Archivi tag: montale

La sedia della maturità

La sedia della maturità è molto più di un oggetto. In quella mezz’ora, di seduta, sulla sedia, tutto ruota nella testa,  le sue rotelle, (ma anche senza rotelle, che va bene ugualmente) in quel preciso momento, con tutta l’ ansia accumulata, poi,  a radiografarla e’ come in  un flipper, che stelle ce ne sono a milioni;  ruota il candidato,  alla Mose’ in san Pietro in Vinvoli,  con la sua torsione, che sembra prendete la via di fuga, verso sei visi, che scrutano, domandano, ascoltano, pesano, la solitudine di quell’istante.  Passano velocemente in mezz’ora cinque anni, due guerre mondiali, morti,  vinti,  vincitori, Foscolo,  Ungaretti,  Montale,  Pavese,  i contratti, le societa’, atti e contratti, Cassola e la fabbrica e la sua paga del sabato, l’iscrizione dopo la terza media, le gite, le vacanze, di Natale, estive,
di Pasqua, gli amori, soprattutto quelli non corrisposti, le delusioni,   quelli che non si sa mai… gli intervalli, i libri,  gli appunti;  poi termina  tutto con la domanda del Presidente: “che farai da domani? Progetti? Lavoro o Università? ” La seduta è tolta, e tutto si scioglie in un men che non si dica: in una stretta di mano.. rimettere la sedia in ordine,  al centro della classe,  chiudere la porta,  che dentro si discute il voto e…  e avanti il prossimo. Sembra ieri quando al posto del candidato  A. e la sua tesina sul lavoro,  c’ero io e la mia solitudine e la giacca e la cravatta troppo stretta che non vedevo l’ora di toglierla  e la sedia messa in ordine per A.  Ma non era ieri. Era oggi, la maturita’ di A., C, A., S…

“Tratti” d’Artista, profumo di dolcezza

Prove...di penna...foto, Romano BorrelliTorino, anni fa. Compito in classe. Tema. “Elogio a…, o elogio di…”. L. scelse di svolgere come tema, “Elogio della carta moschicida”. Svolgimento,  un ottimo voto e lettura della prof. in classe. Si disse poi, ma chissà se vero, che il bravo compagno, L., quel tema,  lo aveva copiato di “sana pianta”.

Basta davvero poco per compiere un viaggio a ritroso, nella memoria, complice altra mosca così tanto cantata e ricordata, o scoperta, vera o meno che sia, in questi giorni. Megafoni, di questo rilancio, i quotidiani. “Se la mosca ti avesse vista anche una sola volta quanto amore ti avrebbe accordato?”(E. Montale).

Perché questi pensieri? Dove hanno origine, dove si dipanano? Nella difficile scelta di un blocco a spirale (e il tema copiato, si disse  era proprio proveniente da un libro a spirale, utilizzato per esercitarsi a dattilografare), in uno dei tanti negozi specializzati  in carta, penne, cartoleria varia del torinese.

Tra i possibili acquisti, soffermo l’attenzione su di un quadernetto e su quei possibili “incroci” e scarabocchi di penne, rilasciati da chi aveva l’intenzione di comprarne una. “La provi, la provi, non abbia timore“, mi incita la commessa. Al mio fianco una giovane avvocato in attesa di una agenda che aveva appena ordinato, le fa il verso “la provi, la provi”.  Migliaia di penne davanti a noi: Bic, a gel, cancellabile, replay, tratto pen, tratto clip, stilo, stabilo, christal (?)…(ps. Una riproduzione di quante se ne trovano a scuola, dove se ne perdono in grandi quantita’), senza raccontarne i “varna”, i colori, ovviamente. Ognuna pronta a rilasciare un segno, una firma, forse un voto,  con la sua punta,  e talvolta un segnale, col cuore di chi scrive. Chissà quanta poesia da quelle penne! Non solo, semplici copiature, come nel caso del compagno e il tema sull’elogio. Intanto, nelle orecchie, continua il solito mantra (a proposito, il blocco e la penna mi dovrebbero servire  per fissare sulla carta qualcosa di simile, anche in questo caso, a “mosca” e “zanzara” , piu’ probabilmente qualcosa che ha a che fare con il dharma, da spiegare ai ragazzi, solo dopo averne compreso meglio il tutto, pero’).

