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Torino: capitale del libro

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Ehiiiii!” che cielo, sopra Torino. Un amico sostiene che era da novembre che non si vedeva un maggio così. Pioggia novembrina. Un’astronave verde  sembra appena atterrata in Piazza Castello. Persone con ombrelli,  incuranti di questo diluvio, diretti verso la metropolitana, destinazione Salone del libro. E collegare, là, quello che si sa. E quello che si sa, con quello che si fa.  Con tanto cuore. Ehiiii! Ma Fonzie, è  davvero al salone del libro? O in qualche ricordo di ex adolescente. Un mare di gente a ciondolare tra gli stand. Guardare, osservare e ciondolare. E ciondolare, stanca. Alzare gli occhi al cielo e pensare che, basta poco, per avere quel cielo con noi, nel cuore. Nella settimana del libro, del salone, “dove osano le idee”, nonostante l’editoria accusi il colpo e la coda per accedere al salone, (dicono e scrivono sia chilometrica), mi appresto a concludere il bellissimo libro, vincente, nel finale, “Pronti a tutte le partenze” (per tutti i protagonisti,  come per tutte le persone che sanno puntare i piedi).
“Perché dolore è piu dolor, se tace” (Pascoli). Ma le lotte, il senso del sacrificio, contestualizzati nel libro, alla lunga, pagano. Ed è bello, consolatorio, come una carezza ricevuta da bambino, averne  terminato la lettura sapendo che, nello stesso istante, altri, metalmeccanici, portano in piazza, e la gridano,  la propria disperazione, la rabbia, il senso di di giustizia, un posto di lavoro, dopo anni di “spremiture” gratis a vantaggio della finanza. Manifestazione,quella di Roma, della Fiom, svolta anche per me, anche in mio nome. Lottare.   L’importante è “non sentirsi come una tartaruga girata sul dorso”. Inevitabile non pensare a quanto faticoso sia  trovare il giusto posto, o il posto giusto. E trovare la forza e la speranza di incidere nella situazione e modificarla. “…chi era stato ad abbattermi  fino a diventare estraneo a me stesso, a togliermi il lavoro, la speranza che domani sapro’ come guadagnarmi da vivere, a togliermi dalla testa la convinzione che pur nel precariato la mia situazione migliorerà? Chi era stato? E quanta colpa avevo io per averglielo lasciato fare? Non mi sapevo rispondere. Sapevo solo di voler tornare a casa” (“Pronti a tutte le partenze”, Marco Balzano, Sellerio editore).
 
Milano, un appartamento, condiviso, da quattro persone provenienti da mondi diversi, in cerca di un posto, nel lavoro, nella società, negli affetti. Tutti precari, tempo determinato. Professori, muratori, camerieri. Perchè, si sa, due camerieri “in nero posso tenerli”, sostiene il titolare di uno dei quattro. Ma non andiamo troppo lontano, se nella scuola, luogo di azzaremento delle differenze, per gli studenti, ci si dimentica dei lavoratori. “Two is meglio che one”, sarebbe lo slogan che si addice meglio. Due precari, meglio di un fisso. E ripenso a come quest’anno, davvero, scandalosamente non sia partita una che una assunzione da parte del Ministero dell’istruzione, che davvero, “distrugge” ogni possibile partenza. Ma torniamo al libro, “Pronti a tutte le partenze”  al significato del suo titolo e al suo contenuto.Partenze, trolley sempre pronti. Per lavoro, per bisogno, per un dottorato, in un altro Paese, diverso dall’Italia, che ha poco da offrire, se non contratti a termine, a chiamata, dalle scuole. In un Paese dove la disoccupazione giovanile viaggia verso il 40%  e dove per i precari ammalarsi è diventato davvero un lusso. Stando ben attenti a non ammalarsi, altrimenti, son dolori. Chi è a conoscenza ad esempio che un insegnante chimato come supplente, da una scuola, nel caso si dovesse ammalare è pagato al 50%? NOn è forse un pricipio lesivo della dignità? Discriminazione? Chi ha firmato questa clausola? Non erano già sufficienti quelle esistenti che limitavano già di molto?  Partenze, per un gesto di solidarietà nei confronti di chi lotta da un’impalcatura gridando: “Assunzione, assunzione”. E la storia  pare ricordare la lotta dei ferrovieri della Centrale di Milano. Gesto di amicizia, quello di partire, e dire “sono con te”; gesto di solidarietà che merita certamente un viaggio aereo per essere uniti nella lotta. E dopo la testimonianza, il ritorno. Solidarietà, amicizia, sentimento, empatia. Qualcosa che lega i protagonsiti che hanno scritto un pezzo della propria esistenza condividendo lo stesso appartemento e sperimentando nuovi ruoli: pulizia, spesa, cucinare…il muratore, come il cameriere, il professore. La precarietà. E i valori sono piu’ forti. Si viaggia per loro e con loro. Partenze, in solitudine, un aereo, un treno, magari, con la luce di stazioni che ci passano velocemente accanto, che ci impediscono di prendere sonno, o solo per la voglia di rimanere svegli, stringeno al petto valori, per non farceli rubare.  Tanta fatica ma anche tanta voglia di vivere. E la voglia di cambiare, anche quando non si ha molto. Ma se si ha un cielo in tasca, e nel cuore, vuol dire che si ha davvero tutto. E pensare così ad un altro ritorno. Con un biglietto in tasca, diverso da quello aereo. Uno di quei biglietti che puo’ cambiare la vita. Con il ruolo in tasca. E l’amore, questa volta, quello vero, da vivere.
 
