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23 Dicembre

Nel mio breve giro, confuso tra confusi “corridori” o “maratoneti” dello shopping forzato dell’ultimo minuto, ho come meta l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova. Dopo la visita di alcune classi, e delle loro richieste, in formato letterina, con grande rispolvero delle vecchie ma buone abitudini, oggi è il mio turno: sono sotto l’albero, appena catapultato dalle scale mobili della metro torinese. Ho un paio di letterine da depositare su qualche ramo, dell’albero: trovare un piccolo pertugio richiedera’ una gran fatica; faccio il “giro-giro tondo” intorno all’albero, ma senza cascare, non io e non il mondo, dando una rapida occhiata di quel che chiedono cittadini, turisti, viaggiatori. Pensando all’articolo de La Stampa di un anno fa, di cosa saremo “In deficit questo anno che ci lasceremo alle spalle tra pochi giorni?” L’anno scorso eravamo, a dire in punta di penna del cronista, in deficit  di…gioia. Lascio il mio bigliettino, intestato “tipografia salesiana” e due righe di Gianni Rodari, autore capace di riportare sempre ai tempi e ai luoghi dell’infanzia ognuno di noi. Riportarci al come eravamo: Letterina, fiocco che incorniciava il grembiule, viso sorridente e noi sempre, camera e obiettivo davanti, a far finta di scrivere. Alle nostre spalle la vecchia  cartina geografica dai nomi e posti cosi lontani…un albero e un piccolo Presepe al nostro fianco. Ah….le tanto belle scuole elementari…

Lungo il tragitto, tra piazza Carlo Felice e via Roma, proseguendo verso piazza San Carlo e procedendo oltre, verso piazza Castello, è  tutto uno sfavillare di  luci e alberi. Le orecchie, nonostante il cappello calcato bene bene,   raccolgono dagli sportivi delle compere in “area cesarini” menu’ e telefonate fatte e da fare, conti, scontrini, regali fatti, da fare, e se quel parente lo merita oppure no quel tal regalino o anche solo un augurino. Le piu’ belle e simpatiche sono le coppiette che si accompagnano in questo mare di fente e vetrine ch continuamente invitano e richiamano ad entrare. Ah come rileggerei ancora una volta il magnifico “Canto di Natale” di Dickens. Di pensiero in pensiero,  un altro corre a Charlie Chaplin: conservo da qualche parte  un biglietto d’auguri di Natale datomi da una carissima amica con una sua cirazione. Lo ricordo perché era scritto su di un biglietto a forma di cuore e le cose di cuore, si sa, restano per sempre. Nella testa e nell’andamento delle gambe girano e concorrono ad accompagnarmi  musiche e canzoni di De Gregori: fra due giorni è “Natale” e “Gesu’ Bambino”. Testi e musiche bellissimi: strizzo idealmente  l’occhio a chi a suo tempo mi condusse all’ascolto del cantautore anche se, a quel tempo, erano altre le canzoni: “Ti leggo nel pensiero” e “4 cani”.  Il giro si chiude con una “puntata” al Circolo dei Lettori, dove, sia nell’atrio, sia al Circolo fanno bella mostra bellissimi alberi. Quello del primo piano, è bellissimo. Come sempre. Ci sono tante sedie vuote. Staziono un pichino.In una tasca, approfittando dei tempi vuoti, leggo sempre qualcosa, e oggi, in questo periodo, è la volta de “Il giardino dei Finzi Contini”. Un pochino, a dire il veto, sono rimasto con la testa a Ferrara, avvolto tra la sua nebbia e la grande bellezza, sospeso tra il Castello, i palazzi Rinascimentali, Isabella d’Este e Lucrezia Borgia, è tra Micol, che immagino bellissima, biondina, occhi azzurri, ed il giardino. Dei Finzi Contini.

Lascio Il magico Natale di Gianni Rosari.

RODARI, Il magico Natale.

S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.

Pasqua: dopo pranzo

20160327_185108Dopo la grande abbuffata, “liberi tutti” o quasi lungo le strade del centro di Torino. Sole nascosto, nuvole a macchia di leopardo e previsioni azzeccate: qualche spruzzo di pioggia qua’ e la’. Artisti di strada e decoratori di uova tra “smaltitori” di colombe (e non solo) e portatori o cercatori di farfalle. Per la sorpresa c’e’ sempre tempo. Per la cioccolata pure. Un paio di negozi aperti in via Roma, nota dolente e…stonata tra note perfette e ben accordate di pianoforte e chitarra sotto l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova. Qui, si registrano arrivi, partenze e molte attese a gustare della buona musica gratuita sotto questa volta appena restituita a torinesi e non. L’Hotel Roma a due passi ma “la bella estate” e’ ancora distante da qui. Una giovane coppia, trolley alla mano staziona davanti in religioso silenzio. Per loro e’ una bella primavera.  Tram storici Torino 27 3 2016 foto Romano Borrellisferragliano ora su ora giu’ riportando il contesto in altra dimensione.

