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22 ottobre 2016

Fa freddo. Il convegno su adozioni,  affido,  bes,  dsa  ecc. volge al termine. Una lunga giornata trascorsa seduto su una delle tante poltrone di questa aula magna (di un grande Istituto di Scuola  Superiore),  cartellina in una mano,  come tutti,  e biro stretra in pugno,  teso ad ascoltare  specialisti e non,  che restituiscono esperienze personali,  socializzate dal palco, su adozioni,  affido e crescita famigliare-scolastica-sociale negli anni nei vari ambienti scolastici con altri esperti a “snocciolare” dati e  disposizioni normative e linee guida. Sotto la Mole e  a  due passi da questa,   appena fuori da qui, una  “fabbrica scuola” a volerla guardare nella sua non indifferente “mole”; un po’ di ore che scorrono via,  veloci,  inframnezzate da una piccola pausa,  cercando sprazzi di luce,  per far pace con le emozioni; nel pomeriggio, nella sala attigua il barista pulisce la macchine del caffè  facendo fuoriuscire grandi getti di vapore:”sffffff”   intento alla pulizia del macchinario che sbuffa e cosi lui,   mentre ripone nello scaffale le ultime tazzine di una giornata lunga,  come i molti caffè  “lunghi” che da dietro il banco ha servito per ore. Chissa’ quante storie avra’ sentito raccontare e se a qualcuna in particolare ci avra’ prestato l’orecchio. Perche’ si sa,  “per certe cose,  ci vuole orecchio,  anzi parecchio” (Jannacci). Entro, qualche attrezzo di pulizia ‘stazione’ nel limbo,  segnalanudo all’attenzione,  quella esterna nel movimento e quella cognitiva (“ehi,  guardate che qui si chiude).  Ci sarebbe posto per un ultimo caffe? “Si”.  Così mi  accingo alla cassa,  ne ordino uno;  lo scambio è  immediato: euro contro scontrino e la risultante  di questa “transazione” e’ il mio caffè.  Giro il capo verso sinistra e oltre le scope un corridoio a croce. Una giornalista su di una panchina del corridoio appena fuori dall’aula magna sembra stia “confessando” una delle “attrici” del convegno. Sorseggio e termino ripensando alle cose da fare.  Recupero l’uscita velocemente. Respiro,  cambio un po’ d’aria. Dall’altra parte del corso,  sul viale,  il tram doppio,  arancione ha appena richiuso le porte centrli”bam”nonostante le guarnizioni in gomma,  “sfiuuuu” e la ripresa lenta grazue al pantografo lo muove verso Porta Palazzo. Le signorine appena scese sono carine e incappottate e si dirigono a puedi verso il centro con l’aria di chi la sa “universitaria”. Hanno chiome a coda di cavallo, occhiali da studentesse e ridono e muovono il capo come se stessero ripetendo frasi di alcune canzoni. E mentre parlano o cantano sorridono smuovendo la coda. Le chiome degli alberi invece sono di altra bellezza nell’esporre  le loro prime modifiche “cromatiche”. L’autunno ormai ha lasciato le porte ed è  entrato a tutti gli effetti dentro di noi. C’era una volta,  qualche mese fa e anno fa  (nel senso di scritta da Cesare Pavese) “La bella estate” ormai terminata. Domani è  domenica 23 ottobre. Una giornata ricca di storia: non perdiamola. A Porta Palazzo d’ “ora” della festa,  di “sguardi diversi” poetici e belli.

Nel frattempo recupero Feltrinelli per gli ultimi scampoli di questo “Sabato pomeriggio”,  a cavallo tra la poesia,  la musica e il religioso.

