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Neve

Un accenno di affaccio sul balcone, di primo mattino, e scopro che folate di neve attecchiscono sull’asfalto e sui tetti della nostra citta’, Torino, come in ogni dove.  Sull’asfalto si sentono geattare gli spalaneve e le grida felici di bimbi non piu sotto sequestro famigliare: e’ in corso l’Olimpiade delle “palle” di…neve. Su Internet “fioriscono” foto torinesi della Pellerina e Superga, come di San Luca a Bologna, come Urbino e Arezzo. L’inverno proprio non vuole lasciare il passo, tanto oramai siamo tutti informati e preparati  su perturbazioni, scaldiglie, deviatoi, scambi, treni e cosi via. Solo nel pomeriggio, la sospensione e strade, per la cronaca, pulite. In attesa di capire, cosa succede e succedera’ in citta’, a partire da questa notte. Una notte di silenzio, prima del voto. Di domani.

Ma “quale lavoro? ” e “1956”

torino-21-11-2016-foto-borrelli-romanoDalla fermata Lingotto alla scuola di amministrazione aziendale il passo e’ breve.  In via Ventimiglia si accumulano foglie secche e ricordi vecchi,  fuori e dentro la Saa,  scuola di amministrazione aziendale. 20161121_121820Era da un po’ di tempo che non assavo da queste parti,  la metro non c’ra ancora ma M. e M. c’erano.  E c’era pure la neve! E forse pure “Gliz”.  Altri tempi.  Il tema dovrebbe essere il lavoro e l’Europa. A due passi da qui,  il “tempio”,  il Lingotto a 5 piani dove lavoro’ mia madre all’assemblaggio del “fiorino”. L’elica,  la pista,  la cassa,  la ristrutturazione,  il lavoro che migra, il lavoro che manca,  il chiosco dove mio padre comprava le  “super brioches” dopo aver accompagnato mia madre per il primo turno. Profumo di dolce e fatiche. Lingitto,  la “bolla”,  lavoro.  E qui da noi? Dopo Agorà di sabato,  il lavoro.  Saa. C’era una volta una lei,  anche qui,  al corso di economia. Incontri e lezioni. Di vita,  d’amore. Competenze,  conoscenze,  alternanza lavoro. Ci sarebbe da scrivere e forse innescare una dialettica ma… Quel che serve e’ cercare di restituire qualcosa ai maturandi della mia scuola.  Il lavoro,  gli operai… Un’oretta di convegno tra politici,  parlamentari,  funzionari e studenti. Esco,  no pienamente soddisfatto tra studenti e studentesse chini su libri,  appunti,  evidenziatori tra le dita. torino-polo-900-foto-borrelli-romano Nel pomeriggio,  una lezione sul ‘1956 torino-21-11-2016-foto-romano-borrellipresso il polo del ‘900: relatore,  professor Giovanni Carpinelli.  E qui è  tutta un’altra. . . storia.

2 marzo

27 2 2016 Torino via Roma.Borrelli Romano foto20160302_091925Ci siamo lasciati l’inverno alle spalle, chiudendolo fuori senza esserci mai entrato. Ci siamo lasciati febbraio e i suoi 29 e i festeggiamenti per i 10 anni dalle OlimpiadiTorino 27 2 2016 Borrelli Romano foto. Cinquemila reduci volontari che hanno sfidato la pioggia torinese  lasciandosi addosso ricordi, giacche e spillette. Chi si ricorda i “bollini” per ogni giornata di “servizio” di volontariato sul proprio libricino, utili per meritarsi il famoso orologio  Olimpiadi Torino 2006? E quanto e’ bella la nostra citta’ con le sue “matite” rosse e passione che vive.  Sull’asfalto bagnato a lucido di via Roma, le “matite” (cosi paiono a me) sono pronte per fare un bel trucco. Se dieci anni sembrano lontani non lo sono invece i cinque universitari da alcuni mesi terminati.

Alcune fermate di metro alle spalle. Direzione Istituto Professionale, luogo di lavoro. Sulla metro leggo la tesi del mio amico e compagno di banco Alessandro,  dei nostri cinque anni trascorsi a suon di rinunce. Anni intensi di lavoro e studio: quando si dice alternanza lavoro-scuola. E si che noi una l’avevamo gia’, di laurea. Anni che ci siamo lasciati alle spalle. Una bella pagina di amicizia. Me lo scrive  e mi ringrazia nella sua tesi. “Grazie a te, Alessandro”, penso io mentre sfoglio. Tra pochi giorni tocchera’ anche a te. Ce l’abbiamo fatta, caro amico. Nonostante le difficolta’ col passare dei giorni penso che i ragazzi siano li, da un pezzo, ad aspettare le nostre lezioni. Da quando ho lasciato quel banco finalmente la passione per i libri, da me preferiti, e’ quotidiana. Talvolta onestamente capita…quel che capita e leggo di tutto un po’, ma, almeno, svincolati da esami. A parte quelli che quotidianamente mi impartiscono gli studenti.  A proposito: ho appena terminato un libro, un amore di libro. E che libro, di Francesca Paci: “Un amore ad Auschwitz”, sono certo che ti piacerebbe leggerlo. Edek e Mala, una storia vera. Una storia di coraggio, amore, dedizione al prossimo, condivisione, la’ dive era stato negato anche il nome e impresso un numero, la’ dove la dignita’ …Una storia di tutto, anche d’amore, la’ dove di questo sentimento si faceva fatica a parlarne, scrivere, discutete. Appena discuti la tesi,  e incassi il titolo te lo passo, caro Alessandro. Come abbiamo sempre fatto durante quelle brevi pause di quelle lunghe lezioni.

E a proposito di tesi, consegnata, discussa anni fa, leggo con piacere che Petrini, con slow food e Terra Madre lasciano il Lingotto per trasferirsi al Valentino.

Sulla metro, davanti a me una ragazza. Tra tanti aspetti mi colpisce un particolare. Carina e’ carina, rossa, castana, capelli lunghi, occhi scuri, mani curate, ma…e’ il 2 al suo dito che mi colpisce20160302_113508. E io questo lo voglio scrivere, prima di lasciarlo alle spalle.

Neve, Gliz, Aster: 10 anni dopo. E la scuola, oggi

Torino 26 2 2016.foto Borrelli RomanoNeve,  Gliz e Aster, ripescati, ripuliti e rimessi a nuovo fanno ritorno in piazza Castello. 20160226_175132Dieci anni dopo. Fervono i preparativi per celebrare la ricorrenza delle Olimpiadi invernali torinesi.  Bracere a lato. Tute da volontari e volontari attempati in giro per la citta’Torino 26 2 2016. Foto Romano Borrelli. Zaino adagiato sulle spalle.  Arancio, giallo e rosso cinabro.  Scarponcini a cinque cerchi e felpe con “marsupio” e pass con foto incorporata.  L’Olimpico che “sbuffa” col suo bracere. “Torino, passion lives here. Si prepara la notte Bianca”. Dei musei. La citta’ si prepara a rivivere e ricordare quell’evento e quegli eventi che un po’ l’hanno cambiata.

 

Lavori in corso. Torinesi attenti osservatori sul confine tra due circoscrizioni: la 7 e la 4. Tutti fermi. Torino 26 2 2016 foto Borrelli RomanoCitta’ in movimento. E cosi noi. Altra zona di Torino, altra circoscrizione. La scuola. La classe. Movimento. Metro Torinese. Con classe. Una, due fermate di metro.20160226_142613 Sotto la pancia, sopra la pancia, sotto il tabellone arrivi/partenze. Atrio Porta Nuova.  Un pianoforte suona per noi. Accenniamo passi di danza, cosi, per scherzare, prima del lavoro da svolgere. Bicchieri di plastica e sorrisi “lungo i viaggi” ci sfiorano. Qualcuno sorride a qualcuna e qualcuna sorride a qualcuno. Signore e signori va ora in onda ” il gioco degli sguardi”. In stazione si respira aria di viaggio, anche solo con la fantasia. Ora pero’ tocca “lavorare”. A cavallo tra lettere, psicologia e religioni. Indossiamo la veste da attenti osservatori. Ci esercitiamo sulla descrizione fisica dei personaggi. Nessun dettaglio deve essere tralasciato. Persone che divengono personaggi. In arrivo. In partenza. In attesa. Abbracci, che mancavano. Piu’ a lui che lei e viceversa. Maschi, barbe, baffi, capelli lunghi, raccolti, lettori di ogni tipo. Donne. Eleganti, mani tra i capelli, tra doppie punte, su chignon, sciolti, biondi, rossi, castani.  Berretti da mozzo, donne capitane coraggiose e da sempre in viaggio. Concentro l’attenzione su chi legge cosa. Mi piace vedere quanto amore sprigionano le loro mani tra le pieghe…di un libro. Andare sullo scaffare, una volta allontanatesi e rileggere due righe di quel libro appena posato. Entrare cosi nella loro fantasia. Tra puntini di sospensione, come quelli sul viso appena “ricoperti”. Trucchi si e no, lettrici,  forti oppure no.  Perche’ ognuno di noi al mattino e’ un po’ se stesso e unnpo’ di quello che vorrebbe essere. Ci ritroviamo venti minuti dopo, sotto il tabellone . Esattamente da dove era stato dato il “mandato” del lavoro.  Obiettivi e scopi. Poi, sovrapponiamo i nostri lavori. Torniamo nelle viscere della nostra citta’ dive un altro pezzo di mondo, viaggia abitualmente da dieci anni. In metro. In uno dei suoi vagoni, con alcuni studenti,  impattiamo “nel personaggio”, quello giusto, ideale per un racconto, dopo averlo cercato e immagginato tra sale d’attesa, atrio e binari eccolo esattamente davanti a noi. Come fosse in attesa.  E’ seduto. Gambe divaricate. Camicia leggera color salmone. Pantaloni di tela scuri e due paia di scarpe diverse una dall’altra: una da ginnastica, l’altra elegante. I calzini, diversi anch’essi. Indossa un cappotto scuro. Sulla manica sinistra manca il bottone. La sua bocca e’ simile a quella di un bambino: aperta e sdentata. Al suo interno notiamo (perche’ lui ce ne offre lo spettacolo), una gomma americana trasformata in una pallina da ping-pong:  si muove velocemente ora a destra ora a sinistra , gonfiandone le “reti” o paretidella sua bocca. Di tanto in tanto parte uno schiocco. Ha capelli grigri con un lieve riportino. Occhi scuri e qualche “scritta” sul suo viso che segnano gli anni,  ormai per lui,  passati. E’ un intreccio di strade e chissa’ quanto avrebbe da raccontare se solo riuscissimo a porgli donande e se solo V.smettesse di ridere. E far ridere. E’ contagiosa e mi contamina. L’uomo dalla gomma americana e’ un personaggio. Velocemente arruviamo a destinazione. La nostra fermata e’ li, come sempre.  Si aprono le porte. Scale mobili. Saliamo. L’asfalto, l’edicola, i rumori delle auto, inghiottiti nel giro di pochissimonda altri rumori. Abbiamo viaggiato per un po’. Anche solo con la fantasia. Ora cominceremo a scrivere. E descrivere. Abbiamo lavorato e ci siamo tanto divertiti. Il tutto mentre V. se la ride ancora tanto. E noi con lei.

Tempo

Torino, Piazza Statuto. Foto, Romano Borrelli.Tempo. Che passa velocemente. Nove anni, la prova per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali. Qui, a Torino. Passion lives here. Tempo, più recente. Mattarella Presidente della Repubblica. Che fa, “Big snow”, neve su Torino (fiocchi che si son fatti strada lentamente tra minuscole goccioline d’acqua), l’influenza che si prende il suo posto affianco al mio e riempie i “pronto soccorso” (o i letti: chi non ha un conoscente in questo periodo che a domanda”come va” ci risponde, “a letto, con l’influenza”), dal petto un colpo, di tosse, nel petto, una passione nel tempo, e tempo di dolce Sida, “dolce, in principio, fin dal mattino”  per  i 99 di Torre Giuseppe, il più anziano sacrista salesiano, forse d’Italia.Torino 3 febbraio 2015. Per i 99 anni di Torre Giuseppe. Foto, Romano Borrelli Tempo. Che passa. Di riflessione. Ne rivorrei un pochino indietro. Di tempo. Che sarà. Dolcezza che verrà. Tempo al tempo. Intanto, che tempo fa?

ps. Auguri di buon anno ai cinesi.Torino, Piazza San Carlo sotto la neve. Foto, Romano Borrelli

Tornata. Nel pomeriggio

DSC00166Finalmente,  a Torino, la neve annunciata, è arrivata. Nel primo pomeriggio, verso le 15, puntuale come un treno, è arrivata. Anzi, “tornata”. E puntuale mi sono precipitato, sul far della sera, sotto quel balcone. All’ultimo piano, persiane aperte, messaggio “in bottiglia” per qualcuna, sul muro ingiallito: tornata. Nel centro di Torino.   

Immaginando, chissà, qualcuno che, materializzandosi,  provasse una serenata. Perché, tornata. Perché “sfrecciata” sotto le luci, i riflettori,  il “palco” della ribalta  della nostra città. Tornata. Ad offrire pubblicamente quel ritrovo, dopo un incontro mancato, un distacco, un allontanamento, o molto più semplicemente, una breve pausa di riflessione.  Penso. Immagino. Tornata a “ricucire” un cuore, offerto, e s-offerto, donato, su basi di carta, ben presto accartocciata. Pensieri giustapposti, spazzati via, troppo presto, da un vento autunnale, poesia inconsistente, e musica stonata di qualche violino, incapaci di serenate. L’arrivo e la partenza di un treno, arrivato e ripartito troppo presto. Il vuoto di un tavolino dove fino a pochi minuti prima…e la solitudine, che da qualche fiocco diviene valanga, dolorosa, pesante e pressante, inimmaginabile; e fuori dalla stazione, chissà, un non mai detto, una “mole” di pensieri; sarà la neve, sarà la giornata, sarà chissà che il pensiero di quella scritta, sotto una finestra torinese,  va a frugare tra le righe di un passo di  Dostoevskij, la mite: “mi diressi immediatamente verso di lei e le sedetti accanto…Parliamo…sai…dì una cosa qualsiasi…e così vuoi ancora amore? amore?“. Severa meraviglia… Tornata, perché…Il pensiero,  riavvolto è andato alla storia di Diego e  Marilisa. Ho pensato fosse lei, tornata, per Diego. La speranza di vederla alla finestra, e sotto la via, in attesa,  Diego. La speranza che fosse Marilisa, con un unico bagaglio: la consapevolezza e la voglia più concreta di amare. Di raccontare. Di esporre il suo punto di vista, sulla “tesi” offerta. E invece…silenzio. Incomprensione.  E tanto rumore nel fare filosofia, di vita, con poesie, d’amore. Comprensione. Ancora.  Le luci della città, della via, illuminano quei fiocchi danzanti, che lentamente si appiccicano addosso.  Un’infinità di punti, di sospensione. Come tante virgole. “Punti” di vista  sul panorama della vita diversi, diverse, dai punti e virgola, spesso insignificanti.  Fiocchi.  Che imbiancano, come polvere di zucchero sul pandoro. Punti. Che lasciano interrotto un discorso, per poi riprenderlo.  Alla prossima “tornata”, perché, nella vita, spesso, i tornanti ti sorprendono, uno dietro l’altro, e ti avvolgono. Fiocchi che scendono, come gocce di latte, zucchero a velo. Un abbraccio, un’accoglienza. Il sentirsi protetto. Da qui sotto, una sensazione stupenda. Un bicerin e quel gusto di cioccolata che ti rimane dentro. Una cioccolata amara, molto densa. Che ti coglie al centro del Cuore di Torino. Come certe storie vissute. Imbevute di vita. Con tanto romanticismo di  città. Son sicuro che passata la nottata, anzi, la nevicata, Marilisa aprirà quella finestra.DSC00170

Un cuore di stella

DSC00095DSC00094Luna piena in cielo. Manca solo una stella.  I cuori disegnati sulla sabbia, chissà. Pero’ resistono, lì dove sono. Al proprio posto. L’acqua del monumento specchia palazzi e portici. Un’antenna  del grattacielo, poco distante da qua,  tocca la prima con un dito e finalmente, pur con i piedi per terra e  ben piantati, il secondo  ora è un gigante felice. Alcune finestre, simili a tanti occhi, sembrano sorridere. Altre sembrano pantaloni tapparella, così di modo ultimamente.  Via vai continuo per la strada, “sotto portego”. Vetrine illuminate e cartelli dei saldi ben in vista.  E sotto portego, di tanto in tanto, qualche mano dona qualcosa e un’altra accoglie. Con la firma di una stella.  Eppure da quelle mani (e da quei sorrisi) per alcuni istanti si irradiano forti caratteri di solidarietà, e fratellanza. Chi si ferma,  riceve “un cartoccio di minestra” ma non lo prende per sé. Lo raccoglie, con delicatezza, per consegnare quel pensiero a qualche conoscente, che versa in condizioni precarie: qualche anziano, la badante, il vicino di casa che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, e così via.  Un “cuore” di gente, oserei dire.  Come ai tempi duri di Giovannino e Margherita. O magari più recenti a noi. Come la storia di quell’impiegato, che dopo aver preso come era consuetudine, il treno locale del mattino, per essere pronto  al suono della campana, trovava sempre un sorriso, incorniciato a un bel paio di baffetti, camici, gilet e giacca di velluto. Un caffè,  al bar, non  perché ne avesse necessità o desiderio, di andarvi, quanto un modo gentile per tendere una mano, e offrire velatamente un momento di dignità, di esistenza, strappata   dalle circostanze della vita, di quell’esistenza  precaria; un cappuccino, una presenza, un qualcosa con cui ristorarsi e riaffermare se stesso, per un breve momento.   Era ben cosciente di cosa volesse dire “fare tanta strada“, in mezzo alla neve, con i due trasbordi, da quando qualche “genio“, su quella tratta, non c’era più, e qualche altro genio, non poneva in essere politiche diverse di trasporto alterative  alla gomma. Eppure erano solo 40 km di strada ferrata. A binario unico.  Possibile che ci si mettesse lo stesso tempo di percorrenza come 60 anni fa? Già, sessanta. E sessanta, quasi, erano i suoi anni, e negli anni, di racconti sotto la neve, ne aveva sentiti. Parecchi. Storie di trasbordi e di deportazione.  Del  padre. Sotto la neve. E forse proprio quei km sotto la neve, i trasbordi, e la precarietà di quella condizione, lo portavano a chiedere con tanta naturalezza: “andiamo al bar?” Che poi, lui, al bar, non è che prendesse chissà cosa. Si limitava semplicemente al suo caffè. Corto, ristretto.  Sapeva però, forse un po’ come Giovannino, che, a stomaco pieno, si ragiona e si lavora meglio. Sulla sua scrivania, un pc sempre acceso, una macchina da scrivere, dei tempi andati, a fare anche qui, un po’ di museo,   come l’altro, lì nei pressi, e pratiche circolari che circolarmente gli giravano intorno. Anche quando non era ora la trovava sempre. Per gli altri. Sempre al servizio. Un mattino, l’ultimo, prima del congedo col pendolare, guardando le montagne, in lontananza, gli disse: “Che bel panorama. Le sere d’estate, il cielo, è bellissimo. Le stelle sembrano danzare e mentre piroettano, compiono magnifici disegni. Da domani, forse, quel cielo, sarà ancora più bello, nonostante un viaggio,  di questa nostra amicizia sia giunto al termine. Il cielo sarà più completo. Un nuovo carro, sarà presente, e trainerà, da domani in poi, anche  quello dell’amicizia”. Detto questo, gli pose in dono un libro. “Neve” di Orhan Pamuk.  Una dedica e la sua firma     ne  vergava  la prima pagina: “Ogni persona ha una stella, ogni stella ha un amico e ogni persona ha qualcuno che gli somiglia, una stella simile alla sua  che si porta dentro come confidente. Con amicizia, V.”

Intanto, per alcuni minuti, con le storie, lasciamo che il cuore continui a battere.

Piovono neve e novità

DSCN3588DSCN3583Terminata la strana nevicata di ieri, (ma ampiamente annunciata)per il periodo,  trenta novembre, quando le cronache cittadine e le memorie personali raccontano che era il tempo della  nebbia a dominare sui giornali, radiogiornali e tv in genere, in questo periodo dell’anno,  restano sul selciato cittadino altre realtà poco usuali. Un paio di asini, ben coperti,  in attesa. alla fermata del tram, o forse in attesa di un desiderio chiamato tram, (e un cagnolino Dudù a far loro  compagnia) e il numero civico alla stazione super nuova di Torino Porta Susa, così, in vista di un incontro, d’affari, d’amore, di lavoro, ci si potrà dare appuntamento non piu’ ad una fermata della metro, ma “al numero civico 37 di Porta Susa”. Chi non scende al 37, per affari, lavoro, casa, love,  prosegue, destinazione Porta Nuova. Alcuni, parenti, amici, love, o forse nessuno,  l’accoglieranno, e probabilmente lo trascineranno in uno di quei  localini trendy a consumare qualche piatto raffinato in zona San Salvario e poi,  oplà, un giro in centro, da Piazza Carlo Felice, proseguendo sotto i portici verso via Roma e  Piazza San Carlo,  magari verso Cioccolatò dove sulla pianta della piazza sono sistemati numerosi tendoni tipo stand all’interno dei quali si puo’ gustare  ogni forma del  cibo degli dei. In fondo alla piazza, quasi sotto un orologio elettronico che indica giorno, ora, anno, gradi,  sedie sdraio “spalm beach” (che tanto sa di Nutella) stile mare pronte ad accogliere qualche deretano. E davvero, se non fosse per questo gelo pungente, sembra quasi di sentire il mare. Location interessante. Tornando al civico 37, invece, proporrei,  in prossimità dell’inaugurazione “binari uno  e due” e dell’ennesima sortita ministeriale al gran completo, l’installazione della classica buca delle lettere con la scritta: “segnalazioni utili al fine di migliorare il servizio”.

E dal 37 si accede, (ma se ne esce, anche) grazie alle scale  mobili, all’interno dell’avveniristica stazione. E dietro ogni persona che entra o che esce, esiste una storia, tante storie. Storie reali e storie di sognatori, esistenze chiuse in fantasticherie a tratti spezzate dalla realtà necessaria e necessitata di qualche incontro, come Nasten’ka. Non sono “Le notti bianche” ma giornate e storie imbiancate su Torino. Storie di persone che ora arriveranno “immancabilmente a casa”.  Il grattacielo Rai davanti. Alle spalle un altro “mostro” in cemento. Macchinette fotografiche, trolley, I-Phone di ultima generazione: il corredo di quanti arrivano e quanti partono. Un corredo provvisto di tutto, privo di una sola cosa: il lavoro. E proprio la mancanza di lavoro, spesso, spinge tantissimi ragazzi a partire.

Le scale mobili accompagnano, verso l’uscita e verso la pancia. Chi arriva da qualche  breve vacanza lo si sente raccontare, con enfasi, gioia, malinconia, a tratti, del tempo andato ma vissuto, liberato e ora in attesa del nuovo, da vivere, liberare, progettare. Racconti evaporati ma vissuti, di come era soffice la neve, per chi arriva dalle Valle d’Aosta, e di come era agitato il mare per chi ritorna da qualche riviera. Racconti, ricordi, di come è stato bello incontrarsi ancora dopo tanto tempo, e di quanto fascino generi  anche d’inverno il mare. (nonostante i cavalloni, il rumore, la schiuma, la spiaggia erosa, mangiata, modificata e i detriti accatastati in quella restante). Piovono parole di vicende altrui nelle orecchie. Racconti ancora di “come era buono il cibo in quel posticino, al tavolo 263, dove si servivano primi a base di frutti di mare, “gnocchi di porto”, “grigliata mare” (come non se ne vedeva), “verdure in padella” gustate con musiche di sottofondo”. E che musiche. “Claudio Baglioni, Avrai”. E forse avrà, o avranno.  E altra musica particolare, insistente negli ultimi periodi,  quella “cantata” da una pioggia insistente che batteva forte sui vetri, sul tetto a renderne più intima, gradevole  e accogliente la storia dell’incontro o del  ritrovo. Al tavolo 263 “il tempo trascorreva lentamente, a discorrere di tutto e di più. Il tempo pareva fermarsi,  cristallizzarsi”. L’estate era lontana, e così pure  il civico 37. Per questo, per la scala mobile, per la città, c’era ancora tanto tempo.

(foto asini in attesa, festa di quartiere)

Votazioni sotto la neve. A Torino

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Seggi aperti alle otto. Il primo. Dopo aver fatto una veloce ricognizione in altre sezioni. La neve accompagnerà le operazioni di voto.  Alcuni già pronti, certificato e documento di identità in  una mano, ombrello nell’altra, appena fuori dalla porta di una scuola. Giornali sotto il braccio. Tutto regolare nell’allestimento dei seggi. Niente cellulare, durante il voto. Al voto d’inverno, per la prima volta nella storia della Repubblica, votazioni in pieno inverno.  Finalmente porte aperte e seggi aperti. In attesa di aprire le urne, domani, lunedi, alle quindici.

Giornata di lavoro, insomma, non solo per presidenti di seggio e scrutatori e rappresentanti di lista, ma anche per gli “spargisale”.

Ieri, la disperazione di molti, senza lavoro, ad offrirsi nelle varie sezioni per un posto da scrutatore. Amarezza. Tanta, in questa domenica di fine febbraio.

Librerie aperte, prima e dopo le elezioni. Giornata elettorale e anche di lettura. Non esiste solo lo spread sostiene Marco Revelli, e difatti vi è anche la cultura. Le occasioni per aprire la mente sono tante. Leggere bene, come afferma Bajani porta anche ad eleggere bene.

Mi interessa, me ne accolgo, mi responsabilizzo, sulla scorta di quanto accaduto in questi ultimi anni. Affinchè non accada mai piu, posso fare qualcosa. Col mio voto. Con la mia testa.

Treni: “ritardo, indeterminato, soppresso”.

Torino Porta Susa ed Ivrea. Mattina, tardo pomeriggio. Quali termini potrebbero legare due cittadine come quelle o come tante altre nella giornata di oggi? Ritardo, indeterminato e soppresso. Causa neve? causa gelo? causa freddo? Nulla era dato sapere, solo che, le condizioni atmosferiche, in quelle come a Milano erano state ampiamente previste. Tranne che….La giornata, iniziata come tutte le altre, nell’attesa di un treno, ogni giorno sempre precario, in modi differenti, che mi avrebbe condotto verso un lavoro precario, e che alla fine del mese ci consente di vivere una condizione da precario, con un progetto di vita precario, viene scandita da una voce metallica nei sotterranei della mirabolante stazione di Torino Porta Susa. “Treno diretto per Aosta”, ritardo, 15 minuti. Prima che diventino venti,  un altro treno viene “ridenominato” a “con ritardo a tempo indeterminato”: quello proveniente da Pinerolo per Milano. Ovvio che la giornata sia cominciata, come molte altre, nella gran confusione.  Intanto il Freccia Rossa occupa il binario, quello dove avrebbe dovuto esserci il treno “dei pendolari”. Che ritarda. Ritardo sul lavoro. Minuti, più dei venti, da recuperare, o tolti dallo stipendio del prossimo mese. Ma, come affermava un noto conduttore, prima di ogni “piccolo spazio-pubblicità”, “Ma non finisce qua”. La conclusione della giornata lavorativa non lascia presagire nulla di buono. Nevica. Fiocchi grossi come una mano. Stazione. Per il ritorno. Il tabellone luminoso indica due treni soppressi. Una corsa sostitutiva, con un bus, che aspetta fuori dal piazzale. Ma non copre l’intero tragitto. Solo metà. Per il resto del viaggio, dovrò utilizzare un treno, proveniente da Milano e diretto a Torino. Che viaggia, regolarmente con circa 50 minuti di ritardo. Diventati 60 e passa a Torino.  Dove continua a nevicare. Copiosamente. Ormai, la stanchezza ha preso il sopravvento. Sono saltati tutti gli appuntamenti. Divenuti precari. Anche quelli.  A fine giornata, Torino risulta essere stata la città più fredda. Ma nonostante ciò non riesco a trovare una giustificazione valida a quanto sopra.