La lettura del libro, e del suo epilogo finale. A volte basta poco, un biglietto, per avere il cielo nel cuore.  E ricordarsi di qualcuno, quando lo ritroviamo tra le pieghe di una giacca, di una tasca, nel cuore. Magari col ricordo di Tiziano Terzani. ” E ricordati, io ci sarò. Ci sarò su nell’aria. Allora ogni tanto, se vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla, ma non con il linguaggio delle parole, ci si parla con i silenzi.”
 
La lettura del libro, che è uno spaccato di questa Italia, arriva ancora una volta nel momento in cui, per la disperazione, per la crisi, e per la crisi di non farcela, molti si lasciano andare. Un pensiero a tutte queste persone e ai loro famigliari.

“Causa guasto tecnico…”

“Causa  guasto tecnico nella stazione di…”

“Annuncio ritardo….”

Lunedì mattina, otto marzo, festa delle donne.

In molti, bloccati alla stazione Porta Susa,  Torino, al freddo, con un voce metallica  che si diffonde per i locali sotterranei,  continua a ripetere “causa guasto tecnico i treni in arrivo e partenza….”In una stazione senza bagni, senza macchinette con bevande calde….

Anche la “Freccia rotta” stavolta non parte nemmanco…al momento 40 minuti di ritardo.

Il treno dei “precari”, Torino Aosta, chissà’…ora è un’ora che siamo fermi….con l’abbonamento già in tasca e ritardo assicurato…

Manifestazione nazionale a Roma del gruppo fb “24 Ore Senza Precari”

Il gruppo facebook “24 Ore Senza Precari” si prefigge l’obiettivo di raccogliere aderenti facebook per dare un colpo definitivo, dalla base, dal basso, al precariato in Italia.Attraverso una manifestazione che dia visibilità e dignità ai giovani e non giovani che hanno il loro presente e il proprio futuro compromesso da questa nuova forma di sfruttamento del terzo millennio.

Come sarebbe l’Italia se vi fosse una giornata di 24 ore senza precari?

Lavoriamo quindi insieme per l’abolizione definitiva del precariato in Italia.

Senza tante chiacchiere, come in questi ultimi 20 anni ci hanno propinato, riprendiamoci assieme il nostro futuro.

Ci mischieremo, crescendo le adesioni, alla manifestazione del 1 maggio a Roma per rivendicare un nuovo modo di lavorare.

Iscriviti anche tu al gruppo fb

E’ questa una battaglia di civiltà!

Affrontiamola assieme!

