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Libera

Lunedi, 21 marzo. E’ primavera, inizio del rifiorire. La settimana e la giornata cominciano di prima mattina. Al lunedi e’ cosi: si fa memoria, si programna, si riflette, si ricordano  le cose fatte e quelle da fare, i consigli da fare, da dare, ordinari e straordinari; la rassegna stampa, un caffe’ e fuori dalle vetrine del bar, i ragazzi che schiamazzano, riassumendo ieri e ipotizzando oggi. Prima dell’entrata. Sono leggeri, colorati, casinisti, talvolta, incasinati spesso, sghignazzanti e piagnucolanti a fasi alterne. Sognano la liberta’ estiva e il movimento, t-shirt e calzoncini corti, mare e sole sulla pelle.Espressione di una canzone di Lorenzo Cherubini. Tra poco, dopo l’appello,  si muoveranno verso piazza Vittorio, con un paio di insegnanti al seguito, come prescrive la normativa. E’ il giorno della marcia di Libera: partenza prevista per le 9.00 da Piazza Vittorio. Arrivo previsto, in piazza Carignano per le 10.30. E’ la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Ponti di memoria, luoghi d’impegno”. Una manifestazione che avra’ luogo contemporaneamente in altre citta’ italiane. E’ una manifestazione che Libera promuove da un po’ di anni: 21. Saranno scanditi i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie. Penso a Peppino Impastato, i cento passi, al suo impegno. I ragazzi si muovono mentre io resto inchiodato nella lettura dei quotidiani. Dopo 88 anni un Presidente Usa (Obama)si reca a Cuba e qualche politico resta amareggiato dal fatto che non sia Raul sulla pista ad omaggiare. Fiore bianco e rosa. Il primo a Michelle, i secondi alle figlie. Resto inchiodato e rattristato dalla notizia sulla strage “delle studentesse”, un bus di ritorno da una gita e una festa a Valencia  esce fuori strada e in 13 trovano la morte.  Un incidente, una tragedia. Finisce fuori strada un bus: 13 studentesse morte, tra queste 7 italiane. Si trovavano in Spagna per l’Erasmus. Belle, giovani, colorate, al termine dei loro studi. Non riesco ad aggiungere altro, ne’pensare, ne’ scrivere.

Povera scuola, sotto la pioggia

Piove intensamente su Torino. Un pensiero alla scuola. Non bastavano i “furti” degli anni passati, (intendo dire, i tagli del personale), ora, quindi, la scuola, si trova con poche unità lavorative costrette a lavorare a “giostra”. Ora, una scuola torinese si ritrova anche senza grondaie. Già, perchè qualche ladruncolo (già arrestato, processato e condannato per direttissima) ha pensato bene di “limarla”, la scuola, (ancora!), per il rame. Ci ritroveremo la scuola in una piscina causa piogge? Poveri noi, lavoratori, privati di tutto. Vorrà dire che “spaleremo anche acqua”. Insomma,  “Umiliati e offesi”, alla ricerca di un misero raggio di sole, che non arriva. Un’attenzione da Cuore, in un mare di disattenzioni e superficialità, gratuite. Un mondo privo di sensibilità. Una società con poco Cuore davvero. Rubare sentimento! Che vergogna. Tagliare senza mantenere le promesse. L’economista Amartya Sen sostiene che gli attuali tagli “minano alla radice la promessa sociale dell’Europa sorta dalla Resistenza”.  E così,  paradossalmente, “così vicini e così lontani”, come sosteneva Barbara Spinelli alcuni giorni or sono, “Obama si avvicina a noi mentre i governi europei sono convinti che la crisi sia causata da un Welfare troppo esteso e non da uno squilibrio fra Stati incapaci di edificare una Federazione che gestisca i   debiti… ”   Un misero raggio di sole. Purchè sia……..Mentre si propone di accendere l’illuminazione cittadina venti minuti dopo, per risparmiare. Una società così paradossale, dove si buttano 300 kg di alimenti, a testa, in un anno, e poi, manca il necessario per vivere. Dove alcuni sostengono che si puo’ portare con soli 25 euro settimanali il carrello della spesa senza specificare bene cosa……Paradossale……….società di geni maligni……..intenti a filosofare senza capire la coerenza…………….brancolando nel buio. Sempre a tramare.

