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A Roma

Roma, 27 10 2017, foto Borrelli RomanoEra da tanto che non vedevo e sentivo fattezze ed il profumo della mortadella. Custodita all’interno di una di quelle “rosette” o michette, gonfie al centro, che sembrano, da un momento all’altro, esplodere. E, a dire il vero, questo  non è l’unico profumo che promana all’interno di un bus, in sosta, in fila, insieme a tanti altri.  Termini, le sue luci, via Marsala da un lato, via Giolitti dall’altra. I taxi, tanto che al solo evocarli “mi ritorna in mente” Alberto Sordi. A Roma, grazie a quella mortadella, mi sono riappriopriato di ricordi e profumi. Il signore seduto davanti a me, all’interno della “scatola di latta” scarta il suo panino e affonda i suoi denti. Sui sessanta, ben vestito, sicuramente un “ministeriale”, penso, intriso di vergogna nel consumare il suo pasto all’ora giusta perso tra altri ministeriali. Quell’odore mi concede uno spunto di riflessione. Penso al grande dibattito degli anni scorsi: “la mortadella è di sinistra?”. Domanda posta, abbinata, affiancato ai ricordi di  un viso curiale, pacioso, “presidenziale”, ciclista, insomma, “euro”. M. mi regalo’, all’epoca un libro illustrato di Forattini,  una pagina -una vignetta, e in un men che non si dica imparai a riprodurre le fattezze con un tratto veloce.  Fattezze, tratti, del politico e della mortadella. Ricordo il tratto della penna stilografica Aurora e piazza della Repubblica che si materializzava velocemente, con l’inchiostro, su fogli di carta bianca, liscia, con Roma sullo sfondo. Sapevo a memoria il numero degli archi, delle finestre e dei piani che formavano quei portici tanto torinesi. Piazza della Repubblica, o Esedra. Adoravo la Roma…politica. Roma 27 10 2018 foto Romano BorrelliMi ridesta un passeggero che chiede all’autista a che ora e’ prevista la partenza del  bus. Risposta: “mo vedemo se parte. Tante volte nu’ se po’ sape’…” Fortunatamente, parte. Nessun fumo, solo tanto rumore. Roma 27 10 2017, Romano Borrelli foto-1Per niente. Sciopero scongiurato ieri e mete raggiunte senza problema oggi. Una, due fermate, ecco le Terme di Diocleziano e Sanra Maria Degli Angeli. Un  lungo nastro d’asfalto verso il centro. Ma qui e’ tutto centro. Vado, torno, col mio biglietto h 24. L’onda umana che mi investe alle fermate Termini e ad Anagnina è indescrivibile. Vengo travolto, risucchiato, respinto, espulso su scale mobili. Mi curo poco di tutto cio’. Trattengo il tempo e respiro. Emozioni forti. Penso di recuperare  il Quirinale (dove si è tenuta una bellissima lezione di diritto Costituzionale) la scalinata, Fontana di Trevi, Palazzo Chigi e il palazzo del…Tempo (giornale), la galleria Sordi, Montecitorio e la politica, quella andata, via del Corso, piazza del Popolo, piazza Navona. …La notte è lunga, gli esami non sono piu’ vicini…e cosi la festa del Cinema…Mi piacerebbe tornare e riprendere il blocchetto, di carta bianca, e l’ Aurora, stilografica e disegnare ancora…

Un libro oltre

torino-24-2-2017-foto-romano-borrelli-via-montebLa fine del mese di febbraio ha sempre un odore particolare: annuncia primavera strizzando l’occhio al passato-presente che e’ ancora inverno. Quell’odore da esame di diritto penale che nonostante gli anni ti resta nelle narici,  attaccato sulla pelle che non si scrolla mai di dosso,  in questo periodo. Esame tostissimo. Al tatto,  sui polpastrelli,  par di  sentire ancora le pagine di quel manuale oramai consumato,  (consunto,  arato,  da piu grafite, sottolineato,  evidenziato), e del codice che era appaiato.  Era un pomeriggio di fine febbraio,  la data,  l’esame,  il voto, la firma del  prifessore.  Avevo incassato uno dei piu difficili esami di Scienze Politiche.  Il pomeriggio vedeva sera e questa ben presto si sarebbe trasformata in una lunghissima notte ventosa  di viaggio. Le giornate,  pero’, oggi,   si sono allungate e  verso Est il barometro segnala  bel tempo, mentre   a Ovest incalzano danzanti  le nuvole. Sara’ pioggia o un’ultimissima coda di fiocchi? Per ora sulle strade si registrano solo quelli colorati,  che fanno tanto Carnevale,  grasso,  prima della Quaresima. In ogni fazzoletto del mio quartiere spuntano resti di un recente passato industriale e glorioso. Via Saint Bon: chi la ricordava piu?  torno-24-2-2017-foto-borrelli-romanoIl trinceronetorino-24-2-2017-foto-romano-borrelli di un treno che non passa piu,  lontano dal centro,  dove il Re sul corso Vittorio,  scruta ridendosela sotto i suoi baffi verso Roma canticchiando “sognando California” e così io,   insieme a lui, a cavallo tra passato e presente. La storia,  sognando California e gli anni ’70,  il palazzetto dello Sport di Bologna e DP,  ovvero,  la scissione nel PD. Ma questo è  un capitolo poco interessante.   Sempre al confine, meglio,  oltre il confine,  un libro aperto sulla staccionata,  letto nel pensiero  da una ragazza piena dei suoi  che volano alti,  oltre,  verso il trentesimo salone del libro,  ricordando Toto’,  don Milani,  Primo Levi.  A proposito di Primo Levi,  di “Se questo è un uomo”,  de ” I Sommersi e i salvati” la Stampa di oggi racconta cosa è  il treno della memoria.  Sfoglio l’articolo che crea in me l’occasione per rivisitare i sei giorni trascorsi col mio Istituto all’interno del nostro treno della memoria.