Una nota: l’ora legale e’ stata “spostata in avanti” di un’ ora e non due come risulta dall’orologio posto sull’edificio davanti alla vecchia stazione Porta Susa.Torino p.ta Susa 27 3 2016 foto Borrelli Romano

27 Dicembre. Neve su Torino

Torino 27 dicembre 2014, Piazza Carlo Felice, Porta Nuova, foto, Romano BorrelliUna spruzzata di zucchero a velo sopra un dolce “pandoro” chiamato Torino. Nel pomeriggio. Solo il tempo di guardarla, ammirarla, ricordarla, e fotografarla, la neve su Torino. In un tempo piccolissimo.  Poi, ha salutato quanti alle finestre l’ammiravano in una sua  discesa “sul palco” torinese, come una stella del cinema. Il tempo di ammirarla in tutto il suo candore, da una Porta ad altra Porta e dal cielo di Torino, lattiginoso, non “piovono” più fiocchi di neve. Per il momento, non ha concesso il bis. Staremo a vedere. Dietro le finestre delle nostre case. Torino 27 dicembre 2014, cielo di Torino da un cortile, foto, Borrelli RomanoAd attenderla sono in molti, venuti anche da lontano. Pronti, in gruppo a documentarla e portarla appresso come souvenir. Torino 27 dicembre 2014, foto di gruppo in via Roma, foto, Romano BorrelliPer le strade intanto, pronti spalaneve e spargi sale. La notte è lunga, Jvan ormai è alle…porte. Un giro di carte, un giro di orologio, una fetta di panettone, un bicchiere, due chiacchiere sulla potenziale “acconciatura” e sapremo…Basta saper aspettare….Torino 27 dicembre 2014, foto, Romano Borrelli

Artisti e luci. Luci d’artista

Torino 1 novembre 2014. Il Comune. Foto, Romano BorrelliUna Torino in clima di festa, oggi, a Torino, prima che si accendessero…”le luci”…Poi, festa continua…Torino. Il Municipio. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli 19 per 17, installazioni per edizione numero. Da Porta Nuova, piazza Carlo Felice, il ritrovo alle 17.15, una “scia”luminosa le accendera’ una per una al passo di una maratona. Mi trovo davanti   al Comune, il Municipio di Torino, dove solo qualche metro piu in la esiste un piccolo porticato  e vi “stringeva la pancia”il 50  (bus) prima di riprendere il, suo normale percorso.Torino. Incrocio via Milano con via Garibaldi. Dove una volta passava il 50. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli Alle spalle. O davanti, il che e’ lo stesso, un piccolissimo bar, di quelli che ci ambienteresti un film o bellissime pagine per un racconto. Bar dove confluiscono impiegati terminato il loro lavoro, oggi come ieri, più ieri che oggi, a dire il vero, dove nella Torino degli anni ‘ 70, una impiegata poteva incontrare di sfuggita il suo amore ed esternarlo con delicatezza, per un giovane militare, riuscito a scendere velocemente da quel camion   proprio grazie   a “quella pancia” che ne rallentava l’ andatura, dell’automezzo.Torino, incrocio via Garibaldi-via Milano, Luci d'Artista, foto, Romano Borrelli Potrebbe chiamarsi l’amore di Laura per Mario. Una storia d’amore e di un amore che viene da lontano, dagli occhi piccoli ma curiosi ed entusiasta per un mondo nuovo. Chissa’ che la penna….Scrivere e’ nascondere qualcosa diceva Calvino, per essere poi scoperto da qualcuno. O forse lasciarlo nel mistero. E a proposito di libri,  proprio qui, l’amico Juri, che nelle intenzioni di molti avrebbe dovuto risiedere qui, dove ora il 50 e nessun altro bus si stringe la pancia, ha appena terminato il suo, di libro. Cerchi. Che ricordano quelli olimpici. Figure geometriche.Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli

A tratti sembrava di esser tornati a frequentare le scuole medie: “una circonferenza inscritta...”. Cerchio nel cerchio all’interno di un altro cerchio, in muratura.  A vederci ancora meglio, ci si potrebbe vedere un paio di occhiali, e un…neo. Il neo della luna.  Non nascondo il fatto di aver pensato anche a Gramsci. Il suo viso, i suoi occhialetti, il suo pensiero per farlo confluire, di cerchio in cerchio in cerchio, in ogni conversazione possibile.  L’universita’ e i suoi anni, Palazzo Nuovo e Scienze Politiche, la politica e la militanza (no, non sto scrivendo di Gentiloni, da pochissimo “all’estero”, anzi, agli Esteri) le lettere e le lettere dal carcere. Di Gramsci. E il cerchio e il pensiero inevitabilmente mi portano alla musica della poesia, “Nel cerchio di un pensiero”, di Alda Merini, scomparsa proprio in una giornata come oggi, il 1 novembre 2009.  Qualche negozio aperto, fiume di gente e caldarroste in abbondanza. Per le strade e per le case. Molti infatti conservano l’ abitudine “di quando c’era la zia” di ritrovarsi in casa raccolti intorno ad un tavolo e, per chi la possiede ancora, vicini ad una di quelle stufe antiche, per cuocere castagne e condire storie di altri tempi, lasciando scivolare via il tempo in armonia. Per le strade inoltre, non mancavano fuoriprogramma, ancora con i costumi di ieri addosso. E un paio di bravi musicisti. Anzi, artisti. In via Garibaldi.Torino. Via Garibaldi. Luci d'Artista. Foto, Romano Borrelli Le luci, si accenderanno solo… “più tardi”…dopo la corsa. Anzi, durante. Strada facendo.Torino 1 novembre 2014. Via Garibaldi, caldarroste. Foto, Romano Borrelli Luci al seguito, torce o pile, in attesache durante il cammino si faccia luce, sopra e davanti. Luci, luce, sembra tornare al punto di partenza anche se a quest’ora il percorso e’ ormai ultimato. Alla poesia di Alda e  alla sua “santita’: bisogna essere santi per essere anche poeti”. Il caos ci abita, la poesia gli conferisce un suo ordine. Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli.Torino 1 novembre 2014. Foto, Romano Borrelli (2)

