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Museo della frutta

Torino 2 2 2016 museo della frutta.Borrelli RomanoUn leggero venticello alza foglie e polvere e i ricordi ritornano all’antico splendore. Bellissimi lineamenti un po’offuscati si incrociano tra scale che scendono e scale che salgono. Incontri metropolitani con la “storia” in un viaggio di 7 fermate che diventa ancora piu’ compresso quando e’ piacevole. Un po’ come l’amore, quando chiudi la porta e il mondo fuori. “Esageruma nen” direbbe qualcuno. Pero’ a me onestamente fa piacere incontrare (casualmente) il sapere nella persona di un docente universitario (prof. Carpinelli). Mi piace il modo di indurre alla riflessione. Gia’: quando e’ nata l’adolescenza? E nei quadri, gli adolescenti come erano raffigurati, ammesso lo fossero…Giornate intense. Dal museo della frutta nella sua concezione sociale. E poi, se tutto e’ “per colpa di una mela”, al tempo delle mele cambiano i volti ma i ragazzi restano sempre appartenenti al” tempo dell’amore”. L’amore, questo grande tema. Gia’, su questo tema non si pettinano mica bambole. Il museo della frutta vale la pena essere visto, per le qualita’ e tipi di frutta in esso presenti e catalogati. E poi, con una buona dose di fortuna, entrando da altro corridoio dello stabile, dopo aver attraversato un cortile e aver preso l’ascensore fino al primo piano, notare una lei in coda ad altre, libri e libretto in mano, profumo dolcissimo, capelli neri e lunghi, occhioni scuri un po’arrossati e stiracchiati, segno di notti all’insegna di caffe’, tratti delicati, labbra che picchettano tra loro nomi e date, come una lenta litania, ultimo esame universitario, l’ansia a farla da padrona, su e giu’ per il corridoio, il tutto pochi istanti dopo aver aperto una porta nel mentre del suo su, e ci scontriamo-incontriamo, un attimo, i fogli sparsi, libri a terra e cosi il libretto e i suoi 30. Ci accovacciamo contemporaneamente. I corpi si raccolgono e raccattano l’ordine, meglio, disordine sparso, i pensieri sono agli studenti,  raccolti in altro corridoio (con insegnante!) per uno, all’esame imminente per l’altra, gli occhi invece no….Sempre tutta colpa di una mela.  Dall’aula universitaria rimbomba un nome ed un cognome…”Scusa, devo andare”, mentre le mani si sfiorano. Museo della frutta, dicevo. Lungo i corridoi del museo, in bella vista una macchina da scrivere, old style. Ripenso alla “L28”. Respiro. Inspiro. Vado. Torino 2 2 2016.museo della frutta.Borrelli.Romano, a due passi da scuola, al giardino, al tema del lavoro sul tappeto, meglio, sul blocchetto, la comunita’ scuola a lavoro e al lavoro (visione oggettiva, soggettiva, nella narrazionere-relazionale) lavoro oggettivo, soggettivo, da enciclica, istat, quotidiana. Le donne, nella storia; il Serming, nel presente, il Carnevale, le maschere, il levare qualcosa, il sovvertimento dei rapporti sociali…Il giovin signore, Parini, Campana e Marradi e l’energia elettrica, “l’alternanza scuola-lavoro, troppa, troppa poca, dipende, inutile, chissa’….”. Va ora in onda, “la scuola al lavoro” nella sua alternanza scuola-lavoro. E non solo.

 

Bugie a portata di mano

Foto Borrelli Romano. Preparazione bugie“Una volta, al mondo, non c’era il fuoco. Gli uomini avevano freddo e andarono da Sant’Antonio…” Sul tavolo, in ordine sparso, farina, zucchero, marmellata, latte, ricette, fiabe di Calvino e bugie in divenire. Foto Borrelli Romano preparazione bugieTutto mischiato, nel tempo. Mani impastate nei miei ieri e nei miei oggi. Bugie passate e presenti. Polvere di farina sparpagliata come d’estate,  spighe al vento, capelli biondi appena mossi…impasto, pulisco e…assaggio. Buone. Un velo ancora, necessario per addolcire e passare oltre. Zucchero a velo come neve. L’ambiente e’ caldo e io accaldato da tutto questo impasto. La luna in cielo e’ un forte richiamo. “Quasi quasi esco” . Dalle parti della Gran Madre, lei, luna,  si specchia nel fiume come una bella donna mentre il traffico impazzisce e mi stordisce. Ha un bel viso acceso. Luci dei fari che abbagliano gli occhi e occhi abbagliati da occhi troppo luccicanti e cuore infiammato e luci tremolanti simili a luci di candele accese all’interno di una Chiesa. Un tempo da queste parti, i Muri, si era soliti alzare bicchieri e calici alla mano per brindare a baci e bugie mai troppo dolci. “Sei la mia passione piu’ grande” recita una scritta sul muro, tra strada, Muri e fiume. Mi passa affianco una coppia stretta stretta o forse era solo il tempo, che passa. Passo, passa, passava, passavano, passano, i passi di tutti.  Marciapiedi slabbrati. Ricordi frammentati e parecchio appuntiti. Bello da quaggiu’, il fiume ed il suo scorrere con la vita. Altro giro altra ruota. “Venghino signori, venghino” risuona ancora piazza Vittorio, quando il Carnevale passava e si fermava qui: baracconi e profumi di cioccolata e zucchero filato e filarini dietro ragazzine.  Cioccolata, Parini e il giovin signore, carrozze, cavalli e signorine. Tutto scorre e tutti corrono. Almeno per un …Po. Mi specchio sulle acque del fiume affacciandomi appena appena, stando attento a non scivolare nel pantano dei ricordi, prima di Roma e prima di che…L’affaccio sul mondo, ieri, oggi e domani, civilta’ globale.  Lo fa anche una ragazza con due trecce bellissime e due orecchini la fine del mondo. Sorride.  La osservo mentre lei scruta  il suo viso riflesso nell’acqua: le trecce paiono due corde sul pozzo, il viso solcato dal fiume disegna rughe bugiarde, lei muove il dito, quasi a volersi ridisegnare. Forse non si piace. E’ carina, nei suoi riflessi rossicci. Non avrebbe bisogno di “truccarsi” col dito…nell’acqua. E’ la ragazza con l’orecchino di perle. Lungo il marciapiede accarezzato dall’acqua “vaporosa” siamo in tanti, a truccarci, o mascherarci. Maschere Di Varnevale. Tutti allo stesso istante. E’ Carnevale. “Puff”. Mi e’ passata la voglia di stare fuori. Corro a casa. Bugie a portata di mano…bugie a/tradimento….il che e’ la stessa cosa. Sul tavolo, un libro ancora aperto. Un ricordo, una filastrocca piemontese: “cesa  granda campanun ca fa dun dun…” c’e’ posto ancora per una bugia. “Venghino, venghino…”

