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6 agosto di…

20190730_160633.jpgLa prima pagina del Messaggero, quotidiano romano riporta che  la giornata odierna è dedicata alla Trasfigurazione. Immediato è  il pensiero al grande capolavoro di Raffaello conservato presso la Pinacoteca dei Musei Vaticani. Una “grande bellezza” suddivisa in due registri, la parte superiore, in cui trionfano Cristo e la luce, in basso, il bimbo ossesso, con occhi deformati, tela dai colori bui.

Ma oggi è  la giornata in cui si ricorda il lancio della bomba atomica in Giappone e  la morte del Mimmo Nazionale, Domenico Modugno, 25 anni con la sua assenza-presenza   coi suoi dolci lasciti, primo fra tutti, Volare, l’uomo in frack,  nel blu dipinto di blu, la lontananza  e tu si ‘na cosa grande e molti ancora.

Ma, e non lo ricorderà nessun quotidiano ma solo la memoria personale di qualcuno dei partecipanti, un lunghissimo viaggio, ad est, Cecoslovacchia e Polonia,  con tappe a Praga, Varsavia, Cracovia.  Partiti il 5 di agosto alle ore 15 dalla stazione di Torino Pota Nuova, la mattina successiva, affaccciatomi al finestrino del treno, potevo, meravigliato,  ammirare campi immensi, di grano appena falciato, contadini al lavoro con uno sguardo tutto nuovo. Un ricordo indelebile, di cori, e di volti, di compagne e compagni  di viaggio, occhi  a me ancora sconosciuti, (ma senza la diffidenza del giorno prima), usciti anche loro dagli scompartimenti,  occhi stropicciati, e raggiuntomi nel corridoio di un treno lunghissimo, tutti a cantare, a squarciagola,Volare, Nel blu dipinto di blu, bandiere, fuori, ad ascoltare,capelli biondi, occhi chiari, gioia, sorrisi; in seguito, nei giorni successivi, la prima commozione e lacrime amare e indimenticabili nel campo di concentramento ad Auschwitz-Birkenau. Certe date davvero non le dimentichi mai.

La dama con l’ermellino

foto-borrelli-romano-14-2-2017cracovia-14-2-2017-foto-romano-borrelliAl mattino,  da queste parti (Cracovia),  non hai tempo per scegliere quale maglione mettere: li metti tutti addosso e vai sul sicuro con l’effetto “omino michelin”,  ma di questo,  onoestamente,  non mi importa.  Bisogna pur resistere,  no? Al mattino i ragazzi sono impegnati nel lavoro di “restituzione” sulla giornata di ieri. Riunione per loro fissata  alle 10. Nel pomeriggio,  tutti insieme, (i vari gruppi partecipanti al viaggio)  per le 14,  presso l’universita’.  Io sono “verticalizzato da un po” e insieme all’alba ci siamo stiracchiati lentamente al ritmo di un caffè  vagamente espresso. Sapevo da un po’ che da queste parti c’era una “dama” da venire a trovare. Con l’ermellino,  di Leonardo da Vinci. E così sia,  e cosi sara’. Amen.  “Dama con ermellino” a soli dieci sl.  a 1 500 km da casa sua! Direzione Castello in un paesaggio da favola,  che lo incornicia come fosse il  Valentino a Torino nei  suoi tempi migliori. cracovia-14-2-2017-foto-romano-borrelli20170214_100002cracovia-14-2-2017-foto-romano-borrelliPronti,  via,  verso Dama e Duomo. L’emozione davanti all’opera d’arte è  indescrivibile. Una buona mezz’ora con occhi incollati al quadro. Era da un po’ che pensavo alla storia di questa stupenda opera d’arte. Dopo “L’ultima cena” ecco la dama. Grandissimo. Leonardo! E poi tutta questa storia dietro quel dipinto! Meravigliosa!  Peccato non sia possibile fare una foto.  Il cortile del castello apre lentamente i ricordi: all’improvviso la memoria ripesca volti e nomi di tanti anni fa,  quando passai da queste parti…. oggi neve e gelo…. all’epoca tanto sole! Era infatti,  questo lo ricordo,  Agosto.  Che strano,  solo all’interno del cortile ho cominciato a ricordare. Gregorio,  Silvano,  Michela,  Stefania,  Gianni,  Doriana,  Rosella,  Stefania 2…. Asti,  Alessandria,  Alba, Bra,… un treno,  proprio come oggi. Chissa’ che faranno ora… E poi il fiume, oggi ma tratti ghiacciato,   la passeggiata… il draghetto. Per ora,  saluti dal Castello e dalla cracovia-14-2-2017-foto-romano-borrelliCattedrale.

