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26 aprile (Chernobyl)

Giornata pigra, noiosa a tratti e fredda; stropiccio gli occhi, allungo braccia gambe, braccia, e intanto  faccio il “gibberish”; poi, doccia, latte, caffè, giro io  e mescoli mescoli quei due; allungo  gli occhi al giornale: 26 aprile. Il pensiero corre al 1986, al disastro del reattore nucleare di Chernobyl, Ucraina. Era il tempo senza: internet, social, foto postate, condivisioni, link di testate giornalistiche.  Ma avevamo da  qualche anno “maccheroni elettronici”, e “computer capriccio” di Alberto Camerini e le periferie dove tram avanti non vanno piu, cantava Eros. Ma qualcosa, c’era, una lei, adesso di quel momento, un tu. Notizia, quella su Chernobyl  giunta chissà  dopo quanto dall’evento. Da nascondere o “incartare” agli occhi dell’altro blocco, in un mondo diviso in due. Dopo la notizia, subito l’allarme dei media:  stop ad alcuni alimenti, latte, verdura di un certo tipo. Panico. Che fare? Il referendum sarebbe stato l’anno successivo, ma, intanto, che fare? Ci scoprimmo  vulnerabili per un fatto accaduto a migliaia di km sa noi. Noi che avremmo avuto quelli del vino a metanolo. Noi senza Europa, ma col muro di Berlino e con i pochi sogni collettivi che prendevano il largo e sfumavano come i mondiali di calcio Messico 86.

Un incipit allo specchio

20151107_175950Tra un “incipit” e “volto allo specchio” da raccontare non so proprio da quale parte cominciare. O forse si. Sulla mia fronte aggrottata spunta una ruga. Sulla mia testa fili elettrici illuminati 20151107_175935che fanno il giro di Torino ed io, un po’ con la memoria e un po’ con altri fili elettrici viaggio e vagolo. Poso il dito nel breve solco e faccio km di giorno e di notte. Ritrovo l’estate il mare e il sole che vendemmia la citta’,  eterna ed eternamente mentre una foglia ingiallita danza in aria prima di lasciarsi andare. Anastasia invece si lascia dondolare sull’altalena, col capo reclinato verso terra e le braccia allungate e le sue mani che stringono forte le catene. I suoi piedi tesi toccano il cielo e ride quando e’ in cima e le nuvole le si avvicinano. Vuole gioia e reclama vita mentre il sole illumina il suo viso, cosi grazioso e giovanile con qualche sfumatura di rosso. Ascolto in silenzio il suo sorriso triste. Si, ascolto, perche’ certi sorrisi si ascoltano prima di coglierli. Alcuni anziani giocano come bambini e anche loro si colgono a vicenda. Mi piace vederli mentre accennano passi di danza sprizzare vita. Mi piace ascoltarli quando ballano e “sballano”  le ore e i tempi, un po’ come noi negli incontri, spesso “inesatti”. Si passano il fazzoletto di cotone sulla fronte asciugando quel po’ di sudore scoprendo cosi una fitta rete di vie, di strade e di storie gia’ trascorse. Un pensiero mi attraversa la mente: potessi ripercorrerle tutte insieme con loro. I ragazzi sono sparpagliati a due passi da qui, dal fiume, dal Valentino, tentati dai giochi vietati ai minori di anni 14 in una atmosfera che contiene ancora estate ma che si chiama autunno in questa citta’ cosi Artissima e Paratissima. Un flashback…E’ ora di rientrare…lentamente.  I ragazzi si raccolgono, lentamente. Domani in classe raccontero’ di quella volta che cadde il Muro, a Berlino, quando la luna aveva vent’anni, Giulia piu’ o meno la sua eta’e quando…Anastasia intanto continua il suo dondolarsi tra cielo terra e cielo in una spremuta di vita infinita.

Gli anni al contrario

30 7 2015 Torino.foto Borrelli Romano…Gli occhi…”sono la mia valigia, la mia infanzia  senza tempo, la certezza che me la caverò …” (Nadia Terranova, Gli anni al contrario).

Non so se ci crederete, ma non importa. E’ una cosa buffa, anzi, buffissima. Ciondolavo in stazione, Torino Porta Susa.foto romano borrelliin attesa del mio treno, una freccia con l’intenzione di recarmi a Milano (ogni tanto, ci sta), dopo aver sorbito il mio caffè espresso mattutino  ed essermi lasciato dolcemente accarezzare un po’ da quell’aria fresca mattutina e che la rimpiangerai per il resto della giornata, quando il caldo  si appiccia addosso, in giornate come queste. Il treno,  avrebbe dovuto essere quello delle 7. 05. Avrebbe perché non lo è stato. Torino, foto Romano Borrelli.Così come non lo è stato quello delle 13 per il rientro. Il punto è che come il titolo, anche io ho cominciato a leggere il libro, al contrario. Mi è piaciuta l’idea di una valigia per tutti, in un mondo di trolley. Il treno, annunciato, fermato e ripartito, mentre io, no.  Ero sui gradini in attesa, fermo nella lettura, al contrario. Mi sono fermato e ho cominciato a leggere. Centinaia di trolley sono stati musica di sottofondo, ma ho preferito “portare” con me , farmi accompagnare, stando fermo, “quella valigia” per vedere cosa c’era dentro. Sulla banchina, immobile, ma gli occhi, questi, quelli, no. Riga dopo riga, “Gli anni al contrario” correvano avanti. Non so se ho perso una gita, due biglietti, una città da visitare. O forse nulla di tutto questo. So solo quello che ho guadagnato. Una bellissima storia vissuta e narrata da due bellissimi occhi. Scusate, valigia.

La storia, una storia, di Giovanni, Aurora, Mara che incrocia e incrociano storie: il movimento, la politica, il ’77, il muro di Berlino, l’amore, la tenerezza, la passione, il coraggio, le divisioni, le strade giuste e quelle sbagliate.

La “storia” sul piattino…

Torino, 8 novembre 2014. Piazza Cln, foto, Romano BorrelliEsiste qualcosa che “accomuna” l’archeologia con la psicologia e la storia. Scavare tra Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrellireperti archeologici e, o, scavare, nel senso buono del termine, con la massima libertà, (di chi si lascia scavare), delicatezza, attenzione, nelle persone, per la seconda. Relazionarsi, mettere a fuoco, inquadrare, esporre quanto inespresso. Talvolta, nel gioco delle lettere, entra in scena una vocale e da scavare, la parola, diviene scovare, che è lavoro e patrimonio dello storico. Per il gioco delle “aste”, “stanghette” ,”punteggiatura” , “maiuscole-minuscole” poi, la S maiuscola della storia si trasforma in storia, o storie, di gente comune, che solo superficialmente appaiono insignificanti ma che tali non sono. Ogni persona che incontriamo rappresenta un dono. Sta poi a noi approfondire l’altro, che è in noi. E migliorarci. Magari “abbattendo” altro tipo di …”muro”… 25, 28, 28, 25….Berlino. Il muro, cosa resta. Foto, Romano BorrelliBerlino, Foto, Romano BorrelliBerlino, il muro. Foto, Romano BorrelliPensavo e scrivevo questo,  a commento di uno scritto, proprio nel momento esatto in cui “calpestavo” il simbolo della nostra città: il toro.Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrelli (2)

Torino. una città che contiene tutta l’arte, in un fine settimana. “Artissima”, “Paratissima”, “bellissima”,  Torino. Sembra uno spot di un’acqua e invece e ‘una Torino “tutta da bere” diversamente, in una notte bianca. Dell’arte. La città in cui “Io lavoro”.  La città dei fiumi, delle luci, degli artisti e delle luci d’artista.Torino, 8 novembre 2014, via Roma. Foto, Romano Borrelli

Un carnevale di colori, odori, profumi e storie che si incontrano e incrocianoDecido per un caffè e  ovviamente, come capita da qualche giorno, mi reco presso “La casa del caffè” o presso la fabbrica di una storia. O nella storia dell'”otto volante”. O nella storia che transitava da qui, su un bus 50, dalle orecchie “grosse”, mica fini”,  grandi al pari di quelle di un elefante. Orecchie “tirate e chiuse” da un autista atm in maniera  tale da non fargli percepire le storie che  si consumavano nel suo corpaccione da pachiderma arancione. Le viveva e ci vivevano, li sopra, inglobandole, ma con discrezione.

Sono quasi all’entrata del bar. Poso la mano sulla porta destra. Quella sinistra è contrassegnata dal divieto d’accesso. Come una porta girevole.  Però quale combinazione! Un gesto nel presente e un gesto nel passato: l’autista atm che abbassava il finestrino con la sinistra per “attrarre” a sé “l’orecchio elefantiaco” del 50 e la destra sulla ciambella!  Nel presente, con la destra spingo la meta’ di una porta e con la sinistra apro e richiudo la mano a mo di pugno: “ciao ciao”, a chi e’ qui e a quanti prenderanno vita nella fantasia e si materializzeranno da un semplice ” succo di penna”. Conosco cosa troverò e chi incontrerò, prima, dopo e durante il caffè.  So anche che nel “piattino” che mi verrà posto sul bancone al termine del caffè non ci sarà solo una ricevuta,  lo scontrino, di quanto avrò consumato. Quel che mi verrà restituito  sarà molto più di un buon caffè. Una ” chiave” per “scovare” storie. 

Il cielo su Torino è stellato. Torino, 8 novembre 2014. Luci d'artista, via Roma. Foto, Romano BorrelliE così doveva essere quando qui si incontravano M. e L. a sorseggiare il loro caffè, cappuccino e masticare qualche cantuccio, lontani dagli affanni del mondo, seduti in questo piccolo grande mondo: il loro.  Li immagino, seduti, prima o dopo il lavoro. E quando era “dopo”  un carezza non mancava mai. Al cane che era in compagnia di chi vendeva, a due passi da qui, informazione, con “Stampa Sera”.  E loro? Lei, dolcevita, bianca, capelli neri, fin sulle spalle, una forcina per unire e tenere lontane crisi, zero trucco e due orecchini in perla bianca piccolissimi che ne incorniciavano il tutto, ovvero, la storia.La loro e con quella, gli anni ’70, ’80, torinese o italiana.  Lui, bhe, lui, riesco ad immaginarne solo gli occhi: da innamorato. Vicini e vicinanza di luci, d’artista. Perche’amare e’ una cosa semplice, ma anche un’arte. Vicinanza perche’  illumina e non acceca. Alla ricerca di una qualche chiave anche loro, per “entrare” nella casa adatta ai  loro sogni.  O di una forcina, tra i capelli, per i capelli. Amore.In costruzione. Guardarsi negli occhi e ascoltarsi. Per scavarsi vicendevolmente e scoprirne desideri, stati d’animo, psicologia e costruire così una grande storia. La storia di M. e L. ovattata, messa al riparo da altre che prendevano piede li vicino. Storie che si costruivano all’aperto, ma diverse da quelle di L. e M. Ma l’amore puo’ fare a meno del troppo capire? Storie all’aperto, un po’ “gonfiate”, tra chi domandava e chi offriva.

Il Lunedi mattina, infatti, in quella  piazzetta, che profumava come le erbe, si teneva il “mercato dei bugiardi“. Ma non era “Piazza delle erbe?” Non era qui su quella piazza che esisteva una erboristeria, una gastronomia, una sartoria? Non era forse qui che chi cercava lavoro poteva anche trovarlo? Certamente, un “piccolo sud” dove  lavoratori e padroni si “incontravano, amplificando molto fra competenze e paga promessa. Incontri, scontri, promesse verbali in piazza…mozioni, interrogazioni, interpellanze in altra piazza. Tutto “in comune”.  Quelle più belle, probabilmente, avvenivano proprio in quel…cantuccio del bar. La casa del caffè eletta loro domicilio: la casa del loro amore.

Tra un pensiero e l’ altro, non e’ che per caso mi sono perso Novelli mentre usciva?

Bhè, bellissima  Torino, si è fatta sera e l’appetito si fa sentire…………..Buon appetito. In piazza Solferino,Torino 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli si mangia.Torino, 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli

Il muro e noi

Il 9 novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.

Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.

Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.
In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.

In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.
Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.

Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.
Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista

8 novembre 2009

editoriale da Liberazione di domenica 8 e lunedì 9 novembre 2009

Foto da Berlino, Dresda…e da Porto Cesareo (Lecce)

Mostro alcune delle foto del periodo estivo 2009 a Berlino, Dresda e nel Salento (Porto Cesareo, Lecce. Salento. Lido Belvedere, Bassa Marea, Bacino Grande. (A Porto Cesareo, statua di Manuela Arcuri).