Gia’,  mi ero dimenticato: quali libri “oltre”?  Una storia di Costantino (Alessandro Barbero) e “La mite” di Dost

15 anni di 20 luglio

20160719_152728La veranda ripara dal sole,  dai rumori,  e oltre persone e personaggi. Chiudi gli occhi e il passato filtra attraverso le stesse fessure.

Con M. non prendemmo in considerazione di andare a Genova,  alla manifestazione contro il G8,   o forse non ci pensammo quantunque da un po’ scrivevo sulle contestazioni,  sui movimenti di protesta  e neo-liberismo,  FMI, Banca Mondiale movimento No Global e cominciavo a “scolpire” la mia tesi.  E adoravo la politica. Mi piaceva seguire il Social Forum,  le piazze tematiche,  come si stesse organizzando il corteo dei migranti e se il movimento no global aveva “messo il cappello” su di una forza politica di sinistra o se fosse il contrario. Mi entusiasmava il linguaggio politico di B. e come comunicava. E mi piaceva scoltare i dottori,  S. e A.  e il portavoce C. e,  o ma,  il movimento operaio? E noi,  operai, e studenti-lavoratori,  facevamo confluire le nostre discussioni in fabbrica con il bicchierino di plastica in mano nella pausa caffe’. Un altro mondo era possibile. Quel giorno M. mi accompagno’  come tantissime altre volte al lavoro, per il turno: pranzo insieme e 30 km di strada, sotto il sole e tanta felicità;   la collina torinese,  Superga e molto sole erano una bellissima cornice e cominciai cosi a pensare all’amore almeno 8 ore prima del nostro rivedersi come eravamo soliti fare ogni qual volta turno e fabbrica ci separavano. Uscii dalla sua macchina dopo che ci scambiammo un bacio e restai con quel gusto delle sue labbra e di lei per molte ore. L’entrata,  gli spogliatoi,  la camicia e i pantaloni verdi (gentilmente concessi per il nostro lavoro)e 4 cazzate prima di scendere in reparto,  dopo aver girato la chiave del lucchetto dell’armadietto lasciando alle spalle gli abiti civili,  Chieri,  Torino e.. .Entrando in fabbrica  il rumore si conficcava nelle nostre orecchie fin dalle scale e mano mano che attraversavamo i reparti diveniva sempre piu fastidioso e urtcante come una persona fastidiosa. Un saluto veloce con quelli del primo turno,  le disposizioni del capo o team leader e via. Un pezzo,  due,  tre o,  in piemontese,  al vua con i toc.  Una gurnizione, la vite, il tappino, i somma,  noie da catena di montaggio, le pause da 10 minuti, chi prendeva il caffe’ alla macchinetta e io che  pensavo a M. e al nostro amore.Trascorsero cosi le 8 ore.  Ero sempre il primo ad uscire dai cancelli di quella fabbrica e mentre gli altri si auguravano ancora una buona serata, o si pettinavano in auto prima di rientrare a casa, noi due eravamo gia’ figli della luna e del nostro amore: il mondo era nostro. Quella sera fu un tantino diverso. Salutai le guardie fisse al solito gabiotto ed M.  era al posto di guida nella sua macchina che mi aspettava,  davanti al piazzale. Entrai, mi sedetti, posai lo zaino dietro e mentre lei mi riempiva del suo odore e dell’amore io le riversano addosso quello  di olio e di fabbrica. Un velo di tristezza pero’ faceva capolino sul suo viso, un tratto scuro le era calato addosso e i suoi occhi, piccoli e neri eano divenuti ancora piu’ piccoli, quasi a scomparire, quantunque sempre belli. Mi posò una mano sul viso. Mi accarezzo’ dolcemente e mi disse:”hanno ammazzato un ragazzo in piazza Alimonda,   oggi pomeriggio, a Genova”. Chiusi gli occhi e i pugni. Dissi solo:”noooo”! Piego’ il suo viso e scomparve nell’incavo tra il mio collo e la mia spalla. Piangendo. La strinsi forte e piangemmo. Eravamo forti e sensibili allo stesso tempo. Avevamo pensato fino a quel giorno ad un altro mondo e che esso fosse davvero possibile. Il mondo lentamente da li a poco cambiava corso. E a settembre avrebbe cambiato connotati. Non so quanto tempo restammo,  concavi e convessi tra un sedile e l’altro,   così ad impastare lacrime e sogni feriti nrll’animo e nella psiche. Forse una notte intera. Forse 15 anni. Ciao Carlo.

