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Storie nel…”piattino”

E alla fine venne la pioggia. A Torino. Annunciata. Sperata. Dopo il caldo killer ecco affacciarsi in locandina “temporali tropicali” in un luglio di fuoco ma con “la tregua alle porte“. Pare il titolo di un film, andato, “Il nemico alle porte”. Ma non lo è, in questo luglio senza mezze misure. In lontananza il cielo torinese è grigio (sembra altro film, il cielo sopra Berlino) e il vento alza polvere mentre le nubi non annunciano nulla di buono. Una, due, dieci gocce insistono e dopo tanto insistere daranno forma a pozzanghere di varia entità. Corso Principe Oddone e corso Regina Margherita divengono nel giro di un battito di ciglia “corsie olimpiche“: gente al ritorno dall’ufficio, mamme con “pupi” al seguito, giovani in libera uscita e saggi che contemplano le trasformazioni della città su questa “spina” dorsale. Corrono, giustamente, tutt*. Ripiego velocemente verso la Sida alla ricerca di un tetto, di un riparo. Sarà un temporale breve, penso, passeggero, estivo, come certi fuochi d’amore. Ordino un’acqua e menta, come una “saggia” anziana torinese, abitué del posto. La polvere osservata fuori dalle vetrine “alza” all’interno della sala polverosi ricordi letterari e frammenti di storie e di vite personali”. Poi chino il capo sul moleskine e roteo la penna che si  pronuncia in stanghette e svolazzi vari fino a comporre frasi. Quasi due secoli fa, da queste parti, a Valdocco, qualcuno era alla ricerca di una tettoia divenuto il primo cortile poi dieci poi cento cortili…La Sida mi offre riparo, una penna e un blocco. “Se il maltempo si protrae bhe’, nell’attesa, qualcosa scriverò…” così ho pensato Torino 24 7 2015.foto e scritto Borrelli Romano.Intanto osservo fuori dalle vetrine mentre “va ora in onda una maratona continua”. Tutt* infatti corrono sotto la pioggia, ormai fradici e zuppi. Senza misure. Mentre scrivo penso alla Chiesa di ieri, luogo di rifugio e di frescura che aiuta altri a ripiegare oggi, cosi immagino, probabilmente ad verso altro “riparo” così come un 31 agosto di un po’ di anni faTorino 24 7 2015 foto Borrelli Romano Da qualche parte (in quella Chiesa) la giovane suorina- sacrista avrà lucidato a dovere il piattino argentato pronto a contenere e raccogliere “corpo glorioso“. Un gesto che si trasforma simbolicamente nel suo “raccoglimento” di vita nel suo incontrare: il piattino non ha anche la funzione di raccogliere quanto di più sacro possa esistere nella storia di una persona? Mi piace pensare quelle movenze gentili della suorina in questione rotesa verso l’accoglienza del prossimo, al servizio di persone che si raccontano si raccolgono e si accolgono e mettono tutte se stesse in quel…piattino. Un gesto reciproco, come bozzoli che si aprono dispiegandone le ali della libertà. A turno, in coda, Senza “perderne” una…briciola di quel pane che si chiama vita, degli altri. E allora mettersi in coda e immaginarie una sorta di Esodo non potrà che essere un piacere.

Poi, dal mio punto di vista, osservare una “coda”, (di cavallo!) è sempre un “Belvedere” (ah! la mia Belvedere a Porto Cesareo!) oltre che…un piacere per un’estate da…”ponytails“….Ci raccontiamo su qualcosa?

Mercatini: Borgo Dora e Valdocco

Torino 7 dic 2014, il Maglio, Romano BorrelliTorino 7 dic 2014. Il Maglio. Borrelli RomanoTorino, 7 dic 2014,Il Maglio. Romano BorrelliTorino 7 dic 2014, Il Maglio. Borrelli Romano

20141207_123445Torino 7 dic 2014, il Maglio. Romano BorrelliTorino 7 dic 2014. Maria Aus.,  Borrelli RomanoTorino 7 dic 2014, Maria Ausil. Borrelli RomanoTorino 7 dic 2014. M. Ausiliatrice, Borrelli R.In giro tra i mercatini del Maglio a Borgo Dora (zoTorino 7 dic 2014, M.Ausiliatrice, Borrelli RomanoTorino 7 dicembre 2014, Maria Ausiliatrice, Salone Parrocchiale, Bazar, foto, Romano BorrelliTorino 7 dicembre 2014, bazar di Maria Ausiliatrice, foto, Romano Borrellina Serming, Scuola Holden) dove luminarie e profumi di ogni tipo si avvertono gia’ in lontananza. Terre uomini e donne, prodotti agricoli, artigianali e di ogni genere si mischiano a prodotti (del Balon, con un pallone sopra le nostre teste, una mongolfiera) che hanno avuto senso e un posto nel cuore di qualcuno. Prodotti, oggetti, ricordi che si apprestano ad un trasloco forzato dopo aver ricevuto lo sfratto dai legittimi proprietari che un po’ per necessita’ un po’ per spazio hanno deciso di abbandonare, di scambiare, di vendere. Oggetti un po’ come gatti, che, come dice la vulgata si affezionano alle mura domestiche e poco alle persone. Altre mura domestiche si apprestano a contenere questi “scarti”  divenuti presto valore inestimabile per quanti vorranno portarseli a casa. Forse anche per gli oggetti vi e’una equiparazione al “capitale inagito”…si, si, e’ buono ma…. Facce da puntini di sospensione, ci siamo capiti no? Profumi di mare e di Sud ti avvolgono come la nebbia ed e’piacevole restarci e lasciarsi imprigionare al pari di quella vera, che, come “narrano coloro che ricordano”da queste parti, presso le rive del fiume, e’ facile avvistarla in certi periodi dell’anno.  Avere del tempo e perdersi come in un labirinto sarebbe l’ideale, quanto meno restarci fino a sera quando le luci artificiali detteranno il ritmo della magia e dell’atmosfera natalizia.

