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Verso le OGR

La struttura è ad H. Il vecchio stabilimento, OGR, e’ incastrato tra Porta Susa, quella nuova,  le carceri, dette ancora Nuove, (su corso Vittorio Emanuele II), ma vecchie, da tanto, e il Politecnico; si slancia o svetta  verso l’alto tanto da dare l’idea di essere un Palazzo di 5 piani. Le officine  sono un pezzo fondamentale di storia, del movimento operaio, sociale, economica, di Torino: sono  le officine OGR, dove un tempo gli operai producevano e facevano “nascere”  i treni. E poi li riparavano anche e cucinano sedili. La loro visita riscuote successo.  La nostra pure. Ad ogni ora non mancano curiosi e torinesi in coda, intenti a riappropriarsi del loro passato, dei propri ricordi e forse a rinnovare il proprio lavoro. Fino al 14  ottobre, visita gratuita, e così ne approfitto per portarci un paio di classi: le quinte. Dalle officine alle start up, passando per il “Duomo”. Eppure a me pare di sentire ancora l’odore dei treni, dei sedili, della pelle, del vapore. Qui sotto c’era un trincerone, dove passavano i treni, appena inabissatisi a Porta Susa, vecchia. Nel 1992 era così tutto diverso, prima della “grande trasformazione” urbanistica. Prima della trasformazione del “lavoro” e l’instaurarsi del nuovo concetto di lavoro. O lavori. Dove c’era il macello comunale, ora c’è il tribunale, un grattacielo enorme, terrazzato e  dove c’era “Nasone”, una locomotiva particolare, molto americana, il piazzale della stazione, ancora chiuso in una zona in perenne risistemazione. Chiudo gli occhi, respiro “storia” lasciandomi riscaldare da questo calore, a metà ancora estivo. Così ieri, così OGR.

“Just the woman I am”

Week-end coloratissimo, ieri, lungo le strade e le piazze torinesi. Una marea umana, tinta di rosa, prevalentemente donna. Ma non necessariamente, come testimoniano alcuni scatti. Almeno “otto” in attesa dell’8 marzo.  Ideatori della terza edizione “Just the woman I am”, il Cus Torino, il Politecnico, l’Univerdita’.  Un abbraccio tra donne e  ricerca, meglio, una corsa con “una donna per amico”. In piazza San Carlo almeno 60 mila pronti ad osservare la partenza di 11 mila pettorine o forse piu’ pronte a muoversi lungo le strade cittadine.  Addirittura chiuse le iscrizioni per overbooking. Una piazza dove nella storia si sono dati appuntamento sindacalisti, politici, lavoratori e…”Se non ora quando”. Migliaia di palloncini sulla nostra citta’ e occhi puntati verso il cielo. Per una buona e pronta ricerca bisognera’ pur muoversi.  Uno spettacolo unico.Tutto rosa, nel blu. Al suono e al canto di “una donna per amico” alle 16.30 il via sotto l’arco gonfiabile. Un via decretato dal sindaco Fassino.Torono, 6 3 2016 foto Romano BorrelliFoto Borrelli Romano, Torino 6 3 201620160306_163703Torino, 6 32016 foto Borrelli RomanoFoto, Borrelli Romano...TorinoFoto Romano Borrelli.Torino 6 3 201620160306_16351220160306_162758Torino 6 3 2016 foto Borrelli RomanoTorino 6 3 2016; foto Borrelli RomanoTorino 6 3 2016, foto Borrelli Romano

