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Ricominciare

Torino 18 ottobre 2014. Foto, Romano BorrelliMi piace molto questa macchina da scrivere che posa davanti a me. Sa di mare e ha tante cose da raccontare. Posa, e non so se sia lei a scrivere o io. O forse a piu’ mani tasti e testi a due teste. Come un pittore e la sua modella. Un  atto d’amore. La pittura. E la scrittura. Anche se spesso si fa piu’ insistente il pensiero di chiuderla e riavvolgere il nastro. Del film? Di questa storia. Del blog. Domani comincio….o ricomincio. Il lento (mica poi tanto) trascorrere del  tempo mi riporta li dove molto era finito prima di cominciare e dove molto avrebbe potuto e dovuto ricominciare. Se penso alla natura e alla sua capacita’ di rimettere tutto a posto, prima o poi, penso che  allora questa notte dormiro’ sereno, e forse e’ questo il senso dell’ottimismo, il fatto che i conflitti interiori si stemperano e tutto, prima o poi, presto o tardi, ritorna in equlibrio, anche se e’ il caos prima della forma. E forse probabilmente  torno al caos se tutto era da cominciare. 20141020_063009Sbucherà ancora il treno, mi siederò e guardero’ le scarpe. Già, le scarpe. Prima di chiudere gli occhi. Un tempo avrei posato il giornale sul sedile vicino, pensando e ripensando a quanti km avrebbe percorso e quante mani lo avrebbero sfogliato. Letture, pensieri e sogni che viaggiano. Formazione di coscienza. Ma quante parole contengono questi  benedetti treni? Vedro’ la citta’ svegliarsi e qualcuno risvegliarsi, sbadigliando, portandosi addosso il calore del letto, e non solo,  il profumo che si sparge per le vie, queste si, ordinate, squadrate, tutte “pettinate”, pronte per l’accoglienza, come capita la mattina presto, nelle scuole, nei pressi delle bidellerie, ai piani, prima dell’entrata, prima che “la campana suoni e dia inizio all’apertura del libro della vita”. 20141020_062844Ripensero’ a quei galli che mi tenevano compagnia per un paio, di km buoni buoni di sterrato, e che mi daranno la sveglia nell’attraversare lo stradone, il fango dopo la neve nei mesi invernali, e le pozzanghere che riempiono qualche buca come maschere e trucco su un bel viso; galli, 20141020_145935 con il loro canto e i versi delle mucche, la dove la cittadina finisce e comincia la campagna ,  rivedro il sole sorgere e pensero’ che ogni giorno un po’ si muore e il giorno dopo si rinasce e tutto ricomincia da capo. Caos prima di tutto, come ingenuità, meraviglia e fiducia, poi, le forme.  Ricordero’ le telefonate fatte e ricevute  (e forse un po’ mancheranno come l’aria che mancava quando telefonavi da sotto le coperte, per non far rumore, per non farti sentire) per sentirmi meno solo e meno precario, quando la salita si faceva e si fa collina, e un quarto d’ora era il tempo per me, per te, prima di consegnare il resto alla scuola e il tuo ai tuoi libri,  facendosi largo nel gruppo, sigaretta in bocca prima di entrare, facendoti largo per te per  un posto in biblioteca…Cambierà rispetto a qualche anno fa un abito, un orario e nella forma, qualche kg in piu’ , e telefonate  in meno,  qualche amore sottratto dentro e qualche amore in piu fuori, e questo per quel sano equilibrio che la natura dispone: ovunque sia, l’amor, sia felice, se manchera’ qualcosa qui avrà qualcosa li…e un giorno forse, chi lo sa…Dal dialogo forse…o col dialogo forse, sereno e beato. I colori del mattino si distendono, un nuovo giorno si va facendo. Altri se ne faranno. La vita si sa, è un lungo viaggio. 20141020_062405