“La provi, la provi“, continuano a ripetermi le due, una al mio fianco, l’altra dall’altro lato del bancone.. Sento solo le loro voci. Sono immobile, in altra dimensione, immerso in altre storie, o vite. Quelle altrui, di chi è passato prima di me e ne  ha rilasciato alcuni nomi propri, di città che ho volutamente “nascosto” nel documentare con la digitale.  Qualcosa di simile si trova in certe chiese, all’entrata. Ma le penne, quelle, non sono nuove e hanno sempre qualcosa di interrotto nella…grazia richiesta. Ma che ci avranno mai scritto, dopo,  con quelle penne gente che ha “marcato” il proprio territorio, qui, in questo negozio, su quel blocco? Di passaggio, residenti, in gita, probabilmente, con provenienze differenti,  magari da posti di mare e di montagna?

Ho pensato subito al biglietto ritrovatomi  tra i piedi, ieri, in piazza Castello. Chissà…

Magari era uno “scarabocchio” di qualcuno approdato in città per il TFF, o per CioccolaTo’, o  ancora per i mercatini in piazza Solferino. E se fossero passati da qui, prima? Molto tempo prima?

E se fosse stato un metodo di comunicazione, chiuso, ante-facebook? Chissà…Intanto, le due, continano a consigliarmi, dopo aver provato e riprovato penne su penne. “Quella, quella, è perfetta. Ne ho una anche io così in ufficio. Anzi, le lascio anche il mio bigliettino da visita, nel qual caso non funzionasse bene come dovrebbe. Sono un avvocato del lavoro”.

E l’altra, la commessa: “Si, quella, quella. Ne ho una anche io sempre in borsa”. La compero, poco convinto e poco presente. Continuo a pensare alle poesie composte con quelle penne. Alla dolcezza dei nomi, su quel blocco. Centinaia di storie dietro un tratto di penna. Fantasticarne arrivi, partenze, giri turistici, amori, gioie, sorrisi, scatti, click…”Penne d’Artista”, probabilmente prima di “Luci d’Artista”. Torino, 22 novembre 2014, Luci d'Artista, foto, Romano BorrelliForse sono stati loro, gli intenzionati a comprarne una, molto prima di me, a fissare un” tot” di poesia sulla carta, dopo aver provato le penne, in questo negozio torinese.  Un tot di poesia sul cielo di Torino. Elogio della penna, elogio della carta, elogio della poesia. Elogio dell’amore.  Una poesia lunga una via, lungo una via prima sulla carta e poi sulle teste dei torinesi. Probabilmente. Tratti, manuali, occhi levati al cielo: azzurri, blu, neri, castani, verdi. Capelli lunghi che scendono sulle spalle, a treccia, oppure raccolti o corti, neri, castani, biondi, rossi. Parole, cascate di parole, parola dopo parola, riga dopo riga, metro dopo metro. Vie pedonalizzate, salita e discesa nella giostra della vita e nella pancia della Mole, e visita dal terrazzo e conteggio di numeri e parole.Torino 22 novembre 2014, Luci d'Artista, foto, Romano BorrelliGioco di fantasia e la stella sempre accesa. Superga da una parte, i Cappuccini dall’altra. Ormai le luci le conosciamo, e sono tutte belle e immortalate con scatti bellissimi;  ancora più bello, forse, a mio modesto parere, sarebbe raccontare una storia ispirata o vissuta sotto questi “tratti” d’artista. Un elogio alla storia più bella. Se poi sono “bolle”, non importa. L’importante è scriverle.Torino 22 novembre 2014, Luci d'Artista, foto, Romano Borrelli (2)Se è vero amore, vera storia, e vera storia d’amore, sotto il cielo di Torino, Torino 22 novembre 2014. Piazza Castello. Foto, Romano Borrellitanto meglio. Due tratti d’Artista, profumo di dolcezza. Amore, pane…stelle.

