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Primo maggio a Torino

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Cielo grigio, su Torino. Anche se non piove piu’ un certo freddo persiste. Ombre distese sulla città, vestite di “malessere” sempre crescente, disagio non riposto tra le pieghe di mille e piu’ storie ,in una città che affondava, o affondava, le radici nel lavoro.  Grigia, ma operosa, e catene sempre in movimento. Anche se le catene non han mai dato un immaginario positivo. Foglie che accarezzano il cielo “affollato da nubi”: anche lassu’ staranno festeggiando un primo maggio! Cielo pronto a versare da un momento all’altro lacrime infinite per una situazione incredibilmente   mai compresa, fattasi pesante,d i giorno in giorno, di ora in ora. Sempre meno lavoro per giovani e donne, con i giovani disoccupati al 38,4%. Centri per l’impiego come luogo d’incontro per sessantamila. In una giornata consacrata alla festa del lavoro. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Certo i costituenti non avevano pensato a declinare il lavoro in mille rivoli: a tempo, a chiamata, a somministrazione, ma al lavoro capace di generare e rispettare dignità, comunità, coscienza. Sentirsi persona insomma.  E pensare che in un “condominio” appena inaugurato, recentemente  avviato ad una difficile coabitazione, qualcuno, aveva sostenuto,  che “forse il primo articolo  della Costituzione poteva essere rivisto”. A Perugia la manifestazione principale delle tre confederazioni: “Priorità al lavoro”, in un Paese piu’ povero. A Treviso, imprenditori e lavoratori, pronti a sfilare insieme. L’Italia è l’unico Paese Ocse in recessione e alla disoccupazione bisognerà pur rispondere e dare risposte immediate. La redistribuzione della ricchezza deve tornare al centro dell’agenda politica.  Il Presidente della Repubblica giustamente afferma che la festa è anche  un impegno per creare lavoro. Bisogna restituire dignità al lavoro. Quindi, personalmente chiedo basta al precariato e stabilizzazione immediata della lunghissima lista dei lavoratori impegnati da anni nella pubblica amministrazione, settore scuola.

A Torino, per chi ha partecipato al corteo, la marcia prevedeva come sempre, il percorso da Piazza Vittorio a Piazza San Carlo, passando da Piazza Castello. Come sempre, qualche negozio aperto. E i proprietari, alcuni,  pronti a giustificarsi: “con una città arrivata a centomila disoccupati, un po’ di occupazione non è male”. Qualche contestazione,  da parte dei centri sociali, indirizzate ai dirigenti Pd, qualche fischio, indirizzato al sindaco.

Singolare la presenza di alcune ragazze, al termine di via Garibaldi, intente a distribuire abbracci ai passanti. Segno anche questo della crisi piu’ profonda.  Un abbraccio, per risolverla meglio di come farebbero alcuni mediatori. Oppure, come sosteneva Gramsci,i lessaggio lanciato da un cartello, che con un po’ meno di indifferenza magari…