“Tutte le cose ci appaiono sotto un nuovo aspetto, nuovi pensieri nascono in noi…E’ meraviglioso quello che può fare un raggio di sole nell’anima umana….Tutta la via all’improvviso risplende, lambita da una vivida luce. Tutte le case sembrano all’improvvismo scintillanti. I colori, grigio, giallo, verde sporco perdono per un attimo la loro tetraggine, e pare che l’animo divenga piu’ leggero, che un brivido percorra tutto il corpo o che qualcuno ti urti con il gomito…”

(Umiliati e offesi, Dostoevskij)

Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta.

 

11 marzo 2011-11 aprile 2011. Un mese esatto dalla tragedia dello tzunami giapponese. Mi sembra doveroso e sentito un ricordo alle vittime, quasi trentamila,  ai 600 mila sfollati,  che dalle 14.46 dell’11 marzo hanno fatto conosce11 marzo 2011-11 aprile 2011. Un mese esatto dalla tragedia dello tzunami giapponese. Mi sembra doveroso e sentito un ricordo alle vittime, quasi trentamila, ai 600 mila sfollati, che dalle 14.46 dell’11 marzo hanno fatto conoscenza dell’eccesso di natura. Un incidente? “A nuclear accident anywhere is an accident every where”, un termine poco corretto. Le conseguenze di un’esplosione di quel tipo, conseguenti alle radiazioni, sono leucemia, cancro, sterilità, anemia, infezioni, alterazioni genetiche. Un eccesso di natura unito alla miseria degli uomini. Tramonto di un’epoca, aurora di una nuova, racconti di quanti sono sopravvissuti, immagini e descrizioni che ci rimandano alla fragilità della condizione umana. Una fragilità umana, economica. Cielo e mare inquinato. E di pensiero in pensiero, i danni creati dall’uomo non fanno che aumentarne il volume, la proporzione. Free riders, (coloro che pensano che, dato che sono già in molti a pagare le tasse, perchè dovrebbero farlo? intravedendo così l’inutilità di un’azione, nascondendosi dietro il “tanto non cambierà nulla”) in aumento; cigno nero, in vista; stagflazione in arrivo; interessi privati dominanti su quelli collettivi. Cigno nero, un evento raro, imprevedibile, che parte, da un punto lontano della terra capace, lungo il suo percorso di innescare una reazione a catena. Disastro nucleare, proteste in Tunisia, guerra in Libia, dove, pochi mesi prima, si..”baciavano le mani”. Guerre definite “umanitarie” …si, per il petrolio, o interessi economici in un’area interessante, economicamente; utile ricordare che “il Consiglio di sicurezza autorizza l’uso della forza armata contro uno Stato (invece di limitarsi ad altre misure sanzionatorie) quando, oltre a gravi violazionni dei diritti umani, sono in gioco risorse energetiche di preminanete interesse per le Grandi Potenze”. L’Irak nel 1990 ricorda qualcosa? Guerre per il petrolio, per interessi economici. Costo del petrolio che balza all’insu’, idem per la benzina. E così, non solo viene colpito il portafogli del signor Joe Blog, negli Usa, ma anche in Italia, quello del sig. Mario Rossi. E sono tantissimi in Italia, i Mario Rossi. A cominciare dai 4 milioni di precari, i due milioni di nè-nè, gli altri 8% di disoccupati, quelli in cassa integrazione, mobilità. Consumi che stagnano dal 2000. disoccupazione giovanile al 29%. Una cifra da 570 euro in meno nelle