Mare 2: “un amore così grande, 2014”

Torre Lapillo, Porto Cesareo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo, Lecce. Salento. Estate 2014. Foto, Romano BorrelliDopo  le spine,Porto Cesareo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli una prima fila. Un abbonato ad un qualcosa ha sempre un posto in prima fila (e non era cosi anche una pubblicita’?) e qui davanti questo mare, tramonto, sabbia, lo spettacolo e’ davvero assicurato. Per un lettore forte poi, un mix super. La lettura e la possibilita’ di vivere altre vite, con l’immaginazone contaminata dal circostante. Alle spalle, un tempo, sterminate file di pomodori, speculari a queste file di lmbrelloni fronte mare e grande bellezza. Oggi, solo  qualche anziana contadina avvolta in grembiuli colorati, piegati da qualche alito di vento, contadine dai volti rigati da qualche ruga su viso bruciato dal sole e dal tempo ma mai dome,  intente, a sistemare qualche cassetta, da frutta, di ortaggi, in prossimita’ della propria casetta. Il libro? Dopo il  taccuino! Un “lavoro” di cinque capitoli, avvolti tra ideologia, incontro, trauma, lavoro e, appunto, diario. Di tanto in tanto, qualche “orecchietta” ne segna i passi fondamentali. Una cornice in un percorso che ora e’ solo, di carta, ma, a sera, l’orecchietta diviene la regina nella ceramica. O comunque, nel piatto. Un percorso “nel gusto” a soddisfare sensi e palato che si esaurisce troppo presto. Troppa bontà. Condita col pomodoro fresco o con la ricotta.

A proposito, oggi e domani a Grottaglie ci sara’ il “concerto” delle “orechiette nelle ‘nchiosce”. ‘Nchiosce, dette a Lecce corti, scorci di pietra antica, con angoli e balconcini odorosi. E poi, il classico dolce, così, tanto per chiudere la cena.Pasticciotto, Porto Cesareo. Foto, Romano Borrelli

Sarebbe bello poter vedere il, concerto dal balconcino in queste terre salentine, magari a Lecce.

Leggere il libro e pensare che di un mare e di un tramonto così ci puo’ davvero solo innamorare. A prima vista. Impossibile essere affetti di otite emozionale davanti ad un simile panorama oppure da cecita’ sociale.  I castelli sulla sabbia, ormai non si contano. Penso a quello di Kafka. La luce della meraviglia fa vedere ogni cosa iluminata. Oltre ai giochi sulla sabbia, tra castelli e delfini che “sguazzano” immobilizzati, pressati da una formina, anche un canguro parlamentare. E  tra un “parlamentare” e l’altro, il tema dominante e’ il trasferimento, per chi lo ha chiesto, da una scuola ad un’altra, da una provincia ad altra.

Sul far del tramonto, gruppi sparpagliati, in cerca di una decisione tra le tante offerte che questo pezzo di tacco ci riserva. La festa della birra, dove se ne possono incontrare più di cento, tra bionde, scure e rosse, di tipe. Ovviamente, di birre. Festa della birra a Leverano. Oppure si può optare verso San Donaci, dove fervono i festeggiamenti per la Madonna del cinque di agosto. Ma ogni paese ha una sua tradizione e un suo motivo per farsi visitare. Non resta che l’imbarazzo della scelta. Nel frattempo, meglio godersi  il sole che si cala in questa bellissima tavola azzurra. Un mare da amare, emulare i bimbi e cominciare a scrivere e incidere nella sabbia alcuni versi di Montale: “Ripenso il tuo sorriso, ed e’ per me un acqua limpida…”…e’ quasi ora di voltar le spalle e andare. A casa.  Come ormai cominciamo a fare, in molti. Come già detto, il bianco è davvero di moda, e chissà che non sia un anticipo o una prova della cena in bianco, sulla sabbia. Torre Lapillo, Porto Cesareo. Lecce. Foto, Romano BorrelliVoltarsi per un attimo e pensare come sarebbe bello poter avere come casa queste migliaia di conchiglie sparse su questa immensa sabbia. In fondo, casa, e’ un po’ dove si lascia il cuore.Torre Lapillo. Salento. Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