Due angioletti fanno primavera

 Fra “dieci paperoni” che sguazzano tra tre milioni di “paperino”……Un dato significativo, impressionante apparso ieri su alcuni quotidiani e tratto da un dato del 2006, che non dovrebbe essersi discostato di molto, oggi,  come spiegato dall’economista di Bankitalia Giovanni D’Alessio.  Numeri che analizzano la distribuzione della ricchezza e le disuguaglianze nel nostro Paese. Un dato impressionante, che scaturisce dalla ricerca,  è sicuramente quello che fa riferimento alle famiglie operaie: “Fatta cento la media della ricchezza degli italiani, le famiglie di operai sono scese dal 60% al 45% della media nazionale”. (Riferimento “occasional paper su Ricchezza e disuguaglianza in Italia”, di Giovanni D’Alessio). Inutile dire che nonostante i dati ci narrino una situazione “devastante” per le classi medio-basse, proprio in questa fascia  si continua ostinatamente a tartassare per rimettere a posto i conti. Oltre il mantra “vendi Italia” o svendi Italia. Già una ricerca apparsa su Lavoce.info aveva messo in evidenza come in Italia chi viene da una famiglia monoreddito e rimane senza lavoro ha il 91% di possibilità di entrare a far parte della fascia “poveri”, contro il 55% degli spagnoli e il 75% dei disoccupati del Regno Unito.  A cio’ aggiungiamo 2,1 milioni di disoccupati e 2,764 milioni di inattivi, cioè scoraggiati e chi non ricerca piu’ un lavoro. E poi, i Neet, 2 milioni di ragazzi che non si formano, non studiano, non lavorano. “Fantasmi che camminano” con il paracadute sempre aperto dei genitori. Una sorta di ammortizzatore sociale. Il tutto mentre lontano dai nostri confini, in Oriente,  si profila e si “consuma” una bulimia diplomatica, al fine di attrarre capillari investimenti. In pochi mesi, un’intensa azione diplomatica, forse come mai fino ad ora viste e narrate. All’interno dei confini, intanto, la zona grigia incrementa, il precariato non vede soluzioni, gli esodati neppure.  Intanto l’ A B C della politica italiana non dice nulla, anzi, in vista delle amministrative genera  all’interno delle liste. Mi rincuorano i numerosi giardini, così curati, in giro per le nostre città. Così belli, colorati, adornati da angioletti. Che certo non mi inducono a pensare ad un altro “angelo”, quel tal Angel Gurria, segretario generale Ocse, che plaude le riforme fin qui prese, da qusto governo, in intensa attività diplomatica. Riforme che permetteranno, a suo dire, aumenti del Pil dallo 0,6% allo 0,8%.  Dati che ci riportano ad una sommatoria di politiche, poco “eleganti” che si trascinano dallo scorso governo.  La realtà, pero’, è che questo eventuale saltello, lo si compie “sulla pelle”. Dei tanti paperini, mica dei pochi Paperoni. La gente desidera incrementi, ma delle proprie buste paga. Li vuole, li reclama, ma non a discapito dei servizi essenziali, tagliati per “vincolo di bilancio”. I trasporti pubblici subiscono rincari, e come giustamente ricorda qualcuno, il costo dei biglietti sugli autobus raggiungono cifre davvero insostenibili. (due euro e cinquanta un biglietto emesso sul bus?Già un euro e cinquanta una corsa mi pare una cifra davvero esagerata).

Fiori e angioletti, rinascita della natura e profumi delicati.  Certo, non è “Il Profumo della città” che” sprigiona” in una città di mare,  al fianco di un sindaco che accoglie l’istituzione- istruzione (Gramillano, Calascibetta, Profumo) in un contesto in cui si racconta che “La comunità scolastica è di grandissimo valore, è la parte migliore del Paese”. Certamente. Ma se un profumo deve “persistere”, allora che provi a dare soluzione agli annosi problemi del precariato all’interno della scuola.  Per tornare ai giardini in giro per le città, è bellissmo notare questo passaggio, questo cambiamento, di stagione, che è anche un po’ personale .Un cambiamento che un po’ ci riporta a noi.

Felicità è anche questo, la rinascita della natura, e non tanto nel desiderare quel che si ha ma desiderare quel che si è…

due angioletti in mezzo ai fiori……..tra campi di margherite e rumore, in lontananza, di mare……..

Primavera, primavere……..

L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?

….Uno dei piu’ rispettabili membri piu’ anziani del nostro club, Pavel Pavlovic Gaganov, uomo di una certa età e per di piu’ benemerito, aveva preso l’innocente abitudine di ripetere con gran calore e quasi a ogni parola: “Eh no, cari miei, a me non mi si prende per il naso” Bè, un’abitudine come un’altra. Ma un bel giorno….in modo totalmente inatteso, lo afferro’ saldamente per il naso con due dita e se lo trascino’ dietro a quel modo per due o tre passi” ( Fedor Dostoevskij, “I demoni”).

A quello, riflettevo, prima che un paio di amici “Longobardi”,  con Alboino in testa, e Gisulfo poi, sorridessero (bontà loro) del mio appuntare, alcuni passi inerenti il convegno su “La competenza dell’italiano nella trasversalità dei saperi“, a Torino, presso la Biblioteca Nazionale.  Passi, quelli appuntati,  inerenti   nessi tra storia e lingua. Una “fare”, insomma, quelli dell’interruzione, per rimanere in tema “longobardi“.  Già, i Longobardi.

