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La mia Torino 3

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Torino. Sabato 10 maggio. Corteo No Tav. Porta Susa.

Nella mia Torino, oggi, la strada avrebbe dovuto convergere verso una meta, la Fiera Internazionale del libro. Un paio di interventi ai quali avrei voluto assistere. Nonostante i notiziari dicano e diano code e attese piuttosto consistenti. Nel mio “convergere”, lentamente,  verso la stazione della metro, avanzava da corso Francia, il corteo, pacifico, dei No Tav. Piazza Statuto, Corso San Martino, Porta Susa,  via Cernaia e via dicendo. Presto comincerà il balletto dei numeri sui presenti. Grande spiegamento delle forze dell’ordine.  Metro sbarrata, quindi accessi vietati e meta saltata.  Ma non importa. E’ stata un’occasione per veder sfilare davvero un corteo tranquillo, colorato, pacifico, con tantissime anime. Lungo i binari del tram, persone.   Davvero impressionante pensare dalla banchina, in attesa, come d’ abitudine accade, in altre giornate,  di tanto in tanto  allunghi il collo e ti  affacci a vedere se il tuo bus è in dirittura d’arrivo mentre oggi, al posto dei tram e bus, arrivavano striscioni  con nomi di Paesi poco pronunciati ma molto attivi. La temperatura, segnava 25 gradi. Caldo e polline in gran quantità. Sul finire del corteo, alcuni militanti, muniti di scope e palette, sacchi  un carretto, pulivano le strade di Torino.  Questo è il servizio “d’ordine e pulizia” del corteo. Un pomeriggio davvero colorato. Un cartello, a Porta Susa, ricorda che “Torino è città della pace”.

Per la Fiera, volendo, ci sarà tempo.

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Torino. 10 maggio. Ultimi del corteo intenti a pulire le strade di Torino. Il servizio “d’ordine e pulizia” del corteo.

 

Torino. 10 maggio. Porta Susa. "Torino città dell'arsenale della pace".
Torino. 10 maggio. Porta Susa. “Torino città dell’arsenale della pace”.
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Torino 10 maggio. Corteo No-Tav. Corso Francia.

“Causa guasto tecnico…” ora vorrei un decreto

Il treno è arrivato alla meta (la mia) con 50 minuti di ritardo.

Ora, a questo punto, pretendo un “decreto” che mi “regolarizzi” per il ritardo: perchè dovrei recuperare? Perchè dovrei perdere denaro dal mio stipendio?

Vorrei un decreto che mi ridia indietro parte del tempo speso in treno causa ritardo, oltre ad un congruo rimborso.

Vorrei un decreto che abolisse la Tav e si occupasse delle normali manutenzioni dei treni e delle tratte ferroviarie. Con la media velocità per tutti e non la bassa velocità per i ceti bassi e l’alta velocità per i ricchi e i poteri forti che li rappresentano per inquinare e devastare il territorio ancora di più.

Vorrei un decreto per “ripescare” le forze politiche, in Parlamento, che non avevano superato lo sbarramento.

Vorrei un decreto per regolarizzare le domande a concorsi, arrivate in ritardo a destinazione; in  tal modo si conferisce la possibilità, a tutti, di concorrere.

Vorrei un decreto per l’eliminazione della precarietà, sia del privato, che della pubblica amministrazione.

Vorrei un decreto per dare la possibilità a tutti di svolgere un lavoro: così davvero sarebbe una Repubblica fondata sul lavoro.

Vorrei un decreto per garantire a tutti l’assistenza sanitaria.

Vorrei l’attuazione della Costituzione. Sempre

“Non ci trivellerete lo spirito”

“Non ci trivellerete lo spirito”. Questo è lo slogan che è la sintesi della riuscitissima manifestazione dei No-Tav, a Susa, oggi. Uno slogan che si addice a molte altre realtà governate dalle stesse facce.

Che siano stati 40 mila, i manifestanti, secondo gli organizzatori, che siano stati 20 mila, secondo altri, la marcia manifestazione è stata un successo. Bella, colorata, organizzata. Un grazie a chi ha partecipato sotto la morsa pungente di un freddo artico.