Torino 2015

Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano BorrelliAl risveglio Torino è capitale europea, dello Sport. Torino 2015. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, ex mercati generali, foto, Romano Borrelli Nove anni dopo le Olimpiadi. Torino 2006, Torino e le notti bianche, Torino e la passion.  Il tempo corre, velocemente. Qui sopra, si corre. E i maratoneti domenicali anche. Un apasserella che sovrasta un’area grande 17 mila metri quadri a ridosso della ferrovia. Era Torino 2006, arcate piene, oggi vuote, domani probabilmente “poli” universitari pieni. Svoltato dietro l’angolo, mogio mogio, l’anno appena trascorso si e’ trasformato in un archivio personale e non solo, di ricordi. Davanti, pagine da scrivere.Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, foto, Romano Borrelli (2) Una passerella unisce il centro commerciale 8 Gallery (appello: si possono rimettere in sesto, nell’ordine, ascensore, che presenta le porte aperte, il sensore di una porta che continuamente apre e chiude la porta tra il centro commerciale e la balconata che da verso la passerella e la passerella stile aereoporto-tapis che non funziona) e quindi la fermata della metro (una Pinacoteca, Agnelli,  una pista) agli ex mercati generali e Piazza Galimberti (oltre, le montagne).  Torino 1 gennaio 2015, Lingotto. Foto, Romano BorrelliE poi, via Giordano Bruno. Qui, una città nella città, anni addietro. Muletti, camion, gente. Il giorno era la notte e la notte era il giorno. Lavoro, a volontà. Mercati, che ricordano un film. Di  tanto in tanto si ha l’impressione che le linee della giardinetta e della Lancia siano ancora in funzione (ora  tutto in un archivio, http://www.lingottoierioggi.com), invece, è il rumore di alcuni  Eurostar, fermi, che ricaricano le pile, per una nuova corsa, metropolitana d’Italia. I treni, sotto la passerella, sfrecciano, alcuni, rallentano la marcia , in prossimità della stazione Lingotto. Altri, a ricovero, pronti per una marcia pendolare lungo la dorsale tirrenica o adriatica. In fondo al fascio dei binari si nota la facciata di Porta Nuova. Oltre, la torre di Piazza Castello. La ricerca di un bar, per un caffè, si fa affannosa, ma con un risultato. Poco lontano da qui, un po’ di Sud, un po’ di Lecce. Sarebbe stata un’accoppiata vincente tra sport e cultura. Invece…Come si sa, la cultura è andata a Matera. Va bene ugualmente. Torino 1 gennaio 2015, Lingotto, passarella. Foto, Romano BorrelliMi accontento di un buonissimo caffè ed un pasticciotto che per un attimo fa scordare freddo e gelo. Per pochi istanti sono in Salento.Torino 1 gennaio 2015. Un caffè...leccese a Torino, corso Orbassano 96, pasticceria Elba. Foto, Romano BorrelliUna buonissima pasticceria leccese, Caffè Elba, in corso Orbassano 96,  a Torino. Non sono sicuro ma forse La Stampa ne fece una recensione. La pasta frolla è davvero ottima e così la crema. Ci si puo’ trovare di tutto, delle bontà salentine. Basta andarci. Pochi metri di Salento incastonati lungo un corso dove un tempo sferragliava un tram diretto al Comunale. Sorseggio  il caffè.  Alla parete, un orologio, cattura la mia attenzione.  E’ uno di quei tanti che si possono notare a Lecce. Una Q.Torino 1 gennaio 2015, pasticceria Elba, corso Orbassano 96 b, Torino. Foto, Romano Borrelli Non staccherei mai ” di dosso gli occhi”. Come ipnotizzato vedo il mare, il sole, la terra rossa. Il caffè pero’ ha fatto  il suo onesto lavoro. Mi ridesta. E’  ora di …correre. E’ quasi ora di pranzo. La maratona  di tale tipo, in questi giorni, è piuttosto lunga.

