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Lavoratori Indesit “sulla strada”

360 lavoratori che lavorano una settimana si ed una no. Dove? a None (Torino). Trovare una soluzione? il 19 giugno. Soluzione difficile. Coppie con bambini, con tante spese, che rischiano di essere lasciati a casa. Lavoratori Indesit in assemblea davanti ai cancelli. Umore nero, poca voglia di parlare. Il solito prezzo pagato dai piu’ deboli. Le delocalizzazioni non terminano mai.  Cassa integrazione per cessazione dell’attività produttiva a None.  Il 13 luglio del 2013 la probabile data. La produzione “volerà” in Polonia. Speriamo che l’incontro tra le parti sociali produca nuove prospettive, passando così dalle parole ai fatti. Il 15 intanto è prevista lo sciopero nazionale del gruppo con manifestazione a Fabriano.  Un cartello di un operaio cita: ” Industria nata a None, delocalizzata in Polonia eclissa e sabota i diritti territoriali” (Indesit). Questo, sommato alla grave difficoltà di trovare un lavoro per i ragazzi con un’età inferiore ai 30 anni e per i soggetti con un’età superiore ai 45. E sommato a tutte le persone di buona volontà che vorrebbero lavorare in qualche catena di supermercato, magari anche la domenica. O solo la domenica. Magari un lavoro “non suo”, pur di garantire un futuro migliore ai propri figli e garantire loro un’istruzione, una formazione continua. Sacrifici continui.

Non è possibile che alcuni continuno a comportarsi come i padroni delle ferriere anni ’60. Siamo ridotti all’osso e l’ingordigia, l’inganno, il tradimento ai danni dei lavoratori non hanno mai termine. “Prendi i soldi, e scappa”. “Sfrutta, tutto cio’ che puoi e scappa”. E “sulla strada” non è piu’ soltanto un titolo di un libro. ……Bisogno di cambiamento….abbassiamo l’orario di lavoro e redistribuiamo quello esistente. Creiamo lavoro, in un Paese dove davvero ha bisogno di tutela del territorio,messa in sicurezza, costruzione scuole…..

Un grazie per la candidatura offertami

voto-utile-a-sinistraVorrei ringraziare gli amici di Poirino: dal candidato sindaco Giuseppe Stuardi a William Bonapace, e gli amici di sempre, della Fiom, Caludio Palazzo e Michelina Cardamone, che mi hanno proposto, la candidatura nel Comune di Poirino in una lista civica. Sarebbe stato un riconoscimento per quanto da me svolto, e come rappresentante di Rifondazione.  Dopo aver accolto, in una prima fase, con entusiasmo e gioia la proposta (forse con entusiasmo eccessivo) ho “declinato” l’invito.  Fa sicuramente molto piacere quando qualcuno riconosce l’attività e l’operato di altri come “buona politica” al servizio del cittadino.

“In questi tempi decadenti non essere donne veline e ricevere candidature in liste elettorali vale doppio”.

Questo Blog è stato davvero grande, ma io, ne sono solo il tramite. I protagonisti sono altri “gli invisibili”. Non io, anche se il riconoscimento fa piacere a molti.  In ogni caso non mancherà  l’appoggio ai candidati. Con un tifo particolare per Palazzo Claudio e Michelina Cardamone.

Tramite questo blog, molto letto fra gli operai e non solo “gli invisibili”, lancio un appello: VOTATELI;  LO MERITANO.

Colgo l’occasione, inoltre, per ringraziare Juri Bossuto, consigliere regionale piemontese che apprezza quanto svolto, incoraggiandomi e lasciandomi libero nella scelta; così come il Segretario Regionale di Rifondazione Armando Petrini. Sicuramente la mia candidatura non avrebbe “fatto volare la borsa”: Poirino-Torino è un breve tragitto, nulla a confronto dei viaggi transoceanici, e visite tedesche.