Torino 2015. Capitale dello sport

Torino, Piazza Castello. Torino capitale dello sport. Foto, Romano Borrelli“Rugby, sport degli ossimori, mischia ordinata e passare indietro per andare avanti. Ma la vita non è così? Andare avanti per guardare indietro, e avendo cura del compagno a cui passare la palla”. Torino “invasa” dallo sport. Ho appena “scartato” un paio di bellissimi libri. Non prima di aver scartato un impegno quasi quotidiano che ha avuto come effetto positivo quello di “fare rete” con un aspetto della vita che spesso e’ deflazionato:la solidarieta’. I libri.  Gioele ha avuto cura, molta, nello sceglierli. Mi ritrovo tra le mani con un pacco regalo. Un dono.Il suo. 

Il suo scudetto per questo campionato che nell’ultima fase di gioco ha avuto tanto da dire. Dono molto gradito. Ha avuto modo di comprendere quali siano i miei gusti, pur conoscendomi appena.  “L’arte del rugby” di Spiro Zavos e  “Nebbia” di Miguel Unamuno. Mi trovo, per una strana coincidenza della vita a scartare questi preziosi doni in una delle più belle piazze di Torino. “Torino capitale dello sport”.  Neanche un filo di vento. Aspetto. Sapro’ aspettare. Arriverà. Tornerà.  La bandiera è  appena mossa dal vento. Si “spiega” nel momento esatto in cui leggo la dedica di Gioele.  La piazza rassomiglia ad un vascello. La mischia, i marinai, passeggeri. Io, spettatore. Avanti, indietro. Velocemente ho il tempo di scattare la foto. Passeggiavo per trovare il posto migliore. Avanti e indietro da un po’, per cogliere quel momento in cui il “lenzuolo” si sarebbe disteso. Verifico la qualità della foto appena scattata. Non buona. La piazza era affollata, come lo è ogni giorno. Bisognava  fare attenzione, “scartare” quella mischia ordinata, composta da torinesi e turisti. Anche i pensieri su piazza  Castello si muovono, disordinatamente, andando avanti e indietro. Esattamente come quella coppia, poco avanti. Mani che si intrecciano, si sciolgono, si slegano. Lui, lei, tanti. Si muovono. Apparentemente in maniera ordinata, ma, son sicuro, disordinatamente. Ecco che arriva un altro colpo d’aria.  “Ora o mai più“. Mi piazzo, appena sotto la bandiera e……………fatto. “Questa è buona“. E’ la piazza delle coppie, delle mani, unite ma che lasciando spazi si raccontano, in una dimensione privata. Piazza dell’amore che va, avanti, lentamente  ritornando, lentamente. Leggo e rileggo la dedica. Mischia ordinata.  Passare indietro per andare avanti. Andare avanti per guardare indietro.

Torino Porta Susa. FS. Foto, Romano BorrelliGioele è un bambino, ha viaggiato tantissimo. Il figlio di amici. Ha voluto farmi questo regalo, appena arrivato a Torino. Apro e riapro il libro, sotto questa bandiera. Non so se il libro sia un omaggio, a me, a Torino capitale dello sport, allo sport o se Gioele, precocemente, ha compreso le persone, il senso della vita e ne parla e me ne parla  attraverso il racconto di uno sport e di una filosofia. Di vita. E me ne fa dono.  E lo ringrazio. E’ un libro che riguarda la vita di tanti.  Andare avanti, per guardare indietro. La sintesi: sorriso e lacrime che  si intrecciano, si allacciano e si separano.  Sorriso che resta. Che torna e ritorna  su questa piazza, insieme al sole, una poesia di Montale…”Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida…”

 

