Archivi tag: partiti

Buon primo maggio (2020)

20190501_105027Buon primo maggio (foto dello scorso anno).

Sveglio, di primo mattino, dopo un buon sonno, ristoratore, dopo il film su un giovane Marx, della sera prima. Sveglio, senza l’ansia che sia troppo tardi per intercettare pezzi di fabbrica, di sindacato, anicizue sfumate, nel tempo, ma che resistono, nel tempo, e le ritrovi, in piazza, l’anno successivo. Col tempo ci eravamo abituati a sfilare “senza il soggetto principale”, o”senza l’interlocutore” più importante, ben presente nella Carta fondamentale, a partire dagli inizi, dal 1948, dai fondamentali, tra i 12 fondamentali, mentre oggi, ora, citta senza cortei e anche senza il residuo dei lavoratori, testimonianze di tracce, di frammenti, di lavoro sconfinato, spacchettato, spedito, delocalizzato altrove.  La raccontavano da tempo, che “era necessario” accettare l”interinale (che brutto nome), la somministrazione, il part time, orizzontale, verticale manco fossero pose. Una mattina, quella odierna, senza: bandiere, cori, slogan, “filtri”, tra spezzoni di sindacato, partiti e antagonisti  compagne, compagne.  Persone. Restano i ricordi di altri cortei e spillette rosse, gente che salta il cordone alla vista di Cossutta, Rizzo, Bertinotti, Ferrando e cordoni di militanti a garantire il servizio d’ordine.  Resta il ricordo dei 100 mila di 26  anni fa, “tre rami” che confluirono poi in piazza San Carlo. Centomila magliettina bianche perché la “Rivoluzione non russa”, una settimana dopo 300 mila a Milano sotto la pioggia:   “Che liberazione”. Oggi, tutto tace, a parte i canali web, ma è  tutta un’ altra faccenda.

20190419_171101Perfino il concertone, di piazza san Giovanni a Roma, tace. Ci sarà  la bellissima Basilica, con la piazza e il silenzio.

Restano i ricordi.

Al prossimo 1 maggio.

A casa.

Torino 24 maggio 2014.  0re 22.30 circa.E al termine, tutti a casa.  A dormire, nella propria “cameretta“. Felici e contenti. Sembrerebbe il titolo di un film, in realtà, non lo è. Casa, parola, pensiero ripetuta e rimbalzata nella testa di molti, nella scorsa notte, tra  un popolo molto variegato. Ripetuta, mentalmente e lentamente, al pari di un bimbo esausto che vuole tornare a casa, ma solo perchè stanco, in compagnia dei suoi giochi, prima della nanna. A casa. Forse solo per giocare. E provare ad immaginare un mondo diverso. Un popolo arcobaleno, che rientra a casa, stanco ma gioioso. Per un attimo penso a mio padre, quando da piccolo, dopo la scuola, aspettavo lui, per la cena, per uno sguardo veloce ai compiti, al diario. Mentre ora, aspetta me, con gioia, qualche scritta di troppo, sulla pelle, sulle  mani consumate dal lavoro. 