Come sarebbe oggi la nostra lingua senza alcune influenze storiche? Già perchè “fare”  lezioni di storia è fare lezioni di lingua”. Quanti sono, oggi, i modi di dir, nel linguaggio comune che affondano le radici in qualche passaggio storico, di un  popolo, o forme dialettali che hanno lasciato la loro impronta modificandone così la nostra lingua? E  quali i  loro significati, oggi, come appunto il “prendere per il naso”, usato dai contadini nel prendere l’enorme anello posto sul naso dell’animale. Il mio pensiero, pero’, correva ad altro esempio. Che romanzo, “I Demoni“.  A quello pensavo durante la  “sfida” aperta, all’interno del campo da gioco della Biblioteca. Un sfida  tra classici e libri che sono un po’ come “vedere due volte la televisione”. Una sfida difficile? Forse in  “volumi”  per restare in tema, che epero’ sono di vendite, non di qualità, una svida che evoca un grande passato contro un  “volume” precario e ridotto presente, un eco incredibile, amplificato dal “ho sentito dire”, un po’ come un tempo si diceva “lo ha detto la  televisione“, così da conferire una verità granitica. Una verità con poco carattere, anzi, da triste ricordo del tempo che “una cosa ripetuta piu’ volte assume il carattere di verità”, così, tanto per farci…prendere per il naso. Meglio se a ripeterla poi, si usano pochi caratteri. Diciamo 140, “un cinguettio”. Una sfida con 60 milioni di spettatori.  Una sfida per il mondo della scuola, in maniera verticale, con nove milioni di spettatori o gioatori. Tali e tanti sono coloro che sono portatori di sogni nelle nostre aule scolastiche. Una sfida che esce dall’aula magna della Biblioteca e si irradia. Una sfida che si gioca tra classici e meno classici, dove i secondi sembrano vendere e raccontare il già detto ma mai “verificato”, non solo nel senso di  accaduto ma come scelta e voglia di veerifa dei testi, dei documenti nei nostri preziosissimi archivi.  Una sfida che coinvolge inoltre comunicazione e potere, come ampiamente illustrato da Mimmo Candido, illustre giornalista de La Stampa. Una sfida all’interno della stessa serie, perchè identiche sono le “responsabilità” tra chi scrve testi e chi scrive editoriali. sfida quindi all’intenro di un identico campo, quello l’italiano. Perchè l’italiano è un bene comune.

E chi legge un romanzo, “cosa vuole?”, “Cosa cerca?”. Già, cosa cerca?