Gli anni al contrario

30 7 2015 Torino.foto Borrelli Romano…Gli occhi…”sono la mia valigia, la mia infanzia  senza tempo, la certezza che me la caverò …” (Nadia Terranova, Gli anni al contrario).

Non so se ci crederete, ma non importa. E’ una cosa buffa, anzi, buffissima. Ciondolavo in stazione, Torino Porta Susa.foto romano borrelliin attesa del mio treno, una freccia con l’intenzione di recarmi a Milano (ogni tanto, ci sta), dopo aver sorbito il mio caffè espresso mattutino  ed essermi lasciato dolcemente accarezzare un po’ da quell’aria fresca mattutina e che la rimpiangerai per il resto della giornata, quando il caldo  si appiccia addosso, in giornate come queste. Il treno,  avrebbe dovuto essere quello delle 7. 05. Avrebbe perché non lo è stato. Torino, foto Romano Borrelli.Così come non lo è stato quello delle 13 per il rientro. Il punto è che come il titolo, anche io ho cominciato a leggere il libro, al contrario. Mi è piaciuta l’idea di una valigia per tutti, in un mondo di trolley. Il treno, annunciato, fermato e ripartito, mentre io, no.  Ero sui gradini in attesa, fermo nella lettura, al contrario. Mi sono fermato e ho cominciato a leggere. Centinaia di trolley sono stati musica di sottofondo, ma ho preferito “portare” con me , farmi accompagnare, stando fermo, “quella valigia” per vedere cosa c’era dentro. Sulla banchina, immobile, ma gli occhi, questi, quelli, no. Riga dopo riga, “Gli anni al contrario” correvano avanti. Non so se ho perso una gita, due biglietti, una città da visitare. O forse nulla di tutto questo. So solo quello che ho guadagnato. Una bellissima storia vissuta e narrata da due bellissimi occhi. Scusate, valigia.

La storia, una storia, di Giovanni, Aurora, Mara che incrocia e incrociano storie: il movimento, la politica, il ’77, il muro di Berlino, l’amore, la tenerezza, la passione, il coraggio, le divisioni, le strade giuste e quelle sbagliate.