 

Il mio viaggio ad Auschwitz -Birkenau

birkenau-13-2-2017-foto-borrelli-romanoOnestamente, non ci riesco proprio, a dormire, questa notte, che non è “La notte” così tante volte letta, a scuola, in classe,  cosi spesso richiamata. Non riesco a dormire, oggi, giornata dedicata all’amore, s.  Valentino, senza pensare al loro amore, di Mala e di Edek, due ragazzi d’eta’ cosi simile ai ragazzi che accompagno nel viaggio-treno della memoria;  Mala ed Edek,  una storia vera, un  libro così spesso “riferito” in classe: lei così bella,  lui non da meno. Ragazzi “d’amore”la’ dove amare sembrava essere bandito, e guai a parlarne,  ma Amare è  anche altra cosa. Due ragazzi che mettono “in campo”l’Amore per l’uomo che vince l’odio brutale che rende simili alle bestie. Amore per il prossimo in  quelle condizioni,  (e quali! -20 gradi,  baracche,  latrine come buchi,  stracci addosso, malattie di ogni tipo,  crudeltà)  : Mala ed Edek tesi a provvedere ad una coperta,  un tozzo di pane,  un cambio d’ abito, le scarpe,  l’infermeria,  la salvezza dal gas.  Ho così tante volte sperato che un briciolo di quell’ Amore potesse e possa resistere e tramandarsi. Ho guardato masse di capelli e avrei voluto passarli tra le dita,  lievemente, accarezzare una treccia, darle un pizzico di sollievo che le e’ stato negato. Reciso,  con un taglio! Tutto.  Onestamente non riesco a dormire, ne’ guardare il mio zaino per finire a ripensare  a quelle valigie dei deportati,  con le poche cose che erano state una vita per tanti: un pezzo di pane e un giocattolo per i bambini, pur sapendo che forse, sarebbe stata l’ultima notte. Di vita. Ma noi, forse, ricordando Levi, non avremmo fatto così? Preparare pane e giocattoli per i nostri figli pur sapendo che forse, sara’ l’ultima notte. Non riesco a dormire, dopo aver calpestato certamente cenere di persone, sparse al vento, sulle betulle, sul laghetto, senza un luogo, dove poterle ricordare. Non riesco a dormire, ripensando a quel binario che è vita, è stata vita, e che per la malvagita’ umana è stata interrotta. Non riesco, ma probabilmente il ” testimone” che non c’e’ piu ma che mi e’ stato vicino oggi comprendera’ tutto questo, e forse,  ancora una volta,  saprà dare lui, ancora e ancora, la forza per riuscirci.

Cracovia

foto-borrelli-romano-cracovia-11-2-201720170211_103952Cracovia!11-2-2017-ci-suamo-foto-borrelli-ronano  Il treno della memoria e’ giunto a destinazione. Dopo aver passato “Auschwitz”… e qui una notazione, anche il treno nel suo manifestarsi,  è  passato,  piano,  lento,  quasi per rispetto,  di tutto cio’ che e’ stato.  Pochi istanti prima,  il capotreno,  con un suo italiano quasi perfetto,  lo aveva annunciato,  e noi,  come studenti,  in piedi,  a voler cercare di capire qualcosa in piu’. Poi,  con pochi minuti di ritardo sulla tabella di marcia eccoci sulla banchina,  assediati da un freddo pungente.  Qua e la’ ciuffi ribelli di neve,  depositata da chissa’ quanto,  spesso trasformatasi in veri e propri mucchi. Il sottopasso,  la stazione,  una tra quelle di Cracovia,  ed ecco i bus,  in fila,  sul piazzale,  pronti ad accompagnarci verso gli ostelli. Il nostro e’ in onore di 20170211_153627Lenin,  o di un film,  dato il goodbye. Dieci minuti e siamo in attesa,  delle stanze. E in questo tempo siamo diventati perfetti accumulatori di freddo in ogni dove. Le stanze,  le chiavi,  bagagli depositati,  le chiamate a casa,  che forse costava meglio venir qui con tutta la famiglia, e poi,  il cambio dei soldi e la ricerca di un posto convenzionato dove mangiare20170211_134831.  Il centro si apre a noi,  meravigliati di tutte le sue meraviglie…