 “Marciano i contadini e portano le scuri, qualcosa di terribile accadrà” (data della pubblicazione, nel 1861, del decreto sulla liberazione dei contadini)…tanto per rimanere in tema “Demoni”…era il 1861 e… riporta al 150 appena concluso, con una riflessione. Un romanzo, un buon romanzo, è popolare e coinvolge piu’ strati di popolazione, di estrazione diversa. E forse la lettura delle sue pagine ci potrebbe prospettare un mondo diverso, migliore, magari di giustizia sociale. Un romanzo ci “trattiene”, è vita.  E chissà perchè, mi viene in mente un libro, “La cura” di J. Tronto, forse per amore, che è poco, nei confronti dei libri.Un romanzo ha la forza di raccontarci storie sociali, inserirci in  solchi già tracciati da altri, ci fa battere il cuore, ci porta al recupero delle “e”, molto meglio delle i. Ah, i Demoni, che romanzo. E i Promessi Sposi, poi, del grande Manzoni, con la sua struttura. E poi Montale e ancora Fenoglio…….già, ma, come sta l’italiano, oggi? E’ un gigante dai piedi d’argilla? Parrebbe di si. Oggi, un presente  dal terreno “argilloso” ma un passato prepotente, “classico”. E forse a nulla valgono alcuni dati, positivi, come l’incremento delle presenze all’interno delle biblioteche, se ci si reca solo per avere un luogo dove studiare o ripassare, magari con testi portati da casa. Percentuale impressionante, quella che ci attesta che il 71% di chi legge un testo non riesce a spiegarne a terzi il contenuto. L’Ocse, alcuni mesi fa, ci rendeva noto che sulla base di una classifica inerente la condizione educativa, basata sulla somministrazione di un questionario, la lettura di un testo, un giornale, l’Italia occupava il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati. Fanalino di coda, il Portogallo. Sulla base di quel dato, espresso in percentuale, circa 39 milioni di italiani (68,2%, percentuale comprendente gli analfabeti totali, cittadini privi di qualsiasi titolo di studio e quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e media inferiore. Ricordiamo che l’Istat considera tali, analfabeti, solo coloro che si autodefiniscono in uel modo). Percentuale impressionante il basso numero di coloro che leggono un solo un libro in un anno. Eppure, biblioteche, archivi, ci raccontano, ci  narrano, ci donano parole come acqua di fonte. La prepotenza della tv negli ultimi venti anni è davvero impressionante. Anche se meno impressionanti risultano essere le ore dedicate ai programmi di approfondimento culturali.  Troppe” i” (intenet, inglese, e sicuramente meno imprese, delocalizzate o chiuse a vantaggio di speculazioni finanziarie)  e meno “e”, come emozioni? Probabilmente meno “e”, in un mondo davvero globale, dove si puo’ essere in ogni dove e nello stesso tempo, essere davvero soli. Avere migliaia di contatti su facebook, twittare, utilizzare blog, “possedere” una biblioteca immensa, su di uno schermo, senza dover uscire di casa e non aver mai davvero sentito il profumo di un documento, di un libro, di una rivista….forse questo rende d’argilla i piedi di questo gigante, che si chiama lingua; e allora scopriamo che la polarizzazione tra chi conosce e chi no, tra chi detiene il potere e chi no è  ancora viva e attuale, ora come nel 1969  quando “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone” (Dario Fo). Forse davvero sarebbe il caso di riappriopiarci di quei km e km rimasti inesplorati e che si chiamano biblioteche, archivi, dove si conserva la memoria, il sapere. Penso all’Istituto storico della Resistenza di Torino, che rischia la chiusura, e non possiamo permettercelo. E forse davvero bisognerebbe cominciare a smettere di leggere due volte la televisione, ovvero dare importanza e attenzione a libri poco “edificanti” e, sostengo io,  fogliettini in distrubuzione presso le fermate degli autobus o metropolitane. Buoni per alcuni, per farne parole crociate e sapere qualcosa sul grande fratello.E per continuare una tradizione che “3 + 2 fa davvero zero?”…anzi, come dicono gli studiosi di pedagogia sperimentale, “meno cinque?”, ovvero il principio in base al quale in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai massimi livelli di competenze giunti nell’istruzione scolastica formale. Se consideriamo “le colpe”, direbbe Andrea Bajani, … di una riforma a….crediti e,  sulla classifica degli investimenti in istruzione poi…: Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti.

