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28 aprile

20190428_160432Il vento alza il polline e ondeggia il pallone, e ad ogni fermata del tram, a porte aperte, si insinua il polline, e ci si stropiccia gli occhi e riparte il tram e partono starnuti, di tutti un po`, a turni, per la par condicio. A piazza Vittorio, dove un tempo, molto lontano, c’erano le giostre e la cioccolata di Ghigo, e il parcheggio delle macchine, prima della piazza pedonalizzata, i chioschi per il festival del gelato. Oggi, il vento spazzava via le sedie di qualche bar, sparpagliate e disordinate, pronte per la sera, e allontanava l’annuncio estivo fatto di coni. Dal tram e sul ponte, Superga e la Gran Madre sembrano due regine e il Po ed il Monviso due re. Oggi, 28 aprile, lo sferragliare del tram ricorda quello di un treno, il Parigi Napoli express con fermata a Pisa, sotto la Torre. Chissà  che fine ha fatto, quel treno…

Lettera di una sconosciuta…

DSCN3649Non ricordo esattamente  quando fu l’ultima volta che misi piede in questa grande sala. Tavoloni in legno da dieci. Quattro da una parte, quattro dall’altra. Per un’ infinità di tavoli. Non fiatava una mosca. In tanti chini su libri e fotocopie. Evidenziatori, penne, matite, disposte accuratamente. Chi fissava punti e chi leggeva appunti. Chi ascoltava e trascriveva e chi ripeteva muovendo labbra senza parlare. “Va in onda un film muto“. Dal loro labiale si deduceva che stessero studiando storia e italiano. Forse l’ultima volta era filosofia. L’orologio al muro, mancava. Eppure mi pareva di ricordarlo. Pero’, tutti facevano sfoggio di pc portatili e cellulari al seguito. Di tutte le generazioni. La schermata blu e qualche puntino rosso che si accendeva insieme ad un suono che innescava una chat attiva, induceva a pensare che qualcuno stesse facebookando. Magari qualche contatto davvero appagante. Di tanto in tanto qualcuno si alzava e tornava con una bottiglia d’acqua. Altre volte si incrociavano occhi dolci, i corpi parlavano, e finivano per alzarsi, smuovendo lentamente la sedia da sotto il sedere.  Si alzavano e non facevano più ritorno. Pero’ l’ascensore della memoria affondava i ricordi a molto tempo prima. Forse a qualche mediana, qualche varianza o qualche scarto. Probabilmente gli scarti, dalla media. O scarti come quando si è scartati da qualcosa o da qualcuno. E questo posto, così simile a tanti altri posti,  ha il primato di far affiorare, col  musica di sottofondo,  “sapore di mare”, uno scarto poco piacevole. Invece, nell’epoca del “chi” quadro, e non del famoso politicamente-pronome, si era “ringalluzziti” dai freschi, di allora, ricordi parigini. Noi, con le nostre giacche a quadri e i nostri smile. Già, perché a scuola, non è solo indicativo presente. Il sorriso. (post: Sorrido sempre. Ciao).  Un sorriso “imperfetto“, c’era.  Complice anche una compagna a ricordarlo. Tuttavia, in quello stanzone, l’aria di Parigi si respirava ancora. E ogni tanto, “qualche grattatina” ai ricordi, rinfrescati  da quel talco mentolato, riaffioravano, dalle gallerie mentali, con quel treno di pustole e varicella che ci eravamo l’un l’altro “incubati” vicendevolmente. Un’esplosione di varicella congelata da quel freddo parigino, nonostante fosse aprile. Risvegliatasi nel Napoli-Express di ritorno da Parigi. A Torino San Paolo eravamo come invasi dalle zanzare. Il gratta gratta mattutino era diventato un mantra. Il “risveglio” avviene,  di tanto in tanto, quando qualcuna entra  a prender posto con un mazzolino di mimose in mano. “Auguri”  appena accennato, sottovoce. Uno scambio  di auguri, continuo ma gentile ed educato, attente a non disturbare il vicino, o la vicina. Qualche bacio e qualche commento. Un augurio a “365 gradi”. Perdon, per 365 giorni. E sarà forse la giornata di oggi, o l’atmosfera, che le ultime pagine del bellissimo libro “Lettera di una sconosciuta” finiscano  proprio oggi, su questo tavolone. Prima di ricominciare il mio “lavoro”.  Un libro che ci racconta un amore davvero resistente. Anni e anni di passione, coltivata in fondo al cuore, dalla protagonista di questo libro.

Pensieri di lei: “Ma chi sei tu per me, tu che non mi riconosci mai, mai, che mi passi accanto  come a un corso d’acqua , che mi calpesti come una pietra, che sempre te ne vai lasciandomi in perenne attesa?