Città aperta

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Torino, città delle piazze. Una, fra le tante, o meglio, tutte, se pensate per tutti, Piazza delle medaglie, della gente comune, e da appuntare alla gente comune, che pero’ non gareggia, in uno sport, ma nella vita, a cercare il posto giusto, ma senza competitività,  che sciopera, per un domani migliore, per sé, e per altri,  talvolta, e si ritrova qua, dopo un lungo corteo, gente che  esce dall’Università, e talvolta luogo  delle studentesse e degli studenti, che manifestano per i tagli, alla scuola, e qualcuno ne è uscito col dito ammaccato, gente che esce dagli uffici, da scuola, da messa, dalla bellissima Basilica di  San Lorenzo,  che passeggia, che si innamora, si rinfranca cercando una panchina…che esce dalla Regione….Piazza che installa e gente che si installa. Quando poi, scuola, lavoro e amore confluiscono, come il primo di maggio, è l’apoteosi. Giapponesi e non, sempre con la macchinetta fotografica alla mano e gente che è alla mano. Una piazza nel cuore sempre aperto di Torino. Panchine, libri  e giornale cittadino sempre aperti. Coppiette, con trancio di pizza, “focaccia ligure“,  quella comprata sotto i portici,  o in alternativa, parole, miele, che non è mai troppo, e amore. E’ sufficiente. In lontananza le luci di via Roma e via Po, e via Pietro Micca. Da qualche zaino, di qualche scolaresca, di tanto in tanto, fuoriesce un  pallone.  Per brevissimi istanti. Ma la piazza è un “quadro” e tale si conserva, e folle di turisti e residenti, sono in coda, per vedere. Una “Sacra famiglia“, come tante altre che girano, qui intorno. Raffaello intanto, osserva con occhio fermo e si lascia osservare. La piazza va fotografata, conservata, “mostrata”.   Un pallone, dicevo, talvolta, data la dimensione, è già “fuori”, come il pallone-occhio. Il pallone mongolfiera, e i suoi “mongolfolli”, che staziona a Borgo Dora e che ricorda come siano sempre attuali i livelli di vita; quando il cielo è pulito, si riesce a vedere anche il Sud, e il suo mare, e la sabbia di velluto. Da lassù, Torino: una grande bellezza. Ma occorre anche “stare dentro“, e questa piazza aiuta, a godere di ogni piccolo istante, anche una semplice camminata, la lettura di un libro: una mindfulness. Un “pallone” tirato troppo forte  e troppo in aria, ridiscende velocemente, alle spalle di Piazza Castello. Ma, una mano, è pronta ad accoglierlo. Le mani, solo talvolta sono piene. Non mancano mai,  nella gente comune, le mani tesi, aperte, pronte all’accoglienza. Città che accoglie. Che ci prova, ad amare. Città che resiste, e che per questo, la sua medaglia, questa si, d’oro, alla Resistenza,  la detiene e la conserva.  Città aperta. Torino.

Un cuore di stella

DSC00095DSC00094Luna piena in cielo. Manca solo una stella.  I cuori disegnati sulla sabbia, chissà. Pero’ resistono, lì dove sono. Al proprio posto. L’acqua del monumento specchia palazzi e portici. Un’antenna  del grattacielo, poco distante da qua,  tocca la prima con un dito e finalmente, pur con i piedi per terra e  ben piantati, il secondo  ora è un gigante felice. Alcune finestre, simili a tanti occhi, sembrano sorridere. Altre sembrano pantaloni tapparella, così di modo ultimamente.  Via vai continuo per la strada, “sotto portego”. Vetrine illuminate e cartelli dei saldi ben in vista.  E sotto portego, di tanto in tanto, qualche mano dona qualcosa e un’altra accoglie. Con la firma di una stella.  Eppure da quelle mani (e da quei sorrisi) per alcuni istanti si irradiano forti caratteri di solidarietà, e fratellanza. Chi si ferma,  riceve “un cartoccio di minestra” ma non lo prende per sé. Lo raccoglie, con delicatezza, per consegnare quel pensiero a qualche conoscente, che versa in condizioni precarie: qualche anziano, la badante, il vicino di casa che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, e così via.  Un “cuore” di gente, oserei dire.  Come ai tempi duri di Giovannino e Margherita. O magari più recenti a noi. Come la storia di quell’impiegato, che dopo aver preso come era consuetudine, il treno locale del mattino, per essere pronto  al suono della campana, trovava sempre un sorriso, incorniciato a un bel paio di baffetti, camici, gilet e giacca di velluto. Un caffè,  al bar, non  perché ne avesse necessità o desiderio, di andarvi, quanto un modo gentile per tendere una mano, e offrire velatamente un momento di dignità, di esistenza, strappata   dalle circostanze della vita, di quell’esistenza  precaria; un cappuccino, una presenza, un qualcosa con cui ristorarsi e riaffermare se stesso, per un breve momento.   Era ben cosciente di cosa volesse dire “fare tanta strada“, in mezzo alla neve, con i due trasbordi, da quando qualche “genio“, su quella tratta, non c’era più, e qualche altro genio, non poneva in essere politiche diverse di trasporto alterative  alla gomma. Eppure erano solo 40 km di strada ferrata. A binario unico.  Possibile che ci si mettesse lo stesso tempo di percorrenza come 60 anni fa? Già, sessanta. E sessanta, quasi, erano i suoi anni, e negli anni, di racconti sotto la neve, ne aveva sentiti. Parecchi. Storie di trasbordi e di deportazione.  Del  padre. Sotto la neve. E forse proprio quei km sotto la neve, i trasbordi, e la precarietà di quella condizione, lo portavano a chiedere con tanta naturalezza: “andiamo al bar?” Che poi, lui, al bar, non è che prendesse chissà cosa. Si limitava semplicemente al suo caffè. Corto, ristretto.  Sapeva però, forse un po’ come Giovannino, che, a stomaco pieno, si ragiona e si lavora meglio. Sulla sua scrivania, un pc sempre acceso, una macchina da scrivere, dei tempi andati, a fare anche qui, un po’ di museo,   come l’altro, lì nei pressi, e pratiche circolari che circolarmente gli giravano intorno. Anche quando non era ora la trovava sempre. Per gli altri. Sempre al servizio. Un mattino, l’ultimo, prima del congedo col pendolare, guardando le montagne, in lontananza, gli disse: “Che bel panorama. Le sere d’estate, il cielo, è bellissimo. Le stelle sembrano danzare e mentre piroettano, compiono magnifici disegni. Da domani, forse, quel cielo, sarà ancora più bello, nonostante un viaggio,  di questa nostra amicizia sia giunto al termine. Il cielo sarà più completo. Un nuovo carro, sarà presente, e trainerà, da domani in poi, anche  quello dell’amicizia”. Detto questo, gli pose in dono un libro. “Neve” di Orhan Pamuk.  Una dedica e la sua firma     ne  vergava  la prima pagina: “Ogni persona ha una stella, ogni stella ha un amico e ogni persona ha qualcuno che gli somiglia, una stella simile alla sua  che si porta dentro come confidente. Con amicizia, V.”