Se qualcuno gioca con noi come a monopoli

bipolarismo-affariQuesta mattina, uscendo da casa e sfogliando velocemente i giornali,  un termine in particolare ha suscitato in me forte attenzione: “raddoppio”. Il termine era riferito ad un titolo che aveva come oggetto i precari. “Precari, raddoppio indennità. Cgil: elemosina.  E Sacconi scuote i giovani: c’è la crisi, accettate anche i lavori umili. Subito la memoria corre ad un messaggio lasciatomi dall’amica Barbara, dove ci parliamo della potenza dei media, e, un’altra riflessione apre la strada al mio modesto ragionamento. Che differenza ci sarà tra i seguenti termini: aumentare, accrescere, incrementare e raddoppiare? Proprio da quest’ultimo termine prende avvio un auspicio, che l’entità delle somme rivolte ai giovani potrebbero essere consistenti: “Rendere doppio”. Ma un conto è raddoppiare uno, un conto è raddoppiare dieci.  Il raddoppio previsto è davvero scarso. Non po tendo scorrere il contenuto dell’articolo decido di acquistare ulteriori giornali. Liberazione: “Precari disoccupati; arriva l’aiutino. Pochi soldi in più ai co.co.pro, ma il 90% degli atipici resterà senza sostegno” (articolo di Roberto Farneti). Con questo titolo, pur non entrando nel merito, mi pare di aver già capito tutto. (Sempre molto chiara Liberazione! Complimenti a tutti i giornalisti). Un articolo che fa il paio con un altro di Castalda Musacchio: “Ires Cgil: la precarietà è donna. Siamo lontani dal modello Europa”.  Il contenuto, a mio modo di vedere, si inserisce pienamente nella scia “propagandistica”. Propaganda: “attività rivolta a diffondere nell’opinione pubblica determinate idee….”. Perché propaganda? Perché dopo giorni e giorni che si è parlato di ronde, di provvedimenti sugli immigrati, di “probabile aumento di superficie edificabile”, di chi propone “un aumento percentuale   (“tassandoli”)sui personaggi più ricchi, al fine di aiutare i più poveri, arriva un provvedimento sui precari. Il contenuto consiste nel “raddoppiare per tutti i disoccupati ora, l’indennità di disoccupazione per i collaboratori a progetto con un solo committente; per il Nidil Cgil sono circa 80 mila i co.co.pro. con “un committente”, cioè un unico datore di lavoro con un guadagno riferito all’anno scorso tra “5 mila e 13.800″ euro che abbia operato in un’area di crisi e avere tra i tre ed i dieci mesi di versamenti”: in conclusione del sussidio potrà usufruire solo il 10% degli 800.000 interessati “. Fino a ieri l’indennità per i co.co.pro. rimasti disoccupati valeva il 10% di quanto guadagnato nell’anno precedente fino al limite di 1.300 euro: ora la soglia massima salirà a 2.600 euro“. Ora non è tutto più chiaro?

Come si vede, con l’aiuto di Liberazione, si capisce meglio quanti pochi siano i soggetti “beneficiati” da questo provvedimento; e come si arricchiranno ovviamente.

Ma un’altra cosa che mi ha fatto pensare è che negli articoli veniva riportata un’esortazione del Ministro Sacconi rivolta ai giovani, quella cioè di accettare qualsiasi tipo di lavoro: un giorno incrementerà le possibilità di trovare lavoro perché “abbellirà il nostro curriculum”. Già, già, mi pare che non stia leggendo attentamente la realtà, dove ci sono Ingegneri che guadagnano 1000 euro al mese, e lavorano come assistenti tecnici nelle scuole, con la possibilità, reale, di cambiare scuola nel corso dell’anno, con un affitto da pagare, (a Torino la media è stata calcolata in 650 euro di affitto) perché il mutuo non possono permetterselo perché il contratto a tempo determinato non te lo permette, le banche non ti si filano proprio; che esistono certi Laureati in Scienze Politiche Specialistica che fanno gli operai o i collaboratori scolastici e altre storie ancora). E qualcun altro, che scrive che gli “stipendi crescono più dell’inflazione”. Io vorrei chiedere se si è tenuto conto che da settembre molti sono collocati in cassa integrazione.