Verso Cracovia

torino-10-2-2017-foto-borrelli-romano“Perché  Sanremo è  Sanremo”… musiche e immagini lentamente scivolano mentre  secondi che rincorrono minuti disegnano una nuova geografia aggiornata ad ora del tempo oramai passato,  ora che a loro volta inseguono e “annaspano” annegando i primi,  formando   ore che modificano quadranti,  giorni e vigilia che diventano notte prima del grande viaggio.  Un esame importante,  un viaggio, per molti,  “della memoria” nella storia,  presente.  Saremo in 13,  all’interno di un treno verso Cracovia e poi Auschwitz.  Compongo e disfo,  secondo regole del puzzle, oramai a me note e  collaudate, e continuamente,  riadattate,  uno zaino, tanto  ingombrante quanto i pensieri che si affollano e intasano vecchi  circuiti “neurini”.  Questo si,  quello no,  utile si,  indispensabile anche. La possibilita’ di pensare,  di fare una lista,  diversamente da altre,  tristemente note.  La comodita’ di un viaggio,  una cuccetta,  dove sgranchirsi,  e “fiatare” e rifiatare e fare silenzio. Il contrario di tutto cio’ che è  stato.  Non tutto è così semplice,  anche nel fare questo zaino per questo viaggio.  Tornare in Polonia dopo tanti anni. Emozioni,  proprie e altrui. Mie,  e degli dtudenti. Armonizzare parte cognitiva ed emozionale,  conoscenza dei limiti,  bisogni,  diritti propri e altrui.  Quale impatto emotivo? Adeguato? Quello o lo scrivente? Manca l’agitazione,  che educatamente  si è  alzata per far pisto alla  posto alla consapevolezza.  Era da un po’ che volevo fare e rifare mia questa esperienza,  in condizioni diverse dall’altra,  sempre mia,  nel giro dell’est… forse il tempo,  gli anni,  o l’estate,  occhi azzurri e verdi e capelli d’angelo,  soffici al tatto per la felicita’ dell’olfatto.  Non so… le lancette corrono,  corrono,  corrono. Tra poco oggi sara’ già domani,  una notte soltanto,  diversa da La Notte” di  E. Wiesel.  E si parte. Appello,  senza lista,  cuccetta per sdraiarsi,  acqua e viveri… senza soste. A parte il cambio mezzo. Al Brennero.

E da li,  i binari saranno identici,  e da li,  ognuno portera dentro di se un testimone… con un forte senso di responsabilita’.