La notizia del crollo di un edificio ad Agrigento, oggi, con la morte di due sorelle, dovrebbe farci riflettere. Dovrebbe far riflettere chi ancora si ostina in progetti di opere faraoniche. “No-Tav, ancor piu’”, ora. Le risorse, se ci sono, devono essere utilizzate per altre infrastrutture: mettere in sicurezza scuole, ospedali, edifici in genere, che nascondono sacche di povertà, a molti politici invisibili. Le risorse devono essere destinate alle infrastrutture ferroviarie del pendolarismo locale.

Mi domando quanto è normale parlare di “No-Tav” come motore di mano d’opera quando le condizioni per creare lavoro esistono già. La Torino- Ivrea, ad esempio. Oppure, la Torino-Savona, ma l’elenco potrebbe continuare. Ogni regione ne ha. Continuiamo l’elenco. Le scuole. Quante scuole avrebbero bisogno di migliorare le proprie condizioni e non solo di facciata? L’edilizia pubblica, ad esempio: quante case popolari si potrebbero costruire? Gli affitti volano, da paura. Drenano una gran fetta del proprio salario. Quanti sfratti si contano? Il fisco poi, ne drena un’altra buona fetta, tanto che: per quello, lavoreremo, quest’anno fino a giugno, probabilmente al 23. L’inflazione sale e la crescita è zero. Le nostre tasche si svuotano. I conti correnti si prosciugano. Secondo alcuni ricercatori, al termine del 2012 avremo la stessa occupazione del 2009. Secondo altri, solo nel 2017 o 2018 gli italiani “incontreranno” nuovamente il livello di benessere pre-crisi. La TAV vedrebbe la “luce” nel 2020? Incredibile!

Foto da Liberazione 24.01.2010

I problemi vanno risolti subito. Tanto per cominciare, mi pare giusto, per tutti, 500 euro netti, in piu’ nel prossimo stipendio. Quattordicesima ai pensionati. Quattordicesima a noi, della scuola. Io, ad esempio, non la vedo. Stabilizzare tutti i precari che ciclicamente, da anni, continuano a lavorare nella stessa amministrazione. Così finirebbe anche questa storia infinita di “nonnismo” nelle scuole. Che strisciante o meno, purtroppo, esiste, E poi, subito senza aspettare luglio, con il 730, I NOSTRI SOLDI! Non dobbiamo aspettare la busta paga per rivedere i nostri soldi. Subito. Perchè dovete tenerli voi, del Governo, nelle vostre casse? Sono soldi nostri sborsati immediatamente perché, ad esempio, molti, nel corso del 2009 hanno dovuto sostenere costi sanitari proibitivi. Scongeliamo definitivamente una situazione davvero insopportabile. Non chiediamo la luna. Vogliamo solo il nostro. Altrimenti, “io, un tetto, l’ho”.

Due treni, in arrivo sullo stesso binario. “Due treni, unico binario”

Ivrea. Due treni: Stesso Orario stesso binarioNon ne sono convinto. Non mi convince un partito che rappresenti il “padrone” e l’operaio. Le classi esistono ancora. Sfruttati e sfruttatori. Chi si arricchisce e chi impoverisce chi. Le persone possono essere “buone persone”. Ma quando è ora di rinnovare un contratto, come quello dei metalmeccanici, ad esempio, come giudichiamo “la persona buona” che pero’ in nome di vincoli non firma il rinnovo di un contratto? Non sono convinto che “buone persone” riescano a rappresentare gli interessi dei salariati. Perchè il rinnovo di un contratto segue sempre stanchi rituali, e firmato, dopo ore di sciopero, da alcuni sindacati, al ribasso? Possono coesistere due soggetti così lontani e diversi come “padrone” e “operaio”? Perchè se la persona “è buona” permette la chiusura o la delocalizzazione di uno stabilimento con gravi conseguenze per famiglie intere? No, contrariamente a quanto sostenuto da molti questa mattina in una discussione, non penso che ci debba essere posto per due, operaio e padrone, in politica, nella stessa lista. Non penso. Mediazione, concertazione, sintesi. Ad ogni costo? Mettere in una stessa lista, in uno stesso “calderone” politiche non negoziabili è un po’ come voler dare l’indicazione che alla stessa ora, sullo stesso binario, potrebbero passare due treni, con direzioni diverse. Meglio la chiarezza, un po’ di coerenza. Forse questa non “appartiene di diritto a nessuno”, ma, almeno la tensione alla coerenza è bene che ci sia. E’ bene che la si indichi. Perchè la TAV a tutti i costi? Offre opportunità di lavoro, si afferma da più parti. E il lavoro bisogna crearlo così? sventrando una montagna quando esiste una linea storica sottoutilizzata? E le linee quelle giudicate non redditizie perchè utilizzate da pendolari, le lasciamo al loro triste destino? E, Chiamparino cosa pensa; ancora al grattacielo delle banche, oscura Mole? Oppure, non sarebbe forse meglio occuparsi di tutte quelle case costruite in maniera non consona, a ridosso delle coste, e non solo instabili perchè costruite malamente, su terreni franosi, devastando la natura? Condoni edilizi, concessioni e altro… Proprio sventrando una montagna bisogna creare lavoro? Non impariamo mai nulla? Neanche quando succedono tragedie come quella di questi giorni? “Non corriamo il rischio di far passare due treni sullo stesso binario, alla stessa ora”. Come ieri, a Ivrea, il tabellone elettronico faceva credere. (erroneamente, per fortuna!)