Presso i saloni parrocchiali di Maria Ausiliatrice, (La Basilica dopo il rifacimento della facciata lentamente si toglie la maschera per essere restituita ai torinesi bella e ripulitaTorino 7 dicembre 2014, Maria Ausiliatrice, fine lavori. Foto, Romano Borrelli ) a due passi da qui, continuando per via Cigna o via Cottolengo, in zona Valdocco, si puo’ incrociare, ancora per pochi giorni, il bazar, arredato da instancabili volontarie della San Vincenzo che promuovono la vendita di prodotti artigianali realizzati da esse stesse nel corso dell’ anno. Torino 7 dicembre 2014, Bazar Parrocchia Maria Ausiliatrice, Foto, Romano BorrelliTorino 7 dicembre 2014, saloni parrocchiali Maria Ausiliatrice, Bazar, foto, Borrelli RomanoIl ricavato della vendita andrà a sostegno delle famiglie in forte difficolta’ economiche. Numero degli assistiti in incremento causa crisi che ormai da anni investe un po’ tutti (parrocchia Maria Ausiliatrice, Bazar, salone parrocchiale).

Entrando  il raccoglimento e la riflessione, per un attimo, si impongono. Una tavola, imbandita. Tovaglia, piatti, bicchieri. Nessuno come per dire tutti invitati al banchetto. Tavola come dire Altare. Pranzo e cena. Pane e pane quotidiano. Parenti, amici, compagni, invitati. Tutti. Universalità. Una giovane coppia prende le misure per un rito che ripeteranno infinite volte. Lembi della tovaglia da distendere e piegare. In Comunione. Sono attenti in ogni gesto. Provano e riprovano. Si sentono a casa. E’ domenica. Si. Torino 7 dicembre 2014, Bazar Maria Ausiliatrice, Foto Romano BorrelliAlcuni, in giro tra i vari banchetti  domandano come mai una iniziativa del genere non sia stata pubblicizzata su qualche giornale. Forse un modo per risparmiare qualcosa e devolvere tale cifra a qualche bisognoso in piu’,per non lasciare nessuno indietro. Anche queste sono “belle e buone vetrine” . Un suggerimento, se posso, a La Stampa, che da queste parti è un po’ di casa. Dato che la Basilica di Maria Ausiliatrice è ormai prossima a togliersi del tutto “la maschera”, qualche riga di inchiostro, un po’ li e un po’ qua, per questo bel Bazar non dispiacerebbero, magari due righe per far del bene. Le “Vetrine per bene” che aiutano a fare del bene sono anche qui, in Circoscrizione 7. A Maria Ausiliatrice.

Infine chiudo con l’uspicio che siano in tanti a farvi visita che, come sosteneva Simone Weil, “L’attenzione e’ la forma piu’ rara e piu’ pura della generosita’”.

ps. mi piacerebbe sapere se e’ vero il fatto che un “mini pensionato”, solo, senza famiglia, con difficolta’sia economiche sia di salute e  se ha lasciato sul proprio conto qualche euro, poniamo duemila, per…(non diciamolo!!!) se in virtu’ di quell’accantonamento viene escluso dal ricevere la “tredicesima” come contributo, aiuto, che una fondazione elargisce a casi disperati…Cioe’, e’ considerata una persona ricca?

 

Torino Borgo Dora, 7 dic 2014, romano borrelli

Corgiat, quando “il pane va via come il pane” da 50 anni

 

Pantetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone 38. Foto, Romano Borrelli“Siamo venuti a Torino nel luglio del 1965. Mio marito era di Caselle e io, di San Maurizio Canavese…”

Comincia così la storia di quasi cinquant’anni di lavoro (e famigliare) con l’approdo a Torino, nel borgo Valdocco, Maria Ausiliatrice, di Cristina Corgiat e della sua famiglia. Una storia all’ombra della cupola della bellissima Basilica di Maria Ausiliatrice e dove tutto ricorda l’opera di don Bosco e dei Salesiani.

Incontro Cristina, (verso metà maggio) al numero 38 di corso Principe Oddone, a Torino. Fermata bus contrassegnata dal nome della palina “don Bosco”. Una panetteria “incastonata” tra il corso, via Brindisi, via Ravenna, via Biella. Profumo di pane per tuta la Circoscrizione 7. Profumo di pane su molte tavole torinesi. Prima di cominciare questo ricordo, Cristina non ha voluto rilasciare fotografie, ma tutti saranno i benvenuti nel suo negozio. La seconda. Le scuse anticipate per la lunghezza, ma ogni virgola, di questa storia, merita di essere raccontata. 50 anni nella stessa panetteria sono davvero “d’oro” e una medaglia la meritano.
Cristina, occhi azzurri, modi genti, garbati, mani delicate, grembiulino bianco, candido, sempre addosso, nata il sette di agosto del 1929, “anche se mi segnano il sei sulla carta di identità”. A quel tempo, probabilmente, la scuola commise un errore e così, quella piccola imperfezione è rimasta. A dire il vero,  l’errore è rimasto anche perché da parte mia non ho esposto un particolare rilievo di sorta all’anagrafe.” Cristina, già a 21 anni  decise per il grande passo della sua vita, convolando a nozze con Silvio, suo unico primo e grande amore. Silvio, nato il tre novembre del 1927. “Un gran lavoratore, sempre a contatto con farina, acqua, e lievito. Figlio di una famiglia di panettieri, grandissimi  lavoratori  e con ridottissimi tempi di libertà”.  Lei, ne parla come lo avesse incontrato ieri, con una delicatezza e un amore ineguagliabili. Ma quando quella era in agguato, Silvio si dimostrava un ottimo ballerino, non perdendo mai occasione per mettere in mostra la sua abilità.  “Ai balli pubblici, lui era davvero un bravissimo ballerino. Mi ero innamorata di chi sarebbe diventato presto mio marito e lui avrebbe voluto sposarmi anche prima, all’età di diciotto anni.”  Complice della loro conoscenza, come sempre avviene, un’amica. Silvio, in realtà, era ancora molto giovane; un ragazzo di diciannove o venti anni, e con il militare ancora da assolvere. Un ragazzo si giovane  ma deciso e innamorato quanto Cristina. Certo, qualche resistenza da parte del papà di lei, non si fece mancare, ma Silvio, era davvero ostinato:  il militare, altro ostacolo, insieme alle gelosie del padre e fratelli di Cristina  non avrebbero certo creato difficoltà alla forza di un amore.  Quando si vuole, si vuole. Nulla da aggiungere. Così a 21 anni, Silvio e Cristina si avviano a formare una nuova famiglia. 

Era il 1950, entrambi giovani, molto felici e consapevoli della scelta, grazie ad un grandissimo amore.Panetteria Corgiat, Torino. Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli

La vita, si sa, spesso dà, spesso toglie. E così, Cristina, ben presto in seguito alla morte della mamma  si è trovata a fare, lei,   “da mamma” ai suoi fratelli per tre anni circa . Almeno fino a quando non ha gustato essa stessa la grande e bellissima esperienza di diventare mamma di tre bambini.