tasche degli italiani. Il sostegno alla domanda, non si sa cosa sia; i servizi, scuola, sanità, subiranno ancora tagli; i precari non vengono stabilizzati. Creazione di nuovi posti di lavoro, neanche l’ombra. Un periodo in cui, si continua a parlare di modifiche costituzionali, non si conosce la legge Bassanini, al piu’ si prende una sedia e si fa comizio davanti al Parlamento senza dire cosa fare, il tutto incorniciato da una noncuranza verso chi soffre, protesta, urla dai tetti. L’indifferenza, insomma, così tanto odiata da Gramsci regna sovrana. Indifferenza come forza politica che annula ogni responsabilità e ogni volontà, puntando il dito sulle sole responsabilità del destino. Troppi silenzi. Almeno fino a ieri. Ogni tanto si prende coscienza e le cose e le persone decidono di interrompere ogni distrazione. E ci accorgiamo di essere qui. Con la speranza che la voce in democrazia è importante, determinante. Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta. Le nostre parole, le nostre proteste non devono restare parole che zampillano a vuoto. Un esercito di precari in circa 50 piazze diverse hanno manifestato e urlato contro questa politica davvero ingiusta, sorda. Una generazione che sembra schiavizzata, che vive in apnea, senza prospettive.Quattro milioni di precari disposti a riprendere parola, con mille motivi per uscire e ribellarsi a questa forma di ingiustizia. Si, è nata una nuova questione sociale. Generazione mille euro, (o Generazione P), quando va bene, che diventerà, forse, fra 40 anni, generazione 400 euro. Se andrà bene. Precarietà che intercetta altre precarietà: sentimentale, affettiva, abitativa. Ecco perchè le tende installate lungo molti percorsi della manifestazione rendevano bene l’iidea della precarietà abitativa. Cosa chiede questa generazione P? Chiede continuità di reddito, tutele ampliate, dentro e fuori dal mercato del lavoro, un welfare diverso. Dopo tutto, se si trovano 16 milioni di euro per una buonuscita, perchè non trovare risorse per quanto sopra? Noi esprimiamo un desiderio non piu’ rinviabile: vivere la nostra vita e riprendere pieno possesso del nostro presente. Noi, che abbiamo dedicato tempo, impegno, studio, sacrifici, personali ed economici, che raggiungono, questi ultimi, i 16 mila euro per ottenere una laurea (in media) se la Facoltà è nella città di residenza, altrimenti, la cifra arriverà a sfiorare i 50 mila euro. Un Paese il nostro, che sforna quasi 32 mila laureati ogni anno e di questi, entro i cinque anni dalla laurea troveranno un lavoro non consono a quanto studiato e in ogni caso sottopagato. Entro i cinque anni, ma la solfa non muta dopo i cinque anni dalla laurea. Negli Stati Uniti la politica è al lavoro: la disoccupazione, in quel Paese viaggia all’otto per cento. Se tale rimarrà, Obama, sa, per esperienze precedenti, che nessun Presidente potrà essere rieletto con una disoccupazione simile. L’elettorato americano probabilmente, con quel tasso di disoccupazione si orienterà come già avvenuto in passato. Per non parlare della Cina, dove i salari sono in aumento. Solo in Italia, non si riesce a mandare a casa un Governo poco attento ai temi dell’occupazione e dei salari.  