Viola, giallo, rosso. Propongo “una 24 ore senza i precari”

Dopo il viola e il giallo, penso che un po’ di rosso ci stia bene. “Rosso semaforico” al fine di fermare l’arroganza del potere, che pretende e accusa. Pretende nonostante gli errori, accusa chi è innamorato della legge. Rosso, come un cartellino: “Signori, espulsione; siete fuori”. Troppi, infiniti “urgente e necessario”. Una politica che ricorda i comitati d’affari non ha fatto altro che allontanare nuovamente la gente dalla politica. Sembra così lontano il 1992 e invece…Continuando di questo passo, l’astensionismo potrebbe raggiungere una percentuale a due cifre. Le scorciatoie non vanno affatto bene. Vizi di forma o burocratici penso non abbiano nessuna incidenza. Nessun inciucio. Nessuna proroga. Qualcuno ne ha già avute più di due: vedere ad esempio alcune elezioni regionali. Rosso passione, per una idea che deve tornare a mobilitare. Bisogno di essere rappresentati, di saper scegliere candidati credibili. Bisogno di tutela. Bisogno che qualcuno ridia alla politica per trasferirla ai bisogni delle persone e tolga al mercato. Ha avuto troppo, quest’ultimo, tanto. Non si prenderà anche l’anima. Bisogna impedirlo. Quante volte siamo costretti a pagare? Tasse, servizi pubblici tagliati, precarietà, disoccupazione… Signori alla guida di questo treno che si chiama Italia, scendere prego; il capolinea è già qui!!.
Spero in una grande manifestazione che faccia scendere in piazza tutte le precarie e i precari, del privato e della pubblica amministrazione. Un giorno senza i precari. Una 24 ore senza di noi!!!

“Primo: il lavoro!”: “Primo: il lavoro!” nasce in Piemonte la Federazione della Sinistra

“Primo: il lavoro!”
nasce in Piemonte la Federazione della Sinistra
Giovedì 3 dicembre, ore 21

Sala dell’Antico Macello
Via Matteo Pescatore 7, Torino

intervengono
Armando Petrini (PRC), Vincenzo Chieppa (PDCI), Fulvio Perini (Lavoro e
Solidarietà)

sono state invitate associazioni, forze sindacali e politiche

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“Primo: il lavoro!”

QUATTRO PROPOSTE CONCRETE

Blocco dei licenziamenti sia dal punto di vista delle modifiche normative, sia dal punto di vista dell’azione politica. Proposta della modifica della legge 223 per 3 anni; proroga per 3 anni della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà; azione politica a livello regionale e comunale per il blocco di fatto dei licenziamenti; sostegno alle lotte dei lavoratori contro i
licenziamenti.

Stop al precariato. Attraverso il reddito di cittadinanza e due obiettivi intermedi: estensione della tutela a chi, non tutelato dalle norme di legge, perde il lavoro; esenzione dai ticket sanitari e dalle spese per trasporto pubblico da casa a lavoro per i precari.

No alle delocalizzazioni. Sostegno alla proposta regionale attualmente in Commissione. Come obiettivo intermedio la richiesta ai comuni di procedere al sequestro cautelativo.

Piano straordinario per l’occupazione ed il lavoro dignitoso. Tre ambiti di attuazione: grande e diffuse opere di risanamento, attività di formazione scolastica permanente e di assistenza alle persone, riconversione energetica (risparmio/energia rinnovabile), azione per il rafforzamento salute e sicurezza dei lavoratori, istituzione di un organismo pubblico per il recupero e la riconversione produttiva di aziende in crisi.