“Ora” esatta a Porta Palazzo

20160509_163955Sarebbe ingiusto  ricordare solo alcune figure  per  dimenticarne altre. A Porta Palazzo. Certo l’orologio, la tettoia e maciste sono e fanno numeri. Certo il formaggiaio con lapis dietro l’orecchio i numeri li aveva,  oltre che fornirli, insieme alle giuste misure (etti, kili) e se poi capitava che le misure le squinternava una bella ragazza….allora “ciarea madamina”! Pero’ vorrei aggiungere un breve tributo, sentito e dovuto, ad un ricordo d’infanzia, a Pippi lo spaccone da Brindisi, con le sue angurie, i suoi San Marzano e gli enormi vasconi azzurri, pronti per la salsa. Il tutto stipato su di un enorme camion, Pippi compreso. Pippi aveva gia’ capito allora come funzionavano le regole del mercato: a chiamata. Diciamoci la vetita’: Pippi lavorando il sabato e la domenica aveva anticipato di gran lunga il contratto a chiamata! Un raffinato politico! Era fine agosto inizio settembre  quando il sabato del villaggio e la domenica mattina  erano un  must a Porta Pila e la salsa era da venire. L’estate stava finendo, certo, ma non subito,  poco alla volta. Scampolo dopo scampolo. Come avveniva in altre zone del mercato. O meglio: ballando ballando.  La Puglia e’ lunghissima, diciamo un pieno di benzina tra Santa Maria di Leuca e “Fugggia”…Nahhh!! e cosi la babele   di lingue e dialetti pugliesi  che circondava Pippi era piuttosto vasta, tanto che non ci si capiva quasi niente.  Il tutto inoltre capitava  in un francobollo di alcuni metri quadrati. Poi, una volta comperate le casse di san marzano, tutti a casa, o meglio, nelle “ville” di qualche amico “gianduiotto”, perche’ si sa,  in fondo poi, incatenati tra le catene di montaggio le amicizie fiorivano anche. Poi, terminata la giornata, le bancarelle fluivano verso il ricovero, gli addetti del comune innaffiavano le lastre di pietra e Pippi, dopo aver riposto tutto il rimanente, richiuso il camion e accese le luci della cabina con la scritta “Pippi”, si avviava verso Villanova d’Asti, dove da li avrebbe imboccato l’autostrada che lo avrebbe riportato a Brindisi. Per un nuovo carico.