Una storia di… gofri. Al Massimo

29 dic 2014, Massimo. Foto, Borrelli RomanoL’anno 2014, lentamente, volge alla conclusione. In tantissimi, sui social, rendono pubblico che è stato fantastico. Un cerchio, uno scatto, un faccione. Molto posa. Mi piace. Piace a tanti. Oggi, fermata “Dicembre”, dicono i ragazzi. Piazza. La gente ha fretta, di rientrare, dopo il lavoro, di infilarsi in un bus o nella metro o ancora, di raggiungere la stazione e andare…in dolcezza. Rientrare, in famiglia, ricaricarsi dopo un giornata, una,  nel luogo caldo per definizione, o partire, per staccare, da tutto e da tutti, almeno per un po’, destinazione spensieratezza  all volta di un abbraccio morbido. Un ritorno o un rientro a, da (elogio delle preposizioni semplici). Nell’anno da me  dedicato al “concetto di nuovo lavoro“, una variante nuova,  di lavoro,  si materializza agli occhi miei e di tanti dalle parti di Torino Porta Susa. Il suo compito, del lavoratore itinerante,  e’ quello di preparare gofri, alla nutella o altre dolcezze a chi, oggi, e’ in procinto di dare forma alla sua. 29 dic 2014, Massimo.foto Borrelli RomanoOmbrellone da spiaggia con “logo“, una bici, una sorta di banchetto, vasetti di nutella e marmellata  et voila’ il dolce e’ servito. Massimo Ravarino, torinese (di 59 anni) questo il nome di un lavoratore prima (corriere), disoccupato poi e “artigiano”della dolcezza ora e’ quello che un tempo si sarebbe potuto qualificare con il suo “mezzo” e i suoi mezzi, un gelataio o un caldarrostaio. Un ambulante del dolce, gofri, itinerante.  In tasca porta con se’ l’autorizzazione  di addetto alla ristorazione ambulante.  Categoria b. D’accordo, d’estate, in giro, se ne vedono, di biciclette  con “vaschette” gelato, ma d’inverno? Vuoi  mettere, il generatore, la tanica di benzina per dare energia al tutto per una giornata di lavoro  di 7-8 ore? Un generatore che per quel lavoro costa all’incirca 1500 euro. E quanti kg di dolcezza da distribuire. Un nuovo lavoratore che ha scommesso e si e’ reinventato per necessita’ e un po’ anche per passione. “Stare tra la gente, in mezzo alla gente e’ piacevole”, conferma Massimo. Difatti, tra un gofri e l’altro riesce ad essere loquace e positivo. Massimo cambia sovente piazza, presto potremo trovarlo anche in piazze piu’ illuminate e perche’ no, l’augurio che la stampa e la cronaca cittadina riescano ad illuminare questa storia di …rilancio di una economia. Famigliare, dolce, delicata. Massimo tra un dolce e l’altro racconta di un’altra dolcezza, che lo, aspetta a casa, come tutte le sere: sua figlia Greta! Studentessa del Vittorini, in procinto di sostenere, in estate, la sua maturita’ in una scuola dell’hinterland torinese. A tutti nel porgere dolcemente il gofri augura un…dolce viaggio. La crisi morde ma offre anche esempi di forte resistenza. Di tanto in tanto alza il timbro della voce per invogliare i passanti Ad acciuffare e addentare, con una modica cifra un pezzo di dolcezza da gustare in itinere. La posizione in cui ha parcheggiato la sua “bici”e’ un po’ defilata rispetto alla nuova stazione, cosi illuminata. Alle sue spalle,  ora, oggi, la vecchia entrata della stazione, e le biglietterie all’interno, li, dove per tanti, nel giro di poco, si decise una gita a Parigi, un Capodanno a Roma, un viaggio al mare. Ah, la vecchia cara stazione quanta luce riesce ancora a generare…Gia’ perche’ il motore di tutta questa attività  e’ nel generatore posto appena dietro il suo banchetto.29 dic 2014, Massimo, foto Borrelli Romano Avrebbe bisogno di luce, anche mediatica, capace nel giro di poco tempo, di creare lunghe code come capita dalle parti di via Garibaldi, per un sacchetto di…patatine. Per il momento, in dieci giorni di lavoro, la strada percorsa e’ stata davvero molta e…dolce. Per tantissimi, in viaggio.

Saluto Massimo e gli chiedo cosa fara’ il 31 dicembre. “Al lavoro”, mi risponde? “Per rendere ancora piu’ dolce l’inizio dell’anno ai torinesi”. Il mio augurio e’ che la stampa cittadina possa proiettare un po’ di luce su questa storia. Molto  dolce.Torino 30 dic 2014 foto Borrelli RomanoTorino 30 dicembre 2014 foto Borrelli Romano

ps. Nonostante la maratona del cibo che ha concesso una sola piccola pausa decido di tuffarmi in un “pezzo di nutella”….buon gofri a tutti.29 dic 2014, Massimo. Foto Borrelli Romano

ps. Prossimamente diro’ dove potrere gustare un po’ di…dolcezza. Nel frattempo utile ripassare queste “concessioni” itineranti, chissa’…Torino 30 dicembre 2014, foto Borrelli Romano

ps2. Una storia  di quando il lavoro “svapa” nei fatti, inflaziona nei discorsi politici e in tali termini, un augurio a Massimo…:”yolo”.

ps. Ovviamente, essendo itinerante, non ha un luogo fisso, pero’….se proprio lo volete sapere…

Zero 24. Drogheria automatica

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Torino, via Bellezia 7. Drogheria automatica.