Concorsi: trasparenza, in nome di una battaglia solitaria, quella di Mario Contu

“Una questione nuova, non apocalittica”. Questa era la frase ricorrente ascoltata in una trasmissione televisiva. Famiglie che consumano risparmi accumulati da una vita; genitori che mantengono in ogni modo i figli; posti di lavoro persi per sempre; precarietà alle stelle. Gesti simbolici che funzionano con modalità nuove rispetto ai classici scioperi. Questione nuova, mica tanto. Quante risorse sono state spostate dai salari ai profitti e alle rendite? Quanti accordi al ribasso sono stati firmati perché han continuato a dire che “di più non era possibile ottenere, dati i tempi”? Ma questi tempi, da quanto durano? Compromessi. Soluzioni al ribasso. Precarietà. Flessibilità. Fine della storia. Fine del comunismo. Fine del liberismo lo sosterrà mai qualcuno? Però, intanto, questa “nuova situazione” la si poteva immaginare. Ancora ieri, per tutta la giornata, ad Ivrea, in molti rischiavano e rischiano di perdere definitivamente il posto di lavoro. Rischio per l’Alcoa, rischio per la Fiat-Alfa Romeo (“trasferimento dei lavoratori a Torino”). Penso allo stabilimento SKF di Torino, che chiude.  Penso ai lavoratori di Ivrea, gli ultimi residui di quello che era la Olivetti. Lavoratori. Invisibili. Penso a tutte quelle compagne e compagni conosciuti durante le manifestazioni, per rivendicare un diritto. Resistere. Per esistere. Penso alle preoccupazioni di Barbara e compagni. Penso ai sette milioni di operai. Che esistono.  Nel disinteresse di molti. Penso al 1969, alle conquiste. Ai diritti. Potrei continuare. Solidarietà per tutti.  Anche ai precari, della scuola, del pubblico impiego. Gesti forti. Saliamo sui tetti, per diventare visibili.  Solidarietà per tutti quelli che si trovano “nella situazione nuova”.  Non apocalittica. Però, la povertà è questione antica. Lo sfruttamento anche. Richiesta di giustizia, di eguaglianza. Da gridare. Con forza. Da ottenere. Ad ogni costo. Come coloro che pongono domande sui concorsi: perché qualcuno deve essere immesso in corsie preferenziali? E la regione, come ha intenzione di comportarsi a tale proposito? Fortunatamente l’amico Juri Bossuto mi rassicura che i funzionari dei gruppi hanno chiesto un concorso aperto a tutti, molto diverso da cinque anni fa. Quando Mario Contu ne fece una battaglia solitaria.

Il primo settembre, una nuova disoccupazione alle porte, una parola fuori dalla porta: “ormai”

Grazie Barbara. Hai lasciato un commento che è uno “spaccato” di un’Italia con tantissime difficoltà; una società sempre più’ polarizzata: tantissimi che attraversano condizioni economiche critiche e pochissimi, che concentrano grandissime ricchezze nelle loro mani. Ho conosciuto la disperazione in questi giorni. L’ho vista in faccia. La conosco con nome e cognome. L’ho incontrata in un edificio, in una scuola, dove venivano conferiti incarichi, nomine, annuali o di fatto ai lavoratori della scuola. “Una nuova disoccupazione è alle porte,” titolavo un paio di mesi fa un articolo apparso sul blog.

In questa nuova disoccupazione ci sono le tante maestre che potrebbero essere le maestre dei tuoi figli. Ci sono tecnici che hanno dato una mano nelle tesine dei ragazzi maturati soltanto a luglio. Ci sono collaboratori scolastici che con le loro cure amorevoli si sono presi cure dei ragazzi diversamente abili, e di tutti i ragazzi e le ragazze con tanti bisogni, anche soltanto di un ascolto. Nei giorni scorsi l’ho quantificata, quella disoccupazione alle porte. Ho visto gente disperarsi, piangere, svenire. Qualcuno ha scioperato quando era stato indetto lo sciopero. Altri, no, perché egoisticamente non hanno voluto rinunciare ai trenta o quaranta euro. Gente che diceva, tanto “ormai”. Erano molti che dicevano e dicono, “tanto ormai”.

Non è bastato, non è stato sufficiente, il nostro impegno, il nostro sciopero davanti a certa gente che si comporta come “rulli compressori”. “Non hanno pietà di noi”, affermava Barbara in una bellissima mail. Hai ragione, Barbara: non ne hanno. Ma noi, che abbiamo riempito quel treno, quei due treni, diretti a Roma, che abbiamo invaso Piazza Vittorio a Torino, non diremo mai: “ormai”.

Lotteremo, daremo una prospettiva, indicheremo una via, anche a chi ha il morale a terra e “viaggia” con il freno a mano tirato. Indicheremo, denunceremo, ci incateneremo se sarà necessario (come hanno fatto oggi i docenti in Calabria), faremo vertenze, scenderemo ancora in piazza, e diremo che “certe sacche” d’Italia non ci vanno bene.