Intanto, per alcuni minuti, con le storie, lasciamo che il cuore continui a battere.

Juri Bossuto e Simone Ciabattoni

“Impatto devastante della precarizzazione delle condizioni materiali d’esistenza sulla vita affettiva....”, leggevo Zygmunt Bauman, questa mattina, mentre, col mio solito treno mi recavo sul posto di lavoro, precario, insieme a tantissimi altri precari, o, senza “fissa dimora lavorativa”. Bauman,  interprete della crisi attuale, di questo terzo anno di crisi….”in questo treno che passa, in questa vita di merda”, risuonava nelle mie orecchie  una nota band italiana salentina. Libro e musica, interrotte da una telefonata mattutina. Un compagno di lavoro, licenziato. Fatto accomodare, fuori, dalle mura di una fabbrica. Disoccupati, precari, in mobilità, respirano, invisibili si narrano, alcuni posti avanti al mio, e l’aria sembra impregnata dai loro lamenti.  Un treno, come le scuole che impastano come lievito i racconti degli ultimi, e alla fine ti rendi conto che quei racconti sono simili, dove la cifra finale è la sofferenza, l’incapacità di giungere a fine mese, dove le disuguaglianze tra ricchi e poveri aumentano sempre piu’. E allo  scendere dal treno, degli invisibili, anche quei,  sedili incapaci di raccoglierne le forme, paiono raccontare quelle loro sofferenze, le loro grida. Un tempo senza un orizzonte temporale certo. Per tantissimi. Con un governo e una maggioranza che indifferenti vanno avanti insensibili. Allure istituzionale? Macchè….neanche una comunicazione, del cambio di maggioranza, di governo. La centralità del parlamento, soggetto e non oggetto. Un Parlamento poco considerato da un governo che è una fiocina negli occhi di molti. Spero che queste elezioni amministrative diano un segnale diverso, capace di porre un argine, un’inversione di tendenza. Spero in un’ottima riuscirta, di Juri Bossuto al Comune di Torino e di un giovane, in circoscrizione, Simone Ciabattoni.

Intanto ci apprestiamo all’ennesimo sciopero, pur di farci sentire…Indigamoci, anche se non è sufficiente.

Simone Ciabattoni, candidato FdS circoscrizione n. 4 Torino

Buon primo maggio.

Romano e Juri Bossuto

Da qualche tempo ha ripreso a circolare un vecchio tram per le strade di Torino. Il numero 7, colore dei tempi andati, verde. Alcuni di quei mezzi sono doppi, altri singoli, con una sola porta centrale adatta per l’uscita. Altri, serie 28, sono di quelli già circolanti sulle strade di Torino, solo colorati di quel verde anni 70. Effetti speciali. Probabilmente tentare di tenere in vita forme del passato, come quelle, è piu’ semplice che tenere in vita conquiste del movimento operaio. Effetti speciali. Come tantissime notizie che circolano sulla ripresa economica, che non esiste. Come la povertà infantile, privata dei giusti riflettori. Come la disoccupazione giovanile che viaggia al 29%. O ancora il tasso di occupazione femminile, intorno al 48%. Dati che ci pongono lontani dalla media Ocse. Come chi sostiene che la speranza di vita si allunga e 40 anni di lavoro sono “giusti” e che come sostengono alcuni, privi di senso di realtà, continuano a sostenere che “ipotizzando di cominciare l’attività lavorativa a 20 anni, si potrà andare in pensione a 60 anni“. Dimenticando facilmente che in questi 40 anni di mezzo le interruzioni dovute alla precarietà sono davvero enormi. Senza paracadute. Senza ammortizzatori. Impossibilitati a richiedere forme di disoccupazione, un altro pezzo dello stato sociale che se ne va.