antiusuraVorrei solo ricordare ancora una volta alcuni numeri: “25% è l’incremento della povertà; 50.000 i poveri nella città; il 20% di questi appartenevano alla middle class; il 10% non ce la fa più con il mutuo; che gli operai, sempre più spesso si recano presso “gli strozzini” o “cravattari” perchè non hanno più un euro per respirare, e che la sola verità è l’istituzione da parte dela Fiom di uno sportello per aiutarli, oltre ad un’altra attività messa in piedi sempre dalla Fiom, della vendita di un paniere di prodotti alimentari; 28.000 sono in mobilità; 125.000 i contratti in scadenza; che le “tessere di debito” (o i famosi quaderni dei lattai o dei panettieri di una volta, sono rientrati a tutti gli effetti di moda”. Potrei continuare, ma è meglio fermarsi. Si è tanto criticato, chi vende il pane ad un euro, chi il paniere, chi altre forme di solidarietà. Questo “raddoppio”, invece? Ricordo ancora una volta che su Liberazione di mercoledì 11 marzo un articolo di Fabio Sebastiani citava: “Occupazione in caduta libera nel nostro Paese. Ben 117 mila “senza lavoro” in più a febbraio 2009 rispetto allo stesso mese 2008. In pratica, stando a quanto comunica l’Inps tra gennaio e febbraio 2009, 370.561 lavoratori hanno perso il posto di lavoro e hanno presentato la domanda di indennità; il 46,13% in più rispetto a dodici mesi fa”.  Fenomeno che si lega con l’articolo di oggi di Castalda Musacchio sempre di Liberazione: “Il fenomeno della precarietà è una questione altamente complessa. Negli ultimi anni, questa è aumentata in modo crescente di circa il 18% per le donne e del 13% per gli uomini”. La precarietà quindi è fortemente “donna”. compriamo-liberazione-giornaleUn dato che mi era sembrato interessante, e per cui, ribadisco con forza che il movimento operaio, il movimento dei lavoratori in genere, non deve dividersi, ma cercare il vero antagonista, è che, mentre tutti noi, non riusciamo a raggiungere la terza settimana ( e molti neanche un giorno), i dieci più ricchi del mondo, poverini, hanno visto assottigliarsi paurosamente il proprio patrimonio, che nel complesso rimane (la somma) pari al pil di Paesi come l’Irlanda o Israele!!! Italia, un Paese che anche nelle classifiche Ocse la voragine tra la fascia delle persone ricche e quelle povere è in progressivo aumento. La distanza fra i ricchi e i poveri si è ampliata arrivando al 33% contro una media Ocse del12%. Fanno peggio solo stati come Messico, Turchia, Portogallo, Polonia e Usa. Per non parlare poi, se il dado e la fortuna del gioco “monopoli” si sofferma in “case ed alberghi”: si vogliono aumentare le superfici delle case e non si pensa alle scuole. Il Manifesto oggi, dice che il 55,6% degli istituti è stato costruito prima del 1974 e il 38,1% ha urgenti necessità di manutenzione. Il certificato di agibilità statica? Per la metà delle scuole è un miraggio”. Io aggiungo che mancano anche i locali per i ragazzi disabili che spesso stazionano in corridoio sul banco del “bidello”; o certe scuole, che potrebbero far rispolverare certi vecchi articoli come “la scuola in roulotte”.  O, altre ancora che applicheranno i turni pur di far stare i ragazzi. Per non parlare poi se il dado del gioco si ferma a “stazioni”: Freccia “rotta” continua a lasciare a casa i pendolari.

Il Manifesto, con Antonio Sciotto oggi titola: “Precari, raddoppia l’elemosina; Cgil critica: lo avrà solo un atipico su 10. Pd e Udc: aiutino inadeguato”.

Uno fra i tanti commenti, dell’articolo più gettonato in questo blog, che mi lascia disarmato è quello di Giuliana in quanto non vi sono risposte che l’organizzazione del welfare state di quest’Italia sappia dare:

giuliana

signor romano ho lavorato dal 2006 al 2007 con un contratto a progetto, vedendo la mia prima busta i datori hanno messo come anno di asssunzione il 2007…cosa posso fare?
sono sola nn ho alcun reddito e nemmeno i genitori…possibile che nn mi spetta nulla??in questi 2 anni ho lavorato a nero
xche’ mai nessuno mi ha voluta segnare in regola all’epoca 32 anni oggi 34…sono disperata cosa posso fare???”

Disarmato, ma con una risposta che prendo a prestito dal manifesto di rifondazione comunista: “Basta con il bipolarismo degli affari“.

Se Cesare “gioca con i lego come fossero persone”

universita-critica-qualita-3La spesa pubblica italiana per l’istruzione universitaria è l’1,6% della spesa pubblica totale, contro la media europea del 2,8% e la media Ocse del 3%. E’ pari allo 0,76% del Pil (Prodotto interno lordo, era lo 0,8% quattro anni fa), in proporzione fra le ultime nell’Europa dei 27, dove la media è dell’1,15%. Spendono molto più di noi anche i Paesi anglosassoni, patrie del liberismo (l’1,21% la Gran Bretagna e l’1,33% gli Stati Uniti). Per ogni studente universitario lo Stato italiano spende 8.026 dollari l’anno contro una media Ocse di 11.512.