Ho letto ed apprezzato il commento di Daniele: condivido. L’atteggiamento con cui ci dobbiamo porre davanti ad una notizia è di riflessione. A me piacerebbe conoscere, ad esempio, l’andamento dei titoli di aziende farmaceutiche, dopo “l’influenza suina” messicana. Può darsi che sia stata soltanto un’influenza passeggera. L’atteggiamento culturale con cui ci dobbiamo “riporre”  (mettere nuovamente) davanti a ciò che ci circonda è importantissimo.  Il cambiamento non può essere immediato, caro Daniele, ma convergo con te e sono fiducioso.  Purtroppo questo è un periodo economicamente poco favorevole, dove l’atteggiamento culturale stenterà ad essere modificato. Lo stesso Juncker afferma che in Europa è crisi sociale, a livello nazionale assistiamo “al lancio dei Presidi-spia” a livello circoscrizionale “insofferenza verso gli immigrati”, verso le moschee, verso il diverso. La paura “stringe come una cinghia”. Tutti. E lo straniero potrebbe essere anche il nostro vicino di casa: anche italiano. Tutto questo clima non fa che aumentare la competitività fra poveri e, ciò che mi spaventa è che ci sarà sempre più “concorrenza”, non aziendale, ma fra individui.

E così, mentre qualcuno brinda, e brindando viaggia, altri rimangono “fuori dai cancelli”: senza biglietto per una partita, che non dura 90 minuti. Una partita che dura da tantissimo. Senza intervallo che tenga.  Pare che la grande impresa,  la “semifinale dei campionati mondiali di Calcio”, Germania Italia, 2 a 0, giocata nel 2009, abbia contribuito a spegnere i  riflettori di “altri campetti”, come quello di None, di San Mauro, o quello nei pressi di “piazzale autostrade Torino”. E dopo questa “partita”, rilassiamoci, magari, con una cioccolata, al posto di un liquore. La cioccolata, almeno per ora, prende il largo, magari senza confezioni vistose. Ma va.  E noi?  Il giorno del corteo del primo maggio, qualcuno affermava: “Siamo una luce spenta”. Per ora. Ah, fossimo stati in una posizione differente. Fosse capitata questa crisi “quando eravamo in sella” …. ma la storia, non si fa con i se …..

SU LA TESTA, comunque!!!

Un’ultima notizia, penso che interessi a chi frequenta il mondo della scuola (e forse, “fuori dai cancelli” ci sarò anche io): “I docenti precari che rinunceranno a una proposta di assunzione a tempo determinato da parte di un ufficio scolastico provinciale saranno esclusi per un anno dalla possibilità di ottenere contratti nella stessa provincia. Ma potranno accettare altre supplenze in una delle altre tre province. E’ questo uno dei chiarimenti più importanti che il ministero dell’istruzione è in procinto di emanare per agevolare i docenti precari nella scelta delle tre province aggiuntive”. Tratto da Italia Oggi, martedì 5 maggio 2009, pagina 13 di Carlo Forte.

“Gig” lancia i componenti: a meno di mille euro.