Facile salire sul 7. Molto piu difficile sostenere le conquiste del movimento operaio stando, a suo tempo, dalla parte della Fiom.

Forse troppa televisione ci ha davvero zittiti, incapaci di riflettere. Anche sul recente passato.

Ieri, a Torino, un interessante incontro al Circolo dei Lettori, “una maratona di parole e danza mute”, con l’Accademia del Silenzio. Nel pomeriggio un intervento mi ha dato modo di riflettere. “Quanti di voi hanno il senso per le invenzioni?” Dalla sala, piena, solo due mani alzate. Una nel pubblico, una del relatore, inventore, anni fa, di una “zanzariera ad ultrasuoni”. La domanda successiva era: “Quanti di voi guardano la televisione?”. Quasi la totalità. E da qui, il confronto su come era la televisione trenta anni fa e come è ora. Un film la settimana, un tempo, e, possibilità di sognare, tra un tempo e l’altro, e, nel corso della nostra vita. Oggi, siamo letteralmente “martellati” dalla pubblicità, onnipresente. Sogni infranti. Incapaci di indignarci. Incapaci di scegliere. Indifferenti. Tutti free-rider. Nella competizione elettorale, qui, a Torino, ampia visibilità e riflettori sempre accesi solo su due o tre candidati. Alla faccia della par condicio. Anche il 25 aprile, nonostante fosse presente, in piazza, Juri Bossuto, candidato per la Federazione della Sinistra al comune di Torino, solo due candidati hanno avuto visibilità. Forse perchè davvero “se abbiamo cose da dire” dobbiamo stare zitti. I riflettori dei mass-media si spengono, e noi dobbiamo essere capace di riaccendere le coscienze, quella sociale, prima, quella politica poi. Sentire un politico che persiste nella sua concezione di “politica conseguente al voto utile” sbarrando la strada ad altre forze politiche, non mi sembra la via giusta. Già Einaudi sosteneva che solo la lotta continua fra ideali in competizione puo’ far vivere un popolo. “Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso a vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine, si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere”.

Mi accingo a partecipare al corteo del primo maggio, con la consapevolezza e la voglia di poter avere, in Consiglio Comunale, a Torino, un amico in…..comune: Juri Bossuto. Capace di rappresentare i temi del precariato, dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, universitari, pensionati, dei beni comuni…degli ultimi, che per essere visibili stanno zitti. Forse, se abbiamo da dire qualcosa, dobbiamo fermarci un attimo. E ripensare.

Buon primo maggio.

Il cimitero dei pianoforti e le precarietà

Negli ultimi giorni ho letto alcuni libri. Tra questi, uno aveva nel titolo due parole: cimitero e pianoforte. Una bella storia. Anzi, piu’ storie, ne “Il cimitero dei pianoforti“. Un libro che sta bene come compagno di viaggio, in cui immergersi nella lettura, al posto di musica “sparata” a palla nelle orecchie. Una cronaca famigliare portoghese in cui si sovrappongono voci di padre e figlio. Ricordi. Chissà per quale logica, una attività fisica, come la maratona, descritta nel libro e intorno alla quale muovono le storie, mi ha condotto a pensare ai giorni nostri. Forse perchè la vita di molti di noi, nei fatti, è tale. Pensare cosa? Al tema del precariato. Forse perchè nel libro viene descritta, anche se, a “bordo campo”, una sorta di precarietà, seppur di inizio secolo, l’altro, quella dei dei sentimenti.