26 Dicembre

Torino, 26 dicembre 2014, via Garibaldi, foto, Romano BorrelliTorino 26 dicembre 2014, piazza Castello, foto, Borrelli RomanoLe ragazze sono brave. La musica è dolce. Le loro penne, un flauto traverso ed un violino. Scrivono melodie nell’aria e suonano dal cuore al cuore di molti. In via Garibaldi e oltre. Melodie natalizie che rimandano ai migliori anni. Molti si soffermano, spostano leggermente il cappello per lasciare libero spazio al libero suono in liberato orecchio. Un biglietto ai miei piedi, lo raccolgo, lo leggo, lo colgo: “Io sono presente al mondo solo tramite il mio corpo. I miei pensieri, i miei sentimenti, non si esprimono o non si rivelano se non tramite il mio corpo”, (sul retro e me ne accorgo solo dopo, “l’insieme degli eventi-avventi, con il loro perpetuo moto costituisce una sorta di ritmo naturale e anche un messaggio da captare per cui la materia e lo spirito si danno in un unico insieme come creato”, Stefano Verdino), lo piego e lo conservo…le ragazze continuano a suonare e allietano passanti e coloro che sono in sosta ormai da un pezzo.  La città, nella giornata tradizionalmente dedicata al cinema è stupenda. Dopo le poltrone rosse e il maxi-schermo, una camminata, su questo porfido liscio che sembra un puzzle. I discorsi, il vociare sono una cascata di cibo e di ricette. A raccoglierle ci verrebbe fuori un libro da far concorrenza a suor Germana. L’Italia del pranzo di Natale è servita. (il pranzo di Natale, anche. La tv, per la cronaca,  ha restituito immagini del Vescovo di Torino, Cesare Nosiglia, che serve il pranzo ad una decina di persone in difficolta’. Con tanti auguri “a mille”). La città, e’ squadrata. Il suo mantello, disteso al nostro passaggio sembra una scacchiera ed ogni suo pezzo in perenne movimento.  L’alfiere posto dinanzi alla torre prova ad infilzare la luna.Torino 26 dicembre 2014, piazza Castello, Foto, Romano Borrelli I cavalli ancora ai loro posti, aspettano un cenno, per essere mossi, sull’enorme scacchiera. Una “L”, la mossa del cavallo, nel cuore di Torino, nella piazza preferita, una fuga, ed uno scacco.  I pedoni si ergono a difesa del palazzo, d’inverno, in attesa di Jvan, previsto nelle prossime ore notturne. Atteso, come la neve. Le luci abbagliano e assumono forme diverse…Non avevo granchè voglia di scrivere, onestamente, solo di immaginare questa enorme tavolata torinese. Su di essa, torinesi e turisti si muovono a loro agio, ado occhi chiusi, un po’ per sognare un po’ per forza d’abitudine, molto per amore e sognarsi e trovarsi ancora innamorati. Cioccolata alla mano occhi posati un po’ qua un po’ la, oltre le vetrine, alcune “accese” and “open” in questa appendice natalizia. I sorrisi si allargano e si donano, a …piene mani. I piedi, di tanto in tanto, quelli battono il ritmo sul selciato. Un po’ per scacciare il freddo un po’ per darsi il ritmo.  Un gesto democratico, “orizzontale”, al apri di quelli sulla rete. Alcuni tra le mani i doni di ieri, da cambiare. Altri, i doni di ieri, per cambiare. Altri ancora provenienti dallo shopping center di Porta Nuova, aperti per le feste.  Ad ogni modo, il luogo migliore delle mani e’ quello di ritrovarsele tra altra mano, a patto, come scriveva una scrittrice, che non sia la propria. Il caldo delle tasche era un luogo sicuro per le mani…….levarle da quel tepore, un affronto poco carino, e poi, c’era questa partita immaginaria su di una scacchiera tutta torinese…con tanta voglia di giocare. Torino 26 dicembre 2014, foto, Romano BorrelliTorino 26 dicembre 2014, foto, Romano Borrelli (2)Torino 26 dicembre 2014, piazza Castello, Palazzo Madama,foto, Borrelli Romano

Dal racconto al libro, una storia di lacci

20141216_165002Sinteticamente,come un tweet, non tutto e’ a caso o per caso e  tutto quanto potrebbe sembrare un “saltabeccare” in realta’ non e’. Ordine, disordine, fuori e in testa. I lacci sono stati slacciati e riallacciati, con un certo ordine o disordine, come una casa o come quel che ci portiamo in “testa”ai nostri pensieri e nelle nostre gambe. Dipende da chi, da cosa e dalla storia. Dipende. “Ognuno ha i lacci suoi”, ho sostenuto fin dagli inizi e ognuno, a modo suo, allaccia, slaccia, intreccia e cosi via. Il libro aprirebbe la porta a tantissime storie, ma non si puo’ rivelare nulla, solo consigliare, di andarlo a comprare, perche’ personalmente l’ho trovato davvero interessante, di quelli che al termine dici: “Peccato sia terminato”. Il tweet sta per terminare….e come nel racconto, un gatto osserva la scena…Il suo nome e’ Labes….ps. Non cercate su google ma infilatevi in una libreria e comprate “Lacci”, di Domenico Starnone. Buona lettura.

Un ringraziamento dovuto a Massimo e alla libreria Giunti al Punto.

Un libro che parla di molti, di noi, di molto in genere. Tra le righe qualcosa di dirompente comune a tanti e per questo ho deciso che ne faro’ omaggio con un paio di copie. Detto fatto…comprati.

 

Una storia di matite

Torino 14 dicembre 2014, via Garibaldi, foto, Romano BorrelliTorino, 14 dicembre 2014, via Garibaldi.

