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La “storia” sul piattino…

Torino, 8 novembre 2014. Piazza Cln, foto, Romano BorrelliEsiste qualcosa che “accomuna” l’archeologia con la psicologia e la storia. Scavare tra Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrellireperti archeologici e, o, scavare, nel senso buono del termine, con la massima libertà, (di chi si lascia scavare), delicatezza, attenzione, nelle persone, per la seconda. Relazionarsi, mettere a fuoco, inquadrare, esporre quanto inespresso. Talvolta, nel gioco delle lettere, entra in scena una vocale e da scavare, la parola, diviene scovare, che è lavoro e patrimonio dello storico. Per il gioco delle “aste”, “stanghette” ,”punteggiatura” , “maiuscole-minuscole” poi, la S maiuscola della storia si trasforma in storia, o storie, di gente comune, che solo superficialmente appaiono insignificanti ma che tali non sono. Ogni persona che incontriamo rappresenta un dono. Sta poi a noi approfondire l’altro, che è in noi. E migliorarci. Magari “abbattendo” altro tipo di …”muro”… 25, 28, 28, 25….Berlino. Il muro, cosa resta. Foto, Romano BorrelliBerlino, Foto, Romano BorrelliBerlino, il muro. Foto, Romano BorrelliPensavo e scrivevo questo,  a commento di uno scritto, proprio nel momento esatto in cui “calpestavo” il simbolo della nostra città: il toro.Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrelli (2)

Torino. una città che contiene tutta l’arte, in un fine settimana. “Artissima”, “Paratissima”, “bellissima”,  Torino. Sembra uno spot di un’acqua e invece e ‘una Torino “tutta da bere” diversamente, in una notte bianca. Dell’arte. La città in cui “Io lavoro”.  La città dei fiumi, delle luci, degli artisti e delle luci d’artista.Torino, 8 novembre 2014, via Roma. Foto, Romano Borrelli

Un carnevale di colori, odori, profumi e storie che si incontrano e incrocianoDecido per un caffè e  ovviamente, come capita da qualche giorno, mi reco presso “La casa del caffè” o presso la fabbrica di una storia. O nella storia dell'”otto volante”. O nella storia che transitava da qui, su un bus 50, dalle orecchie “grosse”, mica fini”,  grandi al pari di quelle di un elefante. Orecchie “tirate e chiuse” da un autista atm in maniera  tale da non fargli percepire le storie che  si consumavano nel suo corpaccione da pachiderma arancione. Le viveva e ci vivevano, li sopra, inglobandole, ma con discrezione.

Sono quasi all’entrata del bar. Poso la mano sulla porta destra. Quella sinistra è contrassegnata dal divieto d’accesso. Come una porta girevole.  Però quale combinazione! Un gesto nel presente e un gesto nel passato: l’autista atm che abbassava il finestrino con la sinistra per “attrarre” a sé “l’orecchio elefantiaco” del 50 e la destra sulla ciambella!  Nel presente, con la destra spingo la meta’ di una porta e con la sinistra apro e richiudo la mano a mo di pugno: “ciao ciao”, a chi e’ qui e a quanti prenderanno vita nella fantasia e si materializzeranno da un semplice ” succo di penna”. Conosco cosa troverò e chi incontrerò, prima, dopo e durante il caffè.  So anche che nel “piattino” che mi verrà posto sul bancone al termine del caffè non ci sarà solo una ricevuta,  lo scontrino, di quanto avrò consumato. Quel che mi verrà restituito  sarà molto più di un buon caffè. Una ” chiave” per “scovare” storie. 

Il cielo su Torino è stellato. Torino, 8 novembre 2014. Luci d'artista, via Roma. Foto, Romano BorrelliE così doveva essere quando qui si incontravano M. e L. a sorseggiare il loro caffè, cappuccino e masticare qualche cantuccio, lontani dagli affanni del mondo, seduti in questo piccolo grande mondo: il loro.  Li immagino, seduti, prima o dopo il lavoro. E quando era “dopo”  un carezza non mancava mai. Al cane che era in compagnia di chi vendeva, a due passi da qui, informazione, con “Stampa Sera”.  E loro? Lei, dolcevita, bianca, capelli neri, fin sulle spalle, una forcina per unire e tenere lontane crisi, zero trucco e due orecchini in perla bianca piccolissimi che ne incorniciavano il tutto, ovvero, la storia.La loro e con quella, gli anni ’70, ’80, torinese o italiana.  Lui, bhe, lui, riesco ad immaginarne solo gli occhi: da innamorato. Vicini e vicinanza di luci, d’artista. Perche’amare e’ una cosa semplice, ma anche un’arte. Vicinanza perche’  illumina e non acceca. Alla ricerca di una qualche chiave anche loro, per “entrare” nella casa adatta ai  loro sogni.  O di una forcina, tra i capelli, per i capelli. Amore.In costruzione. Guardarsi negli occhi e ascoltarsi. Per scavarsi vicendevolmente e scoprirne desideri, stati d’animo, psicologia e costruire così una grande storia. La storia di M. e L. ovattata, messa al riparo da altre che prendevano piede li vicino. Storie che si costruivano all’aperto, ma diverse da quelle di L. e M. Ma l’amore puo’ fare a meno del troppo capire? Storie all’aperto, un po’ “gonfiate”, tra chi domandava e chi offriva.