Perugia, ciao

“Ciao Perugia”.  E buon agosto anche se ci sussurra con piogge e vento che il sig. settembre si avvicina a 30 passi. 30 7 2016, Perugia.Borrelli Romano fotoPerugia.30 7 2016,foto Romano BorrelliPerugia.30 7 2016.foto Borrelli RomanoPeruhia.30 7 2016.Romano Borrelli foto.20160729_153435Perugia, 30 7 2016 Romano Borrelli foto30 7 2016 foto Romano Borrelli.PerugiaBuon viaggio,  mi occhieggia e sembra voler dire  ancora il Corriere dell’Umbria” adagiato sul bellissimo libro della Chiara Frugoni,  “Quale Francesco?  Il messaggio nascosto della Basilica superiore ad Assisi. Edizione Einaudi”1 8 2016.foto Borrelli Romano. Pensavate fosse sufficiente una micro guida al prezzo di sei euro impegnando anche  la carta di identita’? Certo che no. Si e’ in cammino,  verso il meglio. “Io studio” e’ la risposta piu’ appropriata a quanti ci vorrebbero soli nel nostro recinto. Io ci provo.  Pollici su,  like,  cuori  e reazioni,  Non mi importa. Questo per restare in comunità  virtuale. Per il resto si: voglio il meglio per me e la scuola. Restando ai giorni di vacanza-studio.  Posso confermare di aver trovato una parte di Umbria davvero interessante,  bella,  dove arte,  cultura,  musica,  enogastronomia non hanno confini. Umbria,  un capolavoro. In vetta al mio gradimento Perugia e AssisiBorrelli Romano foto,  già  visitata in doppia “seduta” dove oggi mi rechero’ ancora una volta prima di fare un “coast to coast” verso l’Adriatico. Assisi,  citta’ che si prepara per la visita del Papa,  di ritorno da Cracovia e i suoi giovani della giornata giovanile mondiale. Assisi che si prepara a vivere un momento bellissimo: “il Perdono di Assisi”. Giovani spronati a fare della propria vita un capolavoro. Andare e camminare senza essere “uomini divano”.  Per restare in tema,  bellissima Passignano sul Trasimeno coi suoi 4 rioni  che si sfidano nelle singole prove. “L’incendio” al castello,  la corsa delle brocche,  prove singole e poi la corsa,  il palio delle barche. E poi colori: nitidi,  vivi,  per vivere in maniera tale e non in bianco e nero. “Vivere  a colori”  e “andare” motti dell’estate 2016.  E che dire poi del Trasimeno? Luci bellissime,  tramonti belli,  morbidi,  che invogliano ad abbracciare  ogni singola cosa di questo territorio e provare ad ammorbidirsi dentro e fuori. E i girasoli poi? Fantastici. Del cibo poi preferisco non parlarne ma… mangiare,  anche quando era “Street food”  avendo tra le mani un panino con la porchetta e la crescia con verdura e salsiccia. Umbria,  terra di santi,  un po’ come Torino,  dei santi sociali. 20160730_07531720160730_20133520160731_060614Anche qui sono presenti i salesiani che svolgono un lavoro attento e fondamentale in questa città  dalla forte presenza universitaria. Bhe’ che dire ora? È  il momento di andare… buon cammino allora. 20160730_201427