Tre Babbo Natale, in giro per Torino. In centro (Nel resto della città, moltissimi di più: un paese intero. Vero, vero. Per un’azione benefica). Due donne, un uomo, palloncini stretti tra le mani e di li a poco, pronti a prendere il via, nella via, e nel cielo torinese. Una cornice………con cosa la si poteva riempire? Una foto, ovvio. Invece, no. Almeno, questo valeva per me, questa mattina. Ma quella cornice l’avrei voluta, per riempirla a mio piacere, di scrittura, pensieri, in corsivo, naturalmente. E bella calligrafia. O forse, a dire il vero, l’ho già riempita.  Volevo un foglio e una matita. Sul tavolino di un caffè, “riallacciavo” il filo di un discorso, meglio, di qualche riga, raccattando qua e là alcuni cocci di qualcosa. Ma sono pagine di libro. Lettere di qualche lettera inserita tra altre lettere…pagine come lacci, allacciate, poi slacciate e poi riallacciate ancora. Il punto era che questa mattina non avevo con me una matita, né per un appunto, né per una schedatura, de libro, né per una “inquadratura” di un passo della lettura (o della lettera) su cui “soffermarmi” e “scattare” l’attenzione.   Quest’ultima, pero’, “scatta” ugualmente. Una giovane donna, nel tavolino del caffè accanto al mio, ne possiede una, di  matita. Non ne distinguo, pero’, il tipo. Mi faccio coraggio, sapendo che potrei innescare una richiesta imbarazzante. (Quale matita?). La chiedo in prestito, un attimo soltanto. E’stata gentile, “eccola. Fila”. Mi allunga il lapis nella mano e mi allaga un sorriso. Gioca con abilita’, con le parole, i termini e lo sguardo. Nasconde, si mette in ombra, gioca e ride. Con una marca, il trucco, verra’ dopo. Strada facendo. Una donna con la matita e’ la sintesi della natura, l’arte della bellezza o la bellezza dell’arte, il motivo per approfondirla evitandone  la superficialita’, penso. Una donna con la matita, per ora, senza trucco senza inganno. Si alza e gentilmente mi dice che posso tenerla. “Fila” via, d’un tratto, veloce, come il treno che la riportera’ lontana da qui, verso il mare, presumo. Nei suoi occhi, c’era il mare.  Un attimo soltanto e sparisce. Nei miei occhi nebbia, smarrimento e spiaggia, il mare si e’ appena ritirato.  Pochi istanti lunghi come un paio di anni dilatati dal suo sorriso. Nella sua matita, in quella, c’era un mondo, a me sconosciuto, conosciuto solo a tratti. Pochi istanti, diluiti e dilatati in un tratto comune. Inizio a disegnare  e scrivere, con un po’ di fantasia e un pizzico di…inganno…questione di…poesia.  Nei suoi occhi, ve ne era parecchia, immersa fino in fondo nel suo mare da amare, dolce come il miele. Questioni di…cuoere… Ma anche di…matita…..quella per il trucco.

Il libro in corso di lettura è davvero interessante. La sua storia, anche.

ps. Le poesie, amo raccoglierle, leggerle, cercare di capirle e…interpretarle e “rilanciarle”…Con le matite…si riempiono di contenuti grandi storie. La poesia e’un viaggio, oltre il tempo, oltre lo spazio. Una poesia o un gruppo di poesie hanno le loro colpe, provocano ferite e lacerazioni e hanno la capacita’ e la forza di “suturare”. Una poesia allontana e avvicina altri, separa, riavvicina…Ma una poesia con la matita e’ personale, per sempre…la forza della poesia.