La spesa pubblica italiana in ricerca e sviluppo è pari all’1,1% del Pil , contro una media europea del 2%, la media Ocse del 2,5% e l’obiettivo del 3% fissato per il 2010 dalla Carta di Lisbona. Tra il 1990 e il 2005 in Italia gli investimenti complessivi (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo sono cresciuti di appena il 4% al netto dell’inflazione, contro il 21% della Francia, il 38% della Germania e il 117% della Spagna.

Il rapporto tra docenti e studenti in Italia è di 1:29, contro una media europea di 1:64. ” (tratto da “Manifesto per l’Università pubblica”,  di Gaetano Azzariti, Alberto Burgio, Alberto Lucarelli, Alfio Mastropaolo, edito da Derive Approdi).

Di questi ed altri numeri, e non solo, si è discusso ieri, a Torino, al Circolo dei Lettori, dove, (in una sala strapiena e con persone fuori che non son potute entrare) dopo tanto tempo, una forza politica come Rifondazione Comunista ( il Comitato regionale del Prc piemontese in collaborazione col Gruppo consiliare alla Regione) ha organizzato una iniziativa avente titolo: “Per un’Università pubblica di qualità, critica”.

Il dibattito è iniziato con una introduzione di Marco Albertaro, responsabile Università Prc Piemonte. Sono intervenuti, inoltre, Alberto Burgio, Alessandra Algostino, Giorgio ViarengoGianni Alasia, Juri Bossuto, lavoratori precari dell’Università, studenti e pro-rettori.

Grande l’esordio di Marco Albeltaro; col suo intervento si chiede, nuovamente (dato che lo aveva già espresso dalle colonne di Liberazione sabato 21 febbraio) di “rompere l’assedio” che dura ormai da tempo, da troppo tempo; un assedio degli oligarchi all’Università pubblica. E dall’altro, appunto, coloro che all’oligarchia intendono sottrarsi e cercano di rompere l’assedio.  Marco estende le sue preoccupazioni alla presenza di un “Cesare”, che col suo cesarismo  non soltanto propone di ledere “il sapere”, ma “smonta e rimonta” pezzi della società, non solo dell’Università; una Università che dovrebbe porsi in una scia “pubblica e di qualità”.

Nel corso dell’iniziativa si è fatto riferimento al discorso del Presidente della Repubblica Napolitano, che ha espresso posizione contraria sui nuovi tagli inflitti dalla ministra Gelmini, ma, analizzando il suo intervento, per molti, avrebbe potuto “tutelare ancor più l’istituzione università”  come società della conoscenza. Un’università che dal 1989-1990 continua a subire ad opera di vari governi, varie riforme; da Ruberti a Zecchino a Moratti; riforme che estendono e che hanno esteso anche in questo settore la precarietà e non scalfito le baronie.  Certo, una piccola marcia indietro da parte del ministro (o del governo) all’ultima “riforma” vi è stata, ma si tratta dell’introduzione “di piccole regalie” al blocco del turn- over; in ogni caso, per gli Atenei, si prospetta una  suddivisione in “Atenei di serie A e Atenei di serie B”.

Nel corso dell’iniziativa si è data importanza, per stimolare il ragionamento, ad alcuni articoli della Costituzione: il 33 ed il 34.

Il  33 afferma che: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento . Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Il 34 afferma che: “La scuola è aperta a tutti…  I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti negli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto”.