 
Ezio, nato il tre dicembre del 1953, a Nole.
Francesco, nato il 15 d’agosto del 1956, a Villanova Canavese, paese “dove abbiamo lavorato”, aggiunge Cristina.Corgiat Francesco. per gentile sua concessione.

Il vecchio proprietario di un forno di quella cittadina “aveva avuto un incidente e in quell’occasione siamo andati a sostituire l’infortunato. Eravamo stati a casa da Nole, e quindi senza lavoro,  perché quei proprietari non avevano rispettato le condizioni del contratto pattuito. Ricordo che era un contratto triennale.” Nel frattempo, Cristina, non si è scoraggiata e  ha dimostrato di essere una grande lavoratrice dimostrando la sua qualità di ottima lavoratrice anche in altro settore. In fabbrica. Continua inoltre l’amore e il rispetto anche per la famiglia di Silvio.  Da Nole infatti, andava a lavorare col treno a Caselle. Da qui, nei fine turno, o ad inizio turno,  andava a trovare i suoceri, che lì avevano il negozio.  Cristina, una volta arrivata a Caselle e dopo aver salutato i suoceri, inforcava la bicicletta per tre  km circa, dove aveva luogo la fabbrica in cui lavorava.  “Era un lanificio. Si chiamava  “Bona”. Ero obbligata a lavorare. Non c’erano neanche i soldi per comprare il latte”.

Ma, nel frattempo, nasce anche il terzo figlio, Fiore.
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Fiore, nato il 27 ottobre del 1958, a Ciriè.

Cristina e il lavoro. La fabbrica e la panetteria.
“La fase più consistente di questo lavoro, quello del  pane,  è  per me collocabile in una piccola cittadina alle porte di Torino, Druento dove abbiamo lavorato per circa sei anni. Una panetteria con forno a legna.  Eravamo in gestione, nel centro del paese, in via Carlo Casale.”  Prima ancora, una breve esperienza presso una panettiere Cooperativa di Nole Canavese. Una Cooperativa dotata di forno dove annesso era il magazzino dedicato alla vendita di altri prodotti. “Ma noi ci occupavamo solo della panetteria”. La nostra retribuzione era a quintali di pane prodotti e venduti. “Noi lsiamo andati a sostituire un panettiere.”
Nel 1965, Torino era stupenda. Tutto era così diverso e bello rispetto alla realtà di paese. C’era tantissimo lavoro.  C’era una grande bellezza, e lo dicono in molti, anche se, il lavoro, e talune condizioni lavorative, mi riferisco alle condizioni di lavoro di fabbrica,  erano davvero pesanti.  “Si faceva il pane per noi, per il negozio e per i ristoranti, e le trattorie qui intorno.” Era proprio un grande borgo. Con tante attività. Un bellissimo borgo! Ed è vero. Dopo aver ascoltato le sue parole le parole di Cristina le confronto con quelle di altri residenti di quel periodo che mi ribadiscono l’identica affermazione.

Penso, influenzato anche da alcune letture di questo periodo, che occorre coraggio nell’ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare.  Penso a quante cose sono state messe nelle nostre mani e non fare nulla per onorarle equivale ad arrecare danno. In questo negozio, in questo borgo, nel lavoro, nei lavoratori, nei cortili ovunque si volge lo sguardo, ogni frammento di questo mondo, risplende. Di luce forte, che non è questa, artificiale. Altra luce.

Dodici ore di lavoro, nel retro, dove era posizionato il forno, e dove lo e’ancora, e altre  nel negozio, come commessa.

Nel borgo, l’insediamento dei Salesiani, con la Basilica di Maria Ausiliatrice e il primo oratorio di don Bosco, sono stati  determinanti per la scelta del quartiere e l’economia stessa. Fedeli e studenti, passavano in continuazione da qui, chi per il pane, chi per la pizza, che, a dire il vero, era, è, una delle migliori di Torino.

Cristina continua: ” Noi lavoravamo molto per i ristoranti. Le trattorie chiedevano sempre pane e  anche in quelle si lavorava molto. Qui, nei pressi c’era un  ristorante che richiedeva circa 20 kg di pane al giorno. Ogni giorno  quella fornitura  non erano mai sufficiente. Il ristorante era quello in corso Principe Oddone, probabilmente al numero 32, titolare Malanca.
Noi vendevamo il pane alle suore, al patrocinio di via Ravenna.” Nel quartiere era forte l’insediamento di numerose scuole superiori, geometri, chimici, per acconciatori, e quindi, la mattina alle sette c’erano già i ragazzi fuori dal negozio  che passavano a prendere la propria colazione.