Rientro in aula

Passeggiando lungo le vie, corsi e piazze delle nostre città,  grandi e piccoli edifici, riportano, su porte e portoni, enormi “scudetti” con nomi che rimandano alla letteratura, alla storia, alla fisica, matematica: Parini,  Manzoni, Alfieri, De Amicis, Cavour, Femi...di tanto in tanto, ad ore quasi esatte, un suono di campanella annuncia entrate, intervalli, uscite, fino ad oggi, improbabili. Sono le nostre scuole. Tante: 9.500 scuole statali. Ospiteranno gli studenti: tantissimi. 8 milioni di studenti. Gli insegnanti, ancor piu:700 mila, di questi, 600 mila di ruolo, 50 mila precari, 60 mila insegnanti di sostegno.  Da domani a giovedì, le campanelle, ricominceranno a suonare. Enormi zaini saranno catapultati su banchi, grandi e piccoli. Per i piu’ grandi, le corse, per arrivare primi,davanti al portone, al fine di poter essere ultimi, nella disposizione dei banchi. Per i piu’ piccoli, accompagnati da mamme e papà, l’appello del direttore al primo giorno. Ognuno con la sua maestra e poi, via, verso la propria classe.  Entro in qualche cartoleria e mi informo sulle eventuali promozioni relative al corredo: diari, quadernoni, quaderni, biro, matite, temperamatite, colla, forbici di plastica. Esco anche io con il quotidiano e un portapenne plastificato: un euro e cinquanta, molto semplice. Lo infilo nello zaino. Tornato a casa, apro lo zaino,  e quasi come strofinare una lampada fecco fuoriuscire i miei  ricordi. Una cartella rossa, con tre cerchietti colorati, divisa in due scompartimenti: uno grande, l’altro piccolo. Un diario, rigido, due quaderni, penne e matite. E la girella, la famosa merenda, inserita nella cartella, già dalla sera prima, dopo cena, come fosse il corredo piu’ importante. Il primo giorno di scuola:  sveglia alle 7.00, con tanta emozione. Il grembiule, e il mitico fiocchettone. Poi, verso la scuola, all’epoca Direzione Didattica, oggi, solo succursale. Un grande atrio, ora ridimensionato, pochi scalini. La voce del Direttore. Un numero, la sezione, l’appello. La maestra di riferimeno. Qualche momento per compattarsi, a due a due, e poi, via, verso la succursale e poi l’aula. Un saluto veloce ai genitori, e per molti, qualche lacrima. Il distacco. Il primo distacco. Verso le dieci, una parola, “servizi”, scambiata da molti come un posto magico dove si distribuivano brioches, torte, dolci, cappuccini. Niente di tutto cio’: era soltanto, “chi aveva bisogno” del bagno, poteva andarci, accompagnato dalla maestra. Quella parola, a quell’ora, mi accompagnerà per molti anni, fino ad oggi, alla conoscenza di chi, anche da adulto, spenderà il suo intervallo con una buona e meritata focaccia. Possibilmnte genovese. E poi la tanto attesa delle “cedole”, un signore altro, altissimo, coi capelli già bianchi allora, che ci consegnava, prima o poi, i buoni per ottenere dal giornalaio il famoso sussidiario e libro di lettura. E ancora, le lettere, posizionate sui muri dell’aula, con i corsivi, minuscolo, maiuscolo, stampatello…gli stampini ad ogni lettera nuova sul quaderno…la campanella, che essendo succursale, era manuale: una semplice campanella, di quelle usate in Chiesa, durante la Messa…e nei giorni invernali, quel poco di educazione fisica in classe. Al sabato, il pongo, il disegno…i tanti io, tu, i primi noi, le prime amicizie, il miglior amico, i giochi…la prima gita…a maggio. Pranzo al sacco, scarpe comode, ombrello……Un Cuore di scuola, che suona ancora la campana per molti, tanti…un mondo intero…una scuola con “crepe umane”, con tanti disagi, nuova, con problemi vecchi. Una scuola che vuole insegnare, e tanti insegnano, sicuramente, ma molti, anche adulti, non imparano. Che fine hanno fatto i tecnici? Gli inidonei, quali soluzioni? Gli Ata, li stabilizzano o non li stabilizzano? Scuole con cooperative di pulizie e collaboratori improvvisati in Os…Forse sarebbe davvero il caso di rivedere tante cose…

Dal “cuore”,

Un abbraccio ideale a tutti della scuola elementare Edmondo De Amicis di Pieve Di Cento (Bologna)