Precarietà, che si prende tutto di noi e non concede nulla. Che soffoca, intreccia, confonde, ne scambia i ruoli agli occhi di molti, in un gioco assurdo, perverso, maniacale; la manipolazione della comunicazione scambia le parti, tra il soffocato (il lavoratore) con il soffocatore, (padrone). Precarietà che sfreccia ahimè, nonostante tutto. Sfreccia e ingoia tutti come un treno in corsa: Freccia Adriatica, Azzurra, Rossa, ecc. Asti, Alessandria, Piacenza, Bologna, Rimini, Ancona, Pescara, Bari,…direzione mare. Passeggeri nelle stazioni, aspettano. Ormai il capitalismo imperante si è portata via anche l’ultima voce suadente, o forte, che ne annunciava tutte le fermate, così rassicurante, così famigliare, capace di farci immaginare anche il “servizio ristoro” a bordo.  E ciascuno di noi, ne poteva così immaginare, il mare, la collina, viti, olive, nebbia. Imparare la geografia a bordo treno. Ora, si cerca la velocità. Si brucia tutto, come una velocissima transazione, come un gioco di borsa. Anche quella voce così famigliare è stata pensionata. Come le biglietterie, ormai ridotte all’osso sostituite da biglietterie self service. Il treno come una chiamata di lavoro, come una scommessa d’amore. Il treno, la stazione, dove una volta si consumavano baci di ogni tipo. Lato arrivi, lato partenze. Ora il saluto, nelle stazioni, consiste nel vedere digitare un messaggino alla ragazza di turno che saluta il suo ragazzo, in silenziosa attesa, di uno sguardo. Ora sulla banchina a leggere l’sms ricevuto. Una busta. Un nome, lo si abbina al mittente. Almeno ci fosse ancora il gettone, con la ricerca esasperata di una cabina. Ora invece, anche l’amore, ti arriva in casa, anzi, sul pc. Per poi scoprire che magari non esiste. Perchè di digita. O se c’era era double face. Come una compensazione. Meglio il virtuale, per molti. Chissà chi ha lanciato lo sciopero virtuale. Si vede, non si vede. Le stazioni. Dove anche i sentimenti sono così precari: ti amo, si, forse si, forse, no, non lo so, devo vedere. Questo capitalismo esasperato si è preso tutto. Anche i sentimenti. Li brucia, li distrugge, e quando li crea, li pone in essere con delle appendici: un pc ed un telefonino. Speranze adagiate in un mare increspato, di tanto in tanto da quelle ventate, per essere subito affievolite e riposte. Occhi sbarrati, la notte, per un posto di lavoro che non arriva, occhi sbarrati, la notte, in attesa di un messaggio di un’amica. (o amico) Che angoscia. Che tristezza. Anche nella torrida Lisbona di inizio secolo (‘900) è stato così. Nella stanza del cimitero dei pianoforti, “una storia d’amore, di vita e di morte, incentrata sulla vicenda del maratoneta portoghese Francisco Làzaro, che morì a causa di una insolazione dopo aver corso renta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912”, ho trovato tanto sentimento,ma anche luci e ombre, dove a volte, il sentimento era nascosto o rubato. Maria, Maria, la moglie del protagonista, uno zingaro.  Ma ho trovato anche lo scontro tra tenerezza e crudeltà, e, nonostatne tutto, dal loro scontro, ne nasce e si perpetua vita. Il treno riprende la sua marcia, stanco, ma non molto. Come gran parte di quei personaggi che girano intorno. Quale futuro? Lecce, Bari, Pescara, Ancona. Il mare. Il cielo. L’infinito. E’ bello osservare il mare, anche d’inverno. Tutto spazza, tutto ritorna. E’ bello osservarlo anche dall’interno di uno scompartimento, pieno di personaggi da autogrill. Li sfiori, quei personaggi, e un attimo dopo non ne ricordi piu’ il viso, i tratti. Sorrisi che non nascondono brutti pensieri, sorrisi a volte rincorsi a volte incrociati.  Parole a volte dal tono vellutato a volte rassicuranti. Altre volte ancora, nei saluti, “prigionieri l’uno degli occhi dell’altra” fusi in un sorriso continuo.

La precarietà del lavoro, come la precarietà dei sentimenti. Ci sono, ma non li vedi. Come i lavoratori. Ci sono, ma sono invisibili. Meglio tenerli invisibili, altrimenti, potrebbero organizzarsi e…Come i sentimenti oggi, meglio tenerli virtuali, non si sa mai. Potrebbero scatenare passioni. Meglio tenerli nascosti. O, al piu’, nella stanza del cimitero dei pianoforti. Dove si nascondono sprazzi di felicità. Come in una fotografia. Contorni sbiditi ma ricordi focalizzati su un qualcosa di particolare.  Guardo  una fotografia sovrapposta alla copertina del libro  che mi riporta a… ” In quel momento eravamo felici. Prima c’erano stati dei gesti che ci avevano portati a quell’istante; dopo c’erano stati dei gesti che ci avevano allontanati da quell’istante; ma in quell’istante eravamo felici. Il castigo che ho scelto per me stesso è sapere quelo che sarebbe accaduto dopo”.

Certo, i viaggi terminano, se ne programmano di nuovi. La precarietà insiste e persiste, ma resto fiducioso, speranzoso. Un gran guerriero e con me, tantissimi altri, pronti a dire no.

Entro in casa, poso chiavi e quel poco di me, mi spalmo su quel divano, compagno attivo dei dormiveglia “precari”. Al mattino, mi svegliai e… “mi lasciai alle spalle il sole che riempiva la mattina, che inondava le strade, che gli uomini e le donne portavano in viso camminando sui marciapiedi, il sole che illuminava le loro certezze e rinvigoriva la loro speranza.”