“Bassa velocità”: No Tav, No Tbv

Stazione di Torino Porta Susa. 19 gennaio 2010. Ore 6.20 circa. Pronto, come molti, ad affrontare una nuova giornata “precaria”. Cominciata, tanto per cambiare, in maniera precaria. Non so quale sarebbe il titolo piu’ idoneo per un treno, due, “canc” e molti altri in ritardo. Treno della vergona? Bassa velocità? Tbv? Trenini lima… Questi fatti che capitano ormai con una certa frequenza (anche ieri abbiamo scontato un certo ritardo) mi ricordano Mago Merlino. Dall’alta velocità con la bacchetta magica  si finisce alla “canc”. Treni soppressi. Non se ne conosce il motivo. Uno scambio? Nei pressi della nuova stazione Rebaudengo? Della nuova stazione Stura? L’unica certezza è che sono partito ora. In questo momento mi trovo nei pressi di una cittadina alle porte di Torino: Settimo. Ancora solito ritmo: stipendi decurtati, ritardi da recuperare, e ancora oggi a sentire tutti a gridare viva la Tav. Senza rendersi conto dove viviamo. E come.

A-mobilità sociale

Silenzio. Doveroso. Per Haiti. Paese povero, distrutto. Paese ricco, culturalmente, musicalmente, artisticamente. Pochi lo sapevano. Anche il sottoscritto. Silenzio, ancora per un attimo.

Per l’ennesima volta, proprio nella giornata in cui a Torino, i No Tav hanno in programma una “passeggiata” da Piazza Massaua fino a Corso Marche (luoghi dedicati ai “sondaggi”), il treno delle 7.35 da Torino Porta Susa, diretto ad Aosta, subisce e fa subire l’ennesimo ritardo. La mia, di passeggiata, purtroppo, non è per nulla festosa. Non è una gita. Anzi. Nei pressi di Settimo Torinese il convoglio subisce uno stop. Il capotreno, con voce flautata ci annuncia che “causa guasto scambi nei pressi di Chivasso, il treno subirà un ritardo imprecisato”. A Chivasso, una voce metallica annuncia che “i treni diretti a Milano subiranno ritardo”. Quanto ritardo non è dato sapere. Complessivamente il ritardo effettivo maturato dal treno Torino Aosta, sul posto di lavoro ad Ivrea è di 40 minuti. Come sempre, il ritardo o si recupera, o si monetizza. Prima di apprestarmi a “bollare” il badge osservo il tetto della scuola. Il pensiero va a Roma, dove proprio su un tetto analogo, da 54 giorni, resistono i ricercatori dell’Ispra.
Penso agli operai Fiat, a quelli dell’Eutelia Agile e delle mille realtà sparse per quello che era il “Bel Paese”, ma che oggi non lo è più. Ben prima delle arance di Rosarno. Penso ai disoccupati, giovani e immigrati i più colpiti. Penso ai trucchi, alla magia, di un “Bel Paese” che, “vedete, ha retto meglio degli altri Paesi alla crisi economica”, tranne sapere poi che nel conteggio non si era seguita una certa conformità con gli altri Paesi: la cassa integrazione entra o non entra nel conteggio?
Alla mancanza di mobilità sociale. Passato faticoso e futuro fosco. Presente “paludoso”. Per molti. Un’immagine che stride con quella del turbo capitalismo. Transazioni finanziarie veloci, immediate, da un capo all’altro della terra. Bonus, benefit, denaro evaso che ritorna. Ma nel quadretto, anche persone. Persone ferme. In attesa, Di qualcosa, di qualcuno che ci illustri una redistribuzione delle risorse migliore, giusta. Ma tutto, per un disegno politico congegnato ad arte, pare fermo, guasto, volutamente, come la scala mobile di Porta Susa, come il dispositivo che dovrebbe indicare il passaggio dei bus, spesso mal funzionante; fermo come un semplice “tappeto” su cui correre. Come il treno, che senza neve, senza ghiaccio, si ferma. Mentre si ipotizza l’alta velocità e il sindaco del Partito democratico di Torino Chiamparino, ahimè, chiama a raduno i sindaci a favore della Tav. Tutto sembra congegnato per “correre dietro palle perse”. “Vorrei ma non posso”, sembra dire questo Governo. Guardo il tetto, oggi. Immagino il tetto, ieri. Sotto, vi era una triplice unità: di contratto; di condizione di lavoro, come ci comunica Luciano Gallino; e di unità contro il padrone, un tempo davvero unico. Oggi non più. Una triplice unità, andata in frantumi.  Occorre ripristinare al più presto l’unità. Mandando, per iniziare, in frantumi questo governo italiano “incantatore di serpenti”.