Poesia Reale. Poesie aeree

 

 

Torino 13 dicembre 2014, Palazzo Reale. Foto, Borrelli RomanoTorino, ore 17. Palazzo Reale. In attesa della “poesia reale”. Per ???????????????????????????????posta aerea, dal e sul cielo di Torino. Tantissima bella gente, affamata di poesia e d’amore. Per la poesia. Raccolti su questa piazza, affamati d’amore. Uno spettacolo bellissimo in una cornice altrettanto stupenda nel cuore del cuore della nostra città, con uno spettacolo e un’emozione dritta al cuore. Luci d’artista e Artisti che scrivono e che donano. Dal cuore, il loro, al cuore, il nostro. E noi, in attesa. Una doppia scalata, una consegna ed ecco le consegne. E ad ognuno le proprie. Come è lontano e come è vicino giugno, così come è vicina la Mole Antonelliana. Ecco, piovono stelle. Ecco, si accendono tra le nostre mani. Ecco il mio aereoplanino dopo un’ora e più di spettacolo.Torino 13 dicembre 2014, Palazzo Reale. Foto Borrelli Romano (2)

Eran le pive

eran le pive degli zampognari

che sempre – in coppia –

venendo da lontano

scortavano la neve al mio paese

d’incanto agli occhi di bambina… 

eran le fide compagne del pastore

– in gesso – con la giacchetta

d’agnello smorto color prato

con cui giocavo il gioco del Natale

in quell’età di favola che animava

l’antico e mio statico presepe … 

eran le ciaramelle della poesia

che imparavo dondolando a mente

da recitare per le Feste

a scuola senza capire allora

il senso tutto umano di quel verso… 

e ora che ancora posso ricordare

salvando una memoria d’armonia

son esse il suono di quel suono:

suono di casa, suono di culla

suono di mamma, suono del nostro dolce e passato pianger di nulla… 

angela donna

 

Torino 13 dicembre 2014, Palazzo Reale. foto Borrelli RomanoTorino 13 dicembre 2014, Palazzo Reale. Lo spettacolo in attesa delle poesie aeree. Foto, Romano BorrelliTorino 13 dicembre 2014. Palazzo Reale. In attesa delle poesie aeree. Foto, Romano Borrelli (2)Torino 13 dicembre 2014. Palazzo Reale. In attesa delle poesie aeree. Foto, Romano Borrelli

Sere

Queste strane atmosfere

di sere

negli occhi attutite,

come solo d’autunno

o sotto Natale in dicembre

i mercati,

il brusio della gente

ovattato

tra la nebbia e i colori dei banchi

e le luci sospese dai fili

che si muovono a soffi di brezza serale

l’ultima compera per la cena di festa

e per il dono al bambino che aspetta

Gesù

 

Il 13 Dicembre 2014, noi, poesie,  saremo in Piazza Castello a Torino e voleremo da Palazzo Reale. Non sarà solo un volo poetico. Maurizio Puato, danzatore aereo, scalatore e fotografo scalerà il Palazzo per noi. Sarà una performance di danza, musica e poesia veramente suggestiva.  250 aerei o più. Le poesie verranno stampate su carta intestata con… Fiocco di Neve.

Questo il comunicato che mi ha portato fin sotto queste bellissime finestre reali. Sopra, invece, quelle terminate tra le mie mani. E’ stato come un gioco. Non appena le poesie aeree han cominciato a prendere il loro volo eccoci asserragliati, in una lotta di tutti contro tutti, a chi tendeva le braccia più in alto. Tutti bambini con occhi da bambini. Per alcuni istanti ho immaginato di essere avvolto in una atmosfera storica, quando il popolo aveva fame, voleva il pane e lo gridava. E ad avere fame, questa sera, eravamo davvero tantissimi. Gente, “trasversale”, di ogni “classe” riunita per una sera a placare la propria fame, di poesia, di amore. Eravamo tantissimi. Lo spettacolo è stato bellissimo. Un ricordo che resterà per sempre e speriamo si ripeta al più presto, perché quel pane, come l’amore, non basta mai.

Torno a casa e rileggo una poesia di Neruda…poesia…il tuo sorriso… che è il pane della mia vita.