Per  la panetteria Corgiat e per questo Borgo, l’affermazione “il pane va via come il pane” è davvero la più appropriata.Interno Panetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli
Il quaderno con i conti aperti. Cristina, occhi azzurri, modi di fare garbati e gentili, una grande bontà di cuore, è corredata anche della capacità di “guardare” dentro i sentimenti delle persone. Riuscendo ad anticipare, necessità e bisogni altrui, con risposte immediate,  quando altri non  riescono a manifestare ed esternare le preoccupazioni, per timidezza o per vergogna. In molti manifestavano  difficoltà economiche,  “come facevo io a negare loro il pane quotidiano”? Come potevo se, oltre che leggere i loro sentimenti, ne conoscevo anche le loro storie famigliari? A molti concedevo di fare  la spesa, senza pagare subito, e quando percepivano lo stipendio o  la “quindicina”  avrebbero avuto modo di onorare il dovuto. Se potevano, pagavano altrimenti lo avrebbero saldato successivamente.  Per come potevano. Per quando potevano. Alle necessità,  sono stata abituata a  rispondere immediatamente. E poi, il pane!  Chi negherebbe il pane “ai propri figli?”. E chi lo avrebbe mai negato a chi lo richiedeva? Pagavano due volte al mese perché all’epoca le buste paga erano due. L’acconto e il saldo. Erano diversi clienti che avevano un conto aperto, da noi. “A dire il vero, la rubrica era piena.” Gli occhi di Cristina si inumidiscono. Penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi e spesso facciamo del male. Nella storia, la cattiveria dell’uomo sarebbe riuscita a far piangere una pietra. E ad uccidere ingiusti. Talvolta si aprono occasioni per fare del bene al prossimo, per partecipare anche noi a “rimettere il debito”. Pensieri. Cristina continua. “Era una possibilita’ che avevo, per fare del bene, e cercavo di farne, come potevo. La bontà che emana dalle sue parole, scalda il cuore. E lascia speranza, per i gesti che hanno edificato molto, in molti. In questo quartiere e in molti, a Torino. Penso che cosi come avviene per i credenti, che  il Signore perdona e lava  le colpe cosi  Cristina e altre persone di bontà son riuscite e riescono allo stesso tempo, con genti semplici a togliere “quello sporco dal viso che sovente ci portiamo addosso”. O asciugare qualche lacrima. Con la prontezza delle risposte. Riprende il discorso e dice: “Ancora adesso mi telefonano. Una signora in via Ravenna, conserva  quei ricordi, e non smette mai di ringraziare. Questo è per me un piacere che ha arricchito e continua ad arricchire la vita. Non solo la mia. In quel modo mi è stato possibile far un pochino di bene, e forse guadagnare altro tesoro”.  Alza gli occhi al cielo, direzione Basilica. A Druento, un signore, che desidera restare nell’anonimato, M.T. aveva un conto aperto, di circa diecimila lire. Nel frattempo, M.T. era tornato per alcuni mesi al Sud, e nello stesso periodo, Cristina e famiglia avevano lasciato quel paese per recarsi a Torino. Non si sono più visti. Rivisti. Per saldare un conto. La vita di città è frenteica. Quando ti perdi, difficile ritrovarti. Invece…Dopo qualche anno di distanza, il signor M.T. è riuscito a rintracciare Cristina e la nuova panetteria, grazie al “profumo” del pane,   ma avendo già cestinato quella rubrica, la nostra brava panettiera aveva “rimesso”  quel debito ugualmente. Il sig. M.T, ricorda di essersi recato nella panetteria e di aver allungato una banconota da diecimila lire. Il suo debito, mai dimenticato.  Un gesto ricambiato da altra  bontà ‘. M.T. Ricorda sempre di aver ricevuto in dono cioccolatini, dello stesso valore del debito appena saldato.

Ho pensato molto a questa storia delle rubriche. Onestamente, l’ho vista, in giro. O meglio, la ricordo. Si potrebbe ricostruire l’economia di un quartiere. Ho pensato possa essere uno strumento valido per i ragazzi, per trarne tesine. L’economia famigliare di un borgo. Analizzarne i consumi, i tempi in cui si poteva, riusciva a pagare. Le annotazioni, come a piè di pagina di un libro. Ma Cristina, non finisce mai di stupire. Qui, in questa panetteria non esiste più, nel senso che lo  si “cestina” presto per non lasciarne tracce.  Si “cancella”, si rimettono i debiti. Un gesto molto evangelico.  E ancora, vengono alla luce alcune pagine di un libro, al pensiero di questa gentilezza e bontà. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Siamo davvero dei grandi segreti, gli uni per gli altri e ognuno racchiude una lingua, un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Siamo davvero piccole civiltà erette sulle rovine  di un’infinità di civiltà precedenti, con i propri concetti di quanto e cosa è bello e accettabile. E di cosa non lo è”.

Penso a storie di debiti, crediti, storie di infinita bontà. Una storia di “pane quotidiano“, di debito, di reintegrazione, di remissione dei debiti, nostri e di altri, di grazie, di grazia. Sentire una volontà più grande attuata per nostro tramite.

Cristina, riprende il racconto sul negozio, e sui debiti. “Questo negozio ha conosciuto davvero un esborso di denaro  molto forte. Nel 1965 questo negozio costava sedici milioni. Mio marito riposava lì (e indica un luogo), più lavoravi e più vendevi. Le scadenze erano continue. Questa era la casa. Sedici milioni era l’equivalente di una casa di tre piani.  Abbiamo fatto sacrifici sempre. A Silvio, mio marito, piaceva tantissimo Torino. Da giovane, il papà di Silvio era venuto a lavorare a Torino. Spesso affermava che era meglio un anno di lavoro nella grande citta’  che dieci  in paese.”

Nel frattempo, le campane di Maria Ausiliatrice suonano l’ora. Viene da pensare alla Madre. E qui, l’abbinamento è immediato con la farina madre. L’impasto lo chiamano, in piemontese,  “il levà”, che è quello della sera. Si lascia “depositare”  e alla mattina, si fanno due o tre impasti. Se ne prende un pezzo, lo si rinfresca, e si aggiunge  la farina e quindi un po’ di lievito di birra per “carezzarlo“, ma poco, perché ha già la forza, sotto, che poi, lo farà lievitare. Resta un pane normale, più buono, perché si conserva. Tutte le sere si procede con questa operazione. Ancora oggi. Il pane, in tal modo,  emana il profumo, cosa che oggi non si sente più, né per le strade, nè tantomeno in panetteria, forse perché si mette troppo lievito, che velocizza il processo ma non dona il profumo.

Il sacrificio e la felicità nel lavoro.
Il tipo di lavoro richiedeva, e richiede,  una grande responsabilità e impegno.  Al servizio per il prossimo. “Cercavamo la gioia nel vedere tutta quella gente, sapendo che quel pane avrebbe raggiunto tantissime case, tante tavole. Quel pane avrebbe parlato anche di noi in case altrui. Era lì, tutti i giorni. Sulla tavola. Questo, conferiva la forza che il lavoro richiedeva. Non ti sentivi mai stanca. Gioventù, gioia, i figli, che volevi che nella semplicità fossero stati  come tutti gli altri. In Comunione. ”

Dopo queste parole, immediato il pensiero al Vangelo di Giovanni.

Racconta  e si racconta ancora. “La malattia di Silvio ha richiesto un dispendio ulteriore di forze. Negli anni ’70 ha cominciato a non stare bene, pero’ si stringeva i denti e si andava avanti, anche nella malattia. Lavorava perché i figli erano giovani. Le forze venivano a mancare, lentamente, giorno dopo giorno,  e così  ho cominciato a fare ” il garzone,” dato uno, come aiutante, non ce lo si poteva permettere . Ho imparato a fare il lavoro quasi come lui. Io mi occupavo della famiglia, ma, al mattino ho sempre aiutato mio marito.” Lavoro, lavoro, lavoro.