Sabato santo. Sabato di pioggia sulla nostra città. Piove da alcune ore. A tratti fa anche freddo. Temperatura in “picchiata” di dieci gradi. Voglia di caffè e cappuccino. Vago alla ricerca di un caffè, approfittando di queste ore di libertà, dal lavoro. Scuole ormai chiuse e libri riposti in un cassetto. Passeggiando tra le viuzze del centro di Torino, con grande sorpresa mi imbatto in un paio di distributori automatici. Ma non la solita macchinetta. No. Una drogheria automatica. Quel nome “gratta” il fondo della memoria. Drogheria. Locali di una volta. Il sale, monopolio di Stato. Le buste sorpresa, per i bambini. Palloni, grandi e piccoli.  Biscotti sfusi e buste di latte a lunga conservazione,  e detersivi di ogni tipo. Commessi e commesse piuttosto anziani con grembiule marroncino. Non si trovano piu’ in giro. Quei negozi. Forse in qualche sperduto paesino del Sud. Negozi, bazar, chincaglierie di ogni tipo, buone per far convergere l’attenzione e i desideri dei bambini, prima di dirigerli verso il gelato quotidiano, dopo tanto sole e tanto mare. E qui comincerebbe a partire il nastro della memoria. Nel centro di Torino, (e non solo) ci si puo’ imbattere in una drogheria automatica. Una sorta di “negozio, zero 24″. E mai più’ avrei pensato di trovare la possibilità di scegliere bottiglie di latte. Fresco e lunga conservazione. Insieme ad altri prodotti e quelli consueti. Chissà che fine avranno fatto quei camion di una volta,  che davvero lo distribuivano il latte, all’interno di contenitori metallizzati che facevano tanto alpeggio. Tempi che cambiano. Tutto a portata di un…click, come il suono della monetina inserita nel distributore automatico. (Per la cronaca, latte fresco e latte a lunga conservazione. Un euro e 70 centesimi, oltre a yogurt e succhi di frutta).

 

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Distributore automatico. Drogheria. Via Bellezia 7, Torino. Prodotti della cascina Fontanacervo, Villastellone (To).

Per la cronaca, chi invece prova a ritornare alla origini è Michele Curto.  Dalla bottiglia del Salento, un nuovo messaggio politico. Un forno particolare, appena aperto. Col pane, un nuovo tentativo di comunicazione politica. Oltre che di impegno. A me, personalmente, il, pane e’sempre piaciuto, come simbolo, come segno, di condivisione, di comunione. Pane, anche Eucaristico. Pane che manca, pane come lavoro, pane come fatica, pane come alimento necessario, di sopravvivenza, lotta per il pane e pane per la lotta. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, Padre. E non vorrei sembrare poco rispettoso della persona come delle persone lo sono altri, ma basta con la speculazione sul pane, e su ogni altro genere di necessita’.E la politica, a sinistra, lo aveva gia’ segnalato che il pane lo si poteva vendere ad un euro al kilogrammo e non a tre, quattro….E l’ iniziativa di Michele, devo dire, piace a molti, a guardare in quanti si interessano a questo suo impegno. Altra nota, la voglia di pane, come partecipazione e democrazia di elementi giovani, all’alba della loro maturita’ osservata dall’ottica di una primavera.

Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia, 7. Torino
Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia 7, Torino

 

 

Pane della vita. A ridosso della Pasqua non si puo’ non pensare al pane. Sono le 5 e 36 di sabato, pomeriggio. Sento qualcuno chiamare il nome “Giovanni”. Non e’ un caso.  Quasi ora di andare e restare. Nel nome del pane.

 

Dal fronte della scuola, invece, nell’uovo di Pasqua, una sorpresa per un centinaio di ata: dopo anni di precariato, il contratto.

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“Il forno”. Da Michele Curto. Via Principessa Clotilde 27. Torino.

Volano gli stracci 2

DSC00283DSC00376Ieri, in ogni dove si parlava e si predicava di pettegolezzi, reali e sui social, di calunnie  e tradimento…dai giornali, alla televisione, in Chiesa….e dalla balconata “della Chiesa” … e anche la la bilancia  faceva per benino la sua “bella figura” e poco magra, di traditrice allo sbaraglio.  E bella figura, diciamoci la verità, la fa sempre. Soprattutto quando “arrotonda” cifre e forme. E lo sa fare, con classe………..Una bilancia bugiarda, che riesce a “regalare” la bellezza di una decina di kilogrammi in più ad uno che nemmanco si pesa……così, solo a guardarla, si era già “mangiata” la fiducia  di quasi dieci chili e la “ripagava” anche male. Ma si, sa, è Carnevale, e siamo in tempo di “bugie” o “chiacchiere”, il che va bene ugualmente. Se sono dolci, la bilancia poi, ha le sue ragione nel “vendercele”. Le bugie. Va bene che e’ un tipo di quelle  gratuite, la bilancia, tipo Asl, bilance ospedaliere o da medico di famiglia ( o della mutua) dove non esiste la fessura per i dieci centesimi…pero’…….Così, dal messaggio telefonico, poco “smart”, per nulla phone,  del tipo “siamo con te”,  apprendiamo che si è certificata una ennesima forma di tradimento al Presidente. Ad uno, non quello del Colle. Tre dimissioni per due. In pochissimo tempo. Una “pesca” che non avremmo pensato e un giro di consultazioni che avremmo voluto diverso. Di gruppo, anzi, di gruppi, parlamentari. Forse avremmo evitato di vedere il peggio. Lavoro. “Notevole”.  Pero’ effettivamente, notevole, il suo lavoro, del governo uscente, non è poi stato mica tanto. Notevole. E quindi, il correntino, ne aveva ragione, a chiederne la cancellazione di quel termine dal documento presentato in direzione. Del partito. Il correntone, invece, è riuscito a riportare indietro il tempo e riabilitare chi era uscito di scena. Colpo di scena. Anzi, solo un colpo. Per noi elettori. In tempo di Carnevale, vale tutto. O quasi. Staremo a vedere.