…pensieri di lui: “Poi il suo sguardo cadde sul vaso blu sulla scrivania. Era vuoto, per la prima volta da anni nel giorno del suo compleanno. Trasalì: era come se una porta si fosse spalancata di colpo e una corrente d’aria gelida spirasse da un altro mondo nella sua stanza quieta…un amore immortale…”

DSCN0919(Nella foto, gruppo di ragazze Innsbruck, cittadina citata nel libro “Lettera di una sconosciuta”. Nell’altra, foto scattata ad un murales della stazione di Milano Porta Garibaldi).

San Pietro in Vincoli come Pere Lachaise

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DSC00055L’orologio ha battuto la sua ora. Per sette volte il suono della campana è stato fedele compagno di viaggio, nello scandire tempo e ritmi. Di lavoro nel lavoro. E nei viaggi, spesso, si è costretti a chiacchierare e ascoltare con chi non se ne avrebbe voglia. Un po’ come capita a taluni quando il lavoro… E spesso alcune attività non sono e non sono mai state proprio ottimi compagni di viaggio.  Spesso capita che durante un viaggio, pur non conoscendone  i compagni, forzati, se ne condivide almeno una cosa: la meta finale. Ci si sopporta. Si pena. Si condivide. Si fantastica. Poi, la meta finale. Un “mondo nuovo”. Nel viaggio capita che si parla, oltre il più e meno. Li sopporti meglio, anche se quei compagni, dicono di tifare  Atalanta, e la domenica, finite le vacanze, saranno allo stadio comunale, biglietto alla mano per vedere Juventus-Atalanta. Li sopporti. Anche se non tifi Atalanta e non tifi Juventus. E magari del calcio non ti importa più nulla. Sopporti, loro, le loro compagne,  addobbate in twin-set  e cappotti neri, lustrate come fossero già pronte per il Capodanno, appena arrivate per festeggiare sugli Champs Eliysees. Bottiglia alla mano. Invece, il viaggio, è ancora lungo su quel “Napoli express”. Il confine, la neve, la notte. La fatica si fa sentire.  Ti entra dentro, la porti addosso. Ma poi, la meta. Come l’uscita. Dal lavoro. Questione antica, nuova, modificata. Lavoro assente, alienato. Lavoro che ingessa. Perso e da ritrovare. Lavoro di un tempo, faticoso certo, ma con momenti belli, di festa. Come quando comprare un paio di scarpe diventava una festa, e il giorno di festa si espandeva e generava festa quando la domenica eri orgoglioso di calzare quelle scarpe. E un po’, qui intorno, alcuni “scheletri” oggi ci indicano fabbrichette di un tempo. Sale igieniche appena terminato il lavoro e armadietti dove riporre tute blu. Apprendisti con contratto alla mano, accompagnati da qualcuno che sapesse difendere le ragioni degli ultimi. Contro il padrone. Operai e famiglie felici di rivedersi, ricongiungersi dopo una giornata lavorativa, per un gelato, da consumarsi in piazza. L’operaio Mario, che aveva lasciato la figlia Marina,  la sua frangetta, così bella nel suo dolce dormire nel lettone con la mamma. Marina, che non va ancora a scuola ma che sicuramente è brava e diventerà bravissima col caldo abbraccio del papà. Mario, che pensa e ripensa a Giovanni, il suo “sindacalista” quando ancora non ne conosceva l’esistenza. Latte caldo e miele, le notizie alla radio. Tram che sferragliano, come il dieci, il dodici. Tempi duri.  Risvegli. Dopo la suonata della settima campana, la riappropriazione dello spazio, del tempo, del pensiero, del sogno. Come il primo battito, anche questa “settima battuta” di campane  da istruire” si  ripropone l’identico scenario del mattino. Torino un po’ come Parigi. Il fiume, in riduzione anche questo, le nebbie, un caffè, corto, da poco sorseggiato, anche questo, in riduzione…ma la metro è nei ricordi.  Come il Trocadero, Bouburg, la Tour Eiffel. Il vento che smuove i capelli. Il freddo che gela le dita. Un cane appostato, un grigio. Da queste parti, è sempre stata un’ottima compagnia, discreta. Un fedele compagno, perché è nelle difficoltà che un amico si fa presente. A nostra insaputa.  In “lontananza” altri bambini che giocano alla lippa. Un ragazzo, che potrebbe essere un valido apprendista intona e fischietta una canzoncina: “Now Main street’s whitewashed Windows and vacant stores, Seems like there ain’t nobody wants to come down here no more” (Bruce Springsteen, My hometown)… I cancelli della scuola e del lavoro, oggi, per lui sono chiusi. Nessuno lo accompagnerà e aiuterà a firmare un contratto. Il lavoro, semplicemente, manca. Per ora. Sa solo fischiare. E quindi, si diletta a fischiare. In attesa.  Così di moda, gioco e fischio, da queste parti, su queste strade, su questa terra, sempre nuova, oggi come ieri, quando il lavoro, almeno un po’, c’era. Terra santa, sociale. Terra di promesse e di riscatti. Passion, lives here. Again.