I rapporti con il borgo.
C’erano tre panetterie nel borgo  e tutte  possedevano un  forno proprio. C’era Gillone, che in realtà erano tre fratelli, in via Biella, poi c’era Pennone, in via don Bosco e noi, Corgiat. Poi c’erano le rivendite. Maria Teresa era una di quelle. “La gente era bravissima, tutta. Quelli provenienti dal Sud, poi, erano delle bravissime famiglie. Per me erano tutti uguali. Ognuno con la sua famiglia, venuti qui per lavorare. Bella e brava gente. Ragazzi che vengono ancora a trovare. E ringraziare. Ragazzi di un tempo che hanno lasciato crescere i baffetti o la barba, ex ragazzi che non conosco più ma che loro si ricordano di quando vendevo loro la pizza e di tanto in tanto, allungavo un grissino, come capita di fare, quando entra un bambino.”

La crisi degli anni ’80.
La crisi di quegli anni, qui, in panetteria, si è fatta sentire poco, fortunatamente, anche se, in molti cominciavano a spostare  residenza proprio in virtù di quel fatto. Oggi di pane se ne produce molto meno. Il Toscano,  tipo di pane che un tempo si vendeva in grandissima quantità, oramai non ha più mercato. Un tempo le quattro bocche del forno andavano a pieno regime, con il  pane toscano in cottura. Ci andava una giornata per produrre quel   tipo. Aveva una lievitazione molto lunga, pero’. Che pane era quello!”
“Un tempo i grissini si facevano tutti i giorni, poi, han subito un calo. Li produciamo due o tre volte la settimana.”
La pizza, invece, andava tutti i giorni. Usciva più volte al giorno,  forno, pronta per i ragazzi delle scuole.

Cristina e le ferie.
Cristina, non ha mai visto il mare. O meglio, una volta sola.  A parte un ricordo di una giornata- regalo di Ezio, il figlio,  che trovandosi a  Ceriale per lavoro, decide di farle il dono  del mare. Merito suo, infatti, se Cristina è riuscita, per qualche minuto, ad “accarezzare” il suo sogno di vedere il mare. Intorno agli anni ’70, infatti, Ezio, da Ceriale, telefona al fratello, dicendo gioia:  “Prendi mamma e accompagnala qui, di modo che non avrà scuse da accampare sostenendo di non essere mai stata al mare.”

La paura di un eritema solare e un po’ il brutto tempo, contribuirono ad un incontro, tra Cristina e il mare davvero ridotto. A Savona difatti, la colsero tuoni e fulmini. Sicuramente, era il tempo che festeggiava con fuochi d’ artificio questo incontro. Da quella volta, il  mare, Cristina non l’ho mai più visto.
Il marito Silvio è mancato nel 1978.  “Ho tribolato molto per aiutare a  crescere tre figli e sofferto tantissimo la mancanza di mio marito”.  Torino non era un paesino e richiedeva più attenzione e vigilanza dei figli. Una  attenzione costante e continua. Così era per tutte le famiglie con figli adolescenti. In quel periodo l’oratorio era l’unico posto di accoglienza per i ragazzi. Ancora tanti sacrifici, da sola.

Quando sono entrato, Francesco si concedeva un attimo di tregua, su una sedia, Cristina osservava attentamente un macchinario. In una frazione di secondo, è passata vita.

Una vita di lavoro e sacrifici, ma ci sono migliaia e migliaia di ragioni per vivere questa vita, e sono tutte sufficienti, dalla prima all’ultima. Il Borgo è cambiato, in molto. I treni non percorrono più l’ultimo tratto in superfice prima di inabissarsi nella pancia torinese. I negozi che c’erano un tempo,  dall’elettrauto, alla carrozzeria, alla pizzeria al taglio con la farinata, alla polleria,  latteria, al ristorante, alla lavanderia-tintoria, la Ve-gè, le rivendite del pane, alla drogheria, il barbiere, piccoli esercizi che non ci sono più da tempo, ormai.  Resiste, ma resisterà ancora per poco, Teresa, la pettinatrice .Cristina è lì, come sempre. Talvolta, ancora qualcuno, la domenica, preferisce bussare e passare dal retro, così, per farsi dare qualche panino, avendo dimenticato di comprarlo il giorno prima. Talvolta anche il latte. Nonostante ora i negozi siano aperti anche la domenica, si preferisce andare lì. Perché lì, è un po’ come stare a casa. O tornare a casa. Un’accoglienza che è rimasta tale e quale, nonostante il passare del tempo e il mutare dei tempi. Con un po’ di immaginazione, si puo’ pensare che nulla sia cambiato. Che il treno continui a passare, sentire l’odore del fiume, le grida che  ragazzi e ragazze fanno ogni qual volta si sentono giocare a  pallone nei pressi dell’oratorio.

Una lunga storia d’amore, tra Cristina e il borgo, tra la panetteria e il borgo. L’amore è davvero sacro, come la Grazia: il valore del suo oggetto non ha mai una grade importanza.

Una storia d’amore per il lavoro e per le persone che dura da 50 anni.

 

 

La mia Torino. 4. Tra storia locale e devozione

Interno di una casa condominiale, Torino
Interno di una casa condominiale, Torino

Torino. Casa di ringhiera, interno con un dipinto dedicato a Maria Ausiliatrice. Foto, Romano Borrelli

