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Dal bus 91, buon Natale.

Piove ormai da un paio di giorni. Eppure il 91 continua stancamente il suo tragitto, con pochi operai a bordo. Un bus, verniciato anche male. Già, come l’accordo separato, a Mirafiori, senza la firma Fiom. Un accordo fotocopia di Pomigliano, o peggio. Di questo, parlano, discutono i pochi metalmeccanici su quel bus. Tra alcuni giorni si inaugurerà il nuovo calendario. Frate Indovino? Il 2011. Anzi, “I anno Dopo Cristo”, era Marchionne. Cosa ci sarà da festeggiare? Una volta le imprese fuggivano, verso altri lidi, verso Paesi, dove il costo del lavoro era un’inezia. “E’ la globalizzazione, bellezza”. Oggi le imprese inaugurano un nuovo corso, potendo ottenere le medesime cose, profitti, senza migrare, imponendo condizioni di lavoro peggiori. Una cartolina con tanti saluti alle conquiste del movimento operaio. Cosa sostengono sul bus 91 i pochi operai, sonnacchiosi dopo otto ore di turno, “incatenati”? Con quell’accordo, si potranno ridurre le pause, si potranno aumentare gli straordinari, “perchè 40 ore annuali sono davvero poche” (nonostante la stanchezza, gli operai riescono ad essere ironici e graffianti contro questo capitale che non li considera) e occorre arrivare a 120 ore; si potranno inaugurare,stile 1800, turni di lavoro da dieci ore; si potranno sanzionare operai che scioperano, si potranno non retribuire i primi giorni di malattia. I diritti dei lavoratori ad eleggere le proprie RSU? Cancellati. Già, qualcuno esulta: “4000 euro lordi in piu’ in busta paga: potremmo esser ricchi e accorciare le disuguaglianze di questo Paese”. Qualcuno ha voglia di dividere “quei lordi” per dodici mensilità? Qualcuno ha voglia di dire che la maggiorazione di salario la si percepisce “in notturno” o “festivo” già ora e forse non aggiunge granché alla ricchezza? Chissà se i benpensanti che giustamente criticavano lo sfruttamento del lavoro minorile ora avranno voglia di criticare “questo nuovo sfruttamento”. Tempo fa qualcuno scriveva: “Le filiali delle grandi multinazionali chiudono tutte come mosche e si trasferiscono in paradisi in cui la gente non costa niente e non chiede diritti”. Ora il 91, bus, grazie a quell’accordo potrà trasportare non solo i 5 mila lavoratori superstiti di Mirafiori, ma forse diecimila. Quelli che, a detta dei sostenitori di quest’accordo, si aggiungeranno ai superstiti. Che lavoreranno, con meno diritti. A proposito di ricchezza. “4 mila euro lordi in piu’” sostengono, dimenticando il fatto che la società italiana diventa un po’ meno egualitaria e sempre piu’ polarizzata: il 45% della ricchezza in mano al 10% delle famiglie. Il restante, mangia meno, non si cura, non si aggiorna, è in bolletta. E sempre ai benpensanti sarebbe utile ricordare la lettera di una giovane mamma, “Caro Sergio, questi turni non mi fanno fare la madre”. Quei 4 mila euro, lordi, serviranno a pagare una baby sitter? E’ giusto affermare che “se ogni torinese donasse un euro da destinare ad un fondo di solidarietà” questa città forse conoscerebbe meno zone grigie e respirerebbe aria di solidarietà. Vorrei pero’ identica franchezza nell’evidenziare il senso di ingiustizia di queste nuove modalità lavorative che porterebbero alla costruzione di 200 mila nuove Suv. Noi, non abbiamo bisogno di macchine, ma abbiamo bisogno di altri, Sogni per una vita, che si realizzino. Subito. Immediatamente, con la stessa velocità del capitale, che si muove, in questa società liquida. In questi giorni ho voluto comprare alcune copie di “Poveri, Noi”, dell’amico Marco Revelli, edito da Einaudi, da destinare come presente in occasione del Natale. “L’Italia non è come ce la raccontano: abbiamo creduto di crescere e stiamo declinando, la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”.

Quel sogno di una vita vuole essere un Paese che non sia all’ultimo posto per l’occupazione giovanile con il 21, 7% di occupati (in questa fascia), e che quindi, uno solo su cinque lavora; e tra chi è occupato il 44% ha un lavoro precario ed il 18% lavora part-time. Ci ricorda sempre Marco che l’80% dei posti di lavoro perduti tra il 2008 ed il 2010 riguarda i giovani. I disoccupati: oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo ed il 15,9% sono i né-né, cioè quelli che non studiano e non lavorano.

Che degrado del tessuto sociale. Quel sogno di una vita vuol essere la fine della precarietà: non è possibile tenere sotto ricatto, a tempo indeterminato, per anni, i lavoratori della scuola. Quel sogno di una vita vuol essere la fine di un presente precario ed il termine di un futuro incerto. Quel sogno di una vita vuol essere la fine del moltiplicarsi delle disuguaglianze. Quel sogno vuol essere istruzione gratuita per tutti, perchè senza quella un Paese non cresce. Negli altri Paesi la spesa pubblica per l’istruzione cresce, qui, in Italia, no.

Come augurio, che questi sogni si avverino.