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28 febbraio: san Romano

28 febbraio. Il calendario a blocchetto esposto all’interno del negozio “bon bon” annuncia, in rosso, che è  san Romano, santo che fa il paio con l’altro santo, di agosto, quello in cui il mitico “cate” (catechista) del “Primo Oratorio di don Bosco-Valdocco” (come campeggia la scritta in via Salerno 12, in fondo a via Ravenna, a Torino) faceva pervenire, nella buca delle lettere, la cartolina di don Bosco con  i suoi “migliori auguri”. Come caspita facesse, quel “benedetto” cate dei Luigini (associazione oratoriana salesiana), oramai gia anziano e claudicante, a ricordatsi dei quasi mille luigini iscritti e date di onomastici e compleanni, con relativa cartoline da inviare, era per tutti noi ragazzini, un gran mistero. Come le domande dell’altro Salesiano, Robaldo (anche lui, anziano e claudicante), con relativa vincita di francobolli A condizione di rispondere esattamente a domande su geografia e storia. 10 domande, fino a due errori, si poteva vincere la bustina di francobolli. Ma dove caspita era il Madagascar? Il più delle volte, capitava di trovare francobolli dei posti più…Restiamo però  al cate, sig. Mainardi. Senza pc, in quel periodo, dotato di sola tanta memoria. Oggi, dalla collina torinese spira un’aria che annuncia primavera e sembra sussurrarci che l’inverno è  oramai alle spalle o nelle tasche dei nostri cappotti prima di collocarsli nuovamente a riposo, tempo determinato, in armadi, “li, in fondo”. Dalla collina  luci, colori e profumi rimbalzano nella memoria, con un retrogusto di arance edi mare. Una guida telefonica, torinese, molti cognomi, alcuni nomi, Chiara e Paola, “amici come prima”, in copertina, in un festival, in una storia.

Sulla tavola di casa, non la cartolina d’auguri del cate ma una buonissima e graditissima torta di mele.

Torino ieri e oggi

Torino corso Regina Margherita, corso Principe Oddone. La Sida li vicino....da loro a Borrelli RomanoTorino, Porta Palazzo. gennaio 2015, foto Romano Borrelli.Torino…………nella sua dimensione…attenta. Ieri, 1926, oggi, 2015.  Oggi, davanti ad una buona merenda, un the, pasticcini, nell’identica pasticceria di ieri, seduto, alla Sida. Sono intento ad osservare questa bellissima fotografia, della famiglia Mangiardi, ( e nella fotografia, ci sono davvero tutti, a mio modo di vedere) che ritrae una Torino del  1926. Da fare, da farsi. Prospettive e futuro. Mi concentro sulla locomotiva che apre la strada al futuro. Non solo una foto. Un progetto. Una locomotiva che “taglia” Torino.  E allo stesso tempo la apre. Al futuro. Riconosco Corso Umbria. Operai al lavoro. O forse persone lungo i binari. Strada ferrata verso est che ora non esiste più.  O meglio, esistono, ma sono interrati e da qui, dagli interni “dolce” e “dolci”  è  possibile are. Li sotto,  dove transita l’alta e la bassa velocità , l’affaccio è sul pc mica dal finestrino, come accadeva quando qui c’era…il treno. “Eh, quando passavano i treni da qui….” mi sussurra una persona “saggia”  intenta a gustarsi il  suo the (“senza zucchero”, dice a se stesso) e alla vetrina dei pasticcini di ogni tipo e fattezza. Un “vorrei ma non posso” è  interpretabile dalle sue dolci, lente movenze.  ” Mi si nota di piu’ se mi alzo e li prendo o se resto a guardarli e fissarli di continuo, quei pasticcini”? Sussurra….”Ma  secondo lei“, mi domanda, “ci sarà ancora della gente che vuol stare seduta vicino il finestrino?” Bho…chissà. Pero’ ha ragione. In questo tratto, eravamo in molti, appena qualche anno addietro, a stare attaccati al finestrino del treno, “interregionale” Torino- Milano, cadenzato ad ogni ora esatta. E proprio questo angolo di Torino, appena spuntati dal breve tratto di tunnel ti si presentava agli occhi per primo, con la pasticceria la farmacia Ausiliatrice, la cupola della Basilica, corso Regina Margherita e Principe Oddone erano un po’ il segnalibro  di questo dolce libro che si chiama Torino. Se andavi verso Milano, ti gustavi la citta’ con i suoi primi cambiamenti. E la storia. Il sacrista salesiano più anziano di Italia, e la sua storia, una missione nella missione ( manca poco e saranno “99”), la pasticceria Sida, tra “tradizione e innovazione” che resiste e “surfa” sulle onde della globalizzazione della rete, e vince perche” fa rete con la tradizione e l’innovazione,  e insieme a questo luogo e quelli ricordati,  la panetteria Corgiat, un ex internato militare, Gherardi Natale e il suo scatolificio e le scatole che lui le fabbricava, mica le rompeva ‘ne’. Sulla stessa via, l’oratorio…e ancora la scuola materna dove ora i bambini suonano il violino…E quanta storia….bamboline russe….Se viceversa andavi verso Porta Susa, cominciavi ad alzarti. L’arrivo e la discesa erano prossimi. Ha ragione, la saggezza.  Un tempo, quel posto ce lo si contendeva. Stare alla finestra di un finestrino. Anche a me, “Piace”molto. Ora, sotto il tunnel, nessun interesse. Una galleria, fino quasi a Stura. Chi vorrebbe stare al finestrino senza vedere nulla? “Vorrei ma non posso”, ripete la saggezza.  Pero’, torna a sussurrarmi, ” vedere e non gustare, e’ una cosa un po’ brutta da provare“. Ha ragione. Si alza e ordina. “Ci pensero’ domani. Oggi proprio no. Voglio coccolarmi”.  E addenta una pasta. Ritorno con lo sguardo sulla foto.