“Bei tempi andati, bei tempi che verranno”; ieri, a Roma

Lentamente il treno ha raggiunto la sua destinazione. Così come i bus. Ognuno rientra nelle proprie case. Il viaggio è terminato. La manifestazione, anche. Tanto rosso, ancora, anche se in Tv si mostra soltanto il viola. Non solo a Roma. In ogni città, una piccola rappresentanza ha organizzato una mobilitazione contro. A Parigi, Londra, Berlino. Italia: Torino e molte altre città contro questo governo di destra. Un’onda, un solo grido: “Berlusconi dimettiti”. Nel treno di Torino, circa trecento persone. Molti altri, in bus. Altri ancora, con mezzi propri. Una nuova generazione, entra in politica. Si affianca ad una più “saggia”. Una generazione, giovane, che speriamo sia bella, “che verrà”. Ma, nelle piazze, vi era anche la generazione dei “bei tempi andati”: operai desiderosi di esserci, che si fiondano, alla fine del proprio turno, sul treno, alla ricerca di un posto; militanti incalliti, pensionati e quelli “da tutte le manifestazioni”. Entrambe le generazioni esprimono con una voce unica lo loro rabbia. Speriamo che questo gruppo possa davvero finalmente cristallizzarsi, dopo un lungo silenzio. Una voce unica. Speriamo che abbiano preso coscienza. Quella sociale, prima, e politica poi. Rabbia, quella espressa in questo come in tanti altri blog. Rabbia dei pendolari, che vedono tirata in grande stile la stazione di Torino, per la partenza di Freccia Rossa, direzione Milano proprio nel giorno del NO B DAY. Con una comparsata, di un Presidente non più amato come i suoi sondaggi affermano. “Piu’ carote meno carotaggi”. Questo lo slogan di molti che dice no alla TAV. Si faccia un giro sui treni della vergogna che i pendolari prendono ogni giorno. Quello e quelli descritti qui sopra, con i loro ritardi, le loro sporcizie. Noi, le sue barzellette , signor presidente non le vogliamo! Ma quale politica del fare! Ma per favore! Contestazione in questo frangente del gruppo No Tav, divenuti No Cav. Per quanto riguarda le novità, della giornata la nascita della Federazione, “un nuovo spazio pubblico per la sinistra diffusa”. Questo e molto altro ancora, si è consumato ieri. La grande sfida è da oggi. Un’Italia, come affermava il Censis nel suo rapporto, è un Paese in apnea, un Paese che non cambia mai. Un Paese in cui il lavoro atipico è stato un danno immediato per i giovani e per la società. L’occupazione diminuisce rispetto allo scorso anno (-1,6%); la disoccupazione aumenta (+1,2%) e le persone in cerca di lavoro aumentano dell’8,1%. Nei casi di necessità sono incrementate le famiglie che hanno fatto ricorso ai risparmi; quelli che chiedono prestiti a famigliari e finanziarie e chi compera utilizzando le carte di credito. “E’ l’Italia che va”. E molte aziende che non chiederanno la cig. Perché terminato il periodo. I laureati non sono menzionati, tanto “come affermava qualcuno alcuni giorni fa, stanno meglio di altri ed il loro stipendio è largamente superiore…..”. Ma per favore.

