhiata a paesaggi che continuamente mutano, e che intrecciano  passato, presente, futuro.20140815_104620Letture interrotte da sguardi rivolti oltre il finestrino direzion e spiaggia dove fervono preparativi per le  grandi tavolate poste al riparo da  catene ininterrotte di ombrelloni. Letture interrotte da un campanellio tipo Standa che reclamano la nostra attenzione per avvertirci che la prossima fermate è…, oppure che nella carrozza tre è in servizio un mini bar. Ma la novità consiste nella prenotazione della colazione o il pranzo. Una signorina percorre il treno,consegna a ciascun viaggiatore una locandina con menù e prezzi,  e noi, dopo aver scelto, nel giro di poco tempo possiamo avere il nostro pasto comodamente al nostro…posto.  Pagamento anche con carta o bancomat. Vero. Sogni. Alcuni succede che si realizzino (come mostrato da quel 10,5%  su 9.000 iscritti intervistati,della ricerca-sondaggio Linkedin che ha visto realizzato il sogno che si aveva da bambini di poter diventare professionalmente un medico, o giornalista, o avvocato o……. ) come ad esempio l’arrivo del treno a destinazione, come capitato ad una delle tante frecce attese a destinazione e precisamente quello previsto alle 21.40 a Porta Nuova, freccia numero 9824, magicamente apparsa a tempo esatto. Non solo puntuale ma addirittura qualche centinaia di secondi prima, in una città, Torino che ha visto due residenti su tre presenti in questo week-end’. C’era una volta l’esodo… Ora sono rimasti i mini esodo, come capita per certi gelati. Questo del 2014 e’  il mini esodo di ferragosto piu’ basso registrato negli ultimi tre anni. Chi lo sostiene? Il consumo dell’acqua.  Quindi, rientri per pochi e arrivi in stazione all’ora esatta.  Incredibile ma vero se qualche anno fa blog e Stampa scrissero “il viaggio e’ terminato ” (o qualcosa simile su La Stampa) a proposito di una odissea accorsa ad alcuni turisti di ritorno dalle vacanze.PaperArtist_2014-08-16_20-15-2120140815_214003Su quale treno? Il Lecce-Torino. Chissà se si chiamava Freccia Bianca o Eurostar. Detto questo, per chi è rimasto in città le iniziative e gli intrattenimenti non sono mancati. E neanche un pezzetto di “playa” sui Murazzi, un pezzettino di città trasformata in spiaggia, senza mare. Un sogno, sarebbe averlo. Ci resta solo la possibilità di cantarlo, vamos a la playa.   Appena partite in città e a Castelnuovo don Bosco (dove era presente il decimo successore di don Bosco, don Angel Fernandez Artime, che ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Castelnuovo) le celebrazioni per i 200 anni dalla nascita di un santo sociale, di un Santo giovane e dei giovani e, restando in tema, di un sogno. Quello di don Bosco.20140816_184902

Un cuore nel cielo (di Senigallia)

Sguardi rivolti al cielo, come in preghiera. Un cuore enorme, come disegnato, e pensato che tale deve essere, da quei tanti che affidano al cielo i propri desideri e le proprie aspettative. Aerei, prima presentatisi ai nostri occhi come puntini, poi, via via che si avvicinano,  bolidi che sfrecciano e assordano e si materializzano nel giro di poco, nel loro reale aspetto,  che poi sono  “le frecce tricolori” , col loro carburante che hanno in “corpo”, “scaricato”  e sbuffato, insieme al grigio, il rosso, ilbianco, il verde, sul grande foglio della vita che si chiama cielo.

Non amo particolarmente questi “veicoli del cielo” che disegnano il cielo come fosse un foglio A3 ad una velocita’ che neanche i bambini…Ma, mi piace,  e mi lascia incuriosito, questo si, osservare il veloce movimento di quanti si affannano e  quanti velocemente, mano “ a visiera” aspettano con trepidazione questi aerei provenire da Falconara. “Eccoli, eccoli”  li si sente gridare, i turisti e i bagnanti di questo splendido posto che si chiama Senigallia. E, scatto felino in avanti, capace di far ribaltare la sedia a sdraio, i turisti, villeggianti, recuperano velocemente , cellulari e macchina fotografica  da sotto l’ombrellone, per immortalare passaggio e disegno dei bolidi nel cielo di Senigallia.  E cosi tutti di corsa, sabbia tra le dita dei piedi,  verso riva, dove onde dopo onde si infrangono sui nostri piedi,  a mollo, privati dei sandali. E mi sarei sentito come un paio di mesi prima a Recanati  con una poesia tra le mani a sentire “le stelle sul capo e stto i piedi il mare” ( Emily Dickinson). Tanto e’ il velluto che conta. E qui, è davvero in abbondanza.  Anche io ho il cellulare tra le mani, in attesa di una chiamata o un sms ma un passaggio, dei bolidi,  mi cattura e coglie l’attenzione. Le onde e il loro infrangersi sono musica,  richiami di un ritorno.  Occhi su, occhi giù, occhi sull'”appendice” così cara ai nativi digitali. In attesa. Di qualcosa o qualcuno che ora non e’ presente. Ma lassù, si. Vanno e vengono. Il dondolio delle onde mi coccola i piedi, qua, portandomi altrove, col pensiero, pensandomi  in Salento. Là, dove tra poco, tornerò, sotto il sole.