Gente. In attesa del  treno, o di un treno, già in quel periodo. Binari, dove ora, all’ora di pranzo, da qui, si vedono la rotonda e qualcuno pure il mare. Già. Il mare. Lungo i binari, a passi lenti. Verso domani. A passi lenti, come dalle parti di Porta Palazzo, poco distante da qui.  Un giro per Torino e scopri che Costantino ha trovato casa, meglio, un letto. Una buona notizia. Ora, la panchina in ferro posta  sotto la pensilina del bus (vedere articoli precedenti) Costantino la usa solo per sedersi e contare in un passatempo i bus che lentamente passano e si avviano al loro capolinea. Legge il numero di serie, quante persone scendono e quante restano.  Di tanto in tanto allunga la mano, per una sigaretta. Spiaccica solo qualche parola  ma si fa capire. I bus stancamente ripassano, dopo il loro lungo percorso.  Costantino da una rapida occhiata all’orologio elettronico, sopra le piante, oltre le siepi,  posto sopra il palazzo, forse di un albergo. Conta, Costantino. Conta i minuti in più o in meno rispetto al precedente  giro del bus. Per un attimo è come si salutassero. Chissà quante volte nell’arco di una giornata, Costantino e bus si scambieranno un saluto e una risata che poi, altro non è lo stridore delle gomme. Pochi minuti per la sosta. Poi, tutto riprende. Come prima. Con qualche accelerata che nella vita ci sta sempre. Ragazze che non sanno cosa sia facebook e usano la macchinetta per le fototessere. All’uscita di quei quattro francobolli li osservano, si guardano e si  abbracciano. Un abbraccio  condiviso. Alcune  smorfie, sorrisi. Entusiasmo. Mi piace.  Finalmente qualcosa di concreto. Guardando oltre.

Quando un biglietto….cambia la vita

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Interno Valdocco, Maria Ausiliatrice. Le camerette di don Bosco, davanti. Lato Basilica e alle spalle, Cappella Pinardi.

 

Imbattutomi in una bellissima lettera 28 e “scoperto” il contenuto, ho potuto osservare con quanta attenzione era stata “foderata”. Una stoffa particolare. Ne ho seguito le “tracce” e ho scoperto l’autore, anzi, l’autrice, di una storia particolare che a sua volta ha dato origine a centinaia di altre storie…Nel corso degli anni. ed io l’ho…registrata. Tra l’altro, per la par condicio, mi pareva particolarmente giusto parlare anche di una donna, attenta all’educazione. Dopo Torre Giuseppe, ora, la volta di una donna. Con la speranza che, anche in questo caso, le istituzioni se ne accorgano. O almeno, in tempo d’estate, i ragazzi. Anzi, Estate, Ragazzi.