Autunno

Orologio tabellone orari stazione Torino Porta Nuova. Foto,Romano BorrelliIl tabellone della stazione ieri sera evidenziava l’ora, gli arrivi e le partenze. Come sempre. Che era ed è in atto uno sciopero.  Ricordava inoltre una data storica…

In quel momento rammentavo un altro luogo, un’altra storia, e l’autunno che sarebbe cominciato oggi.

Piazza Carlo Felice, l’Hotel Roma, Cesare Pavese, la sua camera, i suoi libri, e i suoi ricordi con i miei…libri da leggere e libri da ritirare. Profumi di  frutti maturi…Foglie gialle e castagne che piovono da questi alberi cittadini.

Hotel Roma. Piazza Carlo Felice, Torino. Foto, Romano Borrelli

 

Tabellone orari stazione Torino Porta Nuova. Foto, Romano Borrelli

Dove eravamo rimasti? Da Torino verso Melpignano

20140822_19540920140822_195451Esiste qualcosa di romantico e nello stesso tempo proletario nel veder materializzarsi  sul binario dieci della stazione Porta Nuova il treno notturno, Torino-Lecce, carico non solo di soggetti in movimento ma di aspettative e desideri di ieri, l’altro ieri e domani. Nel suo incedere e posizionarsi sul binario a marcia indietro  con quelle due luci finali che sembrano due occhietti, sembra accogliere la mia idea sul viaggio e il bello del viaggio, che deve necessariamente terminare affinche’ qualcosa di piu’ bello e intenso possa prendere forma, corpo, nell’incontro del nuovo, con la sorpresa, dell’inaspettato. Davanti la stazione di Torino Porta nuova un hotel Roma mi rimanda a ieri e il treno all’altro ieri! Un incontro di altro agosto e di altro anno, una stanza, un biglietto e un finale poco compreso. Un autore tanto amato. Un biglietto che vale la pena20140822_195831 . La scala mobile della metro automatica, unica nel suo genere in Italia, mi espelle dalle viscere della terra e mi proietta nell’atrio della stazione poco distante dove erano riposti sull’albero di Natale i desiderata di viaggiatori e non. Sogni e aspettative non più chiusi nel cassetto di qualche ripostiglio o faldone, ma  ora oggetto di studio a Roma. I sogni dei viaggiatori e  i viaggiattori sognanti, dove terminano?20140822_194815. Dove eravamo rimasti? Campeggiava fiero quell’albero e ogni suo ramo vene che portava avanti e indietro la linfa di una storia diversa.Sembrava tutto cosi perfetto: un viaggio per far viaggiare parole friabili come sabbia  che si disintegrano e disintegrano, coccolone altrove.   Pioveva ma non abbastanza da ripulirle, lavare il troppo sporco. Pioveva a dirotto lacrime il cielo di Torino quel fine agosto quando un famoso scrittore decise che… Dove eravamo, dove erano, quando qualcuno sussurrava “ti amo”? Gia’, in una stazione. L’atrio dove campeggiava la prima pagina de La Stampa posta  sull’albero di Natale  con l’amore di Diego per Marilisa. Dove eravamo rimasti, invece, oggi, una settimana fa? Bicchierino in mano un biglietto di ritorno, su al nord, una bustina di zucchero, rigorosamente gialla. Con tanti saluti dalla stazione e …un buon ritorno. Una bustina che ho girato e rigirato per una settimana inter  e una promessa nello zaino e nella testa:il morso della taranta non mi prendera’, non si nutrirà. Verro’ ma non saro’il tuo pasto e ballero’ su quella terra che da una settimana e’ “un tempo, due temi, tre tempi e la meta’ di un tempo“. Quanto tempo! Quanto. L’ aspetto piu divertente di questo “conto” e di questo viaggio  e’ incontrare uno chef che dopo 42 anni di onorata cucina di mare tenta l’ esperienza della cucina di… montagna.. E che scappa, dal nord, con le sue piogge e il brutto tempo. Pentole al seguito.  Scappa come ogni persona, morsicata dalla taranta come sembriamo tutti noi ogni qual volta ci si approssima ad una citta’ per una sosta del treno. Scappiamo perché lì, nei pressi della banchina, il cellulare o il tablet prende meglio. Un tempo, quando si correva in prossimità della fermata, era per la sigaretta, oggi si scende per continuare la pubblicazione in un social network.

