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Lessico Famigliare

Era da un po` di tempo che mi frullavano nella testa alcune cose, incomprese, o comprese a metà, o semplicemente per  il non volerle accettare, in quel nostro essere finiti, come in una mancanza, delle parole o di persone. Volevo indagare, “Morettianamente” scrivendo, come quando nella “Stanza del Figlio” Nanni, si è  infilato in un negozio di attrezzi per sub cercando di capire il perché  non era filtrata aria nel respiratore incriminato per la morte del figlio. Volevo sentire chi ha visto “iddo” ancora una volta, e farmelo raccontare, per sentirmelo ancora vicino, indirettamente,  in un lessico intimo, famigliare, scivolato troppo velocemente nell’incomprensibile, dei nostri incontri quotidiani sempre nuovi. L’infermiera parlava, ripescava dalla sua memoria parole ben curate, pettinate, come fossero la medicina adatta al malessere ingiusto chiamata malinconia, nostalgia o mancanza. Sfogliava parole dai suoi ricordi, di una notte buia, che si affrettava a ad essere tempestosa e fredda. Erano le 5, poi le 6, diventate ben presto e troppo tardi allo stesso tempo,  le 6.53, quando l’orologio si fermò. Le pagine, forse quelle adatte, da sfogliare realmente, potrebbero esssere “Idda” (di Michela Marzano), e “Lessico Famigliare”…Forse. Non restava che lasciare l’infermiera, oltre il tavolo, e portarmi a casa le mie pagine nella mia testa. Perché  chi non ha un lessico famigliare tutto suo? Noi, per esempio,in famiglia, ne avevamo uno. Poi, ne abbiamo avuto un altro, da grandi, quando gli incontri erano diventati sempre nuovi e non restava che conoscerci perché il riconoscerci si affievoliva, giorno dopo giorno. Erano belle quelle parole, che non erano “sempiezzi” e neanche “malegrazie”, ma semplici come acqua e bere erano “brumba”, con i bicchieri di plastica azzurro e arancione. Quelle da grandi,e ultime, le ho dimenticate, per restare in tema, perché mio padre lo voglio ricordare quando il lessico lo dirigeva elo inventava, non quando ha incominciato a subirlo perche ogni parola era diventata sempre nuova.

16 ottobre 1943

torino-16-10-2016-foto-borrelli-romanoTorino 16 ottobre 2016.  Roma “16 ottobre 1943”.  Non è  solo un libro di Giacomo Debenedetti. È una data,  la deportazione degli ebrei romani. È  il racconto,  con la prefazione di Natalia Ginzburg. Ogni giorno,  sulla strada casa-lavoro e viceversa trovo la casa di Natalia,  il piazzale a lei dedicato e i ricordi che ogni volta mi era stato possibile accompagnare i ragazzi li sotto,  ne leggevo qualche passo. Per non dimenticare,  io,  e per dire loro,  cosa è  stato. Affinché  Non si ripeta. Mai piu’