Magari domani correro’ a metterla sull’albero di Porta Nuova. Per un po’ di miele…

Torino 13 dicembre 2014, Palazzo Reale, foto, Romano Borrelli

Un cuore nel cielo (di Senigallia)

Sguardi rivolti al cielo, come in preghiera. Un cuore enorme, come disegnato, e pensato che tale deve essere, da quei tanti che affidano al cielo i propri desideri e le proprie aspettative. Aerei, prima presentatisi ai nostri occhi come puntini, poi, via via che si avvicinano,  bolidi che sfrecciano e assordano e si materializzano nel giro di poco, nel loro reale aspetto,  che poi sono  “le frecce tricolori” , col loro carburante che hanno in “corpo”, “scaricato”  e sbuffato, insieme al grigio, il rosso, ilbianco, il verde, sul grande foglio della vita che si chiama cielo.

Non amo particolarmente questi “veicoli del cielo” che disegnano il cielo come fosse un foglio A3 ad una velocita’ che neanche i bambini…Ma, mi piace,  e mi lascia incuriosito, questo si, osservare il veloce movimento di quanti si affannano e  quanti velocemente, mano “ a visiera” aspettano con trepidazione questi aerei provenire da Falconara. “Eccoli, eccoli”  li si sente gridare, i turisti e i bagnanti di questo splendido posto che si chiama Senigallia. E, scatto felino in avanti, capace di far ribaltare la sedia a sdraio, i turisti, villeggianti, recuperano velocemente , cellulari e macchina fotografica  da sotto l’ombrellone, per immortalare passaggio e disegno dei bolidi nel cielo di Senigallia.  E cosi tutti di corsa, sabbia tra le dita dei piedi,  verso riva, dove onde dopo onde si infrangono sui nostri piedi,  a mollo, privati dei sandali. E mi sarei sentito come un paio di mesi prima a Recanati  con una poesia tra le mani a sentire “le stelle sul capo e stto i piedi il mare” ( Emily Dickinson). Tanto e’ il velluto che conta. E qui, è davvero in abbondanza.  Anche io ho il cellulare tra le mani, in attesa di una chiamata o un sms ma un passaggio, dei bolidi,  mi cattura e coglie l’attenzione. Le onde e il loro infrangersi sono musica,  richiami di un ritorno.  Occhi su, occhi giù, occhi sull'”appendice” così cara ai nativi digitali. In attesa. Di qualcosa o qualcuno che ora non e’ presente. Ma lassù, si. Vanno e vengono. Il dondolio delle onde mi coccola i piedi, qua, portandomi altrove, col pensiero, pensandomi  in Salento. Là, dove tra poco, tornerò, sotto il sole.