Uniti contro la crisi, dal bus 91

Se esiste un luogo dove poter raccogliere la disperazione, a Torino, questo è un bus, fino a pochi anni fa, un tram: il 91. Perchè, domandava al pubblico Matteo Bianchi, durante la presentazione del suo libro “Apocalisse a domicilio” raccontare posti, luoghi, città, tra l’altro mai visti realmente, al solo scopo di fare presa su potenziali lettori? Spesso i giovani scrittori citano luoghi che non hanno mai visto, ma bisogna cominciare ad essere sinceri. Il 91 è un bus che “raccoglie” piccole masse, retaggio di quei 60 mila che furono di Mirafiori, ora ridotti a 5 o 6 mila. Fotografia di una Torino che è stata. Ricordo di un movimento operaio che lotto’ per avere, come sostiene il prof. Luciano Gallino. Lavoratori che scontano ormai da anni la mancanza delle “tre unità”: unità di tetto (la fabbrica, grande contenitore, prima delle delocalizzazioni), di padrone e di contratto. Ma il 91, lungo il percorso, che è una fotocopia del tram 10, costeggia anche luoghi simbolo della nostra bella città; tra questi luoghi, il Politecnico. Cosa c’entra, si dirà, in questo mio pensiero, l’operaio con lo studente universitario (ma anche di scuola media superiore) e con i ricercatori universitari? “Tutti sotto lo stesso tetto”. “Tutti sopra lo stesso tetto”, o, se non è una gru, una fabbrica dismessa, sopra lo stesso monumento, o, data la delicatezza, meglio dire, dentro lo stesso movimento. Il 91 è un bus, reale. In movimento. Al suo interno si incontrano visi stanchi, assonnati, pronti a qualche educato apprezzamento alle ragazze universitarie di turno, (certo, non i loro, che, per il momento si protraggono su 15 turni). che provano a salire e accomodarsi. Generazioni vicine, nella stessa barca, la crisi che non vogliamo e non dobbiamo pagare. Visi tirati, stanchi, educati, ma non pronti a “pettinare i pensieri come vorrebbe” il padrone, il Cesare, l’Imperatore, con accordi “dammi tutto, in cambio di niente”. Indisponibili. Come indisponibili sono quei pochi studenti, studentesse che utilizzano quel tram. Entrambi privi, come ci ha ricordato un’indagine di qualche giorno addietro, “privi della forza di guardare piu’ in là, costretti a vivere in un presente perenne”. Insomma, una pista di pattinaggio, dove, sotto la coltre di ghiaccio, risiedono, ormai da anni, atteggiamenti volti all’egoismo, comportamenti indifferenti, e una maggioranza di persone prigioniera di influenze mediatiche. La disoccupazione giovanile, quella under 35 arriva al 16,4%, un dato preoccupante che fa il paio con la preoccupazione di questi operai che vivono il terrore di vedersi “appioppare” il contratto fotocopia di Pomigliano, con turni lavorativi da dieci ore. Il conflitto “è roba” vecchia, datata, invece, le condizioni lavorative di questa fattispecie? Roba da prima del ‘900. “Quanto manca alla pensione?” domanda ricorrente fra gli operai su quel 91- Che desiderio! “Dopo una vita lavorativa e di lotta.” Che desiderio, eppure le ricerche sostengono non esista piu’. Come il tempo libero, considerato un diritto. “Certo, davanti ad un miliardo di investimenti, bisognerebbe piegarsi?” Da dove arriva, questo miliardo? Dal proprio portafogli o dall’amministrazione americana?”, si sente dire dal fondo del 91. Un altro se la prende con il governo, troppo buono con chi ha e rivendica la condizione operai, e le differenze che via via si sono create tra operai e manager. “Troppo bravi con i soldi degli altri, cioè, i nostri dei contribuenti. Un tempo, nel ‘900, il rapporto tra operai e “padroni”a livello retributivo, all’Ansaldo, era di uno a 100; nel ’60 tra Valletta e i suoi dipendenti di uno a venti, trenta, con Marchionne, uno a seicento!!!”.Troppi sogni venduti e regalati, soprattutto da questo governo, cui in molti, ora, giustamente, non credono piu’. Dieci ore di lavoro su due turni! Ha ragione Marco Revelli, penso io: “la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”. Questi pochi operai, questi pochi studenti, studentesse, sono lo specchio di un Italia, formata da una catena di generazioni, che stenta a trovare il suo posticino, dopo una vita di sacrifici, dopo anni di studio. Studenti che lavorano gratis, chissà per quanto. Famiglie che non riescono a pagare le rate dei mutui e nel frattempo aumentano i pignoramenti delle case. Ultimi pezzi di welfare che vengono toccati, basti pensare a quanti avranno, fra qualche anno, maturato i requisiti per la disoccupazione: “almeno 52 settimane di contributi nel biennio….” ma chi li avrà maturati, con questi contratti capestro? Nel bus 91 comincia a respirare la voglia di un’altra Italia. Speriamo da subito. Scendo alla fermata, contento di aver ascoltato un pezzo di questa Italia,stufa, sfiduciata ma con la coscienza di quel piano inclinato raccontato da Marco Revelli, un piano nel quale anche lo spazio per i favori e le raccomandazioni è sempre piu’ stretto e sempre piu’ costoso in termini di dignità e rispetto. E’ terminato il tempo di delegare, di nascondersi. Usciamo, tutti, allo scoperto. Uniti contro la crisi che non vogliamo. Questo debito pubblico, è debito privato.