Così come, a me, non va aver visto nell’insenatura di Torre Lapillo tantissimi stabilimenti balneari che pezzo dopo pezzo sottraggono (pagando il dovuto) spiaggia libera a tantissimi che non hanno risorse sufficienti per “affittare” un ombrellone, una sdraio. La spiaggia è libera, il mare è di tutti. Vedevo negli stabilimenti gente che ballava, che beveva aperitivi; e , viceversa, gente con chilometri e chilometri sulle spalle contendersi un pezzettino di spiaggia. Libera. Non lo accettiamo un mondo così, Barbara; e, la parola “ormai” non fa parte del nostro vocabolario.

In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita

In Italia c’è chi pensava di “Magnare” e chi non lo ha mai pensato perché tanto, a pensarlo non gli avrebbe certo cambiato la vita; infatti, continua e continuerà a non mangiare, ieri, come oggi, come domani. Ieri quasi tutti i giornali riportavano la relazione del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; una relazione dalla quale si evince “una crisi economica grave che non solo potrebbe portare un italiano su dieci a perdere il lavoro, ma anche un calo del Pil del -5%”. Certo non c’era bisogno di una relazione per conoscere la situazione attuale. Quanti hanno già perso il lavoro e non sanno davvero cosa “mangeranno” questa sera? Ecco perché ancora una volta si sente urgente e necessario prendere coscienza e “alzare su la testa”. La Repubblica, in prima pagina titolava “Draghi: crisi grave. Un italiano su dieci rischia il lavoro”. La parte rilevante è situata nelle pagine successive: “Lavoro, un esercito senza paracadute. 1,6 milioni a zero euro se licenziati“, di Luisa Grion a pagina 9. Un numero certo elevato di persone che se dovessero perdere il posto di lavoro si troverebbero senza sostegno al reddito. Niente cassa integrazione, niente disoccupazione. Un numero certamente elevato. Inoltre gli strumenti che “paracadutano” in qualche modo il lavoratore sono differenziati per settore, contratto, azienda. Una non comunità prima, in azienda, dove proliferano tipologie differenziate di lavoro, una non comunità dopo: “non comunità” che genera “guerre tra poveri”. Sta qui la vera causa che aveva prodotto disaffezione verso la sinistra, a mio modo di vedere. E, a qualcuno fa piacere che le cose stiano così, tanto che se andiamo a vedere l’incidenza delle quote destinate dall’Italia al rischio disoccupazione si vede che esse sono pari allo 0,5% del pil contro una media europea del 1,6%. Insomma, dalla lettura si capisce che esistono licenziabili di serie A e licenziabili di serie B. Sempre la Repubblica asserisce che tra i primi, 12 milioni e 557 mila  (l’85% sul totale) ci sono lavoratori a tempo indeterminato, il 72% di quelli a tempo determinato, una larga fetta di interinali e di apprendisti. Non ci sono collaboratori a progetto e altri autonomi parasubordinati. All’interno della cifra “1 milione e 638 mila”, contenente “lavoratori più sciagurati” di altri, ovvero, lavoratori senza alcuna tutela ci sono oltre ai co.co.pro e parasubordinati e c’è quasi il 30% dei contratti a tempo determinato e il 34% degli interinali”. Inoltre le “forchette” in termini monetari per chi è “meno sciagurato” di altri ed “è baciato dalla fortuna” (già, la chiamano fortuna), e potrebbe godere della cassa integrazione o dell’indennità di disoccupazione le cifre potrebbero raggiungere l’80% ed il 60% rispettivamente dell’ultimo stipendio. Ovviamente, anche per i fortunati è stato posto un tetto, perché si sa, a tutto bisogna mettere un limite. I limiti sono: 886 euro se la busta paga percepita era non superiore ai 1.917 euro, e di 1.065 euro se l’ultima busta paga non era superiore a quella cifra. Riassumendo i soggetti “senza nessuna copertura” sono: tra i lavoratori a tempo indeterminato, 468 mila pari a 4,1%; tra i lavoratori a tempo determinato 547 mila pari al 27,8%; tra gli interinali contratto di somministrazione 39 mila pari a 33,6%; tra gli apprendisti, 35 mila pari a 13,5%; tra i collaboratori a progetto e autonomi parasubordinati 542 mila pari al 100%. Il totale è pari a un milione 631 mila, pari a 11,5% del totale. (Fonte tratta dal box di repubblica, il dossier di sabato 30 maggio).