Un profumo particolare, ci coglie, nel nostro piccolo “borgo” torinese, appena “metti il naso fuori” di casa. Un profumo che si allarga, a macchia d’olio. Un profumo ricercato, come i luoghi, ritrovati e racconti. Provare a raccontarli, sapendo della limitatezza  del “blog di Romano B”. rispetto ad  altri blog, “sponsorizzati”  come quelli “stile progetto” della provincia, che “confluiscono” sulla stampa cittadina e nazionale.  Pero’, per correttezza,  la storia delle circolari a scuola, come documenti, era partita proprio da qui, dal blog di Romano B.  (vedere quotidiano cittadino, dicembre). Un intento diverso, questo. Riproporre e raccontare persone e luoghi che davvero hanno scritto e fatto storia. Nel loro piccolo. Storia locale.  Provare ad immaginare, una camminata, e far vedere e narrare, e poi appuntare, con la lettera 28, o per la lettera 28, e raccontarla con lei e grazie a lei,  e al termine, esserne fieri, di “tanto colore”, dopo tanto bianco e nero. Scriverla e riscriverla. Quando anche un piccolo quadernetto, una rubrica si proponeva come un conto aperto per chi, le tasche, continuava ad averle vuote, nonostante  il duro e tanto lavoro. Famiglie di un tempo. Con tante bocche da sfamare. Storia di un quartiere di città. Esci. E non sai più se è l’odore, il profumo o il profumo di un ricordo. Ti assorbe. Lentamente. Un odore, misto, di erba appena tagliata, di colla, appena passata, sui cartelloni elettorali che propongono, ” Alle europee, vota questo, vota quello”. Alle regionali, “vota questo, vota quello”.  Odori di passato e di presente, misto a rumori di lavori, di un tempo e attuali. Rasentandoli,  quei cartelloni, senti quell’odore, di stampa, di colla, di fatica, di sudore, di attacchini, militanti, magari anziani. E pensi a quante riunioni, fumose e fluviali, consumatesi a loro volta in un fiume di parole. Riunioni a tempo, capaci di celebrare sempre qualche leader di questa o quella mozione. L’ultimo a resistere, e chiudere la sezione, o il circolo,  sarebbe stato incoronato  leader. Dalla passione, non dalla conta.  Avrebbe saputo dire sempre una parola in più degli altri.  Di conforto, se la tua area era perdente, di incoraggiamento se la timidezza prendeva il sopravvento. La casa, in fondo, era sempre comune. Come la causa. E il pane che si mangiava, era sempre lo stesso. La Resistenza, continua. Continua la Resistenza, anche nella dialettica. “Care compagne, cari compagni…”.  Una prova di forza, di carattere, una prova di ostruzionismo. Gruppi di anziani, nei pressi di una panchina, controllano i lavori degli attacchini. Li avvicini. Discutono. Di 80 euro. Osservi attentamente la piazzetta,  con i suoi alberi e ti  rendi conto di quanto un tempo questa area  sembrava più grande.  E non soltanto, l’area politica, di appartenenza, di riferimento. Era l’altra Chiesa. Analogie, somiglianze. Giochi di parole.  E anche gli odori, degli stessi alberi, sembrano, ora,  diversi, come effettivamente lo sono dal giorno alla notte. In realtà, eravamo noi, piccoli, allora che percepivamo tutto più grande. In realtà, non erano ancora presenti su scala nazionale,  le allergie che impedivano di respirare a pieni polmoni e a testarne le differenze.  Tra poco, la notte calerà. Luci si accenderanno in ciascuna casa. Alcune di quelle si spegneranno, altre invece resteranno accese. Occhi attenti, occhi vigili. Uno scrutarsi vicendevole. Chi ha terminato il turno, chi lo dovrà iniziare,chi si occuperà, nella notte della farina, del lievito, del forno. Del pane per domani. E pensi a quel profumo di pane che investiva tutto il borgo. Un tempo.  E non solo. Strano a pensarci, ma davvero, col pane, i panettieri, non solo portano “la biovetta” o “la michetta” sulle tavole di casa nostra.  Ma ci stanno essi stessi. Quotidianamente. I panettieri ci restano, nelle case, con il nostro  ( e il loro pane quotidiano.).Ci portano una storia, di lavoro, del lavoro, di fatica e di fatica; la loro storia, quelle di altri. Storie che trasudano da qualche rubrica. A, b, c, d…L. E all’interno di ogni lettera, un nome, un cognome, una famiglia, una casa, luci elettriche e luci di candela. Talvolta un numero.  Consumi, abitudini, tipologia di pane, quantità, preferenze. Un conto aperto. Un universo. Da quelle rubrica, si aprono altri mondi. Altri modi. Vecchi lavori dei quali ora non esiste più traccia. Una Istat in miniatura.  Intimità.  Tipologie di lavori collegati a persone che avevano presso quel negozio il “conto aperto”. All’interno di una rubrica, la storia, operaia, di un pezzo di borgo. La storia italiana, la storia di Torino, degli operai Fiat, della continua lotta per la sopravvivenza, e di lotta continua, della lira e di quando la paga era percepita il 15, con l’acconto, e il 30, con il saldo.  E il 28, si cominciava, per ogni lettera, a tratteggiare il conto.  Il 28, poi, con il saldo, cominciava a bisbigliare sottovoce, il quanto, e che, se si poteva, si chiudeva il conto aperto,  raccontato da quella rubrica, che giro e rigiro tra le mani. Con la consapevolezza di non sfogliare pagine, ma “trattare” con persone. “Handle with care”.Una rubrica che racconta “gli terni” di un quartiere, che potrebbero essere  di una città qualsiasi. Una “rubrica” che racconta l’interno del vissuto famigliare, ora che delle rubriche, sono rimaste solo nelle memorie telefoniche.  Case di ringhiera, ricche di forte umanità e semplicità. Cortili, dove in questo mese si recitano rosari.  Con tanta devozione popolare, soprattutto dalle parti della circoscrizione 7, dove anche le “paline” del bus, raccontano qualcosa di devozione.

Interno panetteria Torino. Foto, Romano

Spesso, ad ogni lettera, che era una famiglia, una nota a piè di pagina, come si usa fare nei libri, un rimando. “Passerà il mese prossimo”.  Brevi commenti, a matita, a penna. Già immagino quelle punte, non fatte, per la mancanza di tempo, per la delicatezza, per la riservatezza, per la coda di chi preme e ha fretta di prendere il pane, e tornare a casa. Le giustifiche apportate, talvolta, sono strazianti. Visite mediche, moglie, figli, qualche viaggio improvviso al Sud per la suocera o qualche congiunto, la prima Comunione di qualche figlio, il padrone che non paga, la cig in agguato. Con il far della mattina, la luce. Una luce leggera, che allontana umidità e nebbia. Un tratto cancella, apparentemente qualcosa.  Il pane fresco, appena cotto, caldo, continua a farsi, come una volta, nonostante in tantissimi di quegli interni, ora, si preferisce farselo a casa. Luce nella luce. Entro, in un paio di cortili, a me famigliari.  La sfornation, la famosa bici, è poggiata sul muro del cortile. Qualche gatto la osserva, sornione, godendosi i primi raggi del sole. “Giovanni“, non è solo il nome di un materassaio. E’ un nome molto comune, che continua a leggersi e a farsi leggere, e gridare, da un cortile all’altro. E’ comune, come il pane, come la farina, come la storia, come certe storie.  La storia di un negoziante, di un borgo, che la storia l’ha scritta, e non solo su una rubrica,  che tratterò, perché meritano. Perché hanno fatto la storia. Di un pezzo di città. Che vale la pena scrivere e ricordare. Per il senso di umanità, di solidarietà che l’uomo, quando vuole, riesce ancora ad esprimere in atti concreti.

ps. Non posso non terminare queste riflessioni, questi ricordi con un pensiero a Senigallia. Nel 2000, a Torino, nel borgo, e non solo, l’alluvione fece “irruzione”,  lungo le strade cittadine,  insieme a tanti disastri. Il pensiero va a Senigallia, colpita duramente. Con il rinnovato augurio che possa riprendersi, insieme a tutta la cittadinanza, affinché possa tornare in forma, più e meglio di prima, per coccolare ogni ritorno e ogni nuovo arrivo.