Alcuni lettori del blog mi hanno chiesto cosa vedevo in quell’opera “d’arte” esposta su di un albero. Domandare e’lecito, la risposta doverosa. Cosa ci vedo? Da quando la vedo? Non so, esattamente. Volano gli stracci. Un retropensiero politico? Considerato che a Torino abbiamo avuto grandine nel mese di luglio, forse, non sarà da molto che l’opera d’arte è “permanente” sull’albero. Mi chiedono cosa ci vedo…Alcune cose che si possono vedere………La bilancia, ad esempio, mi porta a vedere dritto al cuore delle persone, di alcune persone, di alcune sofferenze, patologie. Che non si vedono ma si sentono, in chi si riveste di quei panni, quei vestiti. E quei panni, mi portano a vedere cose più in profondità…”volano gli stracci”, quando le tensioni sono forti e diventa difficile ricomporle, in un quartiere come questo che conosce tensioni, da un po’ di tempo. Ma volano, quegli indumenti,  come volano le parole, e, dato l’insediamento della scuola Holden, qualcuno potrebbe aver pensato di fissarle meglio, su carta, su cellulosa, sugli alberi, per un giusto “ritorno” a casa. La casa sull’albero. Ma i rami di quell’albero, tesi, son simili a tante braccia, mani, che restituiscono qualcosa, che forse non ci appartiene. Il senso della “restituzione” coltivato, sviluppato, amplificato dal Serming, e non solo,  e infine, la restituzione  di molto, da parte del fiume Dora, così specchio, talvolta terrificante, ogni volta trasformiamo quel fiume in una discarica. Chissà perché, ogni volta che mi trovo a passare da qui, penso ad un passo di Genesi. Sarà stata per via dell’ora di inaugurazione della scuola  Holden? O forse qualcosa di più profondo? Di certo questo, resterà nell’alveo personale.

In ogni caso, per coloro che hanno chiesto, questi sono solo miei pensieri…Potrebbe essere così, o forse no.

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Piovono luci

DSCN3571DSCN3569Un piccolissimo scorcio di Torino, una piazza, il Comune, alcuni taxi, le luci, bentornate, nello stesso identico posto di altre edizioni.  Dietro di me,  l’entrata al Comune, dove di giorno, stazionano due o più vigili. Le scale, che sembrano interpellare ad uno ad uno i nomi dei freschi coniugi, frutto di matrimoni civili celebrati durante l’anno. Sabato pomeriggio, come molti altri. Riso, battito di mani. Videocamere, macchinette fotografiche, tavolette di ultima generazione, cellulari trasformati in macchinette fotografiche. Gli amici che leggono fogli stropicciati, scribacchiati velocemente e ripiegati malamente in tasche da abiti da cerimonia. La narrazione di come si sono conosciuti gli amici novelli sposi. Quale canzone, la gita, il primo bacio, il mare, la montagna, chi ci credeva e chi no. Chi diceva si, chi diceva no. A ritmo di Vasco. E chi sapeva già come sarebbe andata a finire, perché lo sentiva e lo sapeva già. E quindi, giù di foto: con i parenti, con gli amici, con i colleghi, con i compagni di classe, con i vicini di casa.  Le “mappe” distribuite al termine della cerimonia, per trovare quel ristorante e ritrovarsi, perché qualcuno, sempre, smarrisce la strada, nonostante i navigatori. All’interno, del palazzo, la Sala delle Colonne, dove un tempo risuonava la politica, i convegni della politica. La Sala Rossa, gli interventi, gli auguri allo Statuto dei Lavoratori. Pare rivedere e sentire Diego Novelli e Marco Revelli. Davanti al Comune, sulla piazza, piovono luci. Le pozzanghere formatesi per la pioggia insistente formano una sorta di specchio. Impressi sul selciato prendono così forma i visi dei tanti volontari “Torino for you”, di memoria olimpiaca,  le felpe rosse, in attesa che qualcuno si affacci al balcone per immortalarli con una foto. Quanto rosso. Davanti “il naso della mole” grattato dalla pioggia.  Continua a piovere colore. In attesa che si tramuti in neve. Prima o poi.