Dopo aver analizzato attentamente il senso di questi due articoli, un altro ragionamento è stato posto da Alessandra Algostino: la differenza concettuale tra Autonomia e  Indipendenza. Da questa analisi, si è arrivati ad affermare che, come recita la Costituzione, “è la Repubblica e non la regione o le regioni”, e la tutela e la libertà di ricerca e di insegnamento devono essere sempre assicurate.  L’autonomia deve sempre costituire il sapere critico.

universita-critica-qualita-5In seguito si è fatto riferimento all’instaurarsi di un “processo di revisione del circuito decisionale”, dove cioè si cerca  di snellire il processo decisionale. A questo punto, ho pensato di aver studiato tantissimo, una disciplina come Analisi delle politiche pubbliche, dove l’importanza fondamentale è data all’ascolto, o “a più voci”, e che a questo punto, con la presenza di “un cesare”, possa servire davvero a poco. Il Cesare, una volta individuata la decisione, va avanti, come un rullo compressore. Ricorda qualcosa il ponte sullo stretto, o la Tav?

Un ulteriore riferimento a questo “gioco di lego”, è la competitività, già inflazionata qualche anno fa, per la bellezza di 19 volte, da un grande industriale. Questo concetto porta con se un elemento negativo, quello cioè di trasformare gli studenti in “clienti”.

Gianni Alasia, grande protagonista del movimento operaio piemontese e non solo, porta alla luce una “attenzione da rivolgere ai lavoratori”, con i riferimenti  a quelle centinaia di migliaia di ragazzi nei corsi complementari, nei centri di formazione, finanziati anche con soldi europei; e se non ci dovessero essere più, si domanda Alasia, da cosa saranno o sono sostituiti? Alasia fa riferimento alla storia del lavoro, dove l’uomo si è espresso sempre  per mezzo della sua manualità, ma che ha manifestato sempre la voglia e la fame di sapere come suo diritto, e se l’affermazione di Trentin, anni fa, oggi, farebbe ridere, sicuramente non lo ha fatto quando è stata pronunciata: “L’operaio ha il diritto anche ad imparare a suonare il clavicembalo”, in riferimento alla grande esperienza e della conquista delle 150 ore.

A questo intervento ne sono seguiti altri, particolarmente toccanti, che hanno saldato la precarietà di lavoratori “esternalizzati”, bibliotecari, lavoratori dell’università, ma appartenenti alle cooperative. A ciò son seguiti interventi di studenti delle varie Facoltà che hanno cercato di sensibilizzare i professori a far “ritornare il movimento trasversale” come lo è stato nel suo momento iniziale. Da parte degli studenti è stata affermata una sorta di “latitanza” dei professori nel manifestare solidarietà agli studenti e contrarietà a questa legge Gelmini.

Grande presenza infine dei dottorandi, per alcuni difficile definirli studenti o lavoratori. In ogni caso, precari, dato che il loro futuro, almeno in Italia, non è chiaro.

Durante questi interventi  pensavo di essere parte dell’esercito dei 4 milioni  e mezzo di persone che compongono l’area della precarietà in cui circa il 40% di questi è laureato, e collocato in questo 40% . Il 68% dei precari ha un’età compresa tra i 30 anni ed i 59 anni e quindi, nuovamente, rientro anche qui dentro; e, che solo il 21% (ma non rientro più qui dentro) ha un’età inferiore a 30 anni. In parole povere, se avessi avuto tempo di recarmi al banchetto degli oratori, avrei detto una cosa soltanto: “La precarietà si sta stabilizzando”.

Con questo pensiero a cui non ho dato corpo, ma che sicuramente lo sta prendendo in moltissimi di noi, mi accingevo a passare la notte, pensando all’assemblea del giorno dopo, a scuola: una assemblea che ci ha parlato di tempo pieno, scelta prevalente, seconda scelta e terza scelta, e che in caso, morale della favola, il Cesare avrebbe deciso se le iscrizioni dei bambini o ragazzi avrebbero potuto essere a tempo pieno oppure no, per arrivare alla sintesi della sintesi, che i tagli ci saranno comunque. La riforma nelle superiori slitta di un anno, ma intanto, sempre Cesare, nei fatti, continua a giocare, non con i lego, ma con le persone, e seppur sulla carta gli articoli della costituzione 1 e 36 ci garantiscono il lavoro ed una retribuzione equa  tale da garantire una esistenza libera e dignitosa, nei fatti, questi diritti sono stati sfumati, sono negati.

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