Interno di una panetteria. Il forno.
Interno di una panetteria torinese. Il forno.

Zero 24. Drogheria automatica

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Torino, via Bellezia 7. Drogheria automatica.

Sabato santo. Sabato di pioggia sulla nostra città. Piove da alcune ore. A tratti fa anche freddo. Temperatura in “picchiata” di dieci gradi. Voglia di caffè e cappuccino. Vago alla ricerca di un caffè, approfittando di queste ore di libertà, dal lavoro. Scuole ormai chiuse e libri riposti in un cassetto. Passeggiando tra le viuzze del centro di Torino, con grande sorpresa mi imbatto in un paio di distributori automatici. Ma non la solita macchinetta. No. Una drogheria automatica. Quel nome “gratta” il fondo della memoria. Drogheria. Locali di una volta. Il sale, monopolio di Stato. Le buste sorpresa, per i bambini. Palloni, grandi e piccoli.  Biscotti sfusi e buste di latte a lunga conservazione,  e detersivi di ogni tipo. Commessi e commesse piuttosto anziani con grembiule marroncino. Non si trovano piu’ in giro. Quei negozi. Forse in qualche sperduto paesino del Sud. Negozi, bazar, chincaglierie di ogni tipo, buone per far convergere l’attenzione e i desideri dei bambini, prima di dirigerli verso il gelato quotidiano, dopo tanto sole e tanto mare. E qui comincerebbe a partire il nastro della memoria. Nel centro di Torino, (e non solo) ci si puo’ imbattere in una drogheria automatica. Una sorta di “negozio, zero 24″. E mai più’ avrei pensato di trovare la possibilità di scegliere bottiglie di latte. Fresco e lunga conservazione. Insieme ad altri prodotti e quelli consueti. Chissà che fine avranno fatto quei camion di una volta,  che davvero lo distribuivano il latte, all’interno di contenitori metallizzati che facevano tanto alpeggio. Tempi che cambiano. Tutto a portata di un…click, come il suono della monetina inserita nel distributore automatico. (Per la cronaca, latte fresco e latte a lunga conservazione. Un euro e 70 centesimi, oltre a yogurt e succhi di frutta).

 

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Distributore automatico. Drogheria. Via Bellezia 7, Torino. Prodotti della cascina Fontanacervo, Villastellone (To).

Per la cronaca, chi invece prova a ritornare alla origini è Michele Curto.  Dalla bottiglia del Salento, un nuovo messaggio politico. Un forno particolare, appena aperto. Col pane, un nuovo tentativo di comunicazione politica. Oltre che di impegno. A me, personalmente, il, pane e’sempre piaciuto, come simbolo, come segno, di condivisione, di comunione. Pane, anche Eucaristico. Pane che manca, pane come lavoro, pane come fatica, pane come alimento necessario, di sopravvivenza, lotta per il pane e pane per la lotta. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, Padre. E non vorrei sembrare poco rispettoso della persona come delle persone lo sono altri, ma basta con la speculazione sul pane, e su ogni altro genere di necessita’.E la politica, a sinistra, lo aveva gia’ segnalato che il pane lo si poteva vendere ad un euro al kilogrammo e non a tre, quattro….E l’ iniziativa di Michele, devo dire, piace a molti, a guardare in quanti si interessano a questo suo impegno. Altra nota, la voglia di pane, come partecipazione e democrazia di elementi giovani, all’alba della loro maturita’ osservata dall’ottica di una primavera.

Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia, 7. Torino
Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia 7, Torino

 

 

Pane della vita. A ridosso della Pasqua non si puo’ non pensare al pane. Sono le 5 e 36 di sabato, pomeriggio. Sento qualcuno chiamare il nome “Giovanni”. Non e’ un caso.  Quasi ora di andare e restare. Nel nome del pane.

 

Dal fronte della scuola, invece, nell’uovo di Pasqua, una sorpresa per un centinaio di ata: dopo anni di precariato, il contratto.

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“Il forno”. Da Michele Curto. Via Principessa Clotilde 27. Torino.

Nuovi negozi per Torino

DSC00016DSC00027Osservando attentamente la nostra città, dal’alto del tram verde, il 7, si possono ritrovare tantissimi posti interessanti e molto cari ai torinesi. Angoli della nostra città che credavamo in un verso, e, senza accorgercene, lo hanno mutato.  Per molti di quelli, pero’, per ritrovarli esattamente come erano, occorrerà frugare tra le pieghe della memoria. E fare uno sforzo immenso. Lungo il tragitto, si intravedono luoghi, un tempo adibiti al lavoro e ora, trasformati  in altri tempi. Il lavoratore “sfrattato” ha sfilato  la tuta blu, lasciando  il posto a semplici consumatori.  Negozi trasformati e vetrine che non espongono più gli oggetti di un tempo.  Al posto del vecchio e caro negozio di gocattoli, ora si trova Paissa. Povera Befana, sprovvista dei famosi trenini corredati da scambi, motrici, vagoncini  rotaie e tutto il resto utile per immaginare lunghissimi viaggi in pomeriggi interminabili. Poveri bambini, che hanno lasciato sul posto lacrime trasformate in pozzanghere. Tutti a pulire il famoso camino, aspettando il trenino,  la macchina, il peluche e invece…Scendendo dal tram storico,  e percorrendo a piedi alcune vie, direzione stazione  Porta Nuova,  quasi raggiunto l’hotel Roma, si  ha la possibilità di incrociare  un altro mutamento del tempo: “Pane, Pizze, Focacce” sono ora in bella vista, dove un tempo si esibivano “in punta di piedi ” tantissime paia di scarpe.  L’elenco dei mutamenti potrebbe continuare, un po’ come il nuovo concetto di lavoro. In continuo aggiornamento.  Nel giardino antistante la stazione ferroviaria, un orologio in fiori ha smesso di segnare le ore, o, semplicemente,  è assente da anni, e mai più si è provveduto a trovare un valido sostituto.  Personalmente, mi piacerebbe riaverlo per poter verificare  l’ora e lo stato del mio orologio. E’ cosi’  anchele per le vecchie care bilance, azzurre,  sotto i portici della stazione, Un ricordo, invece, ma senza rimpianti, la cooperativa e i suoi lavoratori col berrettino rosso, dove, con poche monete, qualcuno lustrava le scarpe. Vecchi lavori.  Il vecchio capolinea del 51, in via Sacchi, non esiste da un pezzo. Anche di quello, si sono perse le tracce. Ma, a dire il vero, siamo sulla buona strada, con poche tracce anche oggi.  Qua e là qualche pezzo di rotaia ricorda il passaggio del tram. Ora, spesso, ci si attacca, al tram.  Questo pezzo di città, a molti ricorda Roma, zona stazione. Sarà. Forse perchè le città vicino le stazioni, hanno quasi tutte lo stesso aspetto. Un po’ nostalgico, un po’ malinconico. Alcune insegne M rosse, come “passion lives here” troneggiano nella bellissima piazza, Carlo Felice; molte biciclette gialle stazionano, pronte all’uso, come in tantissime aree della nostra città. Questa si che è una bella apertura europea. Alcune  sponsorizzano il panettone Galup,  e rendono in tal modo  piu dolce e piacevole la pedalata nella nostra città, alla scoperta di luoghi e negozi che mutano. Senza renderti conto.