Un ricordo, oggi, ai morti sul lavoro di due anni fa alla ThyssenKrupp di Torino.

Ha ragione “CarCarlo Pravettoni: eravamo 58 al “Massimo”

monte-citorioSabato 4 aprile 2009, ore 22.00 circa. Dopo una giornata di lavoro, e un pomeriggio passato ad incontrare e ascoltare ex colleghi della Denso, che attualmente riversano in condizioni lavorative poco esaltanti, mi reco, come scritto a febbraio su questo blog, quasi in forma di promessa, presso la stazione di Porta Nuova, diretto, insieme a tantissime donne, uomini, ragazze e ragazzi (lavoratrici, lavoratori, disoccupati, in cig., ecc.) a Roma, dove di lì a poco, saremmo confluiti, insieme a tantissimi altre, altri, nel corteo romano, destinazione finale, il Circo Massimo. Il corteo della Cgil aveva come slogan “Futuro sì, indietro no”.  Cinque i cortei che hanno attraversato la città, 40 i treni speciali, 4.800 pulmann, due navi. Senza contare tutti coloro che hanno preso parte al corteo con i propri mezzi, e coloro che, non annoverati in questo lungo elenco, il cui totale, darà sempre “58 persone”, arrivati in forma “personale ed autonoma. Alla stazione di Porta Nuova avrei dovuto incontrare gli amici della Fiom, Inca Cgil, che, come sempre, nonostante il mio addio al mondo del lavoro privato, mi tengono sempre informato, contribuendo, anche in questo modo, a rinnovare una amicizia nata nei meandri della fabbrica. Il mio ringraziamento e le mie scuse vanno a Stefano, Francesco e tutti gli altri, che pur avendo “preso in carico” la mia sottoscrizione, hanno vista la “mia diserzione” davanti al treno che avrebbe dovuto portarli a Roma.  Un pensiero mi accompagnava su quel treno, obbligando a portare con me anche le “istanze” degli ex colleghi di fabbrica. Se qualcuno ha ironizzato  sul corteo rendendolo “una scampagnata” probabilmente lo ha fatto nel momento in cui è venuto a conoscenza del materiale messo a disposizione dalle ferrovie: erano due treni a due piani utilizzati per la tratta Torino Bardonecchia, buoni quindi per fare pochi chilometri, al massimo un centinaio. Quindi, mi sono aggregato ad un altro gruppo di amici, “quelli politici”, i militanti cioè di Rifondazione Comunista (per la correttezza, ho sottoscritto nuovamente). La partenza è avvenuta alle 23.15. Un paio di ore buone per la discussione politica, come sempre, hanno rubato un piccolo spazio a chi invece avrebbe voluto dormire.  Durante la discussione approfitto anche per acquistare la maglietta commemorativa: Roma 4 aprile 2009. C’è chi dice no. Made in Cgil”. L’arrivo, puntuale a Roma Ostiense. Una colazione veloce, un saluto a tutti i conoscenti partiti da Torino, e l’avvio, lento, ma allegro, verso il Circo Massimo. Durante la notte, nei miei interventi “politici”, ho sottolineato come i problemi di questo periodo siano trasversali: lavoro pubblico e lavoro privato attraversano la medesima crisi. “Lo Stato non paga. In crisi le scuole” era un articolo de La Stampa di martedì 31 marzo 2009; la crisi del privato, ormai investe quotidianamente le vite di ciascuno di noi, fino al punto, che la disoccupazione ha portato ad un gesto disperato un geometra, a Genova, senza lavoro da 7 mesi: “Morire di disoccupazione”, La Stampa, lunedì 30 marzo. La vergogna e le forti pressioni causate dalla mancanza di lavoro hanno spinto un uomo al gesto disperato; nell’articolo si mette in luce come nel 2008 il tasso di disoccupazione sia salito al 6,7%, colpendo in forme maggiori gli uomini; il tasso, un anno prima era del 6,1%. Il fatto di aver partecipato al viaggio con i compagni di partito ha fatto si che il discorso fosse in maggioranza politico. Abbiamo commentato l’articolo del Segretario di Rifondazione Comunista Ferrero “Rifondazione è al vostro fianco” (sabato 4 aprile), articolo in cui si diceva che “il movimento operaio non è disponibile a pagare una crisi che altri hanno prodotto. Sicuramente la mia presenza ha caricato maggiormente le mie motivazioni. “Noi siamo qui, con voi, per costruire, insieme, un’opposizione sociale e politica che sia in grado di proporre un’alternativa”. Sì, per uscire dalla crisi occorrono quattro cose: aumentare i salari e le pensioni e bloccare, subito i licenziamenti, garantire a tutti gli ammortizzatori sociali, varare un intervento pubblico in economia con molta attenzione agli aspetti ambientali. “Questione di classe”, il titolo di Liberazione, mi faceva sentire più tranquillo rispetto ad alcune discussioni intavolate il giorno prima, rispetto al termine “classe”.  Un termine che sta bene, che è attuale, in una società in cui “Il lavoro non è finito”, dove un’enorme massa di popolo gremisce il Circo Massimo per un radicale cambiamento della politica economica e sociale del governo (Liberazione domenica 5 aprile 2009). Ha ragione il direttore di Liberazione Dino Greco: “il virtuale evapora e irrompe la realtà”. La contraddizione fra capitale e lavoro esiste tuttora. Contraddizione in un’epoca in cui “il trionfo dell’élite manageriale ha dilatato immeritatamente il rapporto fra le retribuzioni dell’alta dirigenza e quelle dei dipendenti, portandola da 45:1 nel 1980 fino a 500:1 nel 2000 (Alessandro Casiccia). Ma dietro ai tecnocrati si nascondono azionisti che hanno ingigantito nel frattempo i loro patrimoni” (Gad Lerner su Repubblica del 30 marzo 2009 in “La cifra del maxi-bonus”). La ricetta per tornare indietro? tornare indietro ponendo nuove regole, “non che tutto torni come prima” dopo aver rimesso a posto, con i soldi pubblici.  Ecco che dopo queste discussioni, ciascuno di noi, parafrasando una nota canzone di Vasco Rossi (a sua volta ripresa da Il Manifesto del sabato 4 aprile) poteva affermare di “andare al Massimo”.