In questi giorni ho pensato spesso ad alcuni personaggi “resistenti”: al capitale, alle avversità, alle delocalizzazioni. Uno di questi  personaggi è Rosanna Nardi, lavoratrice presso la Stabilus di Villar Perosa, una azienda metalmeccanica distante circa 20 kilometri da un’altra azienda in difficotà, la Indesit di None, e in prossimità di un’altra azienda, la Skf di Airasca.  Rosanna è una donna che sta lottando, per non “farsi portare via la fabbrica”, come si poteva leggere su Liberazione. Portare dove? Verso altri “lidi”, magari dove il costo del lavoro è più basso, magari dove si possono percepire 350 euro al mese, senza tutele. Già, perchè a quanto pare, le tutele si apprestano a diventare degli optional. Ma gli optinonal un tempo non erano riservati ai soli manager, quelli che ora si vorrebbero “salvare”, magari come oggi affermava Sergio Bonetto, avvocato di Torino, con una norma anticostituzionale”? (Liberazione, Fabio Sebastiani). Gianni Rinaldini accosta a questo tema una similitudine già usata in altri frangenti: “Un’altra porcata”. Cosa? “L’articolo salvamanager” il 10-bis, contenuto nelle modifiche al Testo unico, oggetto in questi giorni del confronto alla Conferenza Stato-Regioni. A detta degli esperti si manomette l’istituto dell’obbligo di impedimento”. ‘E’ interessante la lettura dell’articolo che paragona questo “salvamanager” al “Lodo Alfano”. “Con questa sorta di lodo Alfano introdotto da Sacconi, come si legge nel testo, – il non impedire l’evento equivale a cagionarlo,- ma solo alle seguenti condizioni”: che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli articoli dal 56 al 60 compreso del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate. I soggetti sono: preposti, medico competente, progettisti, fornitori e lavoratori’. Da queste righe si può interpretare come sostiene Cremaschi “una sorta di bonifica dei processi“. A partire da quello Thyssen. Ma in questa giungla “metropolitana globale” parrebbe che il mondo stia andando davvero alla rovescia. Mentre lungo le periferie del torinese, e non solo, molte bandiere rosse  nei pressi dei cancelli delle fabbriche indicano “stato di agitazione ” o delocalizzazione in atto, molti si stanno affannando a parlare di “sglobalizzazione”. Possibile? Certo non possibile seguendo le parole lanciate come slogan da alcuni: protezionismo, o addirittura autarchia. I segnali degli ultimi tempi ci indicano di navi container mezze vuote, aerei nelle identiche condizioni; addirittura una notizia di alcuni giorni fa indicava, in un posto lontanissimo da noi, dei ragazzini che smontavano pezzo per pezzo per pochi centesimi di compenso i container non più utilizzati. Con gravi rischi e conseguenze per la propria salute. Tutto questo mentre nel nostro Paese, di rimbalzo dall’Inghilterra, sempre più persone, donne e uomini, si protendono a vivere in prima persona da “gig”. No, non è in atto una “ri-proiezione” del famoso cartone animato.  Gig,  che significa “estemporanea”, e da qui, forse dopo aver lanciato “un paio di componenti, quando va bene, perchè a volte ne servono tre”, si arriva al “giganomo”, un neologismo inglese che indica il precario a vita. Quindi, in sintesi, i “componenti lanciati” dovrebbero fare “una unità”. Tre per uno? Si direbbe di si. Disponibilità, sempre e garantita e flessibilità, come al self service: “24 ore aperto”.  Ma questa realtà fa assaporare i suoi frutti anche nel nostro Paese. E non è un fenomeno dei soli professionisti, ma di gente comune. Magari non sotto i riflettori, ma in carne ed ossa comunque. Fortunatamente, una volta tanto “siamo stati scippati di un primato”: i mammoni sono domiciliati in Inghilterra, terra dove incide maggiormente la loro presenza.  Un primato “perso” a cui fa da controaltare il gran numero di “master-card” da ottanta euro ogni bimestre” che gli anziani riescono a sfoggiare. Ma, per tornare ai personaggi che riescono a resistere ed essere da stimolo ed esempio per molti compagni di lavoro e di lotta, non posso non pensare ai commenti arrivati sul blog, e in via riservata nella mia e-mail, riguardanti le elezioni sindacali imminenti alla SKF. Si è parlato di filosofia, e Barbara devo dire che è stata molto chiara nell’esprirmere un concetto di un filosofo. “Sbagliano quelli che pensano che la vita si spiega con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che ride” (Volpi). Pur non facendo parte di “conventicole” particolari, di “non avere santi in paradiso”, di non avere “sponsor di quelli che contano” e che quando ci sono soffiano “sulla vela che per altri migliore” ma solo in apparenza, credo che Barbara meriti questo piccolo riflettore, un blog, (ma che ormai non  solo più questo) che dica a tutti, in modo chiaro e forte, che la sua candidatura è solo e soltanto di “servizio al compagno di lavoro”. Un servizio e non uno strumento di potere o “trampolino” di quelli che si costruiscono sovente, ma che molto spesso non hanno nessuna utilità. Coraggio Barbara.

LETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

lavoratori-non-sono-in-venditaLETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

Come dice l’articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una repubblica che si basa sul lavoro”. Si, ma il lavoro di tutti i suoi cittadini. E non il lavoro dei cittadini di altre nazioni. La notizia emanata diffusamente dai media sulla chiusura di uno stabilimento in Italia, per precisione quello di None, vicino Torino, è per molte persone uno dei tanti indici di segnalazione di un periodo economicamente non florido.

Tanti stabilimenti sono stati chiusi da altre aziende e tante aziende hanno chiuso e terminato la loro produzione. La Provincia di Torino, risente in particolar modo di questa situazione congiunturale. Ma nello specifico il nostro stabilimento presenta una differenza sostanziale dalle tante altre realtà vicine e lontane: il sito produttivo di None non appartiene ad un’azienda straniera e la Indesit non è un’azienda sull’orlo del fallimento.

Quindi, perché chiudere? Se guardiamo velocemente fuori dai nostri confini, notiamo che le aziende straniere chiudono gli stabilimenti che hanno sparsi sui territori internazionali per mantenere attivo ciò che hanno in casa. Gli esempi sono la Motorola di Torino, la Whirpool di Pordenone oppure le realtà di casa USA, anche con l’aiuto del loro Governo.

Qui in Italia avviene invece il contrario. Oltre alle tante realtà produttive finite in mano straniera, lasciamo andare all’estero anche le realtà in mano italiana. La produzione di lavastoviglie dei marchi Indesit e Ariston verrà spostata dallo stabilimento di None in quello di Radomsko, Polonia.

Questo trasferimento è dettato dai differenti costi di manodopera ed energetici, oltre ad un accordo economico-industriale, già ufficializzato alcuni anni fa, tra l’azienda e il governo polacco.

I motivi di disaccordo verso questa decisione sono notevoli: questo prodotto è stato sviluppato nello stabilimento di None, frutto dell’esperienza dei suoi dipendenti e dei suoi uffici e laboratori, gli impianti sono stati messi in efficienza tramite le maestranze dei suoi operai e il lancio del prodotto è stato garantito dai suoi lavoratori nelle fasi produttive e risolutive. E adesso che tutto è funzionante e collaudato lo portano via?!

La stessa professionalità che ha partorito il nuovo prodotto diventa il gap economico che non consente di mantenere la produzione in Italia? Si, perché cercare la professionalità tecnica e produttiva nei neolavoratori polacchi è azzardato. E ai lavoratori italiani cosa rimane? Il contributo speso per lanciare la produzione all’estero. E ulteriori sforzi per provare a lavorare ancora. Ma allora, dove si trova l’etica industriale e sociale?

Come si può lasciare 600 lavoratori da una parte e prendere altre 600 persone in un altro paese solo perché guadagnano – per ora – il 30-40% in meno? E quanto incide questo costo sul costo totale del prodotto? Il 15%? E’ bene ricordarsi che la professionalità, l’esperienza, la qualità hanno un costo e i numeri sopra esposti valgono queste caratteristiche.

E la serietà di un’azienda si può ritrovare in queste mosse?! L’intento è cercare un maggior profitto a scapito di qualità e professionalità? Oppure ottenere aiuti economici dalle parti sociali, come ha fatto mamma-Fiat ?che importa se a soffrire sono i lavoratori della massa popolare.

Si deduce che su questa strada è facile fare “industria”, con i soldi e la pelle degli altri. Da una parte ci sono le sovvenzioni, dall’altra parte ci sono i tagli di costo e il profitto è fatto.va bene anche se si produce di meno. Perché le aziende estere non soffrono di questi mali? Perché le realtà industriali estere tornano a casa e non fuggono nei paesi dell’Est per fare il loro profitto?? Non li abbiamo ancora menzionati, ma cosa fanno i nostri governi, i nostri politici, qualsiasi sia il loro colore di appartenenza?

Per adesso guardano , commentano e si voltano. La crisi economica, la disgregazione industriale e l’implosione della redditività dei suoi cittadini non fanno parte dei loro interessi. Calano gli introiti da imposte, cala l’economia, aumenta i costi sociali di ammortizzamento, ma “lassù” non c’è preoccupazione.