Popolo  che mentre si “disperde” ne  intercetta altro.  Lungo le vie di una circoscrizione, la 7, (a Torino)  si è palesato un popolo ben rappresentato. Anche in questo caso vi è chi si sforza, questa mattina, di esprimere la quantità dei presenti, ieri, con un numero, una cifra.  “Affluenti”, “presenti”. “astenuti”, di quelli che erano qui, ma erano anche altrove. Con la testa.  Ma è la qualità, quel che conta. L’impegno, l’esserci, nel senso di essere presenti a se stessi e vivere qualsiasi  momento che ci è dato con intensità e gioia. E ieri, sono stati tantissimi, questi  momenti. Incontri. Saluti. Abbracci, mani intrecciate. Avrebbe potuto essere il titolo di un libro, “Riti e rituali” ma non lo è stato. Negli anni il percorso della processione si è modificato, al pari di come mutavano  i preparativi e le feste relativi alle celebrazioni dei matrimoni nella Francia meridionale. Il corteo degli amici degli sposi, per le strade  terrose che imponevano certi rituali poi modificati con l’avanzare degli anni e la “civiltà” che incede con le strade asfaltate e le macchine. E con l’asfalto, addio all’albero della sposa…Ma l’intensità dell’evento, del rito è sempre la stessa. La devozione, la passione è sempre identica. Bastava sollevare gli occhi, verso i balconi delle case. Lenzuoli ricamati, rigorosamente bianchi e tovaglie e tappetti. Umanità. Via Maria Ausiliatrice, via Biella, via Brindisi…Sempre l’identica bellezza, che non muta mai. Così come la bellezza dei capelli di una donna che rimbalzano sulle sue spalle, sulla schiena. La sua eleganza nell’incedere, il volto che si gira e l’intercettare di uno sguardo, occhi negli occhi. Capelli color miele, occhi nocciola.Torino 24 maggio 2014. Cortile Maria Ausiliatrice. Foto Romano Borrelli Bellezza di uno sguardo disarmante. Torino 24 maggio 2014. Ore 19.00 Ragazzi in attesa. Cortile Maria Ausiliatrice. Foto Romano BorrelliAllo stesso modo, certe cose,  come quella, come altre, non possono mutare. L’importanza del rito. “Tutti a casa”, slogan  che si ripete in giornate come quella odierna, di sezioni, di matite, di scrutatori, di Presidente di seggio e di rappresentanti di lista. Di liste e listini. Di partiti. “Tutti a casa”, dirà qualcuno. Lavorando a scuola, sono molti i giovani che si apprestano ad andare al voto per la prima volta. Emozioni, gioie, speranze. Generazione Erasmus. Chissà cosa si aspettano dall‘Europa. Cosa domandano, alla politica, con la loro intenzione di voto, all’Europa. Studenti sempre più internazionali  che “passeggiano” per i corridoi della scuola durante i loro intervalli. Immersi nei pensieri del  voto altrui  e intenzioni di voto proprio, di interrogazioni   e domande all’Europa. Cosa promuoveranno e cosa bocceranno nelle loro intenzioni di voto? Chissà. Intanto, presto, i loro educatori, cominceranno a giudicarli  con l’espressione di un voto. “Come andrà”? domandi, di tanto in tanto. “Dovro’ accendere un cero alla Madonna” risponde più di uno. Maria Ausiliatrice in processione. In via Maria Ausiliatrice. Ore 21.45 circa. Foto Romano BorrelliE in tanti, un cero lo hanno davvero  acceso e portato in Processione.  Per un voto. Dal voto al voto. Intanto, a notte inoltrata il popolo si “scioglie” e  ne intercetta altro. Quello sportivo, che  dopo aver vissuto momenti esaltanti di una finale di Coppa dei Campioni davanti alla televisione esce per le strade della città, del quartiere.Torino 24 maggio 2014. Ore 19.00 Cortile interno Maria Ausiliatrice. Candele. Luce nella luce. Foto Romano Borrelli  La coppa dei campioni. Anche se, in realtà, non si chiama più così. Riti, rituali. Anche qui,  al termine di una partita interminabile, qualcuno è “tornato a casa”. Nella stessa casa. Due squadre della stessa città. Atletico-Real. Un evento sportivo. Entrambe le squadre sono state le migliori. A mio modo di vedere, hanno vinto entrambe.

Di queste giornate ricorderemo visi giovani, che hanno vissuto e che si apprestano a vivere qualcosa di entusiasmante. Nella speranza che qualcosa di migliore possa davvero arrivare.

Torino 24 maggio 2014. Ore 2.00 Cortile. Foto Romano BorrelliPer ora, si torna a casa.Torino 25 maggio 2014. Davanti ai seggi. Prima delle elezioni.

Buon primo maggio.