Anche La Stampa, in prima pagina titolava: “Draghi: subito le riforme. Interventi strutturali o non ci sarà ripresa”. Richiamo alle banche. La relazione del Goveratore di Bankitalia: “I disoccupati arriveranno al 10%, serve piu’ tutela. E il Pil cadrà del 5%”. 19 pagine di considerazioni. Ma l’interesse si pone a pagina 5, leggendo l’articolo di Paolo Baroni. “Senza rete 1,7 milioni di lavoratori”. Ancora, “Bankitalia: “Lo stock di cassintegrati e disoccupati potrebbe superare il 10% della nostra forza lavoro”. Ammortizzatori sociali inadeguati alle nuove realtà. Lampante all’interno dell’articolo il passo: “I primi a saltare saranno ovviamente i precari. Per oltre due milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno. Piu’ del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico, il 38% è nel Mezzogiorno”. Insomma, per molti si avvicina il fine corsa. Per questo, “Su la testa”, e contrariamente a quanti ribadiscono che “più di così non si può ottenere”, noi diciamo che un altro mondo è possibile! Un mondo in cui ci riprenda la nostra dignità.

Un mondo di precari. Un mondo che non deve essere questo sintetizzato da una relazione che però è realtà, dove cassintegrati e disoccupati si avvicinano a sfondare il 10% della forza lavoro, dove un milione e settecentomila persone sono senza nessuna rete di protezione. Un insieme di persone che raggiunge l’11,6% della popolazione attiva, occupati per tre quarti nei servizi. Allora, su la testa. Sarebbe così utopia, alla luce di quanto successo, delle storture di questa economia auspicare una banca unica? Una banca che presti denaro alle fasce piu’ deboli, senza lavorare “coi soldi degli altri”? Basta con l’economia finanziaria che ha creato tanti guasti. Basta con tutti questi contratti che non creano “comunità”. E’ vero, forse per piu’ di un secolo, la classe più debole, quella operaia, ha percepito, perché lo viveva, un certo svantaggio sociale tale da indurla a “sentirsi comunità” e cercare nell’organizzazione politica una sorta di ribaltamento nei confronti del capitale. Oggi, forse, la paura, ingrediente fondamentale della destra, ha allontanato la classe operaia da concetti come solidarietà, internazionalismo. Ma nulla ci impedisce di riappriopriarci dei nostri valori e di continuare ad esistere. Infine, per rimanere al tema, Liberazione di ieri, in prima pagina titolava, “Paese reale”. “Draghi riporta la discussione sulla terra. Cioè sulla crisi”. Il riferimento è al Pil, con il suo crollo, degli investimenti, crollati, e della disoccupazione, anch’essa in caduta libera. Insomma, chi ha sognato per un mese, ha potuto farlo a pancia piena, anche se il risveglio è stato amaro. Ma per coloro che quotidianamente affrontano l’amara realtà sognare è impossibile (“Susan Boyle eccezion fatta“), perché dormire lo è ancor più.

E tra di noi ci divideremo

lavoro, amore, libertà.

E insieme ci riprenderemo

la parola e la verità.

Guarda in viso, tienili a memoria

chi ci uccise, chi mentì.

Compagno, porta la tua storia

alla certezza che ci unì.

(Franco Fortini)

Seminario su Unità e Diversità nel Lavoro Precario nel settore pubblico, privato, in Italia e in Europa

Riceviamo e Pubblichiamo:

UNITÀ E DIVERSITÀ NEL LAVORO PRECARIO

22 maggio ore 21

Istituto Gramsci – via Matteo Pescatore, 7 – Torino


L’obiettivo del seminario è dare priorità all’analisi del ciclo di lavoro in alcuni settori dove sono presenti in forma rilevante figure precarie per evidenziare la necessità di risposte e proposte che riducano la condizione di precarietà.