Consiglio la lettura del libro di José L. Peixoto, edito da Einaudi.

Dove è la politica

Il testo scritto da Simone Ciabattoni pone implicitamente una domanda: dove è la politica a fronte di dati afferenti persone “in carne ed ossa” che non riescono a trovare collocazione (e non solo “posto a tavola”) ma solo e semplicemente, visibilità? Simone ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fascia di età piagata e piegata dalla disoccupazione pari al 29%, percentuale in aumento se confrontata con il dicembre del 2009. E dato che Simone nel suo articolo ci descrive anche una condizione femminile, è utile ricordare le statistiche che ci indicano come il tasso di occupazione femminile è pari al 46,5%, in rialzo si, ma pur sempre basso.

Occupazione precaria, flessibile. Occorre un serio piano per il lavoro dinanzi ad una situazione così drammatica, e invece, dove è la politica? Una carenza di politica, ma anche, a mio modo di vedere una carenza nel fare politica, poco rispettosa della prassi costituzionale. Utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica: “irricevibile”. Governanti poco abitutati a maneggiare la Costituzione. Si, questo è un Paese politicamente alla deriva, capace solo di offrire, grazie alle immagini televisive che inondano le nostre case, (a tutte le ore), un’opulenza ostentata, mentre la realtà è altra. Altrove. Nelle fabbriche, quelle aperte, nelle scuole strapiene di precari, nelle mense, alla Caritas, per le strade. Altrove. Dove non si ha voglia di guardare. Dove? Nei portafogli degli italiani, con i redditi in calo (le statistiche nei giorni scorsi ci descrivevano un calo nel periodo 2006-2009 pari al 2,7%). Come ci ricorda Marco Revelli,la povertà non è solo un dato numerico, è anche questione di mediatori e mediazioni culturali. Attiene la testa ben fatta non solo quella ben piena”. Televisione, immagini, ipnosi collettiva”. Già, finché la barca andava, finché la ruota girava…e tutti eravamo presi nel e dal meccanismo inclusivo del consumo, in quanto consumatori, la realtà, o/e, la “voce del padrone” stentavamo ad ascoltarla ed a riconoscerla. Ora, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, di shopping dei diritti, (dove i processi di delocalizzazione si son fatti sentire? proprio dove viene meno il rapporto tra Stato, sovranità, territorio e cittadinanza) eccoci ora sentire voci imponenti, camuffate da referendum, “dammi tutto in cambio di nulla”, “votate o altrimenti chiudo”. Stracci di contratto si, grazie alla generosità abbondante di “gazzettieri con penna sempre a portata di mano. ”Affermazioni e richieste, quelle, (dammi tutto in cambio di niente) che si perdono fin dalla notte dei tempi come la sproporzione esistente fra il reddito dei manager e di chi lavora e produce. Dove è la politica quando si chiedono riduzioni di pause, aumenti di produttività intesa come intensità del lavoro, straordinario non contrattato, limitazione del diritto alla malattia? Dove è questo Governo che permette “omogeneizzazioni” al ribasso? Ma il problema non riguarda il solo settore privato. Simone ha sollevato, da studente il problema che esiste anche in chi lavora nella scuola. Se nel privato, know-how, condivisione degli obiettivi e dei processi di tutti i lavoratori, consenso, pari opportunità sono elementi di economicità di un’azienda (partecipazione e democrazia!!!) ma solo per alcuni, anzi, per pochi, (così dovrebbe essere) anche nell’ambito scuola, dove regna la presenza costante, anno dopo anno, del 50% dei precari, le condizioni di lavoro a mio modo di vedere non sono poi tanto differenti. Perchè i precari devono essere esclusi dalla partecipazione di momenti così fondamentali all’interno di quella che è la comunità scuola? Comunità formata da: insegnanti, insegnanti di sostegno, educatori, ata di tutte le forme, imprese di pulizie: con contratto a tempo indeterminato, determinato, di fatto, di diritto…vogliamo continuare? (e’ un Paese civile, questo? che non permette di provare a immaginare il suo futuro perchè la cosa grave è che questi Governanti, così facendo, così operando, lo cancellano il futuro. Perché, mi viene in mente un esempio che mi tocca da vicino, i precari Ata, nelle scuole sono destinati, ogni anno, a cambiare scuola, nonostante siano necessari, utili,soprattutto se inseriti in un certo percorso formativo educativo? perché non stabilizzarli? Perché, pur essendo privi di formazione specifica, nelle scuole dove sono iscritti e frequentano ragazzi sfortunati, diversamente abili, gli Ata, non possono “aprire una trattativa” con il dirigente scolastico, per quanto riguarda il cammino ed il percorso di quei ragazzi ? Coinvolgere gli Ata, ad esempio nella commissione hc; coinvolgerli a partecipare a colloqui con i genitori e incontri anche con i fisioterapisti, se necessario. Coinvolgere i lavoratori nella crescita e nella formazione. Quello che non si capisce è che se non si investe nella scuola questo Paese è destinato ad un continuo decadimento. “Non esiste cultura politica (ricordava la sociologa Chiara Saraceno) all’altezza e abbiamo una cultura imprenditoriale che usa la flessibilità senza investire nel capitale umano”. Identico modo di operare nella scuola. Qualcuno investe sui precari? L’argomento sarebbe da approfondire perché nelle scuole quale crescita ci potrà essere senza partecipazione?