Quà. Un pensiero di smarrimento per una collocazione di necessità,  di attesa. Anche se piacevole e morbida, oserei dire…”vellutata”, mielosa.  I bolidi con le loro frecce hanno disegnato un grande cuore in cielo, forse per omaggiarla. Il cielo, un foglio da disegno, una tavola imbandita, dove, nell’Italia anni ’80, non mancava mai un cuore. E tutti saltavamo la staccionata, oltre l’ostacolo. Come oggi. L’aereoporto e’poco distante da qui, dietro le colline. Un attimo e sono gia’ qui. Lungo la massicciata il treno percorre la sua strada e il suo rumore ed il suo affannarsi nel farsi largo e strada sono coperti dal rumore dei giganti del cielo. Quasi mi dispiace che il saluto del treno, come se ci conoscessimo, sia coperto da quello del bolide. Ma forse salutava i bolidi, in una gara impari. Il passaggio del treno e’ il mio orologio tra me e lei. Ad ogni passaggio di un treno il tempo si accorcia e cosi la distanza mentre lei si posiziona tra le mie braccia e si stringe sempre più. Il treno, sarà poi la clessidra. Uno dopo l’altro, il mio orologio. Il tempo, le ore, sono come lente come e’ lento un mulino. Ma la cronaca ora e’ tutta per i bolidi. Tutti i bagnanti in avanti, tutti naso all’aria, tutti un desiderio da esprimere. Manco fosse la notte di San Lorenzo. “Dai, L. ora che sono passati gli aerei e hanno lasciato il cuore, chiama, che ti faccio vedere il nostro” ! Così parla e sospira chi mi e’ davanti, in attesa anche lui di una telefonata. Fa caldo, parecchio. Suda, come noi tutti, ma lui per la trepidazione di una chiamata che pare non arrivare. In molti, pagato dazio al calore estivo, e immortalato su cellulare e digitale il passaggio, raggiungono velocemente le loro postazioni precedentemente e momentaneamente abbandonate,  i loro ombrelloni e la loro attivita”: il dolce far niente. Anche chi era davanti a me e aspettava il trillo di  L.  Lui ha ricevuto la sua telefonata. Colgo briciole della loro conversazione. Le incollo, le mescolo, rimescolo. Agito bene e rimescolo con un pizzico di fantasia.  Lui ha un tono alto. Presto si vedranno, alla stazione. Da queste parti, fanno un bel mercatino estivo, ci sara’ modo di comprare qualcosa, un gelato, magari un paio di zeppe, di quelle che si usano quest’anno. Magari un tuffo nell’infanzia, tra i bazar, dove si veninva con in nonni, per un gelato. Anche io ripiego verso luoghi piu’ freschi grazie a pale di ventilatori posizionati in ogni stanza di quell’ albergo da me scelto, a conduzione famigliare  dal nome vagamente tedesco. “Hamburg”. Mi incammino e penso ai buoni libri che mi attendono,  in attesa, sparsi, briciole di vita di altri, incollati e messi insieme per altri ancora e ancora le cronache del Corriere Adriatico e del Messaggero venduti, da queste parti, in coppia e letti in coppia, residui delle nostre letture di coppia di ieri e dell’altro ieri e di quando eravamo e forse non siamo stati, o forse si. Di quando leggevamo, sulla spiaggia, a discettare se “la strada ” faceva “paura” e a chi e perche’ e per come. E se il “Diritto era di volare” congiuntamente a quell0 dell’amare e dell’amore, mentre le nostre dita, anche oro, disgnavano un cuore sulla sabbia. I nostri cuori erano il motore e il nostro carburante, la nostra penna.