A Torino, in vista delle elezioni comunali, sono davvero in pochi a ricordare quegli accordi al ribasso, sottoscritti da una parte del sindacato. Uno che non li dimentica è Juri Bossuto, candidato sindaco a Torino, sempre al fianco della Fiom

Barack Obama fra speranza ed ottimismo

Oggi quasi tutti i giornali in edicola presentano il giuramento del nuovo presidente americano Obama. “L’ora della responsabilità” titola la Repubblica, attribuendo ad Obama la responsabilità di trascinare tutti verso una nuova era. Un termine che ricorre abitualmente è “speranza”, e ne abbiamo tutti davvero bisogno di poter credere in qualcosa. La Stampa, quotidiano torinese apre in prima pagina con “Occasione Obama”, e con sottotitolo, anche in qui, un riferimento ad una “nuova era”. Il titolo del Manifesto è ancora più bello: “L’avvento“, bel titolo per il 44° presiddente degli Stati Uniti. In prima pagina sullo stesso giornale torinese mi risulta essere interessante un editoriale dal titolo: “Rifare l’America”.

Barack Obama presidente USA
Barack Obama presidente USA
Ma, mentre altri giornali si apprestano a coniugare l’elezione del presidente con l’andamento in Borsa, il Manifesto, sempre attento al problema lavoro, già in seconda pagina descrive l’accordo Fiat con Chrysler, titolando, “La Fiat vola in America”. Proprio in una settimana in cui molti varcano nuovamente i cancelli Fiat questa notizia è appresa da operai che rimandano ad una sola voce: “noi vogliamo solo lavorare”. Basta cassa integrazione, la crisi la paghi chi l’ha causata. Per Airaudo, segretario Fiom torinese, su “La Stampa”, a proposito dell’accordo, afferma che: “sono positive e utili tutte le iniziative; l’intesa però non risolve il problema dell’occupazione”. “Basta cassa integrazione” è l’urlo di tutti, in una città dove il colore rosso pare dominare solo sui debiti del Comune dato che “ognuno di noi ha sul proprio capo circa 5.000 euro di debito”: eredità delle Olimpiadi? Anche per Cremaschi il problema da risolvere va inquadrato nella crisi che le famiglie operaie, monoreddito, o con redditi da lavoro precario stanno attraversando. Si è parlato di banche, aiuti alle banche, ma poco, quasi niente di aiuto, aiuti alle famiglie, ai single che versano in questa drammatica situazione. Una crisi che non colpisce i poveri come tradizionalmente siamo abituati a concepire. I poveri c’erano già, a questi ultimi si sono aggiunte famiglie di ceto medio-basso, e il loro tenore di vita, che magari era leggermente diverso, ora è stato stravolto. Ed anche la social card, a quali fasce di popolazione è rivolta? Coi suoi quaranta euro, e non entro nel merito (se ci sono i soldi al suo interno, il suo costo, la mancanza di dignità a chi la esibisce, la trafila per “dimostrare la propria povertà”, l’aiuto del patronato, ecc. ecc.). E’ rivolta ai poveri, alle persone che vivono una condizione “sotto la soglia di povertà”. Ma il precario che fra un contratto e l’altro starà “fermo” e non si saprà per quanto, il precario della scuola che con una nomina “di fatto” cioè fino al trenta giugno, nei mesi di luglio e agosto, chi lo sfamerà? Cosa potrà dirà ai suoi figli, alla sua famiglia? Proprio l’altro giorno si parlava di spese per chi lavora fuori casa ed è impossibilitato a tornare a casa: venti euro? Trenta euro? Vogliamo sommarle e farne i conti alla fine del mese? O, continuiamo a parlare di banche? Ma, qualcuno era sintonizzato ieri sera alla trasmissione Ballarò a sentire l’intervento di Bersani? Così come Internet ci da una informazione in tempo reale, così come le “frecce rosse” che a volte si trasformano in “frecce rotte” oggi ci permettono di impiegare meno tempo per raggiungere un posto, con la stessa velocità ed intensità i poveri cambiano velocemente aspetto e bisogni. Molte di queste nuove figure potrebbero essere “tecnicamente non povere”, in quanto magari si ritrovano un cellulare, un computer e, quindi si potrebbe dire di una povertà classificabile ad un certo ceto di appartenenza. Ma, la velocità, la precarietà rende tutto vulnerabile, e così, basta poco, anche il solo fatto di non poter più “fare straordinari”, a rendere lo “schema famigliare” ed il suo vincolo di bilancio vulnerabile, dove tutto, anche quel bilancio famigliare vien rimesso continuamente in discussione. Ed i poveri, come mi dicono elementi gravanti nell’orbita “parrocchiale”, non si rivolgono più presso i centri parrocchiali solo per ritirare il “pacco della spesa” o qualche abito; vengono, anche, richiesti consigli, l’individuazione, la ricerca di figure particolari, possibilmente laureate in legge o economia e commercio che sappiano ridisegnare un percorso, di rientro economico, nel bilancio famigliare; professionisti volontari che devono aiutare le famiglie a rinegoziare i ratei del mutuo, a pagare le rate di una carta di credito. Problemi che “la parrocchia” non può risolvere perchè sono problemi nuovi non legati ad una risposta immediata di bisogni conosciuti nella pratica quotidiana. (Magari la carta di credito poco tempo prima era servita a comprare un cellulare). Tutto ciò mentre il tema lavoro ci indica ormai da tempo che l’esercito degli atipici è arrivato a quota tre milioni, cioè quasi il 12% del totale degli occupati; precari aumentati del 17% e dove questi ultimi sono collocati? Per la maggior parte nel Sud Italia.Tutto questo mentre la disoccupazione cresce e si avvia verso l’8%, dove i salari reali restano al palo, dove la produzione industriale cala, dove le aspettative per il 2009 non fanno sperare granchè. Le condizioni lavorative ed economiche generali ricordano molto i diciotto mesi a cavallo tra il 1974 ed il 1975. In tutto questo scenario “speranza” e “ottimismo” di Barack Obama sono una ventata di novità che certamente aiuterà a “rifare”. Non solo l’America.
Un fatto personale invece, è l’aver trovato, finalmente, oggi, l’abbonamento a Il Manifesto presso l’Istituto Storico della Resistenza di Torino. Testata giornalistica che aiuterà sicuramente a far andare al fondo delle notizie, e non come vorrebbero, alcuni, far andare al fondo altre cose.