27 Gennaio Giorno della Memoria

DSCN0941Dachau. Campo di concentramento. Per non dimenticare. Lungo il viaggio che ci portava da Torino a Berlino, una sosta a Monaco di Baviera e poi, Dachau, per posare un fiore. Raccogliersi in un momento di preghiera. Personale. Lo stordimento, per quanto visto, l’atrocità di quello che è stato, la cattiveria dell’uomo, l’afa di quel giorno. L’uomo ridotto a bestia. Tutto, brucia dentro, ancora. Innocenti che tacciono ma che parlano alle nostre coscienze. Non ricordo per quanto tempo, all’uscita, il silenzio,  calato si impadronì di noi. Muti restammo per molto in macchina. E quel viaggio lungo ci sembro’ ancora più lungo.  Forse fino a Dresda, o Berlino. O ancora, oltre. Un viaggio, diverso, o forse uguale, a quello effettuato anni prima. In Polonia. Partiti in una giornata caldissima di inizio agosto, per la precisione, il 5, dal binario undici di Porta Nuova, con un treno speciale. Un “cappello” ci riuniva: M. Ausiliatrice, 14. Ragazze e ragazzi sconosciuti. Amicizie da costruire; ognuno una storia diversa, se 18-20 possono essere già conferire una storia “alle spalle”, proprio come uno di quei tanti zaini che ci portavamo dietro, un pezzo di cameretta che si muoveva con noi. Ragazzi  provenienti da ogni dove, da Torino e dal Piemonte: San Paolo, Rebaudengo, Valdocco-Maria Ausiliatrice, Nizza Monferrato, Asti, Alessandria...  Marsupio e passaporto a portata di mano. Oltre al già citato zaino.  Walkman, auricolari, merendine in ogni dove. Un libro, la cartina, un blocchetto, la penna,  per appuntare qualcosa, in quella lunghissima traversata europea che da lì a poco ci aspettava. Torino -Varsavia. In mezzo, altre città. Vercelli, Novara, Milano. Direzione, Auschwitz, Birkenau. Tappe inserite in altro contesto. Un giro dell’ Est. Tutto cominciò per scherzo. In uno di quei sabati primaverili, ciondolando in una zona ora trasformata e mangiata dai centri commerciali. Una ragazza, Daniela,  mi parlò di un viaggio, in estate. Poco convinto, come possono essere certe convinzioni e credenze. Più radicate altre: giustizia sociale, redistribuzione, classi sociali, opposizione, l’Università, il movimento operaio, la Fiom, le conquiste. In ogni caso, accettai. Quel viaggio “s’aveva da fare”.  Cinque agosto, ore 15. Porta Nuova. Noi che andavamo incontro alla gioventù e questa che veniva incontro a noi. In treno. La sera, dai finestrini, le Alpi, l’aria fresca notturna. Trento, Bolzano, il confine. Praga, al mattino. Nei pressi della stazione, una casa salesiana ci accolse. Per colazione e pranzo. Giro della città. La ricerca di rullini fotografici! Rullini! Come le cabine telefoniche. Repertori. Studio antropologico. Code alle cabine. Poi Varsavia. Ancora treno. Questo nome, che in molti avevamo sentito insieme a Bruxelles, a “che tempo fa”, in tv, (temperature delle città europee)  riuscivamo ad abbinarlo  solo alla neve.  Spesso non pervenute. Cracovia e tantissima Polonia. Varsavia. Il fiume. Le tende dei russi e la nostra “casa S. S.G.B.” e l’amicizia con loro. Polonia. Occhi azzurri,  a volte tristi, altre no. Capelli biondi, trecce, libri. Gente con il dolore negli occhi, ma sempre accogliente. L’università. I viali. Czestochowa e poi, Auschwitz.  Fino al giorno prima, si cantava, si scherzava, si giocava, si girava mischiandoci tra gli universitari. “Czésc” e zloty alla mano e cappello alla marinara. Cosimo, Chiara, Francesca, Elena, Teresa, Gregorio, Silvano, Gianni, Doriana,  le sorelle Cristina ed Elena, Giampiero e sua moglie Giovanna, le gemelle Michela e Stefania, e tantissimi altri, che col passare dei giorni incontravamo;  nomi e persone che col tempo la vita ti porta a perdere di vista, e quando ti vengono in mente, o li incontri, così, per caso, tutto ritorna lì. Non quel  mese trascorso, li,  in giro, “all’ Est”. Tutto ritorna a quelle atrocità che sono state e che sono ancora li e che abbiamo visto. Montagne di capelli in una stanza, stampelle, vestiti, in altre, camere a gas. Il binario. Ragazze, ragazzi, venti, venticinque anni, tutti, entrati in un modo, tornati a Torino in un altro. In treno, in quel lunghissimo viaggio del ritorno, in una giornata di fine agosto, non riuscivamo più a prendere sonno. Né seduti, né sdraiati, quei pochi che avevano una cuccetta, né in corridoio. Sdraiati sul nostro sacco a pelo. Niente occhi chiusi. Neppure dopo. A Porta Nuova, ci lasciammo, a centinaia, uniti da qualcosa di diverso. Ognuno di noi aveva preso un impegno. Non dimenticare.  Memoria. Lacrime.  L’estate che continuo’, la sera stessa. Altro treno. Direzione Salento. In uno scompartimento, con alcuni provenienti “dall’est”. Restammo ancora in silenzio. Ora, Gregorio è un medico, Cristina una bravissima insegnante, così come Giovanna, Francesca in giro per il mondo, come Chiara, dopo aver studiato a Pavia, Cosimo nella scuola, Anna, una dottoressa…Ognuno, a suo modo, nel suo mondo, ricorda quel viaggio, quel campo, quel luogo. Che tutti nella vita dovrebbero fare.

DSCN0952Quando posso, torno all’Istituto Storico della Resistenza. Una lettura, un libro, qualche fotografia. Il ricordo di quel viaggio, continua.

Lavoratori Indesit “sulla strada”

360 lavoratori che lavorano una settimana si ed una no. Dove? a None (Torino). Trovare una soluzione? il 19 giugno. Soluzione difficile. Coppie con bambini, con tante spese, che rischiano di essere lasciati a casa. Lavoratori Indesit in assemblea davanti ai cancelli. Umore nero, poca voglia di parlare. Il solito prezzo pagato dai piu’ deboli. Le delocalizzazioni non terminano mai.  Cassa integrazione per cessazione dell’attività produttiva a None.  Il 13 luglio del 2013 la probabile data. La produzione “volerà” in Polonia. Speriamo che l’incontro tra le parti sociali produca nuove prospettive, passando così dalle parole ai fatti. Il 15 intanto è prevista lo sciopero nazionale del gruppo con manifestazione a Fabriano.  Un cartello di un operaio cita: ” Industria nata a None, delocalizzata in Polonia eclissa e sabota i diritti territoriali” (Indesit). Questo, sommato alla grave difficoltà di trovare un lavoro per i ragazzi con un’età inferiore ai 30 anni e per i soggetti con un’età superiore ai 45. E sommato a tutte le persone di buona volontà che vorrebbero lavorare in qualche catena di supermercato, magari anche la domenica. O solo la domenica. Magari un lavoro “non suo”, pur di garantire un futuro migliore ai propri figli e garantire loro un’istruzione, una formazione continua. Sacrifici continui.