(le luci tornano dove erano state messe e incontrate, “pubblicate” su La Repubblica il 29 dicembre 2009)

Una grande bellezza. Tramonto in Salento

DSCN3338DSCN3336Un tramonto stupendo. Pochi ombrelloni aperti, piu’ per la noia e il fastidio che darebbero nel chiuderli che per la reale necessità nel doverli richiudere perché la giornata volge al termine. Ombrelloni piazzati fin dalle prime luci dell’alba, perché la spiaggia, al mattino presto, ha la capacità di trasformarsi e prendere le sembianze di un’aula universitaria, o di un ufficio, fabbrica, o addirittura di un’area mercatale, dove tutti  vorrebbero accaparrarsi un posto. Arrivare primi vuol dire essere protagonisti per una giornata intera. Sul far della sera, quando il sole pare un’isola infuocata, gli ombrelloni, imprimono un po’ di  tristezza. Lasciati aperti per ore, senza accogliere nessuno al di sotto della sua tela. Al mattino presto come per gli ultimi spicchi di luce del giorno. Quei pochi metri di ombra, nell’arco di diciotto ore, potrebbero raccontarci un sacco di storie. Se fosse il titolo di un libro potrebbe essere: “Ombrellone, capitale del racconto“, intrisi di rapporti cordiali e amichevoli: scuola, lavoro, amori, amori veri, virtuali, infranti, scoppiati, studi, gusti degli italiani e non, fuoriusciti da ampie borse frigo, panini, pentole, palloni, libri, i-pod, i-pad, lettori, mp3, cellulari, tavolette, vestiti di ricambio e da lavoro, che manca o che è intermittente, perché in molti, “prendono servizio” subito dopo aver fatto il bagno del tardo pomeriggio. Un lavoro stagionale. Prendere o lasciare. Lavoro che da queste parti nella parola ha davvero qualcosa di amaro, “fatia”, fatica, che spesso si avvicina ad altro acronimo, con sede al Nord.  Lavoro che richiama le “giornate” di fatica, in campagna. Quando i campi erano grandi distese di pomodori e altro ancora. Schiene spezzate dalla fatica della giornata. E inevitabilmente ci si riallaccia o ci si appallottola alla politica, al governo di servizio, o al governo innaturale, alla ri-bipolarizzazione, e al che fare.  Qualcuno vorrebbe invitare al dialogo Vendola. Pare stia passando qualche giorno da queste parti. Ma da queste parti, sono in tanti, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Forse anche Ippoliti, così dicono. E così, politica e giornalismo potrebbero incontrarsi sotto l’ombrellone. Così dicono. Insomma, ci sarebbe materiale per un buon lavoro di sociologia. Verso sera, alcuni  bagnanti entrano  un’ultima volta in mare intenti nel recupero dei materassini, accarezzati, ancora  un momento, dalle deboli onde di questo stupendo mare. Materassini che , fluttuano dondolano, ora di qua, ora di là. Altri vacanzieri continuano a giocare con i soliti racchettoni, un po’ “cafonal”,  se sulla spiaggia, come sovente avviene. Sullo sfondo, intanto, il sole lentamente cerca casa, in altro luogo. Oltre Torre Lapillo, dopo aver superato Porto Cesareo e Torre Chianca.  In questo luogo, in questo periodo, o forse sempre, si riescono a recuperare colori del mondo, andati persi, per colpa di uno o dell’altro o del mondo intero. Il recupero resterà parziale, dopo un anno intenso di fatiche, di lavoro, e spesso di equilibri rotti e continuamente ristabiliti, dopo che sul campo sono rimaste macerie, reali e metaforiche, ma, ora, a quest’ora, quel po’ è il tutto.  Alle spalle, la precarietà cristallizzata. Una grande bolla di sapone, consistente e fragile,  allo stesso tempo. I colori e l’armonia sono il trionfo del reale sull’effimero, sul fittizio. Odori di mare, fichi, vite e ulivo. Simboli di grandezza. Le impronte di qualcuno impresse sulla sabbia, a quest’ora, sembrano lasciare alle spalle  ansie, inquietudini, turbamenti del cuore. Musica sparata a palla, proveniente da altri stabilimenti, dove si consumano drink e calorie, in una danza sfrenata e infinita, e da sfinimento, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Davanti, all’inseguimento del sole, oltre la Torre, la serenità: la grande bellezza forse è qui. Forse non è un terrazzo, non è il Pincio, dal quale si puo’ ammirare e possedere l’eterno, ma è una grande porta di accesso a qualcosa di bello, misterioso, insondabile. A due passi dalle mitiche Colonne. Dove osano i viaggiatori, sognatori, “eterni visionari di confini“. Una grande porta dove affacciarsi ed ammirare una grande bellezza. Composta da cose semplici, come quest’anguria, e ora, ne capisco il senso, della corsa mattutina, per accaparrarsi il primo posto, in prima fila, dove, a pochi passi, giace a terra, un’anguria, a metà strada, tra il mare e la sabbia, al fresco. Come fosse una costruzione, un’opera d’arte di altri tempi, quando si giocava e costruivano castelli, di sabbia e in aria e si era capaci di emozionarci con poco. Oggi, la grande bellezza è in Salento. Davanti a questo tramonto, in riva a questo mare.