Amore di…classe

DSC00546

DSC00544

Certo mai avrei pensato ad una risposta simile. “Alla lavagna…” e sembra di ricordare Cochi e Renato. E tra chi discetta librandosi su “territorio europeo” se il nostro e’ un ‘bel Paese’ da porre dietro o davanti la lavagna, come in altri temi, gli autori veri, quelli che a loro modo sono di classe e la classe la vivono, appuntano i loro pensieri “ingessandosi” le mani, sull’amore e su altri temi che lentaMente e approfonditamente fanno scuols. E cosi’  nuove leve “istruiscono” sull’amore. Senza attenderlo. La primavera bussa alle porte e queste schiudono “la classe”: l’amore è un sentimento…che deve essere vissuto con gioia. Che “consigli di classe” in questa giornata primaverile. “Consigli” da luna piena, che inevitabilmente rimandano a Leopardi. “Dimmi, o luna…”.  Da parte mia, provo a sfogliare un libro di Pascoli, velocemente, e poi Montale…Nel cielo torinese una luna piena come non mai. Da queste panchine, davanti al Duomo, al termine dei consigli, altri “miti” consigli vengono richiesti alla luna.   Speriamo che le profezie si avverino…Da un portone provengono voci…qualcuno spiega, altri ripassano, altri ancora ripassano, profeti, falsi profeti, oracoli, di condanna e di salvezza. “Ascolto” in silenzio. “Daniele”, “Geremia”, “Osea”, …Visione? No. E allora, Bravo, 7 più….anzi, no: 8!Anzi, 24!

DSC00536 (il Duomo di Torino)

A Torino…

DSC00522La nostra città, Torino, presenta spaccati davvero caratteristici, originali. Nei pressi del nostro Borgo, Aurora, o Borgo Dora, o nel nostro quartiere, Valdocco, o la nostra circoscrizione, la sette, la devozione popolare è davvero notevole. Ma si registrano anche aspetti davvero carini, come il portone rotto, che si aggiunge al palazzo con la scritta dell’ultimo piano, “ben tornata” (anche se questa, è posta in quartiere centro, quindi, oltre il Cottolengo, oltre corso Regina Margherita).

Tantissimi messaggi lasciati, non all’interno di una bottiglia, non “attaccati ad un cancello” ma, posti alla visuale del semplice viandante, in altra forma. Nel borgo tutto rinasce, parallelamente al “rifiorire” della natura.  Le attività pullulano e così la gelateria popolare nei pressi del Serming.  La “coda” per un cono, comincia a prendere forma.  Anna, è da un po’ che non la si vede, e in tanti non la vedono. Si spera stia bene, senza ansie e preoccupazioni di sorta. La gente esce per strada, si siede a qualche caffè,  chiacchiera, talvolta si riconcilia, con sé stessa, con gli altri. La natura diviene davvero complice e ci aiuta a ritrovare una dimensione interiore davvero diversa. Una dimensione davvero più umana. Davvero tutto molto carino. Lungo l’acciottolato, le viuzze qui nei pressi, la realtà pare d’altri tempi. Un quadro ben rappresentativo dei mille lavori, qui, tra il fiume, il Cottolengo, Porta Palazzo e la Dora. Osservare un artigiano che lucida il legno e pensare che anche quel pezzo era albero, con la sua memoria. Un fioraio mentre pulisce delicatamente i fiori, i vasi, la terra. Pensare ai girasoli…un occhio, la madre, anche qui la memoria.