Quà. Un pensiero di smarrimento per una collocazione di necessità,  di attesa. Anche se piacevole e morbida, oserei dire…”vellutata”, mielosa.  I bolidi con le loro frecce hanno disegnato un grande cuore in cielo, forse per omaggiarla. Il cielo, un foglio da disegno, una tavola imbandita, dove, nell’Italia anni ’80, non mancava mai un cuore. E tutti saltavamo la staccionata, oltre l’ostacolo. Come oggi. L’aereoporto e’poco distante da qui, dietro le colline. Un attimo e sono gia’ qui. Lungo la massicciata il treno percorre la sua strada e il suo rumore ed il suo affannarsi nel farsi largo e strada sono coperti dal rumore dei giganti del cielo. Quasi mi dispiace che il saluto del treno, come se ci conoscessimo, sia coperto da quello del bolide. Ma forse salutava i bolidi, in una gara impari. Il passaggio del treno e’ il mio orologio tra me e lei. Ad ogni passaggio di un treno il tempo si accorcia e cosi la distanza mentre lei si posiziona tra le mie braccia e si stringe sempre più. Il treno, sarà poi la clessidra. Uno dopo l’altro, il mio orologio. Il tempo, le ore, sono come lente come e’ lento un mulino. Ma la cronaca ora e’ tutta per i bolidi. Tutti i bagnanti in avanti, tutti naso all’aria, tutti un desiderio da esprimere. Manco fosse la notte di San Lorenzo. “Dai, L. ora che sono passati gli aerei e hanno lasciato il cuore, chiama, che ti faccio vedere il nostro” ! Così parla e sospira chi mi e’ davanti, in attesa anche lui di una telefonata. Fa caldo, parecchio. Suda, come noi tutti, ma lui per la trepidazione di una chiamata che pare non arrivare. In molti, pagato dazio al calore estivo, e immortalato su cellulare e digitale il passaggio, raggiungono velocemente le loro postazioni precedentemente e momentaneamente abbandonate,  i loro ombrelloni e la loro attivita”: il dolce far niente. Anche chi era davanti a me e aspettava il trillo di  L.  Lui ha ricevuto la sua telefonata. Colgo briciole della loro conversazione. Le incollo, le mescolo, rimescolo. Agito bene e rimescolo con un pizzico di fantasia.  Lui ha un tono alto. Presto si vedranno, alla stazione. Da queste parti, fanno un bel mercatino estivo, ci sara’ modo di comprare qualcosa, un gelato, magari un paio di zeppe, di quelle che si usano quest’anno. Magari un tuffo nell’infanzia, tra i bazar, dove si veninva con in nonni, per un gelato. Anche io ripiego verso luoghi piu’ freschi grazie a pale di ventilatori posizionati in ogni stanza di quell’ albergo da me scelto, a conduzione famigliare  dal nome vagamente tedesco. “Hamburg”. Mi incammino e penso ai buoni libri che mi attendono,  in attesa, sparsi, briciole di vita di altri, incollati e messi insieme per altri ancora e ancora le cronache del Corriere Adriatico e del Messaggero venduti, da queste parti, in coppia e letti in coppia, residui delle nostre letture di coppia di ieri e dell’altro ieri e di quando eravamo e forse non siamo stati, o forse si. Di quando leggevamo, sulla spiaggia, a discettare se “la strada ” faceva “paura” e a chi e perche’ e per come. E se il “Diritto era di volare” congiuntamente a quell0 dell’amare e dell’amore, mentre le nostre dita, anche oro, disgnavano un cuore sulla sabbia. I nostri cuori erano il motore e il nostro carburante, la nostra penna.