Partire dalla condizione materiale permette di rilevare che le risposte possono non essere univoche ed uguali per tutte/i, a parte la condizione di base della “precarietà” e dei diritti nella condizione di vita che resta l’elemento unificante di lotta. Inoltre le nuove figure presenti nei differenti cicli di lavoro non sono del tutto classificabili nelle vecchie strutture di “inquadramento unico” presenti nei contratti di lavoro.
precariatoPertanto potranno emergere proposte nelle quali, da un settore ad un altro, la priorità possa essere rappresentata:

–    dalla stabilizzazione perché si lavora in un servizio pubblico (bene comune) essenziale per  la  cittadinanza;

–    dal consolidamento di quel servizio o prodotto in quel territorio nel settore privato;

–    dall’inesistenza di profili professionali rispondenti al lavoro svolto nel contratto di lavoro;

–    dalla diversità di diritti minimi previsti in contratti atipici presenti in altre categorie contrattuali;

–    da tempi minimi di durata dei contratti atipici fra le diverse categorie contrattuali;

–    da particolarità specifiche presenti nel settore ricerca, scuola ed università;

–    dall’introduzione di forme di diritti minimi diretti o indiretti nel periodo di flessibilità fra un lavoro e l’altro.

In questo senso è necessario favorire tutte le iniziative che vogliono organizzarsi con l’obiettivo di ampliare il coordinamento e l’unità, nella diversità di analisi, allo scopo di elaborare proposte politiche/vertenziali finalizzate alla riduzione della “precarietà”.

Il Seminario si propone anche di sviluppare,in seguito, un approfondimento sull’esistenza di diversi diritti/doveri nella Unione Europea e sui tempi e modalità di riduzione di tali differenze.

Moderatore:

Carmelo Inì – Segreteria Prov. PRC – Coord. Commissione Lavoro

Interventi previsti:

– Rete Torino Precari-PROVINCIA DI TORINO: GIUSEPPE CELANO

– Rete Precari Universitàe Ricerca: ANTONELLA TROMBETTA

– Coordinamento Precari Scuola dell’Obbligo: GIULIA BERTELLI (Coord. Scuola PRC Torino)

– Coordinamento Precari Atipici-Epidiemologia (Grugliasco): UMBERTO FALCONE

Pietro PASSARINO FIOM-CGIL

Davide FRANCESCHIN – CGIL TORINO

Giampiero CLEMENT – Capogruppo PRC-Regione

Conclude

Claudio GRASSI – Segreteria nazionale PRC

“A spasso, nel tempo, nello spazio”