Suor Lucia: quando un biglietto cambia la vita…

La passione del disegno trasformata in “dialogo” con i ragazzi

La vocazione? Una riffa…

A volte la “riffa” non è solo un gioco o una “pesca”, di quelle che si vedono nelle feste. E nella nostra amata Basilica di Maria Ausiliatrice, capita ogni anno di vedere “la riffa” sotto il porticato di quella che fu una libreria. Le signore porgono una grande boccia con i numeri. Si paga, si estrae un bigliettino, stretto da un elastico, all’interno del quale è racchiuso il numero fortunato. La mano fruga e ne “pesca” uno. Un numero e oplà, a questo è abbinato un premio. Per alcuni, la “riffa” è stata molto di più. Una scelta di vita, per il prossimo, per sempre. E così è stato per Lucia Tamagnone, nata a Riva Presso Chieri, il 4 agosto del 1945, divenuta poi suora grazie anche al “messaggio” propiziatore “pescato” non da una boccia di vetro, ma da un cestino posto sotto una statua di don Bosco. «Nell’animo di ogni uomo c’è un certo vuoto che nessuno può colmare. Il Signore lo ha riservato per sé». Quello il biglietto che renderà Lucia, nel suo cammino, Suor Lucia.

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Suor Lucia Tamagnone. Al lavoro, in portineria, “al 27” e mentre intrattiene un bambino con l’arte degli origami.

 

 

 

Traghettatrice di ragazzi

Ma il “biglietto”, non è un “oracolo”. Ad ascoltare attentamente la storia, di suor Lucia, probabilmente, il sì ad una chiamata, era da sempre. Tamagnun”, in piemontese, significa carro. Un mezzo di trasporto dalle ruote forti robuste. Nel cognome c’era già la sua “missione”. Trasportare e “traghettare” ragazzi e ragazze al pari di quella nave raffigurata nel quadro all’entrata della Basilica di Maria Ausiliatrice. E con la sua comunità, con le consorelle, li ha davvero traghettati, a centinaia, dalla Scuola Media alla Scuola Superiore, dalle lezioni mattutine a quelle di “laboratorio” pomeridiano in quella che è la scuola di “Maria Ausiliatrice”.

 

Il talento del disegno

La vita di Lucia è segnata dalla perdita precoce del papà. Il lavoro entra nella sua vita presto, insieme allo studio. Con tanti sacrifici. Il suo percorso scolastico conosce una parentesi a Torino dove frequenta la prima e la seconda media. Poi la terza media a Chieri e l’inserimento nel mondo del lavoro in uno studio tecnico di disegni per stoffe. Poiché il disegno è la sua specialità, il lavoro non le manca e le si prospetta un avvenire promettente. Ma il contenuto di quel biglietto continua a riaffiorare nel cuore di Lucia che decide di recarsi a Lourdes per affidarsi alla Madonna e chiederle la grazia di saper dire di sì. Torna a Riva presso Chieri con la decisione ormai presa.

A Giaveno l’inizio del cammino

Il 24 gennaio del 1969 Lucia lascerà la sua casa per recarsi a Giaveno dove inizia il cammino di formazione nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo 4 anni tra aspirantato, postulato e noviziato, il 5 agosto 1972 Lucia è Figlia di Maria Ausiliatrice. Il 5 agosto 1978 lo sarà per sempre con la Professione perpetua. Ora l’arte di Sr Lucia diventerà mezzo efficace per “traghettare” educazione e cultura. A Cinisello gli studi presso l’istituto d’arte e poi a Torino l’approdo ad Architettura. In quest’ultimo periodo, dal 1981 al 1986, la sua residenza è la “Casa della giovane”, in via Giulio 8, dove alterna lo studio con la presenza accanto alle giovani universitarie. Dopo il conseguimento della laurea Suor Lucia inizia l’attività di insegnamento nella Scuola Media e Superiore di Piazza Maria Ausiliatrice, 27.

 

Origami: più di una passione

L’argomento della sua prima lezione in una 5^ Superiore è l’arte degli origami, una delle varie tecniche espressive con cui Suor Lucia si cimenta diventando particolarmente abile. Facendo origami, braccialetti, porta chiavi, découpage, ecc. Suor Lucia darà vita a laboratori non solo nella scuola ma anche nel periodo estivo in Colonie, estate ragazzi, in spiaggia durante i giorni di riposo. Tutto questo fino al 2006, anno in cui Suor Lucia smise la sua attività di insegnamento, continuando però le attività di laboratorio fino al 2011. Ora Suor Lucia la troviamo ad aprire “porte” in quella che è la portineria del “27” di piazza Maria Ausiliatrice, ma insieme a tutta la comunità delle consorelle, il servizio più grande è nell’aiutare ad aprire le porte del cuore.

 

 

Da via Robassomero, un urlo cellophanato alla Circoscrizione 7

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Ispirandomi ad una pagina de La Stampa dedicata ai Quartieri, oggi, prendo a prestito la penna del reporter, anzi, la tastiera, per segnalare a qualche cronista del quotidiano una particolare vicenda (con la speranza che possa essere riportata su quelle pagine). In via Robassomero, Torino, circoscrizione 7  (scritta della via, in alto, a sinistra, sia in marmo che “old style”)  si alza un urlo “cellophanato” lungo i muri che fanno da perimetro alla via. Uno, due, tre, quattro cartelli che presentano la via. A destra come a sinistra.  Al termine della via, un tratto molto breve a dire il vero, perpendicolare a Via Cigna e oltrepassata questa, si scorge una piccola piazza in rifacimento: piazza Sassari. Piazza, nel corso degli anni, andati, alternativa valida ad altri giardini, più nobili, reali, per accaparrarsi attimi di frescura nelle torridi estati torinesi. Una sorta di contrapposizione, ricchi contro poveri nell’ usufruire spazio pubblico. Una benzina e un paio di chioschi “l’hanno abitata per decenni”. Uno dei due chioschi era conosciuto molto bene dai lavoratori (e dalle loro famiglie) delle piccole fabbrichette del territorio, (metalmeccaniche, salottifici e altro ancora) una sorta di anticipo del “distretto” quando la grande realtà manifatturiera di Torino era davvero trainante. Dopo le 22, d’estate, gruppi di lavoratori con famiglie al seguito, si contendevano quei pochi tavoli, antistanti il chioschetto, per una buona e fresca fetta d’anguria. Ma per chi voleva, c’era posto anche per un gelato. Confezionato. Poi, col tempo, del chioschetto, non si è saputo più nulla. A dire il vero, anche delle fabbrichette. Per un po’ erano rimasti solo i tavoli, allargati ad altri centimetri della piazza. E così anche gli steccati in legno che  delimitavano la piazza: andati. Là sopra, i quelle “cornicette da giardino, i bambini di quegli anni trascorrevano  interminabili pomeriggi a “facciamo gli indiani e gli americani”. Uno storico vespasiano, troneggia (e tuttora troneggia) da anni, nei pressi di una fontana, che musica da sempre uno dolce zampillio continuo. “Onomatopea“, ci suggeriva quella fontana  (anche se non è mai stata malata come “La fontana malata” di Palazzeschi) al tempo in cui tutti eravamo dei sig. Rossi, Zoff, Gentile, Cabrini, Tardelli, Graziani, non appena posavamo i libri e “Saper leggere e scrivere” insieme a “Palazzeschi Aldo” diventavano due pali per una porta e interminabili partite si disputavano sul campo da pattinaggio. Molto anni ’80, a dire il vero. Giocheranno ancora a pallone, oggi? Se non su quel campo in rifacimento, almeno nel primo oratorio di don Bosco qui nei pressi?  O si gioca con le app? Terminate le partite, prima del  lavaggio  mani,  polsi, e levato e lavato il  sudore dalla fronte, ci stava sempre un passaggio veloce al vespasiano. Oggi, passati i dieci del nuovo millennio, il cartello, “incartato” e “scartato” ricoperto da “un ercole” stile nuovi lavori, cosa starà suggerendo? Qualche monito  ai cani o….ai padroni dei cani? I cani non hanno nessuna colpa…..non consideriamole, le colpe (molto Bajani). Forse le palette pesano più delle colpe. E se facessero dei mini vespasiani? O magari, molto più semplicemente…un invito solo  e soltanto a quei proprietari che si comportano in maniera incivile e maleducata di andare letteralmente a c….re.

Contattato da alcuni residente di quella zona, rendo noto la scarsa illuminazione e la presenza di altri cani preoccupati che, muso a terra, spesso si trovano faccia a faccia, meglio, muso a muso, con altri escrementi.