Un  po’ qua’e un po’ là, libri e costumi e abiti disseminati per la stanza come giochi estivi per bambini.  Anche l’entrata-giardino di questo albergo, dal vago sapore, almeno nel nome, tedesco (Hamburg) e’disseminata di giochi per bambini e di un tavolo da ping- pong sempre impegnato, a dire il vero,  per gare interminabili. Alcuni gradini, una rampa e recupero la mia stanza. Il profumo del cibo si espande e si attacca all’unico vestito, i boxer. Ma la pelle è una buona sostituta. Qui, si cucina davvero bene e si mangia il doppio. Anche io, sono in attesa della mia telefonata. Mi pare di sentirla già in anticipo, coperta dal rumore della  tv che gracchia mentre le pale (non con due l) girano e muovono l’aria.  “Velocita’ 1, 2, 3”, e girano e muovono ma incapaci di coprire voci e schiamazzi provenienti dal di fuori. E’ estate, giusto così. Sul comodino un blocco e la penna. Penso che talvolta la penna nella sua funzione abbia un che di vago, un qualcosa di simile ad una “siringa” che aspira pensieri e li traccia su di un foglio,  dandogli forma,  come appunti di memoria. Rimonta (la penna come “siringa”) pezzi sparsi,  qua e là e li scrivo. “A lei,la,  L. “. Gesti quotidiani e pensieri sparsi lungo quel viale che nel suo  “zoccolo”,  scritto in calce,  segna metri e km tra il porto e le sue luci e il confine di questa ridente cittadina “che ha dato i natali alla signora Yoko”. Con una Rotonda sul mare. Cosi mi disse mentre,  eravamo, in altro tempo, in attesa di una pizza. In altra vita  i suoi piedi sotto il tavolo strusciavano contro i miei, come un gatto quando fa le fusa. Eravamo solo noi, come una canzone. Il grande big bang era ancora lontano da noi. Segnali di quanto sarebbe stato bello un tramonto capace di addolcire anche i cuori piu duri. Lunga attesa, sommersa dai nostri “che ne sara’ di noi” al suono di una luce, degli occhi.   Segni incollati e mai staccati, nonostante i pantaloncini fossero ancora lontani da arrivare. Segni che restano, come cicatrici, come quando ti fai frugare nell’anima. E allora, no. Non si puo’ dimenticare. E nascono poesie come petali di fiori. Una dopo l’altra. Segnali, scrivevo, sul muretto, per quanti corrono e passeggiata e lungomare per altri,  che si pongono al riparo dai raggi del sole,  nel loro ciondolare nelle ore piu calde “della spiaggia di velluto”.  Muretto, un  sedile kilometrico per le ore notturne,  lunga passeggiata per innamorati, raccoglitore di storie e di memorie di una cittadina che non ti lascia mai solo. Muretto, dove ti metti a cavalcioni, quando sei solo, a cavallo tra la Rotonda e il mare.DSC01239

Lascio la Rotonda, la spiaggia, vellutata,  il mare, la vista delle colline sullo sfondo e ripiego. Con un cuore nelle tasche ed uno da immortalare sul blog. La sera si avvicina,  il tramonto la accompagna,  lo struscio riempie strade e piazze di come avventori i locali e la musica dei bagni (dai bagni) farà  alba.  Nel frattempo, onde e ancora onde si sono infrante e si infrangeranno in un moto continuo e perenne come promesse di ritorni mantenuti. E così  ogni notte e ogni giorno l’amore si rinnova.

Ps. Ma quanto è  bella Senigallia.

Ps. Complimenti a Jessica Rossi, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra, specialità, tiro a volo. Complimenti per i valori che esprime e per la dedica al suo paese, Crevalcore, uno dei paesi piu danneggiati dal terremoto di maggio.

Il viale del ritorno è lungo, sotto un sole solo, a picco. Sudato, ancora prima di incamminarmi. Alla stazione, qualche macchinetta per le bevande. Un caffè, l’acqua, i giornali all’edicola della stazione, che vende proprio tutto, anche i biglietti per il bus, di quelli che ti fanno ciondolare avanti e indietro per questi paesini così belli. Convalido il biglietto. Il treno arriva. Fischia. Mi accomodo. Per cinque ore sarà la mia casa, il mio salotto in una condivisione forzata. Amo il treno, ma anche no, per come avvicina ma anche come sa allontantare, e quando allontanta, come certe poesie, allora fa male. E non ci capisci più nulla. La vegetazione muta e così anche il mare che osservi dal finestrino e il caldo che immagini fuori, nonostante l’aria condizionata a palla, in questo bolide che è solo un freccia Adriatica. Poverino, forse si sentirà un po’ sminuito, con quelle altre frecce. Gli ulivi dicono che ormai ci siamo. Anche la fabbrica caffè Quarta mi dice che stiamo per arrivare alla stazione di Lecce. Siamo arrivati. Ancora un altra volta. Frugo nel mio zaino. Sono rimaste briciole di pane, scritte e vergate a mano. Briciole di pane che si chiamano amore. Le imbuco. Per tutte le altre destinazioni. La dove poco prima c’era il cuore. Mi volto e penso che “Ti mandero’ un bacio con il vento. Ti volterai senza vedermi ma io saro’  li” (PablobNeruda).  Un cuore a Senigallia. Un bacio a Senigallia.