Archivi tag: movimento operaio

La tesina va in pensione, seppur così giovane

La sedia della maturità è  “lucidissima” come mai lo è  stata lungo il corso degli anni, di forzata e anche sforzata attività,  mentre la tesina, con un velo di tristezza,  oggi,  sta per congedarsi;   ad esser chiari, ha conosciuto una brevissima esistenza, la tesina,  (la sua),  tra alti e bassi,  fortune e sfortune,    “uccisa”,  forse,  in culla troppo presto.   E ora,  che la cronaca diviene storia, di cose da raccontare, quella tesina,  certamente  ne avrebbe da dare in pasto a noi,  consumatori di storie.  Intanto,  ride e sorride sotto i suoi “4 baffi”, sostegno e stampelle per lei e candidati, di ieri,  di oggi e domani.  Anche senza tesina.  “Lucida”,  perché la recente candidata che ho avuto modo e piacere di ascoltare è  stata esauriente,  brillante,  concisa. Lucida,  la sedia,  per essersi accomodati tante candidate e candidati . La candidata alla maturità  si presenta alla commissione e al pubblico presente per assistere e “assisterla”con  una bellissima tesina dal titolo che promette bene.  Orecchie e occhi ben aperti,  perché  l’argomento scotta fin dagli inizi della narrazione,  cioè,  dai  tempi di Marx”:  “Dalla Storia alle storie”(candidata V. M. indirizzo socio-sanutario). È  il racconto di    tre generazioni operaie (identica famiglia) nella stessa fabbrica,  zona sud del torinese,  a cavallo tra Moncalieri e Trofarello. “Tempi duri”,  ci chiarisce la candidata,  per tutte e tre le generazioni ma anche dolci,  i suoi,  il suo tempo,  i “suoi tempi”,  accordati tra studio e attesa,  nell’attesa che i turni terminassero . Le storie,  “quelle non  solo della domenica”, (come giustamente cita la candidata) ma di una settimana intera,  per una vita,  tra  presse,  grasso dei macchinari che cola,  olio e tute blu,  al lavoro e lavate e appese ad asciugare ad un sole che ha solo il gusto del presente.  Si,  tute blu.  E dire che qualche storico ne sosteneva la fine,  della storia,  teorizzandone,  di conseguenza la fine,  del lavoro. La Storia,  raccontata attraverso le storie delle tre generazioni,  a cominciare dagli scioperi di marzo del 1943 a Torino.  Poi ancora l’accordo italo belga del 1946,  la tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956)  ,  il ritorno agli scioperi operai del marzo 1943,  considerati il “seme della Repubblica”, e   “seme della Costituzione”.  Gli scioperi del marzo ’43,  la “grande spallata” alla caduta del fascismo. E ancora,  la Resistenza,  la Costituzione (sostanziale e materiale,  come richiedeva uno dei titoli del tema e come la candidata chiarisce il senso della traccia pur avendo preferito il tema sulla “solitudine”),  Marcinelle,  Mattmark,  cause,  conseguenze, la ricostruzione, italiana,  il boom economico,  il movimento studentesco del 1968,  quello operaio del 1969,( e “La meglio gioventù” ),   lo Statuto dei lavoratori,  la sua struttura.  Il mondo del lavoro oggi e  i lavoratori,   letto attraverso le lenti e articoli della Stampa,  le delocalizzazioni e la finanziarizzazione dell’economia,  la globalizzazione,  i mercati. La tesina cominciava con una frase di Olivetti,  e guarda caso,  recentemente, a   Ivrea è  stato conferito il titolo di “patrimonio” umano… quando si “dattilografava” era tutto  così bello…   Una bella tesina,  e una sedia “lucida” perché  oramai,  la sedia tornera’  sotto il banco mentre la tesina,  la povera tesina,  seppur cosi giovane sta per andare definitivamenre in pensione.  Un vero peccato. La candidata continuava a raccontare poi,  (per una parte in inglese) le storie al lavoro in un mondo che cambia. Dal lavoro al nuovo voncetto di lavoro,  avrebbe detto altro candidato.   Poi psicologia (il lavoro in carcere e forme di retribuzione)  diritto (cooperative,  snc… ) italiano (Ungaretti,  decadentismo),  storia (resistenza,  partigiani,  8 settembre,  armistizio) fino ad esaurire la sua prova in modo davvero…. maturo. I suoi libri trattengono tutti gli odori della fabbrica,  e si spargono,  con classe, la sua,  da pagina 100.  Vorrà  dire e dirci ancora qualcosa?

“Tracce” negli occhi ma… “Caproni, chi era costui? “

Fin dalle prime luci dell’alba,  Torino è  un fiorire di zainetti e dizionari: e’ l’annuncio di una nuova maturità  alle porte. Trentamila? Chi lo sa. Molti,  tanti,  pero’. Carta di identità,  biro,  occhi stropicciati per una notte insonne o a singhiozzi, in tutti i sensi;  eccoli pronti, i “maturandi” con un passo fuori dalla scuola e uno ancora dentro,  in ogni caso,  in piedi, “davanti al cancello” prima dell’appello,  prima della busta,  prima del tema o saggio,  cellulare alla porta,  ovviamente,  prima di tutto. Un viaggio,  per loro,  di 5 anni che va esaurendosi, lentamente,  ma che ricorderanno,  per sempre. Nei discorsi,  nelle sere d’estate che verranno,  negli incontri che faranno,  porteranno sempre “tracce negli occhi”. Ne parleranno,  se ne parlera’ e riparlerà,  per molto… ancora molto. Tutta una vita davanti.  A buste aperte provo a leggere. Quella sul miracolo economico l’avrei svolta subito,  immediatamente,  con tutti quei ricordi universitari…miei;  il movimento studentesco,  quello operaio,  Palazzo Campana,  le contestazioni,  il triangolo industriale,  l’Italia che è  una Repubblica fondata sul lavoro,  ma che a Marcinelle (Belgio,  accordo governo italiano-belga,  minatori in cambio di operai minatori)morirono tantissimi italiani… e la politica,  gli accordi,  le ferie,  il ritorno al Sud,  le Ferrovie dello Stato e le industrie di stato… Ma anche il progresso materiale,  morale (che dire? abusivismo,  condoni,  sanatorie,  ne scriviamo?) e poi  la tecnologia, il lavoro…   erano belle e interessanti tracce. Nelle aule,  una domanda: “Caproni,  chi era costui? “

14 ottobre

Onestamente. Francamente. Veramente. 14 ottobre. Nella spiegazione sul lavoro a Torino non sapevo da dove cominciare,  questa mattina a scuola. Circondato da notizie di Nobel. Qui intorno tutto parla del Lingotto,  dello stabilimento,  nato già  vecchio,  coi suoi piani,  con la pista,  la bolla e il Fiorino e i suoi operai che hanno dato lustro, a tutto,  tanto,  alla città,  ad un prezzo elevato, con  le loro conquiste e la sconfitta. Il movimento operaio che vince,  perde. Marcia lui e marciano i colletti bianchi poi. “Zitti,  parla Bertinotti. Che dice? “.  L’80,  il 14 ottobre, e la cassa a zero ore. Le buste paga  degli operai  che sventolano stese come biancheria. Un panino, il caffè,  i compagni,  le lotte e noi figli a giocare con altri figli e figlie che non potevamo capire tutto quello e questo.  Giocavamo,  noi. Piangevano,  loro. Ridevano,  pochi. La grande ristrutturazione. Sembrava il titolo di un film. Non lo era affatto. Qualcuno ci ha lasciato pure,  pero’.  Che spiegare a questi ragazzi dai visi candidi e speranzosi e che al Lingotto ci vanno per Farinetti o l’8 Galery o a camminare o correre sulla passerella a vedere i treni partire da Porta Nuova e sognare e desiderare  di partire anch’essi? Qui si parla di Marconi fermata,  e i ragazzi non sanno che e chi c’era in quei due palazzi,  di via Chiabrera dove si facevano i test per entrare “alla Fiat”e di un palazzo nei pressi  che del lavoro ormai ne porta solo il nome. Che spiegare? Ricordi che intercettano un altro 14 ottobre,  del 2000: l’alluvione,  la Dora e sulle “sponde” di via Livorno il lavoro. E io a guardare, insieme a viso di donna,  braccia sulla staccionata,  e domandare se e quando sarebbe esondata. La Dora. Devo spiegare il lavoro e contestualizzarlo.Tempo. Passato e presente. Torino…

Al “casello” del supermercato

Torino. Scuola Holden. Foto, Romano BorrelliTorino, scuola Holden. Foto, Romano BorrelliIn coda al supermercato.  Tutti in fila, al pari delle auto che si avviano lentamente verso i caselli,  in periodo  da esodo estivo. Ci sono i numeri, le casse, i semafori. Piu’ quelli rossi che i verdi, a dire il vero. Anzi, una sola alla cassa. Pos-sibile? Yes, “loro have to”,  lei “pos”. Da tanto. Da oggi per altri.  Come tutti. Per un “pedaggio” da 30 euro in su. In coda si sentono storie di ogni tipo. Vere o presunte. Lavoro in primis. Come quelli che raccontando di colleghi di lavoro che fanno tutto loro, da lunghissimi 25 anni o forse più e i giovani, naturalmente,(a sentir loro) che non fanno nulla. Quindi, fannulloni. Penso allora che in ogni posto di lavoro, qualcuno si caratterizza sempre. Altri  riportano discorsi tra fidanzati: “Allora, ieri sera, con la fidanzata, abbiamo visto quanto possediamo in cassa, al fine di poter organizzare le vacanze estive. Sai, non abbiamo un c…o. Cioè, non abbiamo nulla. Avremmo voluto tanto andare a Ibiza. Ci resta come possibilità una vacanza da  due settimane in Salento, da un’amica della fidanzata. Ma sai, questo vuol dire mangiare, dormire, giro di parenti che nemmanco conosco. Paesi impronunciabili sotto un sole cocente”. Qualcuno, in coda, “entra a gambe tese” nel discorso  facendogli notare che sta parlando del Salento: a zero euro. Come la vendita di una macchina. Kilometri zero. “Una meraviglia”, continua sempre il “giocatore” che è intervenuto. Lui risponde: “16 ore di viaggio. A Nardo‘!” Nardo’, manco avesse detto Cucusciansci, spettatore del Maracanà, stadio Brasiliano A parte che a Nardo‘ ci abita la Pina e Sergio, famosi fruttivendoli e già questo basterebbe per soddisfare  la curiosità. Di Nardo’.  Ma ragazzi, il Salento!!! E di discorsi in discorsi la mia curiosità, spinto dalla lettura del  libro di Maria Persosino, “Le scelte che non hai fatto” (Einaudi) è quella di  verificare se chi sta davanti alla cassa mette la barra “cliente successivo” per separare la sua merce da quella del cliente successivo. Le manie di molti, di tanti. Niente. Tutti quelli che erano diretti sulla” A16″, supermercato-casa,  non hanno mosso neanche con un dito la famosa barra…spaziatrice. La musica di sottofondo intanto induce a pensare agli esami di maturità in corso. Il ’68 in  Francia, il ’69 in Italia, il movimento studentesco e la classe operaia, lo Statuto dei Lavoratori e le conquiste. Un pensiero al mio professore, di corso e di esami, divenuto poi relatore e uno al controrelatore. Altra musica. Altri film. Veri-veri.  Un romanzo a scelta: “struttura de il Piacere”.  Poi, il racconto di un film, Taxi-driver,   e ancora semafori, targhe, campi, il tassametro. Il pc e la chiavetta che non va. Povero candidato.  Già, la chiavetta. “Non importa, dice un commissario, sollevando il candidato. Tanto è un capolavoro. Lo hanno visto tutti“. Film che io non ho mai visto. Come altri. Play list mai arrivate e mai ascoltate. I titoli di coda passano, lentamente, come il candidato. The End. La scuola è terminata, il candidato si è sollevato.  Dalla sedia. Ed è sollevato, dopo questa ultima fatica. La ragazza con la frangetta si prepara ad entrare in scena. Tesina in mano. Il pubblico è folto. Da parte mia ho appena pagato il pedaggio. E’ stato salato. The end.

Buon primo maggio.

Romano e Juri Bossuto

Da qualche tempo ha ripreso a circolare un vecchio tram per le strade di Torino. Il numero 7, colore dei tempi andati, verde. Alcuni di quei mezzi sono doppi, altri singoli, con una sola porta centrale adatta per l’uscita. Altri, serie 28, sono di quelli già circolanti sulle strade di Torino, solo colorati di quel verde anni 70. Effetti speciali. Probabilmente tentare di tenere in vita forme del passato, come quelle, è piu’ semplice che tenere in vita conquiste del movimento operaio. Effetti speciali. Come tantissime notizie che circolano sulla ripresa economica, che non esiste. Come la povertà infantile, privata dei giusti riflettori. Come la disoccupazione giovanile che viaggia al 29%. O ancora il tasso di occupazione femminile, intorno al 48%. Dati che ci pongono lontani dalla media Ocse. Come chi sostiene che la speranza di vita si allunga e 40 anni di lavoro sono “giusti” e che come sostengono alcuni, privi di senso di realtà, continuano a sostenere che “ipotizzando di cominciare l’attività lavorativa a 20 anni, si potrà andare in pensione a 60 anni“. Dimenticando facilmente che in questi 40 anni di mezzo le interruzioni dovute alla precarietà sono davvero enormi. Senza paracadute. Senza ammortizzatori. Impossibilitati a richiedere forme di disoccupazione, un altro pezzo dello stato sociale che se ne va.

Facile salire sul 7. Molto piu difficile sostenere le conquiste del movimento operaio stando, a suo tempo, dalla parte della Fiom.

Forse troppa televisione ci ha davvero zittiti, incapaci di riflettere. Anche sul recente passato.

Ieri, a Torino, un interessante incontro al Circolo dei Lettori, “una maratona di parole e danza mute”, con l’Accademia del Silenzio. Nel pomeriggio un intervento mi ha dato modo di riflettere. “Quanti di voi hanno il senso per le invenzioni?” Dalla sala, piena, solo due mani alzate. Una nel pubblico, una del relatore, inventore, anni fa, di una “zanzariera ad ultrasuoni”. La domanda successiva era: “Quanti di voi guardano la televisione?”. Quasi la totalità. E da qui, il confronto su come era la televisione trenta anni fa e come è ora. Un film la settimana, un tempo, e, possibilità di sognare, tra un tempo e l’altro, e, nel corso della nostra vita. Oggi, siamo letteralmente “martellati” dalla pubblicità, onnipresente. Sogni infranti. Incapaci di indignarci. Incapaci di scegliere. Indifferenti. Tutti free-rider. Nella competizione elettorale, qui, a Torino, ampia visibilità e riflettori sempre accesi solo su due o tre candidati. Alla faccia della par condicio. Anche il 25 aprile, nonostante fosse presente, in piazza, Juri Bossuto, candidato per la Federazione della Sinistra al comune di Torino, solo due candidati hanno avuto visibilità. Forse perchè davvero “se abbiamo cose da dire” dobbiamo stare zitti. I riflettori dei mass-media si spengono, e noi dobbiamo essere capace di riaccendere le coscienze, quella sociale, prima, quella politica poi. Sentire un politico che persiste nella sua concezione di “politica conseguente al voto utile” sbarrando la strada ad altre forze politiche, non mi sembra la via giusta. Già Einaudi sosteneva che solo la lotta continua fra ideali in competizione puo’ far vivere un popolo. “Solo nella lotta, solo in un perenne tentare e sperimentare, solo attraverso a vittorie ed insuccessi, una società, una nazione prospera. Quando la lotta ha fine, si ha la morte sociale e gli uomini viventi hanno perduto la ragione medesima del vivere”.

Mi accingo a partecipare al corteo del primo maggio, con la consapevolezza e la voglia di poter avere, in Consiglio Comunale, a Torino, un amico in…..comune: Juri Bossuto. Capace di rappresentare i temi del precariato, dei lavoratori, dei disoccupati, degli studenti, universitari, pensionati, dei beni comuni…degli ultimi, che per essere visibili stanno zitti. Forse, se abbiamo da dire qualcosa, dobbiamo fermarci un attimo. E ripensare.

Buon primo maggio.

Se lo slow aiuta

Ieri sera, dopo aver effettuato una lunga corsa, con alcuni compagni di palestra, mi son ritrovato a discutere di politica, della situazione attuale, economica e non solo. La gente che ha letto le vicissitudini del Partito della Rifondazione Comunista ha una visione distorta di quanto è successo. Chi ha l’intenzione di restare nel partito è vista dai più come “stalinista”. Chi vorrebbe uscire dal partito, è connotato come una persona che merita stima poiché ha una “visione migliore della società ed una lettura più attenta di quanto ci sta intorno”. Io non condivido questo pensiero, anche perché mi pare che l’elettore, nel chiuso di una cabina elettorale, ha dato torto, non solo al progetto di un arcobaleno, ma ai quattro partiti che includevano l’arcobaleno stesso. Vedo che la gente si è informata dai giornali che come La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa ecc. i quali hanno riportato una realtà che non ci rappresenta, non ci racconta, nel senso che è venuto fuori un gruppo di militanti che bisticciano su di un giornale. A me piaceva Vendola quando scriveva gli editoriali “il dito nell’occhio”. Mi piaceva aspettare quel giorno della settimana per leggere il suo articolo. Mi piaceva il contenuto e come scriveva; mi piacevano le inchieste, e ogni volta che sono stato a Roma, o che ritorno a Roma, guardando dal fondo di via Marsala, penso alle sue “inchieste” portate avanti nei pressi di Termini. Però, però, però……IO penso che sia giusto avere un partito che affondi le sue radici in un movimento operaio, che si occupi di operai, di salari, di emarginati, di persone che non riescono a vivere con 600 euro in cassa integrazione, che non riescono a comprare il fabbisogno, che guardano perennemente gli altri, quelli che possono. Ora, io mi accontenterei del giusto.
Oggi, ho sentito, finalmente, dico un gruppetto di ragazze che si chiedevano”: ma perché non possiamo trovare la persona giusta e sposarci presto come hanno fatto i nostri genitori”? Ed una delle ragazze rispondeva:”è la precarietà che non lo permette; oggi tutto è precario, ed anche i sentimenti lo sono“. Le guardavo ed ho visto tanta tristezza nei loro occhi. Forse esiste ancora tanta voglia di “principe azzurro”, ma non si è più capaci di farglielo sognare.

Giovane artista di strada
Giovane artista di strada

Allora è vero quando si dice “qualcuno ci ha rubato il futuro“. Vorrei essere rappresentato, vorrei che qualcuno intercettasse i nostri bisogni, elaborasse le nostre domande, riuscendole ad aggregare, e finalmente fornire una politica adeguata ai nostri bisogni, alle nostre esigenze. Comprendo che non è come mettersi davanti ad un distributore automatico di bevande; proprio per tale motivo occorre” tornare alle radici”. Perché bisogna guardare altrove? Perché dobbiamo subire la nomea di “stalinisti”? La società cambia e allora bisogna montare tutti sul treno superveloce? E i pendolari li facciamo fermare nelle stazioni, facendogli accumulare ritardi su ritardi? Dobbiamo continuare a guardare alle privatizzazioni, alle liberalizzazioni, ad altri mondi che non sono nel nostro campo visivo per tralasciare la parte più umana, quella fatta di carne ed ossa? Ma, dove sono andati a finire tutti quei soggetti che mi entusiasmavano quando salivano sul palco a tener comizio, a suscitare emozioni? Hanno già prenotato “una poltrona” su un treno superveloce?

Uccellino fa amicizia
Uccellino fa amicizia

Ma, guardiamo chi nel 1987, rendendosi conto che il fast stava devastando tutto, ha strizzato l’occhio allo slow; in questo modo ed in questo mondo, si è riscoperta tutta la tradizione del mondo contadino, del sapere e dei sapori. Con lo slow si riesce ad ascoltare anche chi, sottovoce, racconta un fatto, una storiella, all’apparenza poco interessante, ma che recupera un pezzo del sapere, dell’identità di qualcosa o di qualcuno. Personalmente penso che di questo abbia bisogno un partito: di tornare tra la gente, fermarsi ed ascoltare i bisogni, e chiedersi non solo perché la gente sta male, ma perché ciò è capitato.

L’autoriduzione delle tariffe e la vendita del pane ad un euro

A volte mi capita di pensare a quanto ci si aiutasse un tempo, a dirimere contrasti e conflitti, a cercare forme alternative a forme di sfruttamento o malessere. Mi capita di rileggere gli anni ’70 e vedere come, quanti e quali erano i modi ed i metodi per uscire da una crisi che ha delle somiglianze a quella odierna. Nel 1974-1975 non si contavano le ore di cassa integrazione, la disoccupazione, il costo della vita. Pareva non si dovesse uscire da quella spirale. Eppure, per calmierare i prezzi nacquero ad esempio i “mercatini”, “gli spacci”, dove grazie all’aiuto di persone valide, solidali, che potevano esser compagni di lavoro o compagni di partito, o sindacalisti, vendevano il prodotto a prezzo di costo, facendo saltare così il passaggio dell’intermediazione. Mi domando: perchè oggi quella forma non dovrebbe essere più valida; mi domando perchè è osteggiata da alcuni, e mi riferisco, ovviamente, ad alcuni soggetti del Partito della Rifondazione Comunista che criticano questo tipo di approccio. Dovremmo vendere cellulari perchè i tempi sono cambiati? Dovremmo vendere i-pod, i-phone, perchè si è capito che bisogna andare ad intercettare questa fascia di elettori? Cioè, quello che alcuni vorrebbero sostenere è che bisogna spiccare il salto dal paradigma della politica come identità a quello della politica come mercato? Penso che l’esempio degli anni ’70 e quello della vendita del pane ci riconnetta nuovamente con la gente, con le masse. A me questa esperienza è piaciuta tantissimo, e sì, ci avrei messo altri prodotti. D’accordo, noi dobbiamo fare poltica, ma limitarci, ora, ad un semplice volantino, signori, non va bene. Non ricorda il fare? Non ricorda l’esperienza dell’autoriduzione delle tariffe elettriche degli anni ’70 questo tipo di attività? E, perchè non riproporre attività che sappiano andare incontro alle masse? Perchè si è dovuto accettare l’abbraccio dei movimenti, che poi durano brevi spezzoni di vita, ma non incidono se non a breve termine? Elettoralmente, dato che per molti il paradigma della politica come mercato è divenuto fondamentale, quanto ha pagato? Quanto ha pagato l’esperienza dei movimenti di Genova 2001? Seguiamo l’onda ora, in maniera “da metterci su il cappello”? Chi diceva nei documenti congressuali “no ai settarismi”, diciamocelo francamente, a livello pratico, come operava, se altri appartenenti ad altre mozioni congressuali chiedevano il radicamento nelle fabbriche? Personalmente in tutte, e dico tutte, le manifestazioni in cui c’erano in carne ed ossa operai ho visto poca partecipazione. E questo perchè? Forse perchè qualcuno ha voluto “guardare” altrove, pensando ad altri soggetti applicando il paradigma della politica come mercato. Chi si è allontanato dal partito? Se si deve sostenere che: il circolo è l’unità fondamentale (era stabilito così, no?), che la “democrazia”, la “partecipazione”, “il movimento operaio”, sono i temi fondamentali e radici di un partito che vuole essere comunista, così deve essere. Punto. Io sono contento che Luxuria abbia vinto quella trasmissione televisiva, ma Luxuria in quel momento rappresentava se stessa. Come si fa a sostenere, come sostenevano molti dirigenti del partito, che la classe operaia esiste ed è più numerosa di prima e poi dire che la società è cambiata e allora guardiamo da altre parti? Forse l’individuralismo è entrato, penetrato in ciascuno di noi, fino a farci fare straordinari per comprare un paio di scarpe alla moda, senza guardarci intorno se magari nella nostra stessa fabbrica esistono altri reparti o altre forme impiegatizie in cassa integrazione, buttando al mare tutta l’esperienza della solidarietà. Ma non è che la società sia cambiata e allora devo cambiare pure io. E’ un problema di “educazione” inteso come lenta abitudine. E, allora riabituiamoci. Non guardiamo altrove. Torniamo tra la gente che lavora. Poi, che siano operai della fabbrica, od operai della scuola, od operai dei call center, riproviamoci. Caro Fausto, solo tu puoi dire “Io ci provo”? Noi ci vogliamo provare e credere. Juri Bossutoad esempio, ha presentato un’ interrogazione sui collaboratori scolastici, quanti sono, come vengono impiegati, ecc. ecc. E’ vero, forse la frammentazione in quel pezzo di lavoratori rende difficile costruire qualcosa, ma sapere che qualcuno si stia occupando di te, fa sentire meglio. Non ti risolve la vita, ma ti aiuta. Sergio Dalmasso, ad esempio, è attivo tra gli studenti, fornisce indicazioni, continua un lavoro tra i lavoratori di ogni sito. E ne citerei altri ancora. Carmelo Inì ad esempio dovrebbe smettere di parlare delle fabbriche, di lavoro semplicemente perchè la società sta cambiando?

Luxur production
Luxur production

E, allora cambiamo nome, cambiamo tutto? Ah, quanta nostalgia dei dibattiti interminabili, delle discussioni, articolate e forti…..era solo quattro anni fa! Ora forse, molti tra quelli che non ci sono più e mai più discuteranno con noi, perchè stanno per viaggiare su un treno….superveloce senza sapere che fermerà, irrimediabilmente i Lavoratori.

“Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta”.

Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta. Questo è il titolo di Loris Campetti sul manifesto di oggi giovedì 11 dicembre 2008. Almeno un milione in piazza in 108 città, scrive Antonio Sciotto sempre su il Manifesto. Io, a Torino, sarò uno di questi: uno in mezzo ad un milione, uno che guarda al futuro, per dire basta al flusso dell’interminabile flusso di denaro transitato negli ultimi anni dai salari ai profitti ed alle rendite. Uno in mezzo ad un milione: saremo quelli che saremo, pochi, tanti, non importa che qualcuno provi a contare Piazza Vittorio, via Po o altre vie adiacenti. Quel che conta è che saremo determinati a portare in piazza le sei proposte presentate da quadri e delegati nel mese di novembre: ammortizzatori per tutti i lavoratori, sostegni ai redditi da lavoro e pensioni, investimenti e politica industriale, infrastrutture ed edilizia popolare, attenzione e più welfare e la sospensione per due anni della Bossi- Fini in caso di perdita del posto per crisi aziendale. Ieri sera, ad una cena dove erano presenti molti lavoratori autonomi, la mia era una voce fori dal coro, ma sempre pronta ad intonare la stessa musica: “la coscienza sociale, analizzando la società attuale mi porta a manifestare con forza e tenacia; ho aderito a tutti gli scioperi, condivisibili nel merito: quello di settembre come quelli di ottobre, come quello di domani. Nulla mi e ci dovrà intimorire e pazienza se troveremo qualche soldo in meno. Le grandi conquiste del movimento operaio hanno richiesto numerosi sacrifici, ed ora tocca a noi; mangeremo meno, ma ci nutriremo di altro, ci riempiremo e torneremo a mangiare e bere ai veri valori che hanno sempre contraddistinto il movimento operaio“. Ero in minoranza, ma non mi spaventa. Avanti, riempiamola la piazza, per noi, per il presente, per il futuro; la manifestazione e la lotta di domani e di quelle che verranno dovranno, e noi dobbiamo dare forza, misurarsi con la prospettiva, dove la necessità di un lavoratore deve avere una soluzione, vera, qui, ora, sempre. Ai bisogni bisogna dare risposta immediata, adeguata. Dobbiamo stare vicino ai metalmeccanici, che è come dire stare vicino agli studenti, equiparati da una identica condizione: la precarietà che sta aggredendo ogni aspetto della nostra vita. Allora, a domani, con le nostre bandiere, con i nostri giornali, con i nostri ideali con la nostra prospettiva che un mondo migliore è possibile.
Ps: ho partecipato ad una assemblea della cgil scuola: pochissimi e tra questi, su sei, da me conosciuti, uno solo era a contratto al tempo indeterminato. Ho ascoltato un intervento di uno di questi cinque: 50, due figli, da venti precario. E’ vita questa? la domanda è antica e mi fa tremare i polsi. Ma ancora un’altra riflessione mi portava a domandarmi: è possibile che nel mondo degli intellettuali, nella scuola non si sappia rispondere in maniera adeguata ad una “chiamata”? bisogna aver paura della reazione del dirigente o della propria condizione personale e famigliare che rischia di non avere una prospettiva, uno sbocco? Siamo noi che diamo la forza al sindacato, d’accordo, ma prima di tutto, coscienza sociale! A domani, vi aspetto.