Non è possibile che alcuni continuno a comportarsi come i padroni delle ferriere anni ’60. Siamo ridotti all’osso e l’ingordigia, l’inganno, il tradimento ai danni dei lavoratori non hanno mai termine. “Prendi i soldi, e scappa”. “Sfrutta, tutto cio’ che puoi e scappa”. E “sulla strada” non è piu’ soltanto un titolo di un libro. ……Bisogno di cambiamento….abbassiamo l’orario di lavoro e redistribuiamo quello esistente. Creiamo lavoro, in un Paese dove davvero ha bisogno di tutela del territorio,messa in sicurezza, costruzione scuole…..

Il 91 vi augura un buon 2011

Il 91 oggi non circola. Come non circolava ieri e come non circolerà domani. E’ in sosta, presso il deposito. Una sorta di gabbia, ordinata, per bus. Così come in molti sono “costretti” dalla gabbia della cig. Così come altri nella gabbia della precarietà, come il sottoscritto, che pur viaggiando sul 10, stessa linea del 91, osserva pensieroso privo di un orizzonte i binari e le strade diventati bianchi da questo gelo; la galaverna riveste gli alberi: che bel paesaggio, pero. Seduto all’altezza di quello che fu il posto del bigliettaio, percepisco, metaforicamente parlando, una condizione da “arresto preventivo”, ingabbiato cioè da questa precarietà privandomi di qualche forma di speranza. Il lavoro, il mio lavoro, precario, mi stringe quotidianamente un cappio intorno al collo, impedendomi di programmare il futuro. Tutto viene giustificato, dalla crisi, dalla globalizzazione, e i “ricatti” che ci vengono propinati sono tesi al rovesciamento di un secolo intero di grandi conquiste. Il lavoro come un fatto sociale, così dovrebbe essere, ma spesso non lo è. Quante contraddizioni sono presenti all’interno di un luogo di lavoro, come la scuola, ad esempio. Quanti contratti? Di fatto, di diritto, magari le cooperative...Il freddo mi fa desiderare un luogo di mare nel profondo Salento, dove troneggiano cartelli con su scritto “Divieto di caccia e pesca”. Ora, questi cartelli paiono passati di moda, se si considera che ad essere cacciati sono i diritti sociali. Caccia aperta, alle persone, a tutto. Dove tutto deve essere ridotto a competizione. Caccia, che intendo come un concetto valvola: caccia ai diritti, cacciate le persone, Persone espulse da un posto di lavoro. Cacciate o espulse, pari sono. Globalizzazione come frullatore. La globalizzazione infatti frulla norme, tradizioni, diritti, diversi tra di loro da Paese a Paese. Norme, tradizioni, diritti comparati. Quelli dove sono svalutati “meritano il lavoro e gli investimenti”. Buonanotte Italia. Vorrei dormire e pensare che tutto sia un semplice sogno. Non è così, purtroppo. Frammenti di ricordi, discorsi, captati all’interno del 91 mi riportano alla triste realtà. Alcuni operai discutevano su orari, condizioni di lavoro, stipendio. “In Polonia e Brasile ad esempio, la settimana lavorativa è di 48 ore. In Italia, 40 ore. In quei Paesi, non avrebbe avuto senso la discussione sullo straordinario”. Fortunatamente era solo uno a pensarla così. Altri ricordavano che il sistema dei diritti sindacali è diverso da Paese a Paese. In Europa prevale il modello del pluralismo sindacale. Le organizzazioni sono piu’ di una e contano in base alla rappresentanza effettiva che hanno tra tra i dipendenti. Negli Usa, non è così. Chi vince rappresenta tutti. Sempre il piu’ forte, la competizione! Che brutta parola. Dopo che si sono svolte le elezioni, solo chi vince rappresenta tutti. Ecco perché Marchionne è sempre così stupito di doversi rapportare con molti. Ma da noi, in Italia, il pluralismo, la proporzionalità, sono stati sempre valori aggiuntivi. Importanti. Imprescindibili. Guardiamo all’operazione politica del “voto utile di veltroniana memoria”. Che guasto, che iattura non avere una sponda nell’agone parlamentare. Gli operai poi si erano messi a discutere anche di pause. Pause, diverse da stabilimento a stabilimento. “A Barcellona sono di 45 minuti per turno (stabilimento di Nissan). Nello stabilimento della Renault di Sandouville, in Normandia la pausa è di 17 minuti. (Nissan e Renault sono dello stesso gruppo industriale)”. Ma le pause devono permettere il recupero psico-fisico e non si devono monetizzare. Quanto stress dovuto a movimenti ripetuti, penso io. Poi, il tema stipendi. Il coro degli operai si alza, raffrontando realtà differenti: “Un operaio brasiliano percepisce 565 euro al mese circa; un operaio polacco, 700 euro al mese; mentre un operaio italiano, quando va bene, 1200 euro. Il tedesco 1700 euro”. già, chissà perchè la Germania e il suo stile di vita non va bene, ma, si continuano a citare come esempi realtà di Paesi emergenti per giustificare stipendi davvero irrisori. In nome della globalizzazione l’amministratore delegato della Fiat mette gli uni contro gli altri gli operai dei mondi emergenti e quelli del cosiddetto mondo civilizzato. E l’accordo di Mirafiori racconta qualcosa sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione? La produzione poi: l’Italia a fine 2010 produrrà nei suoi stabilimenti circa 600 mila automobili mentre se ne saranno acquistate circa 2 milioni. (3,9% del totale). Il tram sferraglia, fra la nebbia. Lento il suo incedere, come quello delle persone e dei loro diritti, sempre piu’ svuotati, sempre immersi in una realtà a tinte fosche. Come a tinte fosche si presenta l’anno nuovo, con rincari ipotizzati per mille euro circa a famiglia. La cifra secca, pari a 700 euro è attribuibile a rincari che non trovano giustificazioni, secondo molti. I trasporti in genere conosceranno un rincaro pauroso. Il carovita è sempre in agguato. Per gli alimentari, circa 270 euro. Una raffica di aumenti in beni e servizi. Per i prodotti. Naturalmente i trasferimenti statali saranno minori, verso gli enti locali, e questi ultimi, indirettamente, daranno una bella “spolverata”. Per non parlare poi degli statali. Si, ci raccontava un articolo de La Stampa che, “come sosteneva Vittorio Emanuele II, un mezzo sigaro toscano ed una croce di cavaliere non si negano a nessuno, e questo sarà in dote fino al 2013”. Nel triennio 2010-2012 infatti, l’incremento degli stipendi sulla base dell’indice Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea) previsto dall’accordo interconfederale del 2009 , non firmato dalla Cgil, avrebbe dovuto essere del 4,2%. Un punto di inflazione vale 20 euro, centesimo piu’, centesimo meno, quindi, 90 euro lordi che mancheranno nel cedolino. Trenta euro mensili fanno 400 euro l’anno, insieme alla tredicesima, quindi la perdita di potere d’acquisto sarà di 1200 euro lordi. Poi, nel 2013 ci sarà il blocco previsto, ed ecco che insieme, fan 1600 euro. Una famiglia su tre non riesce a sostenere spese impreviste, pari a 750 euro. Cosa possono contemplare quelle spese impreviste? Potranno contemplare quei mille euro di aumenti previsti per l’anno appena iniziato? a scapito di cosa? visite mediche? Quanta e quale sfiducia. Per non parlare della “cura dimagrante” nello Stato: un assunto ogni 5 pensionati. Serietà, coesione, solidarietà, sono le parole del Presidente della Repubblica con un invito all’ascolto ai giovani. Un ascolto a tutti: a quelli sui tetti, sui ponti in fabbrica, sulle gru. Ma l’ascolto, da solo, non è sufficiente. Occorre avere un’idea forte di politica; occorre invertire la tendenza: non essere sempre in difensiva. La politica, gli accordi, non possono riproporre un’antica pubblicità, stile formaggio “a fette”. Occorre riconnettere i temi del lavoro, del sapere, dei diritti, che mai devono essere monetizzati. Occorre uscire definitivamente da questa gabbia e smetterla con questa gabbia che ci vincola ad un “arresto preventivo”.

LETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

lavoratori-non-sono-in-venditaLETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

Come dice l’articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una repubblica che si basa sul lavoro”. Si, ma il lavoro di tutti i suoi cittadini. E non il lavoro dei cittadini di altre nazioni. La notizia emanata diffusamente dai media sulla chiusura di uno stabilimento in Italia, per precisione quello di None, vicino Torino, è per molte persone uno dei tanti indici di segnalazione di un periodo economicamente non florido.

Tanti stabilimenti sono stati chiusi da altre aziende e tante aziende hanno chiuso e terminato la loro produzione. La Provincia di Torino, risente in particolar modo di questa situazione congiunturale. Ma nello specifico il nostro stabilimento presenta una differenza sostanziale dalle tante altre realtà vicine e lontane: il sito produttivo di None non appartiene ad un’azienda straniera e la Indesit non è un’azienda sull’orlo del fallimento.

Quindi, perché chiudere? Se guardiamo velocemente fuori dai nostri confini, notiamo che le aziende straniere chiudono gli stabilimenti che hanno sparsi sui territori internazionali per mantenere attivo ciò che hanno in casa. Gli esempi sono la Motorola di Torino, la Whirpool di Pordenone oppure le realtà di casa USA, anche con l’aiuto del loro Governo.

Qui in Italia avviene invece il contrario. Oltre alle tante realtà produttive finite in mano straniera, lasciamo andare all’estero anche le realtà in mano italiana. La produzione di lavastoviglie dei marchi Indesit e Ariston verrà spostata dallo stabilimento di None in quello di Radomsko, Polonia.

Questo trasferimento è dettato dai differenti costi di manodopera ed energetici, oltre ad un accordo economico-industriale, già ufficializzato alcuni anni fa, tra l’azienda e il governo polacco.

I motivi di disaccordo verso questa decisione sono notevoli: questo prodotto è stato sviluppato nello stabilimento di None, frutto dell’esperienza dei suoi dipendenti e dei suoi uffici e laboratori, gli impianti sono stati messi in efficienza tramite le maestranze dei suoi operai e il lancio del prodotto è stato garantito dai suoi lavoratori nelle fasi produttive e risolutive. E adesso che tutto è funzionante e collaudato lo portano via?!

La stessa professionalità che ha partorito il nuovo prodotto diventa il gap economico che non consente di mantenere la produzione in Italia? Si, perché cercare la professionalità tecnica e produttiva nei neolavoratori polacchi è azzardato. E ai lavoratori italiani cosa rimane? Il contributo speso per lanciare la produzione all’estero. E ulteriori sforzi per provare a lavorare ancora. Ma allora, dove si trova l’etica industriale e sociale?

Come si può lasciare 600 lavoratori da una parte e prendere altre 600 persone in un altro paese solo perché guadagnano – per ora – il 30-40% in meno? E quanto incide questo costo sul costo totale del prodotto? Il 15%? E’ bene ricordarsi che la professionalità, l’esperienza, la qualità hanno un costo e i numeri sopra esposti valgono queste caratteristiche.

E la serietà di un’azienda si può ritrovare in queste mosse?! L’intento è cercare un maggior profitto a scapito di qualità e professionalità? Oppure ottenere aiuti economici dalle parti sociali, come ha fatto mamma-Fiat ?che importa se a soffrire sono i lavoratori della massa popolare.

Si deduce che su questa strada è facile fare “industria”, con i soldi e la pelle degli altri. Da una parte ci sono le sovvenzioni, dall’altra parte ci sono i tagli di costo e il profitto è fatto.va bene anche se si produce di meno. Perché le aziende estere non soffrono di questi mali? Perché le realtà industriali estere tornano a casa e non fuggono nei paesi dell’Est per fare il loro profitto?? Non li abbiamo ancora menzionati, ma cosa fanno i nostri governi, i nostri politici, qualsiasi sia il loro colore di appartenenza?

Per adesso guardano , commentano e si voltano. La crisi economica, la disgregazione industriale e l’implosione della redditività dei suoi cittadini non fanno parte dei loro interessi. Calano gli introiti da imposte, cala l’economia, aumenta i costi sociali di ammortizzamento, ma “lassù” non c’è preoccupazione.