Porta Palazzo

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L’altra settimana, sono sceso per strada, munito di registratore, blocchetto, e macchinetta fotografica. Avevo desiderio di fissare qualche immagine, e con esse, delle emozioni. Mie, altrui.  Cogliere l’attimo. Lo stato d’animo che conta. Trasmette.  Avevo necessità di rivedere, raccontare nel mio io,  un posto che ha scritto la storia. Prima. Dopo. Durante. Sud. Mercato. Stazione.  Treni antichi. Dialetti. Incroci. Profumi, di ortaggi, frutta. Dei tanti Sud.  Volevo rivedere, raccontare Porta Palazzo.  Circoscrizioe 7. Il mercato, Porta Pila, con i suoi carretti, appena depositati, a riposare per la notte.  Il suo pavimento bagnato, lavato, di lacrime e sudore, fin dalleprime luci dell’alba.  Le sue fermate di bus e tram. Il 4, che sembra un treno, con la sua direttrice Nord-Sud, Mirafiori-Falchera. Mirafiori, luoghi di operai, Falchera, un tempo quartiere dormitorio di Torino. Non piu’, ora, nè una nè l’altra. Il  4, col suo snodarsi. Scendere, salire. Il controllore a bordo come negli anni settanta. Il 16, circolare destra, circolare sinistra, con identico capolinea, Piazza Sabotino. La tettoia, l’orologio, luogo di incontro. La nostra lampada Osram, formato stazione Termini. E a proposito di stazione, la vecchia Torino-Ceres. Vapori di treni antichi, andati, fermi, come “a deposito”, come alcune lettere in francese. E poi, il Duomo, la Sindone, le Porte Palatine. Dalla parte opposta,  poco distante, il Balon, con le sue cianfrusaglie, oggetti antichi, usati, nuovi, e Borgo Dora, il Maglio, il Serming. La Mongolfiera.Tutto concentrato in un pizzico di Torino.  Fiaba, non vuota, come certa  politica, sopra questo cielo plumbeo che avvolge il palazzone agli inizi di corso Giulio Cesare.  Con le anime che vagano, alla ricerca di qualche ortaggio, qualche frutto, per passare la serata, rimasti  dal mercato. Ho provato a chiedere, una riflessione a chi come me restava estasiato davanti a tanta bellezza di tanti colori, lasciati per la notte.

“Scende la notte e la vita riposa. Il movimento, l’automatismo con cui svolgo le mie occupazioni di routine lasciano spazio ai pensieri, alla memoria, alla fantasia, al romanticismo che gonfia il cuore di poesia. Anche ai sensi di colpa. Sarà per questo che amo la notte. C’è più spazio. E così, a Porta Palazzo, anche se buia e deserta, riesco a sentire l’ebbrezza che provoca l’allargarsi dell’orizzonte. L’incontro con una pelle diversa, una lingua diversa, uno stile di vita nuovo. Riesco a sentire la linfa che sale dalle radici, quelle che ritrovi anche se sei in capo al mondo, quando vedi un prodotto tipico o senti il tuo dialetto, che potresti riconoscere in mezzo al caos più sonoro. Un’ eco che rimbalza sul cuore prima di arrivare allla testa. Riesco a sentire voci che si accavallano e profumi di quel mercato, il più grande d’ Europa, ne avverto il senso di smarrimento iniziale, che piano piano si organizza e diventa curiosità. E poi voglia di stare al mondo. Accade qualcosa di magico…lo spazio dell’Io, un punto quasi impercettibile, diventa un grande ottagono che comprende radici e rami che si proiettano verso il nuovo. In verticale, fino a toccare il cielo, e in orizzontale, verso l’incontro con l’altro. E’ una questione di spazio, quello che vedi con gli occhi dell’anima. E che ti fa apprezzare Porta Palazzo con tutto il cuore.”