DSC00753Temperature in ribasso. Acqua, pioggia, temporale al mattino presto, così come  era successo ieri, nel tardo pomeriggio. In mezzo un arcobaleno. Ah, quanto è stato triste quell’arcobaleno di sei anni fa. Due passi, verso il “salotto” di Torino, con il pensiero in viaggio,  in prospettiva di domani e del domani. Piazza San Carlo, luogo di conclusione del corteo del primo maggio. Pensiero in retrospettiva,  a quando i palchi, posizionati qui, erano impregnati di passione, sindacale, politica, e dove andavano in scena i comizi, gli amori, le auto torinesi.  Quando via Roma era una “vasca”, lo struscio e la piazza, San Carlo, un parcheggio. Mi posiziono a due passi dal cavallo. Questo tardo pomeriggio, non è “circondato”.  Nessun girotondo in atto. Si offre per essere fotografato. Ma non espugnato. Forse fra due o tre domeniche. (Quando qualcuno si cucirà sulla maglia uno scudetto). Osservo altri fotografare.  Incuriosito e silenzioso. Mi posiziono a sinistra. Cerco la visuale alta e di colpo corrono i film delle foto di classe, quelle delle elementari, di fine anno o di Natale. In piedi e seduti. In alto, a sinistra. Per via dell’altezza.  Talvolta delle panche, per quelli “bassini”. In alto. Sia con il fiocco, a far da cornice al grembiule blu scuro con le tasche, sia con il pon pon che dalla terza elementare avevano sfrattato il fiocco azzurro dei maschietti. E sempre a sinistra, in piedi anche in seguito, alle superiori, quando cominciavano ad “uscire” dagli armadi le prime giacche quadri. In alcune cose, forse, esiste una sorta di predestinazione. Forse  per altezza rilevante, fin dal primo vagito. Anche se, sono più propenso a collocare ciò ad un cassetto della nonna, aperto così, un po’ per gioco, un po’ per noia.  Un’estate calda, caldissima. Pomeriggi eterni e tempi lunghi, lunghissimi. Infiniti. Smetti di giocare e cominci a curiosare. E gli occhi di un bambino, che a malapena legge  finiscono su un documento di lavoro, con il nome e cognome del nonno. Lavorare “oltre confine” di quello che poteva essere. in quel “ventennio” il confine. L’espatrio, pur di lavorare e dire di no a  “quella tessera” che era necessaria per lavorare. La scelta di lasciare tutto e tanti, pur di dire  ancora no a quella tessera.  No, no, no. Il diritto a lavorare senza “omologarsi” ad una dittatura.  Un foglio, quel foglio di “espatrio” per non avere la tessera (impronunciabile) era collocata in alto (a me pareva enorme, quel “settimanale”) a sinistra. Forse, è datare in quell’episodio  la nascita di quella posa assunta in tutte le fotografie, ovvero, in alto a sinistra. E a pensarci bene, anche all’università mi collocavo, in quella famosa aula 34, in alto a sinistra di quello che è stato il parallelepipedo di Palazzo Nuovo. Libri di storia del movimento operaio, pagine, documenti, scritti da altri. Da studiare e difendere.  E diffondere. E non solo. Anche in altre, magari più piccole. E oggi, tanto per non smentire, quando chiedono  ai colleghi, dove possono trovarmi, qualcuno risponde: “lo trovi in alto, a sinistra”. In quel cassetto c’era tutto. Una valigia che ti porti dietro, anche quando non viaggi. Pero’, qualcosa di diverso da un’appendice.  A questo pensavo ai piedi del cavallo, a domani, al corteo del primo maggio, a quelli degli anni passati.  Ai diritti da difendere sempre e comunque anche quando qualcuno continua a negarli o vorrebbe abolirli. Con l’arroganza di chi detiene qualche centimetro di potere e pensa di “potere” in virtù di una piccola e misera scala gerarchica, dimenticandosi che, fortunatamente, l’ordinamento, è ancora democratico, almeno in quelle cose, poche, che ci sono rimaste. Che il movimento operaio ha versato sangue. Che in un’ Italia con una disoccupazione  che “viaggia” al 12 per cento, bisogna per forza, andare al corteo, domani, per reclamarlo, questo benedetto lavoro, e per difendere i diritti e cercare di ampliarli, per chi non li possiede.   Andare col pensiero del nonno, che seppe dire di no, ad ogni forma  di oppressione. Dopo aver esaurito questi pensieri, mi dirigo verso la strada del ritorno. I portici, la stazione, la stazione della metro, la metro che arriva. Fischio. Le porte si aprono. Fischio, le porte si chiudono. Occhi su, alla mappa posizionata in alto a sinistra del vagone della metro. Una, due, tre,  cinque fermate. L’arrivo. Le scale mobili. Per la salita. Pur di non tenere quella parte impronunciabile, scalini a due a due. Per tenere la sinistra. In un batti baleno mi ritrovo in alto. Ovviamente a sinistra.

Un buon primo maggio a tutte. A tutti. Così, anche a chi mi saluta, trovando oggi, in alto, a sinistra.