Esiste qualcosa di speciale in questa alba che si distende lasciando indietro le luci di citta’ a me conosciute. Qualcosa di bello sara’ entrato nel sangue ma non ha bulla a che vedere con la taranta. Lo sento.Compagni di viaggio riposano distesi cosi come si distende l’alba. Una giovane coppia salita “su, al nord” in cerca di lavoro, si apre, si racconta. Lei si presenta, “non sono coccolona come hanno definito alcune ragazze tedesche che continuano a permanere in casa dei genitori”. Ha voglia di impegnarsi per costruire un futuro, così lui. Hanno le idee chiare, in testa e l’amore in tasca. Hanno lasciato il sud, una settimana fa per questo incontro di una vita. Ora, decideranno, con calma il da farsi, dopo aver valutato ogni opzione possibile. Sono convinto che con l’amore in tasca si possa e si riesca. Ma la ricerca del lavoro non termina dalle parti di Piacenza dove e’ salita la giovane coppia. Sono stati ospiti da amici, nei pressi di Cremona, dove è stato loro promesso un lavoro. L’altro compagno di viaggio, prima accennato, un cuoco, ha provato l’esperienza dei saperi e dei sapori del nord. Ma dai suoi discorsi  penso sia piu predisposto ai frutti di mare. Tutti e tre hanno lasciato questo spazio di condivisione forzata a Bari. 20140823_071254Un incontro  sempre piacevole quando si socializzano storie di una Italia che si muove. Il caffe’ in corridoio e si scopre che una ragazza ha trascorso le sue vacanze negli USA ma ha sentito forte il richiamo di rivedere la mamma. Anche solo per un giorno. Altri compagni di viaggio, i libri, reclamano il “giusto riposo“. Tra poco finiranno anche loro nello zaino dove potranno riposare per qualche ora.  Probabilmente si sono resi conto di esser stati poco utili in questo viaggio. Dove è il lettore quando legge? Ecco, e quando non legge, dove si trova?  Libri traditi. Libri da “ritirare”.20140823_071757 Me lo faranno pesare. Dopo Bari, dove mi viene dato un giornale e un caffè,  l’approdo  alla città  salentina avviene  intorno alle nove del mattino alla stazione di Lecce, là dove ci eravamo lasciati. Il tempo di mangiare uno20140823_090630, due pasticciotti, sorseggiare il caffe’, comprare il Quotidiano di Lecce  e una corsa verso la biglietteria Sud-Est,20140823_091155 in prossimità del binario uno e da qui, verso il sei sette, dove…………cominciano i grandi e co.ntinui movimenti verso Melpignano20140823_093914 ( ma anche Gallipoli 20140823_093924e Galiano per Santa Maria di Leuca sono battute). Per Melpignano, alla notte della Taranta, sono attese piu di centocinquantamila persone. Treni a manetta, pieni. Circolazione a pieno regime.20140823_093612 E’ l’evento tanto atteso e che, implicitamente segna anche il lento finire dell’estate.20140823_090204i20140823_09150320140823_091449I treni verso Gallipoli, Gagliano 20140814_144734, Otranto e ovviamente Melpignano sono strapieni. Noto la circostanza: il treno notturno appena arrivato da Torino si specchia 20140823_092836in questo fantastico trenino, carico in ogni tratta di umanità.Verso Melpignano. Ferrovia Sud Est. 23 agosto 2014. Foto,Romano BorrelliMelpignano. Una stazioncina, una passeggiata a piedi e l’attesa. Si va e si viene. E’ ancora presto nonostante abbia la notte alle spalle. Oltre lo zaino. Quanta strada? Tanta. Otranto 23 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli Decido che è meglio ripassare qualcosa.20140823_091807 O ripassare da Otranto. 12Otranto. 23 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliDalla sua meravigliosa Cattedrale e cercare di osservare con piu’ attenzione la meraviglia dei mosaici e la storia impressa. Con la speranza possano diventare oggetto di curiosità, a scuola, tra i ragazzi.Otranto. I mosaici. Cattedrale. 23 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliOtranto. La Cattedrale. I mosaici. 23 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliOtranto. La Cattedrale. 23 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli20140823_110656 E magari, chissàOtranto. 23 agosto 2014. La Cattedrale. Foto, Romano Borrelli…..Oltre…, anche da Santa Maria di Leuca. Continuo a muovermi tra trenini,  straordinari programmati20140823_130625Notte della Taranta. 23 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli, bus, cambi inaspettati ma anticipati da gentiissime persone che si scusano per eventuali disagi. Rivedo nomi di cittadine con i suoi abitanti. Vedremo. Intanto mi godo questo spettacolo.Poi, tra poche ore, comincera’ la XVII edizione della notte della taranta e allora sara’ musica per corpi, mani, braccia, gambe, al ritmo di migliaia di tamburelli. 23 agosto 2014. Tamburelli. Foto, Romano BorrelliAspettando Roberto Vecchioni, la sua Samarcanda, aspettando Giovanni Avantaggiato cantore della tradizione salentina, anto a Corigliano d’Otranto. Corigliano d'Otranto. 23 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliAspettando sera, davanti l’ex convento degli agostiniani.20140823_111748Otranto. 23 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli (2)

Nuovi negozi per Torino

DSC00016DSC00027Osservando attentamente la nostra città, dal’alto del tram verde, il 7, si possono ritrovare tantissimi posti interessanti e molto cari ai torinesi. Angoli della nostra città che credavamo in un verso, e, senza accorgercene, lo hanno mutato.  Per molti di quelli, pero’, per ritrovarli esattamente come erano, occorrerà frugare tra le pieghe della memoria. E fare uno sforzo immenso. Lungo il tragitto, si intravedono luoghi, un tempo adibiti al lavoro e ora, trasformati  in altri tempi. Il lavoratore “sfrattato” ha sfilato  la tuta blu, lasciando  il posto a semplici consumatori.  Negozi trasformati e vetrine che non espongono più gli oggetti di un tempo.  Al posto del vecchio e caro negozio di gocattoli, ora si trova Paissa. Povera Befana, sprovvista dei famosi trenini corredati da scambi, motrici, vagoncini  rotaie e tutto il resto utile per immaginare lunghissimi viaggi in pomeriggi interminabili. Poveri bambini, che hanno lasciato sul posto lacrime trasformate in pozzanghere. Tutti a pulire il famoso camino, aspettando il trenino,  la macchina, il peluche e invece…Scendendo dal tram storico,  e percorrendo a piedi alcune vie, direzione stazione  Porta Nuova,  quasi raggiunto l’hotel Roma, si  ha la possibilità di incrociare  un altro mutamento del tempo: “Pane, Pizze, Focacce” sono ora in bella vista, dove un tempo si esibivano “in punta di piedi ” tantissime paia di scarpe.  L’elenco dei mutamenti potrebbe continuare, un po’ come il nuovo concetto di lavoro. In continuo aggiornamento.  Nel giardino antistante la stazione ferroviaria, un orologio in fiori ha smesso di segnare le ore, o, semplicemente,  è assente da anni, e mai più si è provveduto a trovare un valido sostituto.  Personalmente, mi piacerebbe riaverlo per poter verificare  l’ora e lo stato del mio orologio. E’ cosi’  anchele per le vecchie care bilance, azzurre,  sotto i portici della stazione, Un ricordo, invece, ma senza rimpianti, la cooperativa e i suoi lavoratori col berrettino rosso, dove, con poche monete, qualcuno lustrava le scarpe. Vecchi lavori.  Il vecchio capolinea del 51, in via Sacchi, non esiste da un pezzo. Anche di quello, si sono perse le tracce. Ma, a dire il vero, siamo sulla buona strada, con poche tracce anche oggi.  Qua e là qualche pezzo di rotaia ricorda il passaggio del tram. Ora, spesso, ci si attacca, al tram.  Questo pezzo di città, a molti ricorda Roma, zona stazione. Sarà. Forse perchè le città vicino le stazioni, hanno quasi tutte lo stesso aspetto. Un po’ nostalgico, un po’ malinconico. Alcune insegne M rosse, come “passion lives here” troneggiano nella bellissima piazza, Carlo Felice; molte biciclette gialle stazionano, pronte all’uso, come in tantissime aree della nostra città. Questa si che è una bella apertura europea. Alcune  sponsorizzano il panettone Galup,  e rendono in tal modo  piu dolce e piacevole la pedalata nella nostra città, alla scoperta di luoghi e negozi che mutano. Senza renderti conto.

Intanto la campanella della scuola ha ripreso a suonare. Ci ritroviamo ancora una volta “ingessati a scuola” e al penultimo posto dei Paesi Ocse sulla spera pubblica per istruzione. Diecimila immatricolati in meno all’Università e una buona dispersione scolastica.  Che fare?

Torino, Passion lives here

DSC00019DSC00024E così, gettando lo sguardo su numerosi balconi e tarrazze della nostra città Torino, si scopre che lentamente, le luminarie, “babbo natale all’assalto” e stelle di ogni forma, lentamente riprendono il loro posto: richiuse delicatamente nelle loro cassette ad occupare il solito posto  per i prossimi undici mesi. La città “pullula”, gente che sciama, occhi puntati e attaccati alle vetrine, per i saldi, per l’occasione migliore. Ultime ore per riappropriarsi del proprio tempo. Una corsa in tram, il 7, immagianando di vivere la Torino anni ’70. “Salire sul predellino per prenotare la fermata”, immaginare il bigliettaio con il pollice “ricoperto” per “pescare” meglio i biglietti e provare a immaginare, come una volta, “una città al lavoro per tutti”, con le sue fabbriche, i suoi operai,  l’odore del pane fresco e dei cornetti caldi, davanti a Lingotto, che non potevi vedere, dietro quella recinzione, la sua pista, il ronzio dell’elicottero, la collina e il Cto dall’altra parte. E poi, ancora Mirafiori, i giornali freschi, La Stampa, i volantini di partito, talvolta un giovane Fassino, ora sindaco della nostra città…le 127, le 128, le cinquecento, le 850, questi tram, che scorazzavano verso lo Stadio Comunale, il Toro che vince lo scudetto…provare a ricordarla, così.  Lasciare il tram e prendere la bicicletta e scoprire una Torino ugualmente bella, rifatta. Diversa. Negozie che ora non ci sono più. Come il negozio di trenini, in via Pietro Micca, che ora ha reso triste la Befana e tantissimi bambini, perchè al posto del negozio di giocattoli, si trova altro. (Paissa). Negozio di scarpe, in piazza Carlo Felice, ora diventato panetteria; caffetteria in via Garibaldi, ora….Provare a scoprire o  trovare e ritrovare storie che hanno lasciato il segno, come in questi giorni, la storia “in attesa” di Diego e Marilisa. Provare a rileggere alcuni desideri e speranze riposte sull’albero posizionato nell’atrio di Porta Nuova. (“l’anno prossimo, pero’, rivogliamo il caro e vecchio albero”). E ricordare come Astin 813 vorrebbe un fidanzato per il 2014,  Valentina che  chiede  e vorrebbe la gioia di rimanere incinta e diventare finalmente mamma,  a chi, nonostante Natale sia passato, chiede alla Befana, insieme a tanti dolci chiede un po’ di stabilità e creare un futuro insieme come Paolo e Federica da Livorno, a chi come zia Marina comunica a Babbo Natale che puo’ portarle cosa vuole, tanto “per quest’anno è già felicissima”, firmato zia Marina, a chi chiede che “l’anno prossimo facciamo le feste tutti insieme Torino-Milano-Brindisi, tutti insieme, a metà strada” (bella iniziativa, speriamo solo che questa metà strada non sia ancora causata dalla crisi economica), a chi saluta Karim, “ciao Karim, saluta tutti gli angioletti, Ti vogliamo bene e ci manchi tantissimo. Buon Natale, tesoro”, con un cuore con le ali disegnato; a chi come Simone chiede una cosa che non ha mai avuto “nell’affrontare qualsiasi cosa nella vita, la pazienza”; a chi dice a Babbo Natale che non vuole niente “perchè il regalo più bello della mia vita è già arrivato mesi fa, si chiama Anna, l’amore della vita”; ad Annarita, che ha un due richieste, e una promessa,  una per se stessa e una per le persone “disperate”,  affinchè possano avere un po’ di serenità ” Ora che ci siamo ritrovati farò di tutto per ridargli l’amore e la felicità che gli è stato tolto in passato, nel cuore e nell’anima”; a chi come Camilla e Sabrina chiedono invece a Babbo Natale di riprendersi il dono dell’anno scorso, chiesto per Maria loro amica del cuore,  il Signor Effe,  “l’anno scorso il tuo regalo è stato un flop. Riprenditi il signor Effe. Le ha portato solo nervosismo…a lei, ma anche a noi.  Portale invece un vero principe che le regali gioia e allegria. Babbo Natale sei la nostra ultima speranza”.  E infine chi “vorrebbe stare insieme, uscire  per ragionare. Firmato, “il cervello.”   Esami da superare, di ogni tipo, salute, amore, soldi. E forse, per ricordare alcuni politici nelle loro abbuffate, qualche ricevuta fiscale “corposa”. Ma anche il numero dei commensali, a dire il vero. E poi, biglietti ferroviari dall’Italia intera….

Insomma, Passion LIVES here. A Torino.

Piovono neve e novità

DSCN3588DSCN3583Terminata la strana nevicata di ieri, (ma ampiamente annunciata)per il periodo,  trenta novembre, quando le cronache cittadine e le memorie personali raccontano che era il tempo della  nebbia a dominare sui giornali, radiogiornali e tv in genere, in questo periodo dell’anno,  restano sul selciato cittadino altre realtà poco usuali. Un paio di asini, ben coperti,  in attesa. alla fermata del tram, o forse in attesa di un desiderio chiamato tram, (e un cagnolino Dudù a far loro  compagnia) e il numero civico alla stazione super nuova di Torino Porta Susa, così, in vista di un incontro, d’affari, d’amore, di lavoro, ci si potrà dare appuntamento non piu’ ad una fermata della metro, ma “al numero civico 37 di Porta Susa”. Chi non scende al 37, per affari, lavoro, casa, love,  prosegue, destinazione Porta Nuova. Alcuni, parenti, amici, love, o forse nessuno,  l’accoglieranno, e probabilmente lo trascineranno in uno di quei  localini trendy a consumare qualche piatto raffinato in zona San Salvario e poi,  oplà, un giro in centro, da Piazza Carlo Felice, proseguendo sotto i portici verso via Roma e  Piazza San Carlo,  magari verso Cioccolatò dove sulla pianta della piazza sono sistemati numerosi tendoni tipo stand all’interno dei quali si puo’ gustare  ogni forma del  cibo degli dei. In fondo alla piazza, quasi sotto un orologio elettronico che indica giorno, ora, anno, gradi,  sedie sdraio “spalm beach” (che tanto sa di Nutella) stile mare pronte ad accogliere qualche deretano. E davvero, se non fosse per questo gelo pungente, sembra quasi di sentire il mare. Location interessante. Tornando al civico 37, invece, proporrei,  in prossimità dell’inaugurazione “binari uno  e due” e dell’ennesima sortita ministeriale al gran completo, l’installazione della classica buca delle lettere con la scritta: “segnalazioni utili al fine di migliorare il servizio”.

E dal 37 si accede, (ma se ne esce, anche) grazie alle scale  mobili, all’interno dell’avveniristica stazione. E dietro ogni persona che entra o che esce, esiste una storia, tante storie. Storie reali e storie di sognatori, esistenze chiuse in fantasticherie a tratti spezzate dalla realtà necessaria e necessitata di qualche incontro, come Nasten’ka. Non sono “Le notti bianche” ma giornate e storie imbiancate su Torino. Storie di persone che ora arriveranno “immancabilmente a casa”.  Il grattacielo Rai davanti. Alle spalle un altro “mostro” in cemento. Macchinette fotografiche, trolley, I-Phone di ultima generazione: il corredo di quanti arrivano e quanti partono. Un corredo provvisto di tutto, privo di una sola cosa: il lavoro. E proprio la mancanza di lavoro, spesso, spinge tantissimi ragazzi a partire.

Le scale mobili accompagnano, verso l’uscita e verso la pancia. Chi arriva da qualche  breve vacanza lo si sente raccontare, con enfasi, gioia, malinconia, a tratti, del tempo andato ma vissuto, liberato e ora in attesa del nuovo, da vivere, liberare, progettare. Racconti evaporati ma vissuti, di come era soffice la neve, per chi arriva dalle Valle d’Aosta, e di come era agitato il mare per chi ritorna da qualche riviera. Racconti, ricordi, di come è stato bello incontrarsi ancora dopo tanto tempo, e di quanto fascino generi  anche d’inverno il mare. (nonostante i cavalloni, il rumore, la schiuma, la spiaggia erosa, mangiata, modificata e i detriti accatastati in quella restante). Piovono parole di vicende altrui nelle orecchie. Racconti ancora di “come era buono il cibo in quel posticino, al tavolo 263, dove si servivano primi a base di frutti di mare, “gnocchi di porto”, “grigliata mare” (come non se ne vedeva), “verdure in padella” gustate con musiche di sottofondo”. E che musiche. “Claudio Baglioni, Avrai”. E forse avrà, o avranno.  E altra musica particolare, insistente negli ultimi periodi,  quella “cantata” da una pioggia insistente che batteva forte sui vetri, sul tetto a renderne più intima, gradevole  e accogliente la storia dell’incontro o del  ritrovo. Al tavolo 263 “il tempo trascorreva lentamente, a discorrere di tutto e di più. Il tempo pareva fermarsi,  cristallizzarsi”. L’estate era lontana, e così pure  il civico 37. Per questo, per la scala mobile, per la città, c’era ancora tanto tempo.

(foto asini in attesa, festa di quartiere)

Cesare Pavese (Torino, hotel Roma)

DSCN3437DSCN3433La statale proveniente da S. terminava in una lunga discesa. A destra una pista prove, per auto, ne indicava l’arrivo, al mare. Era il segnale che davvero un anno di freddo, gelo, studio, lavoro, veniva riposto alle nostre spalle. A quell’altezza si poteva già percepire la sua presenza un paio di km prima: l’azzurro, verde era visibile e il profumo erano percepibili a chiunque.  Quella strada terminava con una rotonda, dei tempi andati. Un paio di traverse, una fontana e il cartello: via Cesare Pavese. Fin da piccolo questo nome, legato ad una abitazione, quella dei nonni, mi incuriosiva. Chi era? Dove era nato? Ogni volta, quando la bella stagione, l’estate, mi riportava nello stesso luogo, Cesare Pavese, risuonava nella testa. Una coppia mi precede. Lui accompagna lei, la precede. Lei si sofferma, pensierosa, forse sul mal di vivere. Osserva quello scrittoio, quella sedia. Sicuramente nella sua mente starà pensando ad alcuni personaggi dei tanti libri scritti dal suo autore preferito. Forse ora vacilla in quegli anni. Forse ora è Ginia, forse Amelia, o chissà chi. Forse starà pensando al mal di vivere o alla sua adolescenza, quando tutto era semplice. Su un blocchetto annota qualcosa. Sicuramente rileggerà quegli apppunti. A casa, al suo ritorno, la sera. Perchè casa è dove ci sentiamo amati. La sera provo a ripensarla, a rimontare e rileggere quel breve scritto. Magari ne avrà fatto una pagina di diario, o di blog. Chissà. Magari avrà scritto così. Ripenso a quel numero, il lungo corridoio, la porta, la poltrona rossa e quel silenzio, di rispetto e di amore. Forse era un regalo di lui, a lei, così studentessa, amante di lettere e delle lettere. Sarebbe stato bello parlarci un po’, a fondo. Onestamente. Sarebbe stato bello in un’ altra vita trovarsi sotto e passare qui, notti intere. A parlarsi. Raccontarsi.Viversi.

Passeggiavo immersa nella città semideserta, sospinta dal vento che avrebbe portato la nuova stagione. Caldo e freddo si facevano guerra sul cielo di Torino e proiettili di grandine precipitavano al suolo, davanti agli occhi stupiti dei passanti. Ero felice, anche gli altri mi sembravano per nulla turbati da quel fracasso, tutti fermi per qualche minuto ad osservare lo scenario.

Ad un tratto, inaspettatamente, qualcuno mi portò indietro nel tempo, esattamente a 63 anni fa, attraverso una porta, con un’ insegna (Hotel Roma), poi un ascensore e un corridoio. Infine un numero, 346. Io avevo già capito dove stavo andando, da chi. Era la stanza di Cesare Pavese, in cui trascorse gli ultimi mesi della sua vita, nell’angoscia di una fine programmata, a lungo rimandata, nella lacerante lotta interiore che sfinì quell’uomo così sensibile, quello scrittore così diverso dagli altri dei suoi anni, dai suoi amici impegnati politicamente. I suoi scritti erano più intimi, lui al confino a Brancaleone ci andò per amore. Quella stanza era così sua, come sua era Torino, allo stesso modo di S. Stefano Belbo, sprofondata fra le colline, anche quelle sue, parte di lui, colline che erano un limite da superare fisicamente e per la fantasia. La stanza numero 346 è piccola piccola, e chissà perchè gli è capitata proprio quella, se l’aveva scelta lui. Appena si entra c’è il bagno sulla sinistra e un pò più avanti, il letto, a fianco il telefono, poi la poltrona e la scrivania, procedendo avanti verso la finestra. Ho trattenuto il fiato mentre facevo scivolare le mani su quel mobilio, lo stesso che lui aveva toccato innumerevoli volte e che avevo immaginato quando leggevo “Il mestiere di vivere”, di tanto in tanto facevo riposare gli occhi e lo spirito da tutta quell’angoscia e provavo a focalizzare qualche immagine. Mi è parso di averlo visto su quel letto, tornando indietro dalla scrivania, con lo stomaco contratto come in ogni momento solenne, come un profeta al cospetto di Dio, come quando realizzi che stai rivivendo un pezzo di Storia e non ti senti più uomo, donna, ma parte del genere umano, parte di un Tutto, un Anima Mundi diluita nel corso dei secoli. E così io mi sentivo Uno, con quell’uomo che viveva di ricordi, perchè per lui “la vera scoperta non viene dalla cose nuove, ma dalle immagini del passato quando le cose accadono per la prima volta, che è la sola che conta davvero, quando la vita ci ha svelato il suo segreto e in preda a uno stupore terribile e delizioso siamo ancora vicini all’attimo in cui tutto è deciso per sempre e siamo pronti a ricordare ciò che siamo stati e ciò che saremo”. Per Cesare Pavese vivere era ricordare, la sua infanzia, le colline, il mondo agricolo, la terra, il volto dell’amore, il mare, Torino. Ferma davanti al suo letto, cercavo di fotografare ogni dettaglio di quello spazio in cui hanno raccolto il suo corpo stanco. Avrei voluto trovarlo ancora li, e chiedergli se addormentarsi quella sera è stato come se l’era immaginato, “come smettere un vizio” e se poi ha visto i suoi occhi, di lei. Ci vuole una gran forza per essere uomini veri, per conservare la dignità, per dare un senso ad una esistenza oggi ancor più precaria. Un pò di quella forza l’ho tratta dai suoi libri, perchè, diceva Guccini, “questo dolore che vagli tra le maglie del tuo cribro, svanisce un pò nel contemplare un fiore, si scorda fra le pagine di un libro”. Uscendo, la malinconia non aveva sopraffatto la speranza, e ho continuato a cercare me stessa. “Non si cerca che questo”.Hotel Roma Torino.foto Borrelli Romano

“La bella estate”, di Cesare Pavese. Oggi, come ieri. Un salto presso l’Hotel Roma ( ringrazio il personale per avermi accompagnato con professionalità presso la stanza del grande scrittore, fornendomi indicazioni per ogni oggetto presente), a Torino, in assoluto silenzio, quasi religioso. Un corridoio, con tappeti rossi a terra e stanze a destra e sinistra. In fondo, a sinistra, la numero 346, quella di Cesare Pavese. Un’impiegata molto gentile apre lentamente, con delicatezza, la 346. Con professionalità, anche se un gesto ripetuto chissà quante volte, si lascia  in disparte, per lasciarci il tempo di assaporare quell’atmosfera, per lasciare la possibilità di respirare quegli anni, quella Torino, forse grigia, forse crepuscolare, per alcuni versi così diversa e perfino così uguale alla Torino di oggi. Tante storie, personaggi paiono addensarsi in questi pochi metri quadrati. Un telefono nero, a muro, di quelli che ormai non si trovano più, neanche presso qualche mercatino delle pulci, il letto, la poltrona rossa, uno scrittoio. Quante emozioni. Immaginare lo scrittore piemontese intento a scrivere chino, lì sopra…Una giovane coppia, intenta come me, a saltellare negli anni, scatta alcune fotografie.Lei, si pone al centro della stanza, osserva con rispetto la scrivania, lo scrittoio, quei colori un po’ particolari. E’ librata, sicuramente gli anni che sta vivendo in questo frangente, non sono questi, sono altri, quelli dello scrittore. Respira nostalgia, angosce, desideri, e forse amore. Sembra aver tolto il tappo dalla bottiglia dei ricordi. I suoi occhi, ad altri occhi attenti, svelano molto: libri, toli di libri, pagine e pagine di libri letti in chissà quanti anni, pur essendo così giovane. L’emozione è forte. Uno zaino tradisce la sua identità, una turista, appena scesa dal treno. Non una gelateria, non un caffè o un bicerin,  non una salita presso la Mole Antonelliana, ma la visita presso la stanza di Cesare Pavese. Questa la meta del suo primo viaggio. Un giorno particolare. Appena scesa dal treno. La stazione, i giardini. Provo ad immaginare all’interno di quella bottiglia quali pensieri, quali frammenti di storia individuale “stapperà”  e sfilaccerà una volta tornata a casa. Mi pare di leggerle i suoi pensieri.

Era così bello avere tra le mani la sua, le pagine di Pavese, la sua poesia.

La città, in questo fine agosto, sembra svegliarsi da un torpore, da un letargo. La grandine dei giorni passati sembra aver spazzato via la bella stagione.

Poco distante da qui, via Roma, Piazza San Carlo, Piazza Castello, via Po da una parte, via Garibaldi dall’altra. Torino, un po’ passato, un po’ presente. Pian pianino chi aveva scelto altre mete per passare qualche giorno di vacanza, rientra e lentamente la città si rianima.