Un  po’ qua’e un po’ là, libri e costumi e abiti disseminati per la stanza come giochi estivi per bambini.  Anche l’entrata-giardino di questo albergo, dal vago sapore, almeno nel nome, tedesco (Hamburg) e’disseminata di giochi per bambini e di un tavolo da ping- pong sempre impegnato, a dire il vero,  per gare interminabili. Alcuni gradini, una rampa e recupero la mia stanza. Il profumo del cibo si espande e si attacca all’unico vestito, i boxer. Ma la pelle è una buona sostituta. Qui, si cucina davvero bene e si mangia il doppio. Anche io, sono in attesa della mia telefonata. Mi pare di sentirla già in anticipo, coperta dal rumore della  tv che gracchia mentre le pale (non con due l) girano e muovono l’aria.  “Velocita’ 1, 2, 3”, e girano e muovono ma incapaci di coprire voci e schiamazzi provenienti dal di fuori. E’ estate, giusto così. Sul comodino un blocco e la penna. Penso che talvolta la penna nella sua funzione abbia un che di vago, un qualcosa di simile ad una “siringa” che aspira pensieri e li traccia su di un foglio,  dandogli forma,  come appunti di memoria. Rimonta (la penna come “siringa”) pezzi sparsi,  qua e là e li scrivo. “A lei,la,  L. “. Gesti quotidiani e pensieri sparsi lungo quel viale che nel suo  “zoccolo”,  scritto in calce,  segna metri e km tra il porto e le sue luci e il confine di questa ridente cittadina “che ha dato i natali alla signora Yoko”. Con una Rotonda sul mare. Cosi mi disse mentre,  eravamo, in altro tempo, in attesa di una pizza. In altra vita  i suoi piedi sotto il tavolo strusciavano contro i miei, come un gatto quando fa le fusa. Eravamo solo noi, come una canzone. Il grande big bang era ancora lontano da noi. Segnali di quanto sarebbe stato bello un tramonto capace di addolcire anche i cuori piu duri. Lunga attesa, sommersa dai nostri “che ne sara’ di noi” al suono di una luce, degli occhi.   Segni incollati e mai staccati, nonostante i pantaloncini fossero ancora lontani da arrivare. Segni che restano, come cicatrici, come quando ti fai frugare nell’anima. E allora, no. Non si puo’ dimenticare. E nascono poesie come petali di fiori. Una dopo l’altra. Segnali, scrivevo, sul muretto, per quanti corrono e passeggiata e lungomare per altri,  che si pongono al riparo dai raggi del sole,  nel loro ciondolare nelle ore piu calde “della spiaggia di velluto”.  Muretto, un  sedile kilometrico per le ore notturne,  lunga passeggiata per innamorati, raccoglitore di storie e di memorie di una cittadina che non ti lascia mai solo. Muretto, dove ti metti a cavalcioni, quando sei solo, a cavallo tra la Rotonda e il mare.DSC01239

Lascio la Rotonda, la spiaggia, vellutata,  il mare, la vista delle colline sullo sfondo e ripiego. Con un cuore nelle tasche ed uno da immortalare sul blog. La sera si avvicina,  il tramonto la accompagna,  lo struscio riempie strade e piazze di come avventori i locali e la musica dei bagni (dai bagni) farà  alba.  Nel frattempo, onde e ancora onde si sono infrante e si infrangeranno in un moto continuo e perenne come promesse di ritorni mantenuti. E così  ogni notte e ogni giorno l’amore si rinnova.

Ps. Ma quanto è  bella Senigallia.

Ps. Complimenti a Jessica Rossi, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra, specialità, tiro a volo. Complimenti per i valori che esprime e per la dedica al suo paese, Crevalcore, uno dei paesi piu danneggiati dal terremoto di maggio.

Il viale del ritorno è lungo, sotto un sole solo, a picco. Sudato, ancora prima di incamminarmi. Alla stazione, qualche macchinetta per le bevande. Un caffè, l’acqua, i giornali all’edicola della stazione, che vende proprio tutto, anche i biglietti per il bus, di quelli che ti fanno ciondolare avanti e indietro per questi paesini così belli. Convalido il biglietto. Il treno arriva. Fischia. Mi accomodo. Per cinque ore sarà la mia casa, il mio salotto in una condivisione forzata. Amo il treno, ma anche no, per come avvicina ma anche come sa allontantare, e quando allontanta, come certe poesie, allora fa male. E non ci capisci più nulla. La vegetazione muta e così anche il mare che osservi dal finestrino e il caldo che immagini fuori, nonostante l’aria condizionata a palla, in questo bolide che è solo un freccia Adriatica. Poverino, forse si sentirà un po’ sminuito, con quelle altre frecce. Gli ulivi dicono che ormai ci siamo. Anche la fabbrica caffè Quarta mi dice che stiamo per arrivare alla stazione di Lecce. Siamo arrivati. Ancora un altra volta. Frugo nel mio zaino. Sono rimaste briciole di pane, scritte e vergate a mano. Briciole di pane che si chiamano amore. Le imbuco. Per tutte le altre destinazioni. La dove poco prima c’era il cuore. Mi volto e penso che “Ti mandero’ un bacio con il vento. Ti volterai senza vedermi ma io saro’  li” (PablobNeruda).  Un cuore a Senigallia. Un bacio a Senigallia.