romano-96Tornando alla “marcia”, durante il cammino ho incontrato tantissime persone con le quali abbiamo socializzato “le nostre storie”, “i nostri numeri”.  Il cammino è stato accompagnato da canzoni varie, una su tutte “Bella Ciao”. La mia confluenza nel Circo Massimo è avvenuta quando eravamo 57 (58 poi con  Epifani), e tale è rimasta nonostante la confluenza degli altri quattro cortei nelle ore successive. Grazie anche “ai numeri così bassi” ho avuto la fortuna di incontrare Sebastiano e altri compagni di lavoro conosciuti durante lo sciopero generale di febbraio. Altri lavoratori di Ferrara e Vicenza hanno raccontato le loro storie.

Durante l’attesa dell’intervento finale di Epifani, ho avuto modo di annotare gli interventi; fra questi quello di Mario Di Costanzo, operaio cassintegrato della Fiat di Pomigliano d’Arco; di Rossella Zelioli, insegnante precaria di 28 anni, che mi ha fatto rabbrividire al solo pensiero del suo lavoro svolto non solo con passione e con amore, ma con il saper “farsi carico” dei suoi allievi, essere al loro servizio, intrecciare relazioni e scambiare sentimenti, e vivere, tutto l’anno con l’ansia di non poter essere riconfermata nella stessa scuola e avere pena per i suoi allievi, e sperare solo che una collega, magari migliore di lei, sappia continuare a infondere sentimento e sapere in continuità al suo. Poi è stata la volta della studentessa fiorentina Mata Lavacchini e del migrante (erano tantissimi) Joseph Walker. Poi, la pensionata (ma quanti eravate!!!), che ha sottolineato l’insufficienza dei servizi (alcuni pensionati che sedevano vicino a me erano indignati della social card: com’è umiliante!). Poi, la volta del discorso di Epifani. Un discorso davanti ad una platea che non “era elettorale”. Noi non siamo fuori dalla storia. E’ stato come giustamente afferma il Manifesto oggi, un “Capolavoro”. (“quasi tre milioni i partecipanti per i promotori). Finito il discorso ho approfittato per scambiare qualche parola con lavoratori, pubblici e privati di Vicenza, (lavoratori che hanno un denominatore comune: il NO dal Molin con il No Tav); poi ancora con un gruppo Emiliano. Infine, faccio un giro a salutare i lavoratori di Liberazione (erano tutti al lavoro, ma in ogni caso, il senso dell’accoglienza è stato forte: lì ho potuto vedere tutte le fotografie raccolte e il momento della stesura, da parte di alcuni dei commenti; un gruppo di lavoro fenomenale, che, loro si, rispondono sempre!). Da lì, compio un giro nelle due stazioni: Tiburtina e Termini, al fine di incontrare altri lavoratori e “Inchiestare e conoscere”. La maggior parte delle persone con ansie e preoccupazioni erano i lavoratori immigrati.

La sera, verso le ore 22.00 appuntamento per il ritorno. Con i compagni di scompartimento anticipiamo le nostre considerazioni. Abbiamo convenuto che l’intervento di Epifani poteva essere diviso in due parti: la prima, forte, forse più vicina a ciò che vorremmo noi del partito, la seconda, forse più morbida (per alcuni era fondamentale capire “il ritorno al tavolo”). La discussione è continuata anche sul treno, fra presente, futuro e ricordi del passato.

Ancora un forte dispiacere per i compagni della Fiom che ripartivano “su treni che non avevano nulla di un treno” per fare 800 chilometri (soldi per Freccia Rossa, e poi, non si hanno convogli nei depositi?); un ricordo per lunedì, il presidio davanti al tribunale, luogo in cui inizierà il processo sull’amianto.

Infine, una buonanotte. L’arrivo, ha visto un forte ritardo sulla tabella di marcia. Stanchezza si, ma tanta fiducia per “le prossime scadenze”. A Porta Nuova acquisto la Stampa, la Repubblica (i miei li ho già citati). Il primo: “Un milione di persone in piazza a Roma. Berlusconi: niente dialogo con questa Cgil” (che premesse!!!). Il secondo: ‘Una marea in piazza con la Cgil: “Il governo tratti con noi”‘.

No agli ultimatum – il PRC è contro il TAV”

ARMANDO PETRINI (SEGRETARIO REGIONALE PRC Piemonte):
“Urge un confronto politico nel centro sinistra in vista delle elezioni
amministrative.
No agli ultimatum – il PRC è contro il TAV”

“Se il buongiorno si vede dal mattino, il 2009 non nasce sotto i migliori
auspici.
Le recenti dichiarazioni di alcuni esponenti piemontesi del PD di fatto contro
la sinistra d’alternativa, e contro il PRC in particolare, non ci paiono un
buon viatico per la stagione politica che da oggi ci porterà alle prossime
elezioni amministrative.

Non è certo con degli ultimatum che si possono costruire alleanze politiche.
Piuttosto con la capacità di dialogo e con la volontà di tenere conto della
effettiva complessità delle forze in campo e della rispettiva rappresentatività
sociale e politica.

La nostra opinione è che sia necessario aprire al più presto un confronto
programmatico fra tutte le forze del centro sinistra in vista delle elezioni.
E che a partire da un confronto sul merito di ciò che si intende realizzare si
possa verificare la volontà o meno di una prospettiva comune e perciò di
un’alleanza.

Le forzature non aiutano questo percorso.
Su alcuni temi delicati sarebbe bene misurarsi con le posizioni in campo senza semplificazioni che non servono alla discussione.
Sulla TAV le posizioni del PRC sono molto precise e ben note da tempo.
Piuttosto non ci capisce davvero -se non con un ulteriore sintomo della
degenerazione dei modi del fare politica- come mai alcuni che si sono sempre battuti insieme a noi contro quel progetto siano diventati oggi i primi sostenitori dell’opera.
La posizione del PRC sulla TAV è dunque chiara, e ancora ieri ribadita da
Vittorio Agnoletto. Un confronto programmatico serio, e che miri a un risultato positivo, dovrebbe misurarsi con questo dato, non rimuoverlo”.

Armando Petrini
Segretario regionale PRC Piemonte
Torino, 3 gennaio 2009