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Tivoli

Pochi minuti alle 9 sotto l’atrio di Roma Termini. Lascio la capitale con il suo azzurro teso che annuncia solo caldo per tutta la giornata. Solita estete romana. I treni vomitano e ingoiano in continuazione e i giapponesi o orientali i  tutta questa girandola sembrano essefe i piu’ felici. Ho evitato la coda alle biglietterie acquistando direttamente dal giornalaio i biglietti A/R per Tivoli. Si,  ci sarebbe stato anche il bus da Tiburtina,  a… e’ fastidiosa l’aria condizionata. Quindi,  treno. Binario 11,  per Avezzano. Alcune fermate e di queste ricordo Tor di Nona, Bagni a Tivoli e Guidonia. Dopo un’ora,  ecco Tivoli. Direzione,  Villa d’ Este,  gioiello Rinascimentale. Durante il tragitto, Roma si allontana lentament e Avezzano e Pescara si avvicinano e mi riavvicinano così i ricordi. Il cielo azzurro e’ teso,  e la possibilita’ di una nuvola neanche a pagarla. La prima cosa che mi viene in mente osservando il panorama cullato come un bimbo da questa nenis indotta dal  treno è  “Pane e Vino”,  libro di Ignazio Silone. Che bel libro! Forse l’altura con le sue montagne o forse la maturita’ appena conclusa. Di ricordo in ricordo ecco la cittadina di Tivoli,  la collina,  a destra e su in cima una croce, la fontanella della stazione presa d’assalto,  l’uscita dalla stazione,  a destra,  la curva,  la strada piu’ lunga per arrivarci,  alla villa, (la passerela e’ sconosciuta a chi vi accede per la prima volta), poi Villa gregoriana,  pero”,  no,  io devo andare a Villa d’Este! . Semmai,  poi… Biglietto,  entrata e… spettacolo affascinante! Le stanze,  con tutte quelle pitture,  le storie e le 12 fatiche di Ercole,  gli stemmi,  la mitologia,  la cappella Estense,  dove il figlio di Alfonso d’Este e Lucrezia Borgia,  Ippolito II d’Este intorno al 1550,  dove dal suo convento di Santa Maria Maggiore dove era stato destinato,  si rese subito conto di come erano lontani i fasti della sua Ferrara…fino all’incarico per nuovi giardini e fioriture…

Il viaggio: Tra Chieuti e Termoli e oltre

  • 20160628_142442Se il volto e’ sorridente allora vuol dire che hai appena viaggiato con le frecce. Ma spesso nello scagliarle,  le frecce, qualcuno ci mette sempre la coda, lo zampino o…e cosi, nel bel mezzo di due cittadine capita che si verifichi un incendio 28 6 2016.foto Borrelli Romano28 6 2016.foto Borrelli Romano.e cosi tutti i treni in circolo su questa tratta si fermino. Sapremo scendere  dal treno felici e contenti? Chissa’ molto dipendera’ dal ritardo…che al momento e’ di trenta minuti. L’incendio appena scorto e’ in localita’ vicino Campomarino. Il viaggio e’ ripreso e il convoglio viaggia ancora con circa 30 minuti di ritardo. Non la meta ma il viaggio stesso offre spunti per la riflessione: che sia una scritta “Noi siamo infinito”, che sia un qualche viaggiatore particolare con i suoi tic, giocare e compulsare sul cellulare, che siano ricordi, la vecchia stazione di Pescara, o un amore consumato ad Atri Pineto o Roseto non importa. Di la’ la strada verso Roma, di qua Roseto e Italia fra tante pensioni, piu’ su Ancona. Mi accartoccio e mi lascio cullare fa questa nenia: tempo e spazio sono in abbondanza. Ecstra, come scrivono a qualche km da qui.
  • Civitanova Marche mi fa pensare alle scarpe. Di tutti i tipi. La collina e’ stupenda e fronteggia il mare. In mezzo centinaia di persone che si raccontano chiuse in questa scatola di latta. Io, col mio libro in una sorta di apri e chiudi. Porto Recanati e’ un tripudio di case colorate e aquiloni nel cielo. La casetta di Leopardi a due passi.
  • Loreto con la sua Chiesa e’ maestosa: l’una e l’altra.
  • E Porto Recanati con le dur case colorate e la sua torre? Oh come adoro Porto Recanati!E Recanati che stara’ preparando il compleanno di Giacomo Leopardi?Ovviamente se…
  • Ascoli nel mio immagginario e’ una bellissima piazza e buonissime olive ascolane di fine settembre. Uno stadio, il Conero e l’autostrada dall’alto dei suoi metri e viadotti osserva il mare. I girasoli non si fanno mancare.
  • Ancona e’ ormai vicina. Con 35 minuti di ritardo arriviamo ad Ancona. La collina, il porto, la sala d’attesa, il binario uno, carta, penna, biglietti e tachipirina per chi ha la tosse, Moretti che corre e Irene nella “stanza del figlio”che gioca a Osimo perche’ “quel campo e’ migliore e fa un suono…” e si porta un dito in bocca. Il resto e’ rimandato a memoria. Giunge l’acqua per rinfrescare visi sudati e tamponati da fazzoletti bianchi sempre a portata di mano: l’aria condizionata non funziona. Bottigliette d’acqua posate a terra, sul corridoio del treno. Ancona. Forte: chi e’ forte? Colui che resiste o desiste sapendo che certe cose non si possono imbrigliare, impedire.  Il mare oramai non e’ piu’ limpido,azzurro, trasparente. Il mare non brilla piu’ di luce chiara ma voglio scrutarlo ugualmente. Il viaggio via via continua; Rimini, Bologna, Piacenza e l’arrivo finalmente a Torino con 60 minuti di ritardo sulla tabella prevista. In tempi di maturita’ e di orali sarebbe utile rispolverare “L’infinito viaggiare” di Claudio Magris.28 6 2016 Ancona. Borrelli Romano foto.Ancona.28 6 2016.foto Romano Borrelli.28 6 2016.Ancona Torrette.foto Borrelli Romano20160628_224251

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Verso Roma

Torino Porta Susa.Ore 8.00. Il tabellone elettronico e la voce metallica, in “questo intestino” lungo quanto la nostra citta’, si affrettano ad annunciare agli avventori di questi “non luoghi” che di qui a poco sara’ pronta la Freccia Rossa per Napoli sul binario 2.  Ma non e’ ancora la mia freccia. Dovro’ attendere una manciata di minuti, quando sulla stessa “platform” transitera’ quella per Roma Termini delle ore 8. 22. 3 10 2015 foto Borrelli RomanoArriva, le sue luci paiono due occhi  che  ammiccano. Ci salgo, individuo  il posto stampigliato sullo smartphone. Mi accomodo. Il tempo di sbirciare fuori dal finestrino per vedere e sentire “fuori come va” e capisco di essere giunto nei pressi di Novara…Il bar e’ piu’ avanti e il conta km della freccia segnala 300: le macchine restano indietro sull’autostrada e cosi San Gaudenzio…indietro e sotto la pioggia…20151003_083708Qualcuno comincia ad alzarsi e vestirsi.Ombrelli alla mano. Capisco che Milano e’ vicina….”Non dimenticare nulla…” e’ il mantra di tutti.

I cartelli posizionati all’interno ed esterno del treno ci dicono che siamo giunti a Rho Fiera Milano. 20151003_090323Mi affaccio appena fuori dalla porta del treno insieme ad altri. Lo sciamare e’ impressionante. Nonostante la pioggia insistente. Expo e’ impressionante. Un fischio e si torna nuovamente tutti  in treno: si riparte.Con 5 minuti di ritardo. I tram meneghini sferragliano, dalla periferia verso la metropoli…Chissa’ chi trasporteranno, mi domando, in un sabato uggioso. Milano Garibaldi e’ alle spalle da pochi minuti e sulla destra si vede la Centrale; provo ad immaginarne  il via vai continuo e frenetico.

La Pianura Padana si allarga, qualcuna e’ scesa dai tacchi e altri si dirigono…al bar. Che faccio? Ci vado? Si. Ci vado….il tempo di consumare velocemente colazione e mi ritrovo  a Reggio Emilia. Alle 10.35 il treno si inabissa nelle “viscere” bolognesi. La voce metallica ricorda che “nella stazione di  Bologna Centrale A.V. e’ vietato fumare”. Non la vedo ma la immagino, con le sue scale e piani e frammenti di ricordi…Lento lento entra in stazione A.V… Il mare non si vede, e’ lontano, ma ne avverto gli odori e i suoi umori.Chissa’ se …

Ore 11.35.Firenze S.M. Il psesaggio della Toscana e” bello, anche visto da questa “linea” A.V. Ormai siamo nel Lazio da un po’.Settebagni risveglia ricordi.Roma e’ alle porte  e si presenta come la citta’ che da’ e toglie. Passa Nomentana stazione…Tiburtina e’ l’anticipo di Termini. Qui era l’approdo per le tante manifestazioni, cortei e scioperi: la Fiom, Cgil, la militanza, il partito. Oltre le porte del treno la gente indossa t-shirt ed io con il mio ombrello mi sento fuori luogo.Se consideri lo stato influenzale poi….Una ragazza nota l’ ombrello e sorride. Lei ha una corona di fiori bianchi in testa: ormai “la coda” e’ finita in soffita di quella che e’ stata una estate! E quale!  Giubbotto e fazzoletti di carta contro corona di fiori in testa: la porta del treno che ci separava ora ci divide del tutto. Sorride, sorrido. Pero’ quella ragazza ha avuto  il potere di farmi vergognare: indosso anche il giubbotto manco venissi da….pero’ il naso che smoccola in continuazione dovrebbe dirla tutta,” chesso'”, giustificarmi. Ma ormai, che importa?  Il treno riparte: Termini e’ la meta. Eccola, con la sua torre e l’hotel de…la grande bellezza. Guardo il terrazzo e penso alla versione dance di “A, a, a, a far l’amore comincia tu…”.  Pochi istanti, quelli necessari per riconoscere il passato, e siamo in uno dei tantissimi binari di una stazione che si e’ rifatta il trucco.  La stazione e’ simile all’aereoporto: varchi e controlli. Sono rapito, come sempre capita ogni qualvolta approdo qua, dal tabellone delle partenze e degli arrivi: qui si rappresenta l’Italia Intera. Per Pescara, per Ancona, Nettuno, Lecce. Qui la geografia incontra la storia e il tempo declinato in ogni sua forma.Una sbirciatina alla lampada Osram a vedere se…e invece…E chi trovo e cosa non trovo? Paolini che….e i taxi che mancano….via Marsala, la Caritas, piazza dei 500…3 10 2015 Roma.foto Borrelli Romano3 10 2015 .foto Borrelli Romano20151003_1311173 10 2015 foto Borrelli Romano.Verso Roma

Un nuovo viaggio. In metro

Metro Torino 8 9 2015 foto Borrelli RomanoUn viaggio in metro e vengo proiettato in altro spazio della nostra citta’. (Dante, Nizza, Marconi, Molinette, le stazioni. Quasi tutti i passeggeri hanno un cellulare alla mano, altri, libri. I test di medicina sono alle porte).Metro Torino 8 9 2015 foto Romano Borrelli E in altra dimensione, “personale”. E’ giorno di  scrutini.  Le luci “subway” ricordano i viaggio per le  ferie, quando “mamma Fiat” chiudeva e tutti, lungo “le porte” dello scatolone piu’ grande d’Italia ci si “incamminava”, all’interno di altre “scatolette” costretti in tutti i sensi per ore e ore: 126, 127, 128…E “Cosi’ ridevano”. Era l’Esodo estivo. Chiuse le porte di casa e lasciate le porte numerate dello stabilimento alle spalle, via verso il mare. La galleria della metro fruga nella memoria e le sue  luci  rimandano ai viaggi,  della mente e dei ricordi della A 14. Questa, sulla Ancona-Pescara era una linea ininterrotra di gallerie dove le luci collocate sul tetto contrubuivano a giocare come in un flipper e io con quelle. Anche in quel frangente del viaggio, a mia insaputa, si preparava “l’estate addosso”. E anche gli occhi avevano il loro da fare. Forse perche’, come diceva Marcel Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi.” E questi aiutano a “diventare” belli a conferma che la bellezza non e’ nelle cose contemplate ma in chi le contempla, conducendoci ad essere e divenire desiderosi nel favorire la nascita di un domani diverso, migliore, luminoso, socraticamente levatrici di un futuro che in fondo in fondo,  gia’ vive. La giornata di oggi mi ha permesso di diventare un po’ palombaro, immergendomi in acque silenziose dove ho incontrato “storie” di ragazzi a cui affiancare un “ammesso” o “non ammesso”. Scrutini in corso.

Diritto di volare

L’occasione per rianimare questo blog, apparentemente immobile, come una foglia autunnale, incapace di vibrare, ma, allo stesso tempo, ancorata, solidamente ai rami, anche priva di impeto e turgore, viene fornita da una breve camminata, direzione stazione Porta Nuova, Torino, finalizzata a “rivolgere”  l’ultimo saluto al mitico treno espresso Torino-Lecce, binario 10, un tempo, direttissimo, (partenza binario 11), oggi, anzi, fino a ieri, “Freccia Adriatica“. Da oggi, quel treno, è soltanto un ricordo. E nello stesso istante in cui scrivo, anche il corrispondente, direzione inversa, Lecce-Torino, si sta avviando, lentamente a destinazione: pensionamento forzato. Beati loro, direbbero i lavoratori in carne ed ossa che in pensione ci vorrebbero andare. Eccome! Quanti ricordi, quanta rabbia, quante speranze hanno generato quei treni con i loro finestrini sempre senza mezze misure. Tutti aperti, o tutti chisi. Ritardi, caldo, servizi mal funzionanti, eppure,  il treno notturno verso il Sud era considerato un servizio “democratico“, mentre oggi viene considerato da chi detiene le leve del comando, non piu’ “conveniente”  quindi, “tagliato”, in coda a moltissimi altri servizi che hanno subito, nel corso degli anni, identico destino. L’intenzione non è rianimare il blog per renderlo ” collettore di rabbia”, ma semplicemente per ribadire che “così non va”.

Da quei treni notturni non immagineremo piu’, dopo un turno  di lavoro massacrante, per molti, con uscita anticipata ( “un’ ora di lavoro non retribuita” come succedeva a tantissim operai Fiat, pur di potersi garantire il Sud al mattino successivo) coste spalmate di turisti, ulivi e vigneti sfiniti dal caldo, coltivatori con le schiere ricurve a ricordarci la nostra storia, le nostre tradizioni, soppiantate da “cattedrali nel deserto” chiuse da prepotenti che inseguono con ingordigia il profitto.  Non immagineremo piu’ le saline e la nebbia, o l’odore del caffè emanato da qualche casa a ridosso dei binari, così come perderemo il gusto di osservare al mattino presto pomodori secchi su terrazze “chiancate”. Dall’interno di quei scompartimenti non sentiremo piu’ gli odori di cibi accuratamente preparati, pronti ad inebriare quei pochi metri quadrati in obbligata condivisione fra compagni di viaggio. Compagno, non vuol forse dire “condivisione di pane? Era immediato il ricordo delle opere di Arpino, anche se il tragitto era differente. E non vedremo piu’ ad una certa ora della notte le famose torri,  nei pressi di Piacenza che ricordano una canzone di Guccini, “Il vecchio e il bambino”, e non vedremo piu’ frotte gi giovani scendere con radio e muniti di tutto punto scendere a Rimini, e non vedremo piu’ il mare, da Ancona a Pescara con quei falo’…e tanto altro ancora… Da quei finestrini non sentiremo piu’ parole miste ad abbracci, ripiene di miele e di promesse. Da oggi, quei treni, ancora così “democratici” almeno nel prezzo, lasceranno il posto alla velocità, al culto del fast.

E così, mentre mi reco a porgere l’ultimo saluto a quel mitico treno, ecco un gigantesco albero di Natale, posto nell’atrio di Porta Nuova, identico a quello dell’anno passato, pronto ad accogliere su di sè i desiderati di tutti:  turisti, viaggiatori, passanti,  che emergono dalle “viscere ” di una metropolitana torinese, accolti poi nella “pancia” di quel meraviglioso atrio verso la ricerca di un treno, non piu’ “espresso”.

Non decorazioni ma sentimenti, sono espressi in numerosi biglietti, apposti ad altezza d’uomo su quell’enorme albero. Eccone alcuni: “Meglio una bugia che apre il cuore alla speranza che una verità che provoca solo tristezza”. “Voglio l’estate”. “Vorrei una calcolatrice fogli a righe (Nicole Kalaw),  alla faccia di chi sostiene che l’Italia è un Paese di benestanti.“Fammi diventare una sirena! Se non si puo’ va bene anche un unicorno” (Rebecca)….vorrei apporre anche il mio, di biglietto, “il desiderio di una banca centrale per commissariare il Paese dove si è tolta l’ureola a tutte le attività considerate e rispettate, e smettere di tornare gli irresponsabili di sempre, egoisti e retorici, e pensare a chi, non ha uno stipendio, mentre altri ne hanno un corrispettivo pari alla somma del salario di 400 operai”. E mi piacerebbe ricordare a chi ha tagliato scuola, servizi, e altro, che Nicole non ha neanche una calcolatrice e fogli a righe sui quali scrivere. E così, davanti a quell’albero, che contiene in se, milioni di persone, mi pare di “navigare nell’utopia dei desiderata che partono dal cuore…quante ali sono state tarpate…” Forse non è una copertina da “car star”, ma è vita, reale, dignitosa, di fatica, vissuta.

Mi piacerebbe incontrare Rebecca e poterle regalare tanti pennarelli e tanti fogli, affinchè possa disegnare un mondo dove i suoi sogni si possano realizzare, e regalare quella pensione, che molti hanno chiesto e apposto su quell’albero, e una costituzione intera, con tutti i suoi 139 articoli, e non una pagina soltanto, e una scuola, per tutti, e la fine delle delocalizzazioni anche in quei posti dove non dovrebbero esserci. E provare a volare. Perchè ne abbiamo diritto.Tutti.

Mi siedo, per un attimo, e sfoglio il libro che mi fa compagnia….alzo gli occhi al tabellone e penso che da domani (oggi) non vi sarà neanche il treno per Palermo… Riposo gli occhi sul libro, riannodo i pensieri e soffermo il mio sguardo su di una pagina, del bellissimo libro di Sofia Gallo: “Diritto di volare” (Giunti).

“No, io non voglio tornare indietro, no, io ho diritto di volare. Qualcuno o qualcosa mi ha finora tarpato le ali, ma prima o poi spicchero’ il mio volo”.

Il cimitero dei pianoforti e le precarietà

Negli ultimi giorni ho letto alcuni libri. Tra questi, uno aveva nel titolo due parole: cimitero e pianoforte. Una bella storia. Anzi, piu’ storie, ne “Il cimitero dei pianoforti“. Un libro che sta bene come compagno di viaggio, in cui immergersi nella lettura, al posto di musica “sparata” a palla nelle orecchie. Una cronaca famigliare portoghese in cui si sovrappongono voci di padre e figlio. Ricordi. Chissà per quale logica, una attività fisica, come la maratona, descritta nel libro e intorno alla quale muovono le storie, mi ha condotto a pensare ai giorni nostri. Forse perchè la vita di molti di noi, nei fatti, è tale. Pensare cosa? Al tema del precariato. Forse perchè nel libro viene descritta, anche se, a “bordo campo”, una sorta di precarietà, seppur di inizio secolo, l’altro, quella dei dei sentimenti.

Precarietà, che si prende tutto di noi e non concede nulla. Che soffoca, intreccia, confonde, ne scambia i ruoli agli occhi di molti, in un gioco assurdo, perverso, maniacale; la manipolazione della comunicazione scambia le parti, tra il soffocato (il lavoratore) con il soffocatore, (padrone). Precarietà che sfreccia ahimè, nonostante tutto. Sfreccia e ingoia tutti come un treno in corsa: Freccia Adriatica, Azzurra, Rossa, ecc. Asti, Alessandria, Piacenza, Bologna, Rimini, Ancona, Pescara, Bari,…direzione mare. Passeggeri nelle stazioni, aspettano. Ormai il capitalismo imperante si è portata via anche l’ultima voce suadente, o forte, che ne annunciava tutte le fermate, così rassicurante, così famigliare, capace di farci immaginare anche il “servizio ristoro” a bordo.  E ciascuno di noi, ne poteva così immaginare, il mare, la collina, viti, olive, nebbia. Imparare la geografia a bordo treno. Ora, si cerca la velocità. Si brucia tutto, come una velocissima transazione, come un gioco di borsa. Anche quella voce così famigliare è stata pensionata. Come le biglietterie, ormai ridotte all’osso sostituite da biglietterie self service. Il treno come una chiamata di lavoro, come una scommessa d’amore. Il treno, la stazione, dove una volta si consumavano baci di ogni tipo. Lato arrivi, lato partenze. Ora il saluto, nelle stazioni, consiste nel vedere digitare un messaggino alla ragazza di turno che saluta il suo ragazzo, in silenziosa attesa, di uno sguardo. Ora sulla banchina a leggere l’sms ricevuto. Una busta. Un nome, lo si abbina al mittente. Almeno ci fosse ancora il gettone, con la ricerca esasperata di una cabina. Ora invece, anche l’amore, ti arriva in casa, anzi, sul pc. Per poi scoprire che magari non esiste. Perchè di digita. O se c’era era double face. Come una compensazione. Meglio il virtuale, per molti. Chissà chi ha lanciato lo sciopero virtuale. Si vede, non si vede. Le stazioni. Dove anche i sentimenti sono così precari: ti amo, si, forse si, forse, no, non lo so, devo vedere. Questo capitalismo esasperato si è preso tutto. Anche i sentimenti. Li brucia, li distrugge, e quando li crea, li pone in essere con delle appendici: un pc ed un telefonino. Speranze adagiate in un mare increspato, di tanto in tanto da quelle ventate, per essere subito affievolite e riposte. Occhi sbarrati, la notte, per un posto di lavoro che non arriva, occhi sbarrati, la notte, in attesa di un messaggio di un’amica. (o amico) Che angoscia. Che tristezza. Anche nella torrida Lisbona di inizio secolo (‘900) è stato così. Nella stanza del cimitero dei pianoforti, “una storia d’amore, di vita e di morte, incentrata sulla vicenda del maratoneta portoghese Francisco Làzaro, che morì a causa di una insolazione dopo aver corso renta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912”, ho trovato tanto sentimento,ma anche luci e ombre, dove a volte, il sentimento era nascosto o rubato. Maria, Maria, la moglie del protagonista, uno zingaro.  Ma ho trovato anche lo scontro tra tenerezza e crudeltà, e, nonostatne tutto, dal loro scontro, ne nasce e si perpetua vita. Il treno riprende la sua marcia, stanco, ma non molto. Come gran parte di quei personaggi che girano intorno. Quale futuro? Lecce, Bari, Pescara, Ancona. Il mare. Il cielo. L’infinito. E’ bello osservare il mare, anche d’inverno. Tutto spazza, tutto ritorna. E’ bello osservarlo anche dall’interno di uno scompartimento, pieno di personaggi da autogrill. Li sfiori, quei personaggi, e un attimo dopo non ne ricordi piu’ il viso, i tratti. Sorrisi che non nascondono brutti pensieri, sorrisi a volte rincorsi a volte incrociati.  Parole a volte dal tono vellutato a volte rassicuranti. Altre volte ancora, nei saluti, “prigionieri l’uno degli occhi dell’altra” fusi in un sorriso continuo.

La precarietà del lavoro, come la precarietà dei sentimenti. Ci sono, ma non li vedi. Come i lavoratori. Ci sono, ma sono invisibili. Meglio tenerli invisibili, altrimenti, potrebbero organizzarsi e…Come i sentimenti oggi, meglio tenerli virtuali, non si sa mai. Potrebbero scatenare passioni. Meglio tenerli nascosti. O, al piu’, nella stanza del cimitero dei pianoforti. Dove si nascondono sprazzi di felicità. Come in una fotografia. Contorni sbiditi ma ricordi focalizzati su un qualcosa di particolare.  Guardo  una fotografia sovrapposta alla copertina del libro  che mi riporta a… ” In quel momento eravamo felici. Prima c’erano stati dei gesti che ci avevano portati a quell’istante; dopo c’erano stati dei gesti che ci avevano allontanati da quell’istante; ma in quell’istante eravamo felici. Il castigo che ho scelto per me stesso è sapere quelo che sarebbe accaduto dopo”.

Certo, i viaggi terminano, se ne programmano di nuovi. La precarietà insiste e persiste, ma resto fiducioso, speranzoso. Un gran guerriero e con me, tantissimi altri, pronti a dire no.

Entro in casa, poso chiavi e quel poco di me, mi spalmo su quel divano, compagno attivo dei dormiveglia “precari”. Al mattino, mi svegliai e… “mi lasciai alle spalle il sole che riempiva la mattina, che inondava le strade, che gli uomini e le donne portavano in viso camminando sui marciapiedi, il sole che illuminava le loro certezze e rinvigoriva la loro speranza.”


Consiglio la lettura del libro di José L. Peixoto, edito da Einaudi.