Un’ultima notazione: le diseguaglianza sociale e territoriale, crescono. Questo Governo continua a sostenere come un mantra che la disoccupazione in Italia, grazie agli ammortizzatori sociale, è ferma all’8,6%. Gli ammortizzatori, prima o poi, sono destinati a terminare ed è utile ribadire che sono utilizzabili solo da coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. I giovani, come Simone, non ne avranno diritto. Dove è la politica se non ha approfittato di questa grave crisi economica per produrre vera politica e non “nani e ballerine”?

 

Emergenza ricercatori precari: Cause, Numeri e Situazione contrattuale oggi in Italia.

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Riceviamo e Pubblichiamo:

La precarietà nella ricerca universitaria ha raggiunto in questi anni livelli allarmanti in tutta Italia. La cronica carenza di finanziamenti statali per le università ha portato direttamente al dilagare del precariato, oltre ogni soglia di sostenibilità. I finanziamenti per la ricerca universitaria sono spesso privi di ogni continuità, e dipendono per lo più da donazioni di privati, che oggi in un contesto di crisi globalizzata iniziano a venire meno. Si stima oggi che nelle università italiane il reclutamento dei ricercatori nei primi 5-10 anni della loro attività avvenga solo con contratti parasubordinati o borse di studio. L’Università ed il Politecnico di Torino si reggono anch’essi sull’esistenza di lavoratori precari, siano essi impiegati nella ricerca, didattica, attività tecnico-amministrative, nelle biblioteche o in tutti i servizi che essa offre o utilizza nell’ambito delle sue attività. In tutta l’Università di Torino oggi il 50% del personale impegnato in ricerca è precario (i numeri sono simili al Politecnico, con il 48%), e nelle due Facoltà di Medicina e Chirurgia la percentuale sale addirittura al 70%! Questi dati sono frutto di una recente indagine compiuta dai precari insieme alla FLC CGIL, su dati ufficiali di Rubrica d’Ateneo e con una verifica incrociata mediante autocensimento. L’indagine ha permesso inoltre di evidenziare la tendenza all’aumento vertiginoso del numero di precari impegnati in ricerca negli ultimi anni. Dal 2006 al 2008, a fronte di un numero costante di personale docente/ricercatore strutturato, c’è stato un incremento del 30% dei precari. Parliamo di numeri…. Una recente indagine della Rete Nazionale Ricercatori Precari – nodo di Ferrara ha definito una prima stima sul numero totale dei ricercatori precari in Italia, utilizzando i dati CRUI sul 40% delle Università italiane che avevano fornito i dati; con le opportune proporzioni, si stimano 100.000 precari della ricerca. A Torino la RNRP e FLC CGIL Piemonte ha calcolato un totale di 3.000 precari della ricerca universitaria (2.200 a UNITO e 800 circa a POLITO, escludendo da ambedue i dottorandi). Una parentesi deve essere fatta sui precari della ricerca medica all’Università di Torino, che come abbiamo detto costituiscono il 70% del personale impegnato in ricerca. Più della metà dei precari della ricerca universitari è nelle due Facoltà di Medicina. Inoltre questi precari, oltre ad occuparsi del loro progetto di ricerca finalizzata in campo medico, svolgono mansioni tipicamente ospedaliere… a costo zero per la stessa azienda ospedaliera in cui sono inseriti. …

Precari della ricerca medica Università di Torino,

Rete Nazionale Ricercatori Precari – Nodo di Torino


Documento Completo dei Precari della ricerca medica in Pdf

Rifondazione comunista aderisce alla manifestazione indetta dalla CGIL per il 28 febbraio

Riceviamo e Pubblichiamo:

simbolo-rifondazione-comunistaCOMUNICATO STAMPA DELLA SEGRETERIA PRC DI TORINO E PROVINCIA:

Rifondazione comunista aderisce alla manifestazione regionale indetta dalla CGIL per il 28 febbraio 2009 a Torino

“crisi – disoccupazione – tagli – precarietà – prezzi – salari – pensioni
UN’ALTRA SOLUZIONE È POSSIBILE: DIFENDERE IL LAVORO
Marcia per il lavoro e per la difesa del contratto”

(partenza del corteo alle ore 9 da piazza Vittorio Veneto, comizio in piazza Castello con Agostino Megale della segreteria nazionale Cgil)

parteciperà

Paolo Ferrero

Segretario nazionale PRC

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Silvia Iracà
Segreteria PRC Torino
Stampa e Comunicazione

Se lo slow aiuta

Ieri sera, dopo aver effettuato una lunga corsa, con alcuni compagni di palestra, mi son ritrovato a discutere di politica, della situazione attuale, economica e non solo. La gente che ha letto le vicissitudini del Partito della Rifondazione Comunista ha una visione distorta di quanto è successo. Chi ha l’intenzione di restare nel partito è vista dai più come “stalinista”. Chi vorrebbe uscire dal partito, è connotato come una persona che merita stima poiché ha una “visione migliore della società ed una lettura più attenta di quanto ci sta intorno”. Io non condivido questo pensiero, anche perché mi pare che l’elettore, nel chiuso di una cabina elettorale, ha dato torto, non solo al progetto di un arcobaleno, ma ai quattro partiti che includevano l’arcobaleno stesso. Vedo che la gente si è informata dai giornali che come La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa ecc. i quali hanno riportato una realtà che non ci rappresenta, non ci racconta, nel senso che è venuto fuori un gruppo di militanti che bisticciano su di un giornale. A me piaceva Vendola quando scriveva gli editoriali “il dito nell’occhio”. Mi piaceva aspettare quel giorno della settimana per leggere il suo articolo. Mi piaceva il contenuto e come scriveva; mi piacevano le inchieste, e ogni volta che sono stato a Roma, o che ritorno a Roma, guardando dal fondo di via Marsala, penso alle sue “inchieste” portate avanti nei pressi di Termini. Però, però, però……IO penso che sia giusto avere un partito che affondi le sue radici in un movimento operaio, che si occupi di operai, di salari, di emarginati, di persone che non riescono a vivere con 600 euro in cassa integrazione, che non riescono a comprare il fabbisogno, che guardano perennemente gli altri, quelli che possono. Ora, io mi accontenterei del giusto.
Oggi, ho sentito, finalmente, dico un gruppetto di ragazze che si chiedevano”: ma perché non possiamo trovare la persona giusta e sposarci presto come hanno fatto i nostri genitori”? Ed una delle ragazze rispondeva:”è la precarietà che non lo permette; oggi tutto è precario, ed anche i sentimenti lo sono“. Le guardavo ed ho visto tanta tristezza nei loro occhi. Forse esiste ancora tanta voglia di “principe azzurro”, ma non si è più capaci di farglielo sognare.

Giovane artista di strada
Giovane artista di strada

Allora è vero quando si dice “qualcuno ci ha rubato il futuro“. Vorrei essere rappresentato, vorrei che qualcuno intercettasse i nostri bisogni, elaborasse le nostre domande, riuscendole ad aggregare, e finalmente fornire una politica adeguata ai nostri bisogni, alle nostre esigenze. Comprendo che non è come mettersi davanti ad un distributore automatico di bevande; proprio per tale motivo occorre” tornare alle radici”. Perché bisogna guardare altrove? Perché dobbiamo subire la nomea di “stalinisti”? La società cambia e allora bisogna montare tutti sul treno superveloce? E i pendolari li facciamo fermare nelle stazioni, facendogli accumulare ritardi su ritardi? Dobbiamo continuare a guardare alle privatizzazioni, alle liberalizzazioni, ad altri mondi che non sono nel nostro campo visivo per tralasciare la parte più umana, quella fatta di carne ed ossa? Ma, dove sono andati a finire tutti quei soggetti che mi entusiasmavano quando salivano sul palco a tener comizio, a suscitare emozioni? Hanno già prenotato “una poltrona” su un treno superveloce?

Uccellino fa amicizia
Uccellino fa amicizia

Ma, guardiamo chi nel 1987, rendendosi conto che il fast stava devastando tutto, ha strizzato l’occhio allo slow; in questo modo ed in questo mondo, si è riscoperta tutta la tradizione del mondo contadino, del sapere e dei sapori. Con lo slow si riesce ad ascoltare anche chi, sottovoce, racconta un fatto, una storiella, all’apparenza poco interessante, ma che recupera un pezzo del sapere, dell’identità di qualcosa o di qualcuno. Personalmente penso che di questo abbia bisogno un partito: di tornare tra la gente, fermarsi ed ascoltare i bisogni, e chiedersi non solo perché la gente sta male, ma perché ciò è capitato.