Dal libro ai libri

Questa contrapposizione Torino-Milano sul salone del libro e sul leggere pero’…che noia:  “chi ruba cosa”…. leggere… ma quanti leggono cosa e chi? E a chi? Davvero bisognerebbe cominciare a spiegare il tutto dall’abc? Quotidiano,  settimanale,  mensile,  rivista in tutte le declinazioni. Davvero poi all’esame di maturita’ i maturandi finiscono di fare “cilecca” sull’articolo di giornale? “Leggete,  leggete”,  diceva la prof. ssa Morganti delle medie. E ancora.  “Partite dal biglietto del tram,  poi da Topolino e poi… “L’Agnese va a morire”. E poi, se vi piace,  continuate con  “Lessico famigliare” e “Se questo è  un uomo”. E poi fini’ davvero, che da  quella frase buttata li  dalla prof. ssa Morganti sulla storia del biglietto del tram da leggere porto’ molti ragazzi a fare incetta  di biglietti Atm: giornalieri,  settimanali,  mensili. E fu l’inizio. Della lettura. Poi fu la biblioteca e librerie. La Morganti fumava e penso pure i suoi libri,  dato l’odore che emanavano.  Aveva una borsa di tela,  e ogni settimana ne estraeva uno e lo prestava a chi lo desiderava. Piu’ tardi arrivai alle superiori. La prof. ssa di lettere,  qui,  non fumava. Aveva capelli neri,  fin sulle spalle,  una frangetta,  occhiali neri e un piccolissimo neo a lato della bocca. Leggeva un capitolo dei Promessi Sposi  ogni settimana. Era “la Melloni” e oltre ad essere impallinata sulle descrizioni dei personaggi dei Promessi Sposi ci assegno’ in seguito  un compito a noi e uno ai nostri genitori. Ai secondi,  comprare un libro. A noi,  leggerlo durante le vacanze di Natale. Con scheda e successiva interrogazione.   “Leggete la Storia,  di Elsa Morante”. Ah che bella quella lettura. Col tempo,  una,  due,  tre,  cinque volte. Poi in quinta,  una quantità incredibile   di giornali. Rinunciavo  alla colazione,  talvolta al pranzo,  pur di averli sotto il banco e a casa. “Repubblica”,  “La Stampa”,  “Corriere della Sera”. Guai a stropicciarli. E quindi,  guai se lo adocchiava quella di diritto. Me lo avrebbe chiesto o approfittando magari di un cambio d’ora o intervallo avrebbe (come faceva) allungato la manina per sfogliarli. Lo,  li,  avrei rivisto/i dopo ore  e tutto stropicciato. Poi,  dopo la maturita’  venne “il tempo delle mele” e delle parole e della “brezza marina”, dell’amore e del gioco a nascondino. Nelle librerie,  io e lei. Cioe’ noi. Partire,  entrare,  in libreria,  “contare”,  uno,  due,  tre… dieci e giocare a perdersi per poi ritrovarsi,  con un libro tra le mani. Nascondino tra i libri. Il gioco consisteva nel cercare una pagina qualsiasi di un libro altrettanto qualsiasi pensando all’altra. Per poi leggercela. In faccia. Alla faccia di chi… “parlava” male.

Le storie che non conosci

20160528_080605Era da un po’ che non mi muovevo a cavallo tra circoscrizioni. Tra festa dei vicini (San Donato), “los cantineros” e il “maggio in oratorio” (Vanchiglia) e i ‘cantieris’ dalle parti del Lingotto.  Ovviamente come d’abitudine mi faccio “accompagnare” dalla metro. Ciondolando ciondolando come quotidiamente avviene. Da un quartiere all’altro. E qui, all’interno della metro,  si, che le scoperte non terminano. Un ragazzo, cipolla bionda ai capelli, pantaloni giu’ e boxer su, racconta al cellulare il suo lascito nell’essere lasciato. E fin qui nulla di particolare da registrare e scrivere  tranne che gli e’ capitato quel che capita a tanti. Prima o poi. Insomma, fine della storia. La sua. La notizia sta che nel raccontarsi l’ex accoppiato e single di zecca piangeva. A dirotto. Insomma, il ragazzo “Anvedi comma sto’ ” quello con la cipolla, per intenderci,  raccontava storie, in pubblico, (o storia pubblicizzandola) dopo che a lui l’avevano raccontata e fatta bella grossa.  Eccome. Altra notizia: pervenute lettrici accanite dalla prima all’ultima fermata del percorso a salone del libro con battenti oramai chiusi. Ecco il lascito. O una “implementazione” di una abitudine. Lettrici in via di estinzione come il libro, oggetto appena rinvenuto. Leggono storie. Storie. Sono prese, nelle loro camicette a fiori mezze maniche e qualche soffio per spostare i capelli, neri e lisci. Non per sbuffare perche’ legge. Una delle due legge “elogio della bellezza” ma il titolo e’ stampato a mano sulla copertina. Sara’ vero? E’ carina. Esprime bellezza e tutti la possediamo. Tutte lo sono, belle, e tutte possono esprimerla, la bellezza. E tutti possiamo diventare migliori, grazie alla bellezza. Le sue mani, ferme, stoppano  (non strappano!) pagine  e poi  ne girano  e rigirano tante altre.  Signore e signori va ora in onda in Me-Torino, il festival della storia. Ah! penso! Quanto mi piacerebbe ascoltare ora Bersani mentre canta “Le storie che non conosci non sono mai di seconda mano”. Elogio della bellezza e della verita’.

Scendo dalla metro e riprendo “la strada che porta in citta’” ripensando a “Tutti i nostri ieri” (davanti alla Casa del Quartiere una targa commemorativa ricorda Natalia Ginzburg).