Intanto la campanella della scuola ha ripreso a suonare. Ci ritroviamo ancora una volta “ingessati a scuola” e al penultimo posto dei Paesi Ocse sulla spera pubblica per istruzione. Diecimila immatricolati in meno all’Università e una buona dispersione scolastica.  Che fare?

Risposta a “Con un euro di pane e politica”

Paolo Ferrero
Paolo Ferrero

Penso che il Segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, non abbia bisogno di “nessun avvocato difensore”; ritengo che la lettera inviata a “posta, risposta” su La  Stampa del 5 marzo 2009 meriti comunque una precisazione, anche da parte mia.

Come militante, ma prima ancora come persona, ritengo che vendere (distribuire per essere precisi) il pane ad un euro al chilo non possa inquadrarsi come attività politica in senso stretto. Era, e resta un modo per avvicinarsi alla gente e per dare una spinta ad una attività che non è “strettamente di partito”. Oltre al pane e alla pasta, a volte, si  è venduto (altre anche regalato, comprandola noi!!!) qualcosa d’altro. L’attività di militanza impegnava una mattinata intera ed era accompagnata dalla distribuzione di volantini e discussione politica sulla realtà attuale. Era, ripeto, un modo per stare in mezzo alla gente. Forse non cambia la vita alle persone, sicuramente, dal momento che giustamente, come afferma il signore che scrive, vi sono molti forni che forse vendono il pane a quel prezzo. Ma noi non siamo fornai, faticoso lavoro sicuramente, nè proprietari di supermercati. Grazie al volontariato di molti (e anche mio, che ho passato intere mattinate al freddo) volevamo dimostrare, senza ferire la dignità delle persone, che si puo’ calmierare il prezzo, eliminando i passaggi nella filiera. E, questo sì che allevia sofferenze a tante persone.

La max multa dell’autority antitrust (soldi non restituiti ai cittadini che hanno comprato e comprano la pasta ad un prezzo maggiorato) comminata ai produttori di pasta per aver fatto cartello dovrebbe dimostrare che siamo nel giusto. Lo scopo era accorciare la filiera. Fosse stato per me avrei partecipato alla distribuzione di più prodotti. Ripeto, la distribuzione del pane aveva questo significato, senza ferire… Invece, mi chiedo, la social card è migliore come iniziativa?

Invito chi “naviga” da più tempo ad inserire qualche commento su questa iniziativa.

Numero 1 Giornalino del Blog Romano Borrelli

giornalino-prima-paginaStamattina si è fatta una breve raccolta di alcuni articoli del blog e, così creato il numero 1 del giornalino del Blog Romano Borrelli: giornalino di sole 4 pagine. Il download del file pdf è disponibile: Numero 1 Giornalino-Blog-Romano-Borrelli

Pane e politica

Questa mattina, era stata programmata la distribuzione del pane e della pasta da parte del partito; pane ad un euro al Kg. E’ un’attività che mi entusiasma, forse perché mi riporta, idealmente, – in quanto in quel periodo ero piccolissimo,- agli anni ’70, quando gli “spacci alimentari” erano diffusi e permettevano a molti di poter acquistare beni di prima necessità a prezzi contenuti, accessibili. Certo, ora non si vendono tanti prodotti, ma è importante l’idea che vi sta a monte. Lo studio degli anni ’70 mi ha fatto conoscere delle realtà che non immaginavo; in questa attività spero di poter essere d’aiuto e contribuire, oltre che vendere pane, a distribuire “il pane”, quello che ci dovrebbe riportare ad una maggior coscienza sociale.

Mentre ero intento alla distribuzione di pane e pasta ho incontrato tante persone che mi raccontavano la situazione attuale di numerosi lavoratori delle fabbriche del torinese: la cassa integrazione, la famiglia, le difficoltà a “tirare avanti con settecento euro al mese e un mutuo da pagare”, con la speranza che “la salute li e ci assista, sempre”.
In quel preciso istante ho ricevuto un messaggio telefonico in cui mi si comunicava che molti amici erano riuniti in Piazza Castello per protestare contro “il decreto del governo Berlusconi che ha ‘sequestrato’ il corpo di Eluana”. Non entro nel merito, per non alimentare lo “sciacallaggio” televisivo che di questa triste vicenda si sta facendo; penso che meriti tanto rispetto, e così, in silenzio mi sono recato, dopo la vendita ad incontrare gli amici, di fabbrica (Fiom), di partito (Rifondazione Comunista) e della scuola, Università. Qui ho incontrato “la saggezza” del partito, i coniugi Roberto e Carla Perasso che tanto hanno dato e stanno dando in tutti i modi al partito, compresa la sede del circolo in cui saltuariamente mi reco. Poi i compagni della Fiom (c’era anche Airaudo), gli amici del consiglio regionale, e fra questi Juri Bossuto; l’amico Petrini, segretario regionale piemontese del Prc, ed il segretario della federazione torinese Patrito, oltre naturalmente tantissimi altri.
Lì si è parlato e discusso di politica: eravamo tantissimi. Finalmente!