Il Lunedi mattina, infatti, in quella  piazzetta, che profumava come le erbe, si teneva il “mercato dei bugiardi“. Ma non era “Piazza delle erbe?” Non era qui su quella piazza che esisteva una erboristeria, una gastronomia, una sartoria? Non era forse qui che chi cercava lavoro poteva anche trovarlo? Certamente, un “piccolo sud” dove  lavoratori e padroni si “incontravano, amplificando molto fra competenze e paga promessa. Incontri, scontri, promesse verbali in piazza…mozioni, interrogazioni, interpellanze in altra piazza. Tutto “in comune”.  Quelle più belle, probabilmente, avvenivano proprio in quel…cantuccio del bar. La casa del caffè eletta loro domicilio: la casa del loro amore.

Tra un pensiero e l’ altro, non e’ che per caso mi sono perso Novelli mentre usciva?

Bhè, bellissima  Torino, si è fatta sera e l’appetito si fa sentire…………..Buon appetito. In piazza Solferino,Torino 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli si mangia.Torino, 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli

La sedia della maturità

Maturità. Ultima sedutaSedia, sedia delle mie brame, chi è stato il più bravo del reame nella scuola della maturità?”. Cara sedia, non solo sei presente in religioso silenzio a domande continue, ora dal Presidente, ora dai commissari, ora  dal pubblico che assiste alle interrogazioni ma tanta invidia traspare ogni qual volta occhi paurosi, timorosi, attenti, ansiosi dei ragazzi (e) convergono  su di te, su quelle preziose mattonelle sulle quali ti hanno inchiodata.  Ma tu, sai come prenderti al rivincita inchiodando, per l’ultima volta, dopo anni, il candidato.  E i poveri maturandi, a domandarsi: “Ma a chi tocca, dopo?”. “Ma quanto la tengono, lì, sulla sedia?”. Quanta invidia. Quante volte ti sarà capitato di dire al termine di ogni seduta “che c..o”! Ovviamente per la valutazione a “doppia cifra” del maturando! Quante ne avrai viste? E quante, sentite? Chissà quante volte avrai pensato tra i “tuoi denti”  di legno che sorreggono forme, “non ti alzare, non ti alzare, ti prego, non ti alzare”. Ma poi, anche quando cio’ avviene, non ti dai mai pena perché tanto, non finisce mica lì.  La maturità è un po’ come i mondiali. Una scia lunga un mese. Emozioni grandi. Da coppa. Beata te, sostengono in molti. E già: “che c..o”! Da par condicio: F e M che ti accarezzano in continuazione. E che tu, accarezzi, ovviamente.

Tra un candidato e l’altro, qualcuno “butta un occhio”, scostando appena l’uscio per non innervosire il Presidente, per vedere a che punto sei. Ti sarai affaticata? Ti sarai spostata di qualche piastrella?  Uno dei candidati mi dicono abbia preparato una tesina che aveva a che fare con la psicologia, con l’analisi, con l’inconscio, i sogni. Dovrebbe essere una bella tesina. Probabilmente in alcuni casi si potrebbero evitare le sedute in analisi. Probabilmente. Chi lo sa. Sarebbe stato utile approfondire il tema, se solo il tempo…Una tesina multidisciplinare. Che affonda le radici nella storia, ricca di storia d’altri tempi. Tra gli aspetti psicologici-filosofici e quelli storici, a dire il vero, preferivo questi ultimi. Davano una certa consistenza. I primi inducevano a pensare ad un dolore paragonato ad un gomitolo di lana. In un romanzo la protagonista si riprometteva di  coadiuvare la sua meta’ in un’ attenta diminuzione di quel gomitolo, tranne poi indurlo ad aprire un negozio, talmente tanta era stata la produzione di lana. Paradossi. Corridoio della scuola, manica lunghissima, spazio vuoto tra vite piene esposte in vetrina. Vite in vetrina sfogliate, lette e valutate. Sequenze di quadri lungo questa autostrada che portera’ chissa’ dove, cominciata  un lustro fa. Fotografie, frammenti di giorni andati che tornano nella mente come lampi. E parole commerciate e consumate. Consunte, lacerate, tirate a proprio vantaggio.  Tesine. Argomenti piu’ disparati e un pieno di emozioni quando un candidato la stringe forte al petto e dice: “la regalero’ ad unapersona impirtante. L’abbiamo scritta insieme. Contiene argomentazione, giorni e notti”.

Quante parole consumate, costruite, in una tesina per arrivare a dimostrare qualcosa. Da qualche parte ho letto la differenza tra anime e persone e loro modalità di comunicazione. Come le prime, nel loro comunicare, negli stati angosciosi si allontanano per poi …sollevate, tornare a sorridersi. Ma come? Da lontano. L’aspetto psicologico prendeva l’abbrivio ma era il contenuto della storia che si mostrava particolarmente interessante. Una storia di “sosta” per un cammino  parallelo, diviso poi da qualche “accidente” per ritrovarsi alla distanza  senza mai essersi  realmente sorretti  da una forza particolare. Quella dell’amore. O del bene, direbbe Platone.  Ritrovatisi maturi, in coppia, a distanza di un anno. Tanto che questa volta, era la sedia che apparentemente si apprestava a prendersi la rivincita nel dire al candidato, quasi invidiosa della felicità altrui (mentre si apprestava a raggiungere una “metà”): “che c..o”! Ma lui in maniera impercettibile, quasi come avesse ascoltato, senza  aver raccolto la provocazione, conclude la  grande  prova di maturità. La sua, dicendo fra sé e sé: “cara sedia, questo non è c..o. Questo è bene puro. Amore mio”.

E gia’, qua’ non ci si rassegna alla diserzione delle emozioni.Anche quando gli oggetti della vita, un tramonto, una spiaggia, un viaggio, hanno poco da dirti o non dicono , al pari delle infradito d’inverno, bhe’, basta guardare chi fa la scuola per tornare un po’a sorridere.Torino, sullo sfondo, Piazza Castello. Foto, Romano Borrelli