precari-della-ricercaQuesta mattina, come da appuntamento, mi reco in Piazza Arbarello, a Torino, luogo d’inizio della manifestazione della Flc Cgil contro le scelte politiche di un governo che avrebbero uno scopo preciso. Secondo Mimmo Pantaleo, (su Liberazione di oggi), “cancellare i diritti di tutto il mondo del lavoro”. Un mondo, quello del lavoro pubblico continuamente “sotto attacco”. Pensavo alla mia presenza di oggi, che era fondamentale (almeno dal mio punto di vista), per contrastare, insieme al “popolo” e alla “classe” leggi quali la 133/08 e la legge finanziaria 2009 che prevedono tagli “umani”. Non mi interessa sapere quanti e chi, ad esempio, nella mia scuola, ha aderito allo sciopero; non voglio entrare in sterili polemiche” se chi ha avuto un mandato, quello sindacale, c’era oppure no. E’ un po’ come la responsabilità penale:”sempre personale” . Il “potere unilaterale” del governo su carriere, salario, reclutamento, organizzazione del lavoro sono temi più proccupanti, ma il punto, che spesso viene tirato in ballo durante le mie frequentazioni con operai, lavoratori del mondo “privato” è un altro: che il 30 ottobre è stato stipulato un accordo separato sul protocollo per il pubblico impiego e che potrebbe creare seri problemi per i futuri contratti nazionali. Ma ritornando al mio arrivo in piazza, questa mattina, e dato che quella non era ancora piena, colgo l’occasione per sfogliare, oltre che Liberazione, il Manifesto e la Repubblica. Proprio su quest’ultima cade l’attenzione e per un momento, penso ad uno scherzo di carnevale ritardato. Infatti,a a pag. 20, un articolo di Luisa Grion, cita: “Brunetta: nello Stato solo pochi precari. La Cgil all’attacco: allora stabilizzateli”. Ho pensato che fossero pochi, perché probabilmente lavoratori, tutti e soltanto della mia città: questione di sfortuna, mi ridico. Invece, leggendo nel corpo dell’articolo scopro che i dati si riferiscono “ad un campione parziale”. Mi riprometto di rileggerlo ancora più attentamente in seguito. Appena letto ho pensato che forse erano dati riferiti a questionari somministrati solo nella mia città. Mentre leggo e rileggo, tra la rabbia, che alcune persone meritano da giorni, pagine e pagine, dopo aver vissuto nel lusso, mentre altre, tantissime, che vivono nella disperazione, di un contratto in scadenza, o di chi non lo ha mai avuto, la piazza, finalmente, comincia ad animarsi, e in essa, fioriscono, quà e là, cartelli e striscioni, colorati e caratterisitici. Alcuni che hanno attirato l’attenzione, mia e di tutti quelli presenti, insieme a me,erano:
“Noi difendiamo il lavoro, No ad una scuola ricca di ignoranza. Sì ad una scuola per la conoscenza”.
“Vogliamo una scuola per tutti i bambini, viva il tempo pieno, abbasso la Gelmini”.
“Tempo pieno: Investimenti + integrazione e elevati livelli di apprendimento”.
“No al maestro unico, no alla riduzione dell’orario, no all’aumento degli alunni”.
“Politecnico in lotta; no fondazioni”.
Una barca, incrocia via Pietro Micca, e l’onda subito dietro: “Le onde passano, i pirati restano”.
“Collettivi studenti di Scienze”.
“Pericolo tagli in vista, promesse nuove mareggiate”.
“Precari discipline umanistiche”.
“Proteggiamo gli scolari da un governo di somari”.
“-42.000/-37.000 dietro i numeri ci sono le persone. No ai tagli dell’organico”.
“L’istruzione non è una merce, la scuola non è un’azienda”.
Altri cartelli sull’articolo 34 della costituzione e altri che davvero, hanno come prospettiva, in virtù di quanto stabilito, una lunga passeggiata, nel tempo, “A Jurassic School, benvenuti nella scuola del passato”, come diceva un cartello, e nello spazio, visto che continuamente, il mondo dei lavoratori, precari, della scuola, è costretto, annualmente, se non durante l’anno scolastico, a calcare il suolo di più scuole.
Da domani, con le persone che incontrerò a scuola, mi ripeterò, come un mantra, un bellissimo pezzo tratto da il Manifesto di oggi, di Alba Sasso, ho pensato al mio luogo di lavoro, a quanto tempo, (nella mia posizione lavorativa) abbiamo operato con due colleghi in meno, per mesi e mesi, ai ragazzi diversamente abili che non possiedono un luogo tutto loro, ai colleghi che ho incontrato e che hanno lasciato il posto ad altri, a quelli cui scadrà il contratto il trenta giugno, a me, che scadrà il 31 agosto, e per questo, “mi ritengo fortunato”. Solo che noi, “precari” mentre siamo a spasso, nel tempo e nello spazio, altri, sulla terra, come i manager, continuano ad essere super pagati. Pezzo, dicevo, che mi ripeterò, quasi come un mantra:”una scuola irregimentata in un ordine burocratico e semplificato, in una sorta di disciplina generale che rimuove complessità e diversità. Un attacco alla scuola pubblica ai suoi compiti istituzionali. Si parla di merito e invece si sta parlando di un depauperamento qualitativo e quantitativo del sistema dell’istruzione. Davvero si può pensare che diminuire il numero degli insegnanti, eliminare fisicamente i precari, ridurre l’orario, dare meno garanzie ai soggetti disabili e ai bambini stranieri, tagliare le risorse in un sistema che ormai da quindici anni riduce e riduce senza investire sia la strada per migliorare la qualità del sistema?”
La manifestazione di oggi, conclusasi in Piazza Castello, risuona, ancora ora, (ripassato da un paio di ore) le parole, lanciate da qualcuno sul palco: “Signora Ministro, si dimetta, e rinunci alle sue normative”.
Prima di concludere la giornata, ringrazio quanti hanno manifestato insieme a me, dai compagni di partito a Domenico, Rosanna e sua sorella Caterina, e tutti gli altri. Ringrazio ancora quanti, tra gli amici ormai consolidati della Skf, della Indesit e della Denso hanno avuto parole di incoraggiamento, stima e amicizia, stretti tutti insieme in un unico abbraccio e un unico coro a dirmi, a dirci, e dire loro che : “Noi, la vostra crisi, non la paghiamo”.

Pubblico alcune foto.

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