Stemma Torino sui tram

Intanto il corso sui libri e tra i libri, continua il suo…”corso”. Come ogni cosa bella, anche questa conoscerà il suo termine. E probabilmente la sua storia lascerà “orme” e qualcosa dentro  a cui ripensare. Intanto dopo un “espresso” consumato velocemente in compagnia di un compagno di corsi, dal ponte sulla Dora dedico gli ultimi spiccioli di liberta’ prima del lavoro alla lettura del libro di Alice Corsi, “La memoria degli alberi“.  Un posto non casuale, questo scelto per ultimare la lettura del libro citato, e neanche vincolato al “cancello” che separa la “libertà” dalla necessità,  ma voluto, qui, dove la via diventa “una strada antica, un acquerello lucido di azzurro, bagnato di lacrime di gioia e attesa…quell’attesa che il blu entri nei giorni…”. Qui, a due passi da “lettere”, o meglio, dalla facoltà di Lettere, e dallo studio di Verga e Svevo e Montale, “scrittori che parlano un linguaggio piu’ vicino al mio’ e che ti fanno innamorare. In attesa di qualcosa o, e, di qualcuno. Autori, scrittori che popolano ‘il silenzio di frasi altrui’. In attesa, osservando lo scorrere dell’acqua di questo affluente del grande fiume. L’attesa di ‘un fulmine che crei un incendio dentro…” … nelle notti stellate estive, da questo ponte, da questi gradini, puoi scrutare un cielo bellissimo, nitido, stellato e ricamarci sopra splendide filastrocche e immaginare a costruire quel pezzo di cielo, tuo, che verra’. Alberi, qui intorno. Memorie, qui intorno, e dentro. Altre volte, nel cielo puoi notare la presenza rassicurante, che ti richiama, con forza, anche quando buio non e’.   Una forza interiore, antica, da “principio del mondo”.  Alzi gli occhi al cielo e un stella pare ti indichi il percorso, la meta. “Una stella splendente in tutto quel silenzio. La stella era Dio”. Qui, sul ponte, dove tutto e’ acqua e dove tutto e’ vita e ancora dove “gli alberi muoiono ogni inverno. Ma in primavera compiono il loro annuale meraviglioso miracolo. Cosi’ la loro storia non finisce. E neanche la nostra”. In attesa ci un fulmine, di qualcuno e mettere a tacere la paura e finalmente poter dire: “Insieme possiamo aprire quella porta”.

Ps. Il libro merita, anche per un ulteriore motivo. Elix, uno dei personaggi, ha trovato domicilio su questo blog, dove un altro mondo e’ possibile. “Era stata a Genova nei giorni del G8; aveva visto il sangue sui marciapiedi, le mani alzate verso il cielo muto. Credeva che le cose sarebbero potute cambiare, che la gente finalmente, avrebbe capito”.

DSC00520

Un Paese che non brilla e non fa scuola

DSCN2711

Ciascuno di noi si sceglie e scegliendosi, sceglie anche per tutti gli uomini. Nulla puo’ essere bene per noi senza esserlo per tutti. Chi ha scelto, deciso anni di precariato di stato? Ancora oggi, nulla, nessuna parola sulla stabilizzazione dei precari scuola,  nonostante le promesse, nonostante gli incontri ormai reiterati, gli impegni del Ministero. Vi è  sempre qualcosa che manca. Cosa manca? Chi gioca con la pelle delle persone?  Chi suscita attese? Chi speranze senza vergogna che durano anni? Nella ex settima potenza mondiale, la “vetrina” non luccica, anzi. Guardandandola bene, al suo interno, si possono notare oltre ai tagli nella scuola pubblica (ma non dovevano partire ora le assunzioni? le risorse risparmiate tagliando, non dovevano essere reinvestite? e come mai, allora, attori politici, ministeriali, mef, che si interrogano, videochattano senza parlare chiaramente, direttamente alla parte interessata?) senza senso,  le condizioni di chi in essa ci lavora (classi senza via di uscita di sicurezza con  lettini  che pesano all’inverosimile, nelle scuole materne,  così ravvicinati che non esiste  neanche lo spazio per muoversi, altri (lettini),  che girano continuamente, cambiando ogni giorno possessore e “fruitore”; scuole che se rubano le grondaie resti senza per mesi, insegnante di sostegno a ore, magari su due bambini, e al pomeriggio, il disabile, a carico di qualche operatore, probabilmente senza preparazione, ingegnandosi, adattandosi, alla meno peggio; scuole che se si rompe l’ascensore, il bimbo sulla carrozzina lo si sposta da un locale della scuola all’esterno sulla forza delle proprie braccia…carta igienica, sapone, portati da casa………e la lana di vetro nelle controsoffittature? e la prospettiva del trasferimento temporaneo di alcune scuole per quel motivo? mentre qualcuno batte le mani ai pochi tablet che hanno raggiunto qualche classe di qualche scuola…nessuno alza la voce nel dire, nonostante una sanzione, precari da sette, dieci anni: vergogna, di Stato. Un tempo, a ridosso delle politiche, qualcuno azzardava nell’accontentare, nel far finta di concedere qualche…”prebenda”…ora neanche il giusto. Schiacciati da una certa politica sorda che non vuol rispondere. Ad ora, nonostante le attese e gli incotri nessuna immissione in ruolo.

Impegno etico e responsabilità…..continuo la lettura della poesia Termopili, di kavafis e Anguilla, di Montale.  Trasmettono capacità di trasmettere resistenza alle avversità e alle ingiustizie.

(Nella foto, il Comune di Torino)

L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?

….Uno dei piu’ rispettabili membri piu’ anziani del nostro club, Pavel Pavlovic Gaganov, uomo di una certa età e per di piu’ benemerito, aveva preso l’innocente abitudine di ripetere con gran calore e quasi a ogni parola: “Eh no, cari miei, a me non mi si prende per il naso” Bè, un’abitudine come un’altra. Ma un bel giorno….in modo totalmente inatteso, lo afferro’ saldamente per il naso con due dita e se lo trascino’ dietro a quel modo per due o tre passi” ( Fedor Dostoevskij, “I demoni”).

A quello, riflettevo, prima che un paio di amici “Longobardi”,  con Alboino in testa, e Gisulfo poi, sorridessero (bontà loro) del mio appuntare, alcuni passi inerenti il convegno su “La competenza dell’italiano nella trasversalità dei saperi“, a Torino, presso la Biblioteca Nazionale.  Passi, quelli appuntati,  inerenti   nessi tra storia e lingua. Una “fare”, insomma, quelli dell’interruzione, per rimanere in tema “longobardi“.  Già, i Longobardi.

Come sarebbe oggi la nostra lingua senza alcune influenze storiche? Già perchè “fare”  lezioni di storia è fare lezioni di lingua”. Quanti sono, oggi, i modi di dir, nel linguaggio comune che affondano le radici in qualche passaggio storico, di un  popolo, o forme dialettali che hanno lasciato la loro impronta modificandone così la nostra lingua? E  quali i  loro significati, oggi, come appunto il “prendere per il naso”, usato dai contadini nel prendere l’enorme anello posto sul naso dell’animale. Il mio pensiero, pero’, correva ad altro esempio. Che romanzo, “I Demoni“.  A quello pensavo durante la  “sfida” aperta, all’interno del campo da gioco della Biblioteca. Un sfida  tra classici e libri che sono un po’ come “vedere due volte la televisione”. Una sfida difficile? Forse in  “volumi”  per restare in tema, che epero’ sono di vendite, non di qualità, una svida che evoca un grande passato contro un  “volume” precario e ridotto presente, un eco incredibile, amplificato dal “ho sentito dire”, un po’ come un tempo si diceva “lo ha detto la  televisione“, così da conferire una verità granitica. Una verità con poco carattere, anzi, da triste ricordo del tempo che “una cosa ripetuta piu’ volte assume il carattere di verità”, così, tanto per farci…prendere per il naso. Meglio se a ripeterla poi, si usano pochi caratteri. Diciamo 140, “un cinguettio”. Una sfida con 60 milioni di spettatori.  Una sfida per il mondo della scuola, in maniera verticale, con nove milioni di spettatori o gioatori. Tali e tanti sono coloro che sono portatori di sogni nelle nostre aule scolastiche. Una sfida che esce dall’aula magna della Biblioteca e si irradia. Una sfida che si gioca tra classici e meno classici, dove i secondi sembrano vendere e raccontare il già detto ma mai “verificato”, non solo nel senso di  accaduto ma come scelta e voglia di veerifa dei testi, dei documenti nei nostri preziosissimi archivi.  Una sfida che coinvolge inoltre comunicazione e potere, come ampiamente illustrato da Mimmo Candido, illustre giornalista de La Stampa. Una sfida all’interno della stessa serie, perchè identiche sono le “responsabilità” tra chi scrve testi e chi scrive editoriali. sfida quindi all’intenro di un identico campo, quello l’italiano. Perchè l’italiano è un bene comune.

E chi legge un romanzo, “cosa vuole?”, “Cosa cerca?”. Già, cosa cerca?

 “Marciano i contadini e portano le scuri, qualcosa di terribile accadrà” (data della pubblicazione, nel 1861, del decreto sulla liberazione dei contadini)…tanto per rimanere in tema “Demoni”…era il 1861 e… riporta al 150 appena concluso, con una riflessione. Un romanzo, un buon romanzo, è popolare e coinvolge piu’ strati di popolazione, di estrazione diversa. E forse la lettura delle sue pagine ci potrebbe prospettare un mondo diverso, migliore, magari di giustizia sociale. Un romanzo ci “trattiene”, è vita.  E chissà perchè, mi viene in mente un libro, “La cura” di J. Tronto, forse per amore, che è poco, nei confronti dei libri.Un romanzo ha la forza di raccontarci storie sociali, inserirci in  solchi già tracciati da altri, ci fa battere il cuore, ci porta al recupero delle “e”, molto meglio delle i. Ah, i Demoni, che romanzo. E i Promessi Sposi, poi, del grande Manzoni, con la sua struttura. E poi Montale e ancora Fenoglio…….già, ma, come sta l’italiano, oggi? E’ un gigante dai piedi d’argilla? Parrebbe di si. Oggi, un presente  dal terreno “argilloso” ma un passato prepotente, “classico”. E forse a nulla valgono alcuni dati, positivi, come l’incremento delle presenze all’interno delle biblioteche, se ci si reca solo per avere un luogo dove studiare o ripassare, magari con testi portati da casa. Percentuale impressionante, quella che ci attesta che il 71% di chi legge un testo non riesce a spiegarne a terzi il contenuto. L’Ocse, alcuni mesi fa, ci rendeva noto che sulla base di una classifica inerente la condizione educativa, basata sulla somministrazione di un questionario, la lettura di un testo, un giornale, l’Italia occupava il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati. Fanalino di coda, il Portogallo. Sulla base di quel dato, espresso in percentuale, circa 39 milioni di italiani (68,2%, percentuale comprendente gli analfabeti totali, cittadini privi di qualsiasi titolo di studio e quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e media inferiore. Ricordiamo che l’Istat considera tali, analfabeti, solo coloro che si autodefiniscono in uel modo). Percentuale impressionante il basso numero di coloro che leggono un solo un libro in un anno. Eppure, biblioteche, archivi, ci raccontano, ci  narrano, ci donano parole come acqua di fonte. La prepotenza della tv negli ultimi venti anni è davvero impressionante. Anche se meno impressionanti risultano essere le ore dedicate ai programmi di approfondimento culturali.  Troppe” i” (intenet, inglese, e sicuramente meno imprese, delocalizzate o chiuse a vantaggio di speculazioni finanziarie)  e meno “e”, come emozioni? Probabilmente meno “e”, in un mondo davvero globale, dove si puo’ essere in ogni dove e nello stesso tempo, essere davvero soli. Avere migliaia di contatti su facebook, twittare, utilizzare blog, “possedere” una biblioteca immensa, su di uno schermo, senza dover uscire di casa e non aver mai davvero sentito il profumo di un documento, di un libro, di una rivista….forse questo rende d’argilla i piedi di questo gigante, che si chiama lingua; e allora scopriamo che la polarizzazione tra chi conosce e chi no, tra chi detiene il potere e chi no è  ancora viva e attuale, ora come nel 1969  quando “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone” (Dario Fo). Forse davvero sarebbe il caso di riappriopiarci di quei km e km rimasti inesplorati e che si chiamano biblioteche, archivi, dove si conserva la memoria, il sapere. Penso all’Istituto storico della Resistenza di Torino, che rischia la chiusura, e non possiamo permettercelo. E forse davvero bisognerebbe cominciare a smettere di leggere due volte la televisione, ovvero dare importanza e attenzione a libri poco “edificanti” e, sostengo io,  fogliettini in distrubuzione presso le fermate degli autobus o metropolitane. Buoni per alcuni, per farne parole crociate e sapere qualcosa sul grande fratello.E per continuare una tradizione che “3 + 2 fa davvero zero?”…anzi, come dicono gli studiosi di pedagogia sperimentale, “meno cinque?”, ovvero il principio in base al quale in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai massimi livelli di competenze giunti nell’istruzione scolastica formale. Se consideriamo “le colpe”, direbbe Andrea Bajani, … di una riforma a….crediti e,  sulla